Cosimo Angelini

Categoria: Varia

Non c’è nome peggiore di questo, varia, per una categoria. Il nome dovrebbe specificare la categoria, indirizzare il lettore (e lo scrivente) verso ciò che leggerà (o dovrà scrivere). Eppure, varia allude a niente, se non al caos: può indicare tutto, e il suo contrario.

Però non c’è altro nome più adatto di questo: varia. Perché questa categoria fluida ospita ciò che scrivo, per un motivo preciso (e raramente per noia) ma senza uno schema fisso, se non qualche tema ricorrente. E ciò che scrivo è vario per natura perché non c’è intenzione di creare mondi chiusi, sistemi perfetti.

Varia, quindi, è il nome giusto per una categoria che accoglie ciò che non rientra nelle altre, e che soprattutto nasce da me solo. Per qualcuno è la meno interessante, probabilmente. Per me, è la più importante, e la meno definita.

  • Cronache genovesi: su futuro e incertezza

    Cronache genovesi: su futuro e incertezza

    Che siano utili solo a me, queste “cronache genovesi”, credo si sia capito. Scrivere per schiarirsi le idee serve: fermi un pensiero, cristallizzi l’idea che nella mente sfugge e crea arzigogoli, incrociandosi con altre questioni del tutto scollegate. Perché la mente scherza, a volte, si prende gioco di te. Ti propone un concetto e dici che sì, è esattamente quella la Verità, e non passano neanche cinque secondi che quel pensiero è stato ribaltato, stravolto; esploso in frammenti di Verità che, nel complesso, formano l’Incertezza. Tanto cara a noi più o meno giovani in cerca di un centro di gravità. Non dico permanente, ma insomma, un centro.

    L’unica Verità, per il momento, me la concede la Treccani:

    Incertezza: stato più o meno passeggero di dubbio circa la verità di qualche cosa o i futuri sviluppi di una situazione.

    genova incertezza
    In lontananza, le coste della verità, visibili solo con Genova senza vento. Quindi mai.

    Non serve, poi, aggiungere altro. Neanche dire che in tanti sono nella mia situazione (o peggio). Sono solo un piccolo, poco significativo, numero. Una serie di dati in qualche server di Microsoft, Amazon, Apple. Sono solo un profilo, uno dei milioni di profili con un blog poco utile. E questo, sia chiaro, non è un male: non è la malinconia che parla. In un mondo di numeri, di profili digitali, che male c’è a far parte della massa? Basta, credo, esserne consapevoli.

    Eppure mi ostino a scrivere cose che io, solo, leggo. Perché sì, poco conta che tu abbia uno cento mille lettori. Se fai qualcosa perché senti di doverla fare, falla. Oppure, se la fai perché senti che potrebbe farti star bene, falla. Se scrivi delle cronache genovesi solo perché ti annoi, o sei incerto su qualcosa, e senti che questo combatte la noia e intiepidisce l’incertezza, allora continua a scrivere inutili cronache genovesi.

    Ecco che l’incertezza è, per un attimo, accantonata. ‘Concludo l’oggi e giro pagina’, penso. E pensando all’oggi che si chiude, spunta il domani, il futuro! Maledetto cervello. C’è chi approfitta della meditazione, io non riesco; i pensieri sono troppi forti. Allora che fare, se non sovrastarli? Apro un bel libro, tipo questo, e inizio a voltare le pagine di una vita non mia, in attesa che arrivi la fine. Per iniziare una nuova vita, di qualcun altro.

    Questa pagina si è trasformata in un caro diario, un taccuino non d’autore. Il Cosimo del futuro -ancora, che fastidio, il futuro!- mi giudicherà molto male. E, probabilmente, per molte buone ragioni.

    Cosimo Benzi Angelini

     

     

  • Cronache genovesi – Quarantena: fotogrammi sul soffitto

    Cronache genovesi – Quarantena: fotogrammi sul soffitto

    C’è nella reclusione della quarantena un qualcosa di insano, ma fortificante; e non è la possibilità di affogare la mente con letture, film e dormite. No, è qualcosa di più: è la capacità di pensare a cose che, normalmente, nel caos quotidiano, non consideriamo mai. O cose a cui, da molto, non pensiamo più. 

    Rinchiusi tra poche mura, capita di guardare il soffitto più spesso del solito. E non so voi, ma su quel soffitto bianco io ci vedo scorrere fotogrammi di vita (che banalità). Che sia questo il motivo per cui non ho bisogno di serie tv? Forse devo ancora comprendere la mia, di vita, per iniziare a capire quella di fittizi personaggi televisivi? Forse mi piace crogiolarmi nei ricordi, forse… forse la vita non è un film, ma mi piace pensare che possa essere meglio.

    varia soffitto camera quadri


    Tra un fotogramma e l’altro, ovviamente leggo. Ma è come se ogni libro, ogni frase e pure singole parole avessero la capacità di catapultarmi altrove; più del solito; verso immagini del passato dimenticate, o più spesso rimosse. Mi accorgo così che la miriade di impegni che affastellano le mie giornate in situazioni normali, servono solo a non pensare. Pensare il meno possibile. Potrebbe essere questa la chiave con cui sconfiggo la pigrizia? Una sorta di male minore.

    Mi accorgo anche che in questo truciolo ci sono troppi forse. Evidente mancanza di certezze, nell’epoca d’assenza di certezze per eccellenza (che banalità). Comunque, forse una cosa l’ho capita: potrebbe essere, la scrittura, l’antidoto ai pensieri. Chissà quanti scrittori hanno iniziato a scrivere storie altrui, per non pensare alla propria. Questo forse è un punto di partenza di molti. Ma poi, lo so, quelle storie altrui finiscono per lo più per rispecchiare la propria. Dannato autobiografismo velato dal romanzesco.

    Si può scrivere una storia senza scrivere la propria storia?

    Torno a guardare il soffitto. La quarantena mi fa bene e male. Le immagini che scorrono, mi fanno più male che bene. Chiudo gli occhi e le immagini continuano a scorrere, dentro le palpebre. Stanotte, amici miei, non si dorme.

    Allora torno a leggere. E vi regalo una poesia di Cesare Viviani (dalla raccolta Credere all’invisibile) che ovviamente rimanda a pensieri parole opere e omissioni.

    Ha conservato il suo colore rosa il fiore

    nel buio della notte.

    Quando una lama lo tagliò non ci fu terrore,

    non ci fu dolore, per il fiore

    fu come un improvviso colpo di vento.

    Stanotte non si dorme, ho detto. Allora, buona visione.

    Cosimo Benzi Angelini

  • Cronache genovesi – Il virus ha colpito anche me?

    Cronache genovesi – Il virus ha colpito anche me?

    Non ho mai pensato di essere invincibile. Forte sì, ma non invincibile. E quando ho iniziato a stare male, dopo aver scritto “il virus non esiste”… ecco, quando ho iniziato a stare male mi sono sentito meno invincibile del solito. È arrivata la febbre, poi la tosse, la stanchezza generale, i dolori sparsi, la perdita totale del gusto e dell’olfatto. E spargevo tranquillità in giro nella speranza di auto-convincermi di stare bene. Ma la realtà era ben diversa: mi stavo cacando sotto.

    Dopo due giorni in quella condizione, la febbre è sparita. “Sono guarito!” ho pensato. E invece dopo due giorni ancora la febbre è tornata. “Sono fottuto!” ho pensato, mentre facevo finta di stare benino. Poi, ancora tre giorni di febbre, ed è passato quasi tutto. Oggi è il quarto giorno senza febbre, e mi tartassa ancora una tosse cattiva e la totale assenza del gusto: quest’ultima è una vera tragedia. La tosse? Una benedizione.

    Non so perché, ma questa tosse si presenta soltanto nel momento in cui apro la bocca per dire qualcosa. Come se, per una strana legge del contrappasso, io abbia detto troppe cose “in vita” e sia adesso costretto a tacere. E il silenzio non ci appartiene, a noi nati a cavallo del ventesimo secolo. Noi e la contemplazione siamo così distanti. Per questo è un’esperienza davvero strana non poter dire niente, né ridere di qualcosa. Non apro più la bocca. Ed è una fortuna, perché spesso la bocca si apre mentre il cervello langue atrofizzato nella calotta cranica. Con la bocca sigillata, invece, il cervello dovrebbe funzionare di più, e meglio, non distratto dalle parole che emette un’altra parte del corpo, troppo spesso da lui scollegata.

    Così sto in silenzio, leggo studio e soprattutto ascolto. Non ho l’agenda piena di video-chiamate, perché non posso parlare; e non mi piacciono i monologhi. Ma ci sono infiniti film da vedere, e concerti, e nuovi dischi e libri e… quante cose da fare. Perché dovrei uscire di casa? Ho troppi libri che aspettano di essere annusati, per quando l’olfatto mi sarà tornato.

    Perché non prolunghiamo la quarantena? Mi basta un mese ancora, non chiedo molto. Giusto per… sì, per leggere e guardare film e ascoltare musica. Perché a casa, alla fine, si sta bene se si ha qualcosa da fare, e io ho tante cose da fare. Ma poi, la quarantena dovrebbe durare di più soprattutto perché ho paura di uscire. Che sia un’influenza o poco più, la gente muore. E io preferisco leggere libri, che morire. Ma in quanti, davvero, la pensiamo così?


    Che cosa importa se il temporale disperderà domani per i poggi i fiori profumati? Scrisse Ibsen.

    Io resto a casa. Fatelo anche voi. O il temporale non vi risparmierà…

    Cosimo Benzi Angelini

  • Cronache genovesi – 10/03/2020

    Cronache genovesi – 10/03/2020

    Chissà se il virus salirà fino al quarto piano. In Via di Prè, dove abito, arriva tutto. E lo smog, a differenza di altre città, si sente raramente. Al suo posto, odori di cibi etnici mischiati al salmastro pungente dei giorni ventosi. Eppure, salirà anche il virus? Qui, un virus simile è la cosa migliore che ti possa capitare; tra drogati, prostitute e spacciatori può accaderti di tutto. In qualsiasi momento. Ma a questo non ci penso mai.

    Lo spacciatore delle 8 di mattina ha capito che non deve offrirmi niente, non compro (o non da lui?). Quello di mezzogiorno mi fa sempre complimenti su come vesto, anche quando indosso solo un jeans e qualche vecchio maglione. La sera la situazione è più critica perché arriva presto l’ora degli acquisti: allora vedi relitti d’uomini trafficare con le monetine per la dose serale. E poi vedi qualche rissa, che gli spacciatori riescono a sedare in fretta: la pace è amica degli affari. Il vicolo poi si fa deserto nella notte. Rimangono le urla degli ubriachi o di chi non c’è proprio riuscito a elemosinare gli ultimi spiccioli per un “panino”.

    Il virus, in questa via, non esiste. Anzi c’è, ma è di tutt’altro genere: è più una peste, che ha corroso lo Stato (che passa, ogni tanto, per guardare a testa bassa ed andarsene). Lo Stato non c’è, perché guarda e passa e non si cura; sguardo basso a osservare le punte lucide degli stivali, mentre calpestano siringhe usate che non vedono. Così come non vedono le prostitute, che stanno sedute negli ingressi dei loro bugigattoli nelle traverse di questa via; e se camminando ti capitasse di guardare queste minuscole traverse, vedresti una selva di gambe spuntare dai muri della città. Dove esiste un altro posto simile? E perché dovrei andarmene, da una città così?


    Forse dovrei tornare da dove sono venuto. Chiudermi tra quattro mura robuste, circondato da siepi e muretti che delimitano minuscoli territori di minuscole persone. C’è il richiamo, lo ammetto; la strada battuta è proprio dietro di me, ma qual è la strada che verrà? Intravedo una via possibile, ma non riesco a capire cosa ci sia in fondo. Un bivio? Un virus? Un burrone?

    Camminando tra i vicoli di Genova mi accorgo che il virus non esiste. La gente non esce di casa e le mascherine iniziano a vedersi, ma il virus siamo noi. Sarebbe così bello poter credere ad una punizione divina: noi, maledetti umani, ce lo siamo meritato! Sarebbe così bello.

    A volte, quando posso, mi rifugio ad Oregina. Un quartiere popolare sulle prime alture di Genova, una vista emozionante della città e del mare che sembra non finire mai. Eppure è un quartiere popolare, a tratti povero. Poveri, vero, ma con terrazzino vista infinito: ecco che da quassù, vedo tutto. Ed è evidente che, virus o non virus, questa città rimarrà uguale a prima. Con qualche ferita in più e con qualche persona in meno. Ma la vista, da quassù, rimarrà la stessa.



    Cosimo Benzi Angelini

  • Il fattorino

    Il fattorino

    Costa poco ma è in ritardo di mezz’ora. Aspetto. Non lo chiamo, non avrebbe senso mettergli fretta. Ho fame, ma potevo cucinarmi qualcosa; perché questa pigrizia? Ah, già: mi hanno ricaricato la carta. Comincia proprio oggi quel periodo di ricchezza che dura giusto una settimana. Non di più. Si mangia in giro, si ordinano pessimi pasti a domicilio. Poi finiscono i soldi, finisce la magia, e si torna a consumare cose scadute dalla dispensa. E per quanto le cose scadute siano più buone del cibo a domicilio, vincono gola e pigrizia. Eppure sono in ritardo di 40 minuti, che fare? Assolutamente nulla: la buona azione quotidiana è aspettare. Non mettergli fretta. Sono pagati poco, sono sicuramente stressati. Io invece sono ricco, anche se solo per una settimana. Allora, con le mani in mano, aspetto.

    E aspetto ancora. Sono un’ora in ritardo. Adesso basta davvero! Ho fame, io, una vita da mandare avanti. Non posso mica vivere nell’attesa; che sia di una pizza o della felicità poco importa. Aspettare è fastidioso. Così chiamo, e colui che risponde al telefono della pizzeria Bello Vesuvio è un indiano. Non lo capisco molto. Dice qualcosa come “siamo lontani, è partito ma siamo stanchi”. Non capisco, forse ha detto tutt’altra cosa ma lo sento stanco per davvero. Chissà che vita è la sua… La voce nel telefono si schiarisce, tossicchia e dice “ti do il numero del ragazzo”. Mi detta il numero con non poche difficoltà ed io, scocciato, chiamo il ragazzo.

    Dopo 5 squilli risponde un ragazzo col fiatone. Gli chiedo dove sia finito, e risponde che al 201 di Via Pré non risponde nessuno. Respira male, penso. Gli spiego che l’indirizzo è sbagliato. Anche le macchine sbagliano, oppure ho sbagliato io? Continua a respirare male. Tossendo risponde “arrivo” con accento indiano, e pochi secondi dopo suonano al campanello. Non chiedo chi è, apro subito. Deve essere il ragazzo.

    Un tonfo, è il portone d’ingresso che si chiude. Apro la porta di casa ed aspetto che il ragazzo salga i 4 ripidi piani di scale. Sono scale vecchie, un po’ rovinate; l’altezza varia da uno scalino all’altro, e non puoi arrivare in cima senza le gambe pesanti. Per fortuna che è un ragazzo quello con le pizze. Non gli vado incontro, lo aspetto sull’uscio. Eppure non arriva. Sento ansimare come quando dopo uno sforzo molto intenso si finisce il fiato, e respirando a bocca aperta il petto si gonfia e si comprime in fretta. L’ansare si avvicina, ora sento pure i passi che si fermano all’improvviso. Conto fino a dieci, poi accosto la porta dietro di me e decido di andargli incontro. Faccio due scalini, sento ansimare e vedo un uomo con lo zaino portapizze. Ha la pelle scurissima, il casco in testa da cui spunta qualche capello bianco. Ci fermiamo sulle scale uno di fronte all’altra, lui non mi guarda neanche. Mi mostra lo scontrino con l’indirizzo sbagliato (colpa mia? sennò di chi?), poi dopo qualche respiro affannoso mi consegna le pizze. Di solito do una mancia, auguro buon lavoro. Questa volta, invece, sono rimasto muto. Ho chiuso la porta mentre continuavo a sentire respirare forte; l’uomo doveva essere ancora fermo sulle scale. La pizza l’ho mangiata in fretta, controvoglia. Ne ordinerò altre, ne sono sicuro. Potrei dire, parafrasando molti altri (e migliori prima di me), che questa è la mia ultima pizza a domicilio; ma di ultime pizze simili ce ne sono già state tante. Che sia questa la svolta non credo. Quell’uomo, però, quel padre mi ha toccato qualcosa. E forse sarà retorico, ma l’unica cosa cui riesco a pensare è la mia stupidità di ragazzo.

     

    C.B.A

  • Cronache genovesi – 17/04

    Cronache genovesi – 17/04

    A Genova abito nella via parallela a quella dell’Università. Sono fortunato, perché una volta scesi i quattro piani di scale, senza l’agognato ascensore, in cinque minuti mi ritrovo seduto in aula. Certo, le due vie parallele sono a un’altitudine diversa, quindi dopo aver sceso le scale devo salire fino alla via principale, la via turistica e universitaria. Ma è solo una piccola fatica, e sopportabile. Soprattutto perché in una città così strana, salite e discese sono come la nebbia in Veneto, i fiorentini in Toscana e i frati ad Assisi. Ed è strano sentire il boato delle navi da crociera mentre si è affaticati in una salita tipica dei paesi montani, ma questa è Genova.

    A differenza di Padova, dove ho vissuto per 4 anni, a Genova ci rimarrei. Non è nei miei progetti rimanere, ma ritornare per rimanere è più che un’idea. Non me ne vogliano le persone che ho lasciato al Nord, ma Genova ce l’ho nel sangue. Mentre la nebbia di Padova, con la sua provincia tutta campi, in contrasto con la bellezza del centro storico, non mi appartiene. Anche quel dannato posto è dentro di me, sia chiaro; ma c’è entrato a forza, e con non poco dolore. E se ricordo cos’ho fatto in quegli anni, tra il freddo atroce dell’inverno e il caldo inumano dell’estate, e se ricordo dov’ero il 17 aprile dell’anno scorso, è solo perché me lo sono scritto. Qui sul mare è diverso: sul mare sono nato, e quindi ogni posto di mare è casa, ed ogni giorno mi dà qualcosa che rimane. Il Veneto no; è una parentesi, che inizia e finisce. Una parentesi amorosa, anche, ma è finita. E se tornerò, non sarà per rimanere: sarò di passaggio, per salutare persone e rivedere luoghi; verrò in sosta, ecco, come negli autogrill dell’autostrada: ti fermi un po’, e te ne vai perché il tuo posto è altrove.

    Del 17 aprile dell’anno scorso ricordo chiaramente un gruppo di Ultras baccanti con vino e discussioni ad alta voce; ricordo alcuni sorrisi in particolare, e alcuni discorsi: parole vane. Poco è rimasto, a parte una cosa: la consapevolezza dell’ imminente partenza, per l’imminente laurea; la sensazione di vedere la città in modo diverso, con occhi sognanti e quasi umidi per la partenza. Ricordo perfettamente come mi sentivo, in quei momenti, ed è strano che mi senta così anche oggi, anche qua, nonostante io sia appena arrivato. Sono appena arrivato ma le scatole del trasloco sono pronte sopra all’armadio, in attesa della prima occasione.

    Sono in attesa di abbandonare questo Stato, e forse tornerò. Forse tornerò un 17 aprile, e mi ricorderò di queste parole (così inutili); e mi ricorderò del 17 aprile scorso, e di quelle parole (così vane). In attesa della mia partenza, brindiamo ai momenti passati, all’arrivederci futuro, e al possibile ritorno. Cincìn.

     

       “Un uomo è tale più per le cose che tace che per quelle che dice.”

    Albert Camus

  • Che la tua morte sia per noi lieve

    Che la tua morte sia per noi lieve

    Ci si scorda del tempo che scorre; ci si scorda della casualità della nostra nascita; ci si scorda dell’imminenza della nostra morte.

    Ieri sono volato, in macchina, verso la mia vecchia casa, e dura, e lieve: Padova. Tre ore di viaggio, sfrecciando tra camion traballanti e utilitarie guidate da vecchi rincoglioniti. Quando mio padre ha saputo della partenza, ha detto “prendi la mia macchina; che almeno il viaggio sia piacevole”. E lo è stato, in effetti. Sedili comodi, posizione favorevole ai viaggi lunghi e le canzoni delle mie playlist. Soprattutto la velocità, però, mi coccolava. Superare sconosciuti senza che la macchina facesse alcuno sforzo, mi tranquillizzava. E non una vibrazione, non un’indecisione del motore. Sfrecciavo in pace, con la calma (seppur ad alta velocità), che precede la tempesta; refolo che anticipa uragano. Il tempo scorreva nello stesso modo di sempre, ma era comunque più veloce di me, che lo inseguivo invano.

    Arrivo nel piazzale della chiesa e trovo un accumulo di persone tristi, ritte in piedi, intente a scambiarsi saluti di circostanza. L’attesa del feretro è peggiore, quasi, dell’attesa della morte. I vivi aspettano un corpo morto, come aspettano per tutta la vita che il loro corpo, vivo, si faccia morto. E si celebra il cadavere, o le polveri rimaste, per chi è ancora vivo. Si celebra per la famiglia, per gli amici più stretti, ma non ci sarà alcuna resurrezione passati i tre giorni tradizionali. Si vive con la consapevolezza che la vita ha da finire; si vive celebrando e ricordando i morti. E ci si scorda troppo, troppo spesso dei vivi. E si piange, e piango, il morto, ma forse è verso chi rimane che il nostro dolore si rivolge. Forse, oltre al vuoto lasciato dalla perdita, è il vuoto lasciato nelle persone più vicine al defunto che ci fa soffrire. Il tutto è una somma di vuoti, un’infinita somma di vuoti causata da una vitale scia di morte.

    Ed ecco la bara. Ed ecco il sermone, le lacrime, le condoglianze. Poi arriva il coro dei compagni di squadra; vedo i miei compagni stringersi, abbracciarsi, e incitarsi come quando si facevano le mischie, nelle partite; mischia di cui lui, basso e massiccio, con “poco fiato per correre ma tanto per fare polemica”, era l’anima. Ricordo tutta la fatica, tutte le botte, tutte le uscite. Basta quel coro e un anno intero di esperienze, quasi dimenticate, riaffiora dall’oblio maledetto del tempo. Usciamo dalla chiesa e bestemmio. Dovrei credere nella sua esistenza, per offenderlo davvero, ma è solo uno sfogo, adesso. I ricordi si accavallano, il pensiero logico non esiste più. Solo le lacrime, e le domande, accompagnano le bestemmie e gli abbracci dati dopo anni di vuoto. Lacrime, bestemmie e abbracci. Pippo è morto. Viva Pippo.

     

    “Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.

    Preferisco considerare persino la possibilità che l’essere abbia una sua ragione.”

    Wislawa Zsymborska

     

    C.B.A.

  • Rifugio I

    Rifugio I

    C’era un casetta di legno, arroccata sui monti poco lontani dal mio mare. Era il rifugio estivo di qualche anziano pastore che lassù, su quell’Appennino vista mare, ci è andato per tutta la vita. Ammetto di non averlo mai conosciuto, se non grazie alle storie altrui. Storie a me riferite da persone che, a loro volta, le avevano sentite da altri. Ma questo è il cantuccio a me fatto, e la storia non può essere che mia. Così non parlerò di quell’ultimo pastore, ma della stanzetta riparata che ha lasciato ai posteri: viaggiatori e turisti, principalmente. Ma non solo.

    La casa è molto vissuta, fatta di legno robusto ma usurato. C’è un’unica stanza, con un misero materasso, qualche scaffale con vecchie agende e alcuni libri. Solo una finestra permette alla luce di entrare, ma è sufficiente. Aprendo le imposte, si vede il mare. Forse è strano essere in montagna, a quasi 1000 metri di altezza, ed avere il mare proprio di fronte. Ma è questa stranezza a rendere la visione sublime. Anche se potresti uscire e metterti semplicemente a guardare il panorama sdraiato sull’erba, resti fisso alla finestra che incornicia il mare, il mio mare, come se fosse un quadro. E non vorresti più staccarti.

    Ci sono stato solo una volta, la casetta, eppure la ricordo come se l’avessi appena visitata. Il trucco è pensarci fino allo sfinimento, e scriverci sopra qualche appunto, qualche racconto. E magari raccontarla a quelle poche persone che vorresti portarci. La memoria si fortifica rivisitando le immagini scritte, e così è come se quel posto lo visitassi ogni giorno. Ci sono stato solo una volta, fisicamente, ma nella mia testa la visito ogni giorno. Ed ogni volta è diverso perché cambia il tempo in base all’umore del momento, e cambia la compagnia, e cambiano i particolari. Ultimamente piove sempre, e visito da solo la stanzetta, resa umida e tetra dalla vita reale.

    A volte mi immagino di affacciarmi alla finestra, e di sentirmi come il “viandante sul mare di nebbia”, perché non si riesce a vedere niente. Non l’erba; non la pianura che separa le spiagge dalle prime pendici dei monti; non il mare. E forse è un po’ come la vita, perché in alcuni momenti non riesci a vedere un futuro, una direzione, un viso amichevole. Ma poi la nebbia sparisce, torna il sole e ricominci a cogliere il senso di ciò che fai e la consapevolezza di chi sei. E spesso passa anche il sole, arriva la tempesta ma non per questo la vita fa così schifo come sembra. C’è sempre un posto in cui rifugiarsi, una persona da contattare, una canzone da ascoltare. E se questo non bastasse, forse avete bisogno di un bicchiere di Scotch per dormire meglio, proprio come quello che sto per bere io.

     

    C.B.A

  • Lasciami andare, Padova. Atto II

    Lasciami andare, Padova. Atto II

    Padova. Dopo aver ricevuto il famoso foglio di carta per il quale ho sgobbato negli ultimi anni, ho voluto essere io a guidare per tornare a casa. Volevo fare quella tratta ancora una volta, forse l’ultima. Ormai conosco a memoria ogni stazione di servizio, ogni ponte, ogni autovelox. Conosco pure alcune bariste, a cui tiravo su il morale con qualche bagatella. Ho guidato io così da poter mettere la mia musica, e canticchiare come ho sempre fatto per stare sveglio. Ho scelto la playlist di canzoni italiane, e la musica ha iniziato a diffondersi.

    Ad ogni canzone è collegato un ricordo, ed ascoltarle è come rivivere momenti, vacanze, baci e amicizie. Alcune melodie mi fanno tornare in mente odori dimenticati da tempo, volti incontrati una volta e poi persi per sempre, o per adesso. Altre canzoni, invece, non riesco più ad ascoltarle senza che mi venga un nodo inestricabile alla gola. Erano quattro fino a poco tempo fa, adesso sono circa dieci. Ma nonostante l’effetto che mi fanno, dovuto a ciò che rievocano, insisto e le ascolto lo stesso. Mi viene la pelle d’oca, fatico ad ingoiare la saliva. E poi alzo lo sguardo al cielo per evitare che dagli occhi, già umidi, escano lacrime. Ma nonostante tutto le ascolto, e se posso le canto letteralmente a squarciagola. Perché poi la gola mi fa male, la voce esce roca. E gli occhi sono sempre più umidi.

    padova

    Durante quell’ultimo viaggio, nel giro di tre ore, sono state riprodotte “casualmente” quelle dieci canzoni. E non ho battuto ciglio. Guidavo, canticchiavo, chiacchieravo allegramente con l’unico passeggero sveglio, ma era solo apparenza. In realtà ero assente, immerso in altri luoghi, con altre persone, in altri tempi.

    Poi è arrivata una canzone che tutti conoscono e tutti cantano. Tutti si emozionano ad ascoltarla la notte prima degli esami, e proprio così si intitola. Eppure io mi sono emozionato lo stesso, anche dopo aver finito addirittura un percorso così importante come l’università. L’ho cantata tutta, ma invece di dare peso al classico ritornello, questa volta ho quasi pianto per dei versi ancora più semplici: si accendono le luci qui sul palco, ma quanti amici intorno. Mi viene voglia di cantare! Ed ho ripensato alla giornata passata in mezzo agli amici di tutta Italia, gente che si è fatta anche 6 ore di macchina solo per darmi un abbraccio, per dirmi “bravo!”, e per farmi un sorriso. Ed ho ripensato ai quattro anni passati a Padova, alle persone venute a festeggiare con me, ed alle persone che non ci sono potute essere. Se erano tutti così felici, forse ho seminato bene.

    Le luci del palco adesso sono spente. Rimane il ricordo di quel viaggio durato quattro anni. Rimane il ricordo degli amici che lascio, ma ritroverò. Rimane l’odore di alcuni angoli bui, rimane il profumo di alcune persone, rimane l’amaro in bocca di certe delusioni. Ma Padova mi ha già aperto le porte per permettermi la fuga. E se i ricordi, se la malinconia o la voglia di ambrosia tenteranno di farmi tornare indietro, sarò ormai troppo lontano. Sarò altrove, a cantare le stesse canzoni, a pensare alle stesse persone.

    Ringrazio chi c’è. Ringrazio chi c’è stato.

    Ringrazio chi non c’è più. Ringrazio chi non c’è potuto essere.

     

    C.B.A.