Non c’è nome peggiore di questo, varia, per una categoria. Il nome dovrebbe specificare la categoria, indirizzare il lettore (e lo scrivente) verso ciò che leggerà (o dovrà scrivere). Eppure, varia allude a niente, se non al caos: può indicare tutto, e il suo contrario.
Però non c’è altro nome più adatto di questo: varia. Perché questa categoria fluida ospita ciò che scrivo, per un motivo preciso (e raramente per noia) ma senza uno schema fisso, se non qualche tema ricorrente. E ciò che scrivo è vario per natura perché non c’è intenzione di creare mondi chiusi, sistemi perfetti.
Varia, quindi, è il nome giusto per una categoria che accoglie ciò che non rientra nelle altre, e che soprattutto nasce da me solo. Per qualcuno è la meno interessante, probabilmente. Per me, è la più importante, e la meno definita.
Non so come sia nata questa tradizione. Capitava, a volte, di non aver voglia di niente e di nessuno. Allora si scappava, lontano ma vicino insieme, soli ma sempre in due. Si prendeva la macchina di qualche mamma, babbo o fratello, e si puntavano le montagne.
Negli specchietti retrovisori, il mare era sempre più lontano. Nella cassa portatile la musica della nostra adolescenza scema, perché la radio non prendeva tra i monti e gli smartphone, quando è iniziata la settimanale routine di fughe, non ci avevano ancora avvinto. Ogni tanto spuntava qualche canzone nuova, ma solo una è rimasta a distanza di anni.
Tra i tornanti e le salite delle Alpi Apuane, Stolen Dance ci accompagnava spesso. Il ritmo ipnotico e incalzante trasformava il paesaggio, sempre notturno e illuminato solo dai fari della macchina. Era come fluttuare nell’oscurità, galleggiare in avanti con dei fasci di luce come unica guida.
Quando partiva il ritornello, quel And i want you era un urlo disperato e congiunto, un urlo rivolto ai finestrini abbassati; e poi We can bring it on the floor con l’ultima parola un po’ distorta, pronta alla successiva, certo, ma soprattutto col pensiero a chi avremmo trascinato sul pavimento con noi; e You’ve never danced liked this before era straziante da urlare perché ci faceva tornare alla mente quella persona con cui avevamo ballato, parlato, scopato meglio in tutta la vita, insomma in quel dannato balletto chiamato vita; ma We don’t talk about it perché di certe cose non si parlava spesso, certi incontri rimangono ferite mai guarite, con lembi di carne viva ancora pulsante; Dancin’ on doin’ the boogie all night long eppure non potevamo smettere di pensare a quelle nottate di balli folli nudi sulla spiaggia, prima del bagno notturno, sempre in due, io e lei, io e quella; entrambi, io e questa, Stoned in paradise e intontiti di fronte alla visione chiarissima del passato che non può più ritornare, visione dolce e amara e ormai solo un ricordo, per sempre.
Ma Shouldn’t talk about it, shouldn’t talk about it. No, di quelle esperienze non ne avremmo più dovuto parlare. E non ne parlavamo quasi mai, anche se ci pensavamo di continuo, in particolare in quelle serate soli e sempre in due, sui monti lontani e vicini insieme. Lontani e vicini a casa. In quelle sere, belle da morire, non c’era tempo per parlare. Dovevamo solo cantare il più forte possibile, per svegliare il bosco attorno e i pochi abitanti, le piante e le stelle che sicuramente, lo credo davvero, solo noi guardavano.
Urlare e sfrecciare nei tornanti come nei rettilinei, coi finestrini abbassati per farci sentire da tutto e da tutti. E per sentirci vivi, col vento sulla faccia e il rumore della velocità nelle orecchie.
Poi, scavallato il monte, si rallentava. Lei abbassava la musica, beveva un sorso d’acqua e rimaneva in silenzio. La macchina ormai andava da sola, in discesa, sulla strada di casa sua. Poi io tornavo indietro, forse lei non lo sa, per la stessa strada. Forse non dovrei parlarne, ma mettevo le stesse canzoni. Però ero solo, ormai, con le mie visioni, e le canzoni non erano più intense come pochi minuti prima. Ma forse, di questo, non dovrei parlarne. No, non dovrei proprio parlarne.
Ci sono poche cose a cui i bibliofili non riescono a sottrarsi: annusare l’odore dei libri è una di queste. Ci sono bibliofili più o meno raffinati, anche per quanto riguarda il gusto olfattivo, ma per la maggior parte non c’è distinzione: tutti i libri devono essere annusati. Non importa che siano edizioni tascabili ed economiche di poco conto, o vecchi libri ricoperti di muffe bianchicce e pelose. Non importa che siano libri nuovissimi – tra l’altro dall’odore per lo più sgradevole – o libri passati di mano in mano. I bibliofili, i libri, li devono annusare.
E così io, quando inizio un libro, lo annuso sempre. Prima lo guardo: la copertina, i risvolti, gli eventuali inserti che sporgono dalle pagine. Cerco l’ultima pagina, senza leggere il finale, per vedere quante pagine mi aspettano. Poi lo apro a caso e leggo qualcosa, a caso; strano a dirsi, ma quel qualcosa ha sempre un significato importante. Infine, mentre con la mano destra tengo il libro per la costa, con la sinistra faccio sfogliare velocemente le pagine. Si crea così un refolo artificiale che porta con sé l’odore totale delle pagine, della carta, l’odore della libreria che ha conservato il libro per chissà quanto tempo.
Una volta colto l’odore generale, arriva però il momento che più fa specie al non-bibliofilo: l’immersione. Si chiama così quel momento in cui si apre il libro circa alla metà e si immerge letteralmente, il più a fondo possibile, il naso, quasi a toccare, talvolta, la legatura del libro. Di pari passo con l’immersione si inspira molto profondamente, quasi si sniffa alla ricerca dell’odore del libro. Alla ricerca della sua anima.
Ha ragione Matteo Codignola quando scrive, nel Catalogo 2009-2019 delle edizioni Henry Beyle, che vorrebbe rinchiudere i bibliofili in campi di lavoro «dove fossero costretti magari a leggerli, i libri: e in edizioni orribili, volte a scoraggiare tutte le annusate, i palpeggi, gli osceni studi in controluce cui indulgono in privato, e ahimè soprattutto in pubblico». Ha ragione in particolare sulla totale mancanza di pudore del bibliofilo, che non ha problemi ad annusare i libri altrui, i libri in pubblico, i libri delle biblioteche o i libri abbandonati su tristi panchine. E ha ragione quando dice che bibliofili, ogni tanto, dovrebbero anche leggerli i libri.
Ma come si fa, rispondo io, ad avere il tempo di leggerli tutti? Per ogni libro letto, immancabilmente, ne compriamo due, tre, cinque. E anche se leggiamo tutto il tempo, tutti i giorni della nostra vita, comunque non riusciamo a tenere il passo degli acquisti.
Su una cosa, invece, il Codignola ha torto, e cioè sul considerare una tortura annusare (e leggere) edizioni orribili. Ha torto solo in parte, ovviamente. Ci sono bibliofili con gusti raffinatissimi, elitari, magari con tasche più gonfie (beati loro!): quello è il bibliofilo che non potrò mai diventare da amante della vecchia Bur e della vecchia Barion sempre sfatta. Quel bibliofilo che stimo comunque, che ammiro e invidio, ecco, non sono io. Io voglio sentire l’odore di tutti i libri.
Tornando all’odore dei libri, mi è da poco accaduta una cosa che merita di essere raccontata. Ho trovato, tra gli scaffali di una cara libreria antiquaria e dell’usato, un libro di Giorgio Faletti che non avevo ancora letto: Tre atti e due tempi. Per chi ancora non lo sa, Faletti è stato una delle mie prime fisse di giovane lettore. Aspettavo sempre la nuova uscita, lo guardavo in televisione, ascoltavo le sue canzoni (alcune, ancora, bellissime, e per questo ve ne lascio una alla fine dell’articolo). Poi è morto, e non mi sono fissato più con nessuno per molto tempo, fino a scoprire Fabio Genovesi, conterraneo simbolo.
Non so se rileggendo oggi i suoi libri proverei lo stesso piacere di allora, però sono ancora tutti lì, fieri, nella mia libreria personale. E quando sono capitato da Eleonora, libraia della bellissima Libreria Ex Libris di Genova, ho trovato un suo titolo che non conoscevo. L’ho comprato senza neanche leggere la trama. L’ho comprato, è vero, senza annusarlo. Volevo aspettare di essere a casa, seduto comodo sulla sedia imbottita del mio terrazzo.
Una volta a casa, ho seguito tutti i procedimenti descritti sopra. L’ho osservato, ho annusato il fiato d’aria emesso dallo sfogliare veloce delle pagine. Lì mi sono bloccato: un profumo noto. Poi ho fatto l’immersione e ho capito… è l’odore della libreria. Non c’avevo mai fatto troppo caso, ma ogni libreria ha un suo odore e quella la Ex Libris di Genova uno particolarissimo. È un misto di carta umida e aria stantia, come tante librerie dell’usato, ma con una nota particolare che non riesco a descrivere.
Vedete, la libreria si trova nel centro storico di Genova e, precisamente, sotto il livello della bellissima Via Garibaldi. Come un vino cambia a seconda dell’esposizione al sole, dei componenti del terreno, della siccità, anche le librerie secondo me hanno odori che variano a seconda di tantissimi fattori. Quello Ex Libris sa di buono, sa di cantina della nonna, e così tutti i suoi libri.
Per confermare quest’ipotesi, ho racimolato alcuni acquisti fatti da Eleonora. Li ho impilati tutti sul tavolo da pranzo e, uno a uno, li ho passati in rassegna col mio naso. Libri anche di secoli diversi, di editori opposti, di formati strampalati. Eppure, l’odore dei libri era lo stesso per tutti.
Non so se la mia libreria, un giorno, accomunerà tutti i libri con un profumo unico. Se così fosse non avrebbe neanche bisogno di exlibris particolari. Non avrebbe senso firmarli come facevo da ragazzo, con accanto al nome e cognome anche la data di lettura. Non so dove andranno quei libri, un giorno. Ma so che, fino alla fine, immergerò il mio naso nelle pagine di tutta la vita.
Un borbottio del motore, lo scooter che si spegne in mezzo alla strada. Così iniziano, a volte, i viaggi. Non quando il motore si accende e la moto parte, no. Il viaggio inizia quando ci fermiamo e, solo da fermi, capiamo di essere lontani.
Mi vantavo di avere uno scooter affidabile da 12 anni. Quasi 50 mila chilometri insieme attraversando tante regioni. Un viaggio in scooter dopo l’altro. «Non mi ha mai abbandonato» dicevo. Sapevo che poteva succedere, prima o poi. Aggiungevo sempre un ragionamento del tipo «se resiste anche questa volta, non mi abbandonerà mai».
Dovevo portare lo scooter da Forte dei Marmi a Milano. Circa 259 chilometri da farsi su strade statali e provinciali perché lo scooter non può andare in autostrada. Sarebbero state sei ore di guida se non si fosse aggiunta, all’ultimo, Caterina, e con lei la sua casa vicino alle Cinque Terre. Un rifugio sempre desiderato. Ecco che il trasporto di un mezzo da una città all’altra inizia a delinearsi come un viaggio fatto di soste, tappe, strade panoramiche e interfoni per chiacchierare col passeggero. Per il primo giorno solo due, tre ore di moto per 85 chilometri. Una passeggiata.
Fino a Framura nessun problema: l’Aurelia fino a La Spezia, poi le salite della strada a picco sul mare. Uno spettacolo raro per guidare con calma, godersi il panorama, respirare aria buona. Arriviamo col sole che cala, e ci tuffiamo al tramonto. Ci chiediamo perché non si possa vivere sempre così, sempre in viaggio, sempre al mare, ma le risposte non ci piacciono. Non possiamo far altro che immergerci per soffocare certi pensieri col suono del mare, col mare che entra nelle orecchie
Ripartiamo con calma il giorno successivo. Non abbiamo mai fretta di andarcene da certi luoghi. Però bisognava andare.
La strada per Milano era molto semplice: fare il passo del Bracco cercando di sopravvivere ai motociclisti che la affollano, arrivare a Lavagna e salutare il mare per immergersi nell’entroterra. Da lì saremmo dovuti passare per la Val d’Aveto e l’Appennino, arrivare a Piacenza passando da Bobbio e poi sorbirci un lunghissimo rettilineo fino a Milano. Altri 200 chilometri, sei ore con qualche sosta per le foto di rito e per sgranchirsi le gambe.
Lo scooter viaggia veloce e, grazie alla passeggera ormai abituata, pieghiamo bene. Nelle curve sembra quasi di sciare, uno slalom gigante ma più lento. Scivoliamo via in un saliscendi sempre in salita, tra chiacchiere e risate nelle orecchie accartocciate contro gli auricolari.
Scolliniamo in mezzo alla nebbia e l’aria si rinfresca. Prima al mare a sudare, poi sui monti. Eccolo il viaggio. Ora la visiera si riempie di goccioline che, poco alla volta, si ingrossano e scivolano giù sulla barba, sulla maglietta. Inizio a sentire freddo ma il divertimento e la compagnia mi scaldano. Davvero.
I boschi attorno profumano la strada. Le rocce grondano e, lo ammetto, mi sembra di essere a casa mia. Mi sembrano le mie Alpi Apuane. Non ci sono le cave, certo, ma sembrano loro. Lo dico a Caterina e non risponde. La immagino annuire, guardando con occhi diversi ciò che ci circonda. È bello viaggiare in due.
A un certo punto i monti finiscono, i paesini si fanno meno radi e la pianura sembra infinita. Le macchine corrono anche se la strada ha tante curve. Un borbottio del motore e lo scooter si spegne in mezzo alla strada. «Vedrai che riparte» dico a Caterina. Ancora in sella lo spingo sul ciglio della strada. Il cielo si riempie di nuvole.
Non parte.
Aspettiamo cinque minuti, e ancora non vuol saperne di mettersi in moto. Aspettiamo dieci, venti, trenta minuti. Non parte. Lo spingo ancora verso il parcheggio di una pizzeria di cui intravedo il cartello. Aspettiamo. Non era così che doveva andare.
Poi succedono cose che trasformano il viaggio in un’avventura. Un pizzaiolo in borghese esce e ci prende in simpatia. «Voi siete matti», dice. Sì, siamo matti, ma la pazzia non serve ad aggiustare lo scooter. E lui lo sa. Così chiama un amico meccanico, un altro pazzo come noi, che una tranquilla domenica pomeriggio accetta di sporcarsi le mani nello scooter di due sconosciuti.
Dopo aver smontato mezzo scooter con una brugola e un cacciavite trova il problema. «La candela» dice, «è la candela il problema!». Infatti la svita ed è tutta fusa. Non chiediamo spiegazioni, anche se dovremmo. Perché una volta trovato il problema, il problema va risolto. E noi non abbiamo nessun pezzo di ricambio. «Ma come, non avete neanche una candela di scorta?». Io abbasso la testa e mi guardo la punta delle scarpe. Scarpe buone solo per andarci al mare.
No, non ho niente. Non doveva essere un viaggio in scooter, ma uno spostamento. Sono partito come fossi in fuga: uno zaino con due libri, un telo mare, il costume. Per precauzione ho portato una maglietta a maniche lunghe che avrebbe dovuto proteggermi dalle scottature, e invece mi ha salvato dall’ipotermia. Ho un po’ d’acqua e della focaccia genovese davvero ottima. Pensavo di essere a posto, ecco. Ma è evidente che no, non era solo uno spostamento. Era un viaggio, e io non ero preparato.
«No, non ho niente» rispondo. Il meccanico sorride. È qui da un’ora e avrebbe tutto il diritto di prendermi la testa e incastrarla negli ingranaggi della moto, ma non lo fa. Prende il telefono e chiama qualcuno. «Dobbiamo aspettare un po’» dice dopo aver rimesso il telefono nel taschino. Aspettiamo facendo due chiacchiere, un po’ increduli e un po’ tristi.
Dico a Caterina che se arriva qualcuno col pezzo di ricambio potrei piangere. Un refolo fresco le scompiglia i capelli. Aspettiamo. Il sole sta tramontando ma non ci sono più nuvole. Guardiamo l’arancione del cielo che rende l’attesa più lieve.
Aspettiamo mezz’ora. Poi quel qualcuno con la candela di ricambio arriva e no, non piango, ma sono emozionato. Lo scooter parte al primo colpo. Salutiamo, infiliamo banconote da cinquanta euro nelle tasche di tutti e tutti ce le tirano dietro. Il meccanico rimonta i pezzi, ci regala pure una candela di scorta e ripartiamo. Voliamo sull’asfalto con sorrisi che non riusciamo a vedere ma che sentiamo, sappiamo che ci sono, sono proprio lì. Grandissimi.
Dopo dieci minuti a massima velocità leggiamo finalmente le indicazioni per Milano. Il viaggio in scooter sta per finire. Imbocchiamo il noioso rettilineo che si rivela davvero dritto e noioso, ma ci porta fino a casa. Lo scooter ce l’ha fatta anche stavolta, e se non ci ha abbandonati in questo viaggio non ci abbandonerà mai più.
Quanti come me alternano apatia e insofferenza nell’uso dei social? E se lo slow posting fosse la soluzione?
Ce lo ripetono tutti: in questo campo (l’editoria), come in molti altri, non si può vivere senza social. E se è ammesso non avere dei profili personali, non si può evitare di lavorare con i social. Forse non c’è via d’uscita a questa situazione. Eppure i social non sono il male: è il modo in cui li usiamo che può portare, talvolta, tanta insofferenza.
Ma una soluzione c’è. Si chiama slow posting e no, non ho inventato niente. In rete si trovano alcune discussioni al riguardo (non tantissime in realtà). In cosa consiste? In quello che vuoi tu, purché sia lento e adatto a te. In un mondo che chiede e produce sempre più contenuti, opinioni e presenza sui social, sono possibili solo due alternative per evitare la pazzia: sparire o rallentare.
Perché lo slow posting?
Dopo alcuni anni da social Media Manager a intermittenza, dopo varie pause più o meno lunghe dai social stessi, ho deciso che sui social devo comunque esserci. E per esserci in maniera proficua l’unica strada che mi veniva proposta era quella della costanza unita all’incessanza: pubblicare spesso, però, non fa per me. Ho sempre pubblicato contenuti in quei momenti in cui sentivo, davvero, di aver qualcosa da dire. Non per forza cose originali (magari), ma comunque qualcosa da buttar fuori. Oppure, quando avevo del materiale che poteva interessare altri oltre a me.
Col tempo le cose da dire non sono diminuite. Né la voglia di dirle è finita. La questione sta su un altro piano: con tutti questi contenuti, con tutte queste voci, è aumentata in me la voglia di stare in silenzio. Altro che slow posting: sono sparito per qualche tempo dai social. Niente più tramonti, niente panorami.
Mi sentivo meglio, devo ammetterlo. Non controllavo più le notifiche del telefono, leggevo di più, scrivevo. Poi è arrivata la pandemia: lock-down e reclusione mi hanno fatto scaricare qualsiasi social immaginabile, e sono rimasto nell’ombra a osservare i contenuti altrui. Non ho pubblicato molto, ma osservavo. Il tempo passava; passa senza far niente quando scorri i selfie di qualche amico su Instagram. Eppure continuavo a osservare.
Un giorno, durante il Master, mi sono detto che doveva esserci qualche modo sano di vivere i social. Davvero sparire è l’unica opzione? Così mi è venuto in mente lo slow journalism, quel modo lento ma approfondito di fare giornalismo di qualità. Da lì allo slow posting il passo è stato breve. Cercando in rete, poi, ho trovato un sito particolare in cui parlano di ricette, cocktail e viaggi: The Adagio Blog. Nel sito, in lingua inglese ma curato da un finlandese e da una italiana, ho questo articolo che trattava esattamente della mia stessa insofferenza.
Prometto che quest’anno aprirò bocca solo quando avrò qualcosa di utile e di interessante da dire.
Dopo aver letto questa frase ho capito che lo slow posting è possibile e che no, non sono solo in questa scelta.
Cos’è per me lo slow posting, e cosa farò
Lo slow posting non consiste solo nel rallentare, ma soprattutto nell’andare al proprio passo. Io conosco il mio, e ciò che mi propongo di fare si basa esclusivamente su di me. Se tu sei contento di pubblicare un post al giorno, fallo! Se ti fa stare bene pubblicare selfie, foto del tuo fondo schiena accanto ad una frase filosofica, o se ti rilassa fare dirette che registrano la tua vita, allora fallo! Io non ti giudicherò. Il problema inizia quando non pubblichi per te, ma per gli altri. Pensaci su.
Dopo aver preso atto che pubblicare tanti contenuti non mi interessa, prendere una decisione è stato abbastanza semplice. Pubblicarne pochi, ma di qualità. Quando? Non importa che siano uno a settimana o due al mese. Ci saranno, e saranno di qualità. Mi concentrerò di più sul blog, come avevo già detto qua, e non farò finta di essere un grafico o un fotografo su Instagram.
Non diventerò famoso coi social. Non diventerò un influencer come molti bramano. Cosa ci guadagno, allora? Coerenza. Guadagno coerenza con me stesso, con ciò che sono e con ciò che sento. Vado al mio passo, coerente con me; è questo lo slow posting,
Non sparirò. Ho troppi libri di cui parlare! E se ti stai chiedendo quale sia il nesso tra me che fumo un sigaro e lo slow posting, ti risponderò solo se me lo chiederai in privato. Il nesso, ti assicuro, c’è.
Cosa ne pensi di queste riflessioni? Fammelo sapere qui sotto nei commenti, oppure sui social. Parliamone insieme.
E per concludere, una bella riflessione sulla lentezza:
P.S: slow posting e Instagram
Qualcuno avrà notato che mi piacciono i feed ordinati! Già. Credo sia solo una questione di gusti, ma l’ordine del feed di instagram è, per me, sinonimo di eleganza e bellezza. Nessuno mi ricorderà per la mia eleganza, ne sono sicuro… ma perché, slow posting a parte, non tentare di creare un ordine anche sul mio profilo personale?
Per chi non lo sapesse, per feed si intende il profilo di qualsiasi persona, azienda o brand presente su Instagram. Questo profilo è formato, su qualsiasi dispositivo, da una disposizione fissa di fotografie. Questa disposizione prevede, su qualsiasi dispositivo, tre fotografie per ogni riga.
Si parla di feed ordinato quando un feed ha una logica sequenziale dietro alle pubblicazioni. Le fotografie sono organizzate in tre alla volta e possono essere collegate da linee, colori o addirittura possono essere parti integranti di una fotografia più grande. Ecco che lo slow posting un po’ si scontra con la pubblicazione di foto organizzare e pensate di tre in tre. Amen! Continuerò a farlo ogni tanto, perché mi piace, finché mi va, anche se è ovviamente più faticoso di pubblicare casualmente e senza un ordine preciso fotografie più o meno decenti.. Anche questo, in qualche modo, è andare al mio passo!
Quanto ho odiato Milano… le persone sempre di corsa e io lento, quasi zoppicante. La nebbia che dura sei mesi, e il caldo che affoga gli altri sei. Potrei continuare questo elenco non proprio disonesto, ma mi fermo qui: Milano, in realtà, fa da sfondo a memorie e ricordi. Non ha colpe, Milano, se non quella d’esser stata sfondo casuale di cose passate. Come potrei amare Milano? Come potrei tollerare quella stazione centrale, ricordando quei saluti definitivi?
Mai mi sarei aspettato di viverci, a Milano. Forse tutti devono passarci, prima o poi. Eppure, pensare che proprio io sia qui, è strano. Io che non ho mai amato molte città, ma ne ho sempre odiata solo una! Forse era un odio fittizio… quelle immagini così fresche, così vive… Ma era necessario venire. E, chissà? Potrei amarla, un giorno. Non come Genova, ma forse potrei. Nessun terrazzo vista mare può calmare i miei pensieri quassù. Però questa nebbia, quel caldo, questo caos, tutto questo potrebbe mancarmi, un giorno. Ma ne riparleremo a fine anno, quando potrò fare le valigie e i bilanci.
Sembra proprio che il mio ritorno, nonostante tutto, fosse scritto. Potrebbe forse essere un caso quello di essermi ritrovato a vivere dietro via Padova. Sì, è sicuramente un caso. Ci sono circa 5000 vie a Milano. Andare ad abitare accanto a una via dal qualche legame, non è così impossibile, no? Il caso, il caso… anche perché potevo scegliere tra altre decine e decine di case… invece dopo settimane di ricerca potevo decidere tra due sole opzioni. Ho scelto quella più comoda, ovviamente. Ho portato l’essenziale: vestiti, una decina di libri, medicine. E un Baby Yoda dell’Esselunga trovato chissà quanto tempo fa. L’ho preso per portare con me una persona che non avrebbe potuto seguirmi. E appena arrivato ho capito che, per forza di cose, io dovevo incappare in Milano. Era scritto!
Sceso dal taxi, corro verso la mia nuova casa. Prendo l’ascensore fino al quinto piano, nessuno scricchiolio, nessun rumore preoccupante. Entro in casa affaticato, butto le valige in un angolo e tento di riprendermi. Bevo un bicchier d’acqua, respiro, mi tolgo le scarpe. Controllo la mia stanza, la cucina, il bagno. Tutto è in ordine, tutto è pulito. Poi vado per sedermi sul divano, quando vedo alcune statuine sul mobile del salotto: è la serie a cui appartiene il mio Baby Yoda. E no, tra quelli Baby Yoda non c’è. Ce ne sono una ventina ma quella statuina, l’unica che mi sono portato e l’unica che ho non c’è. Insomma, capite adesso cosa intendo quando dico che, forse, era scritto?
Potrebbe sembrare poca cosa. Potrebbe sembrare tutta una montatura, una sceneggiata. Eppure ho sempre creduto ai collegamenti non troppo casuali, agli eventi legati insieme da fili sottilissimi, invisibili. Ne ho vissuti talmente tanti da aver avuto la tentazione (sciocco me) di scriverci un libro, come se certe coincidenze che riguardano solo me possano avere qualche valore anche per altri. Follia.
Eppure ci credo ancora.
Un’ultima coincidenza aggiunge un tassello a questo strano mondo che mi si sta creando attorno. Senza saperlo, sono andato a vivere nel quartiere caro ad uno dei poeti che più ho letto nell’ultimo anno: Franco Loi. Non solo di nascita genovese, ma cresciuto qui, non lontano da dove abito. Loi ha cantato questo quartiere, era il suo quartiere! E adesso, il posto dove è cresciuto, dove ha corso e camminato, sarà lo stesso che, per qualche tempo, percorrerò anch’io. Niente di che, in effetti, se consideriamo tutti quei poeti milanesi sparsi per la città, eppure…
Eppure non è ancora finita questa mia visione di fili impossibili: Loi è morto l’anno scorso. Avrei dovuto conoscerlo, incontrarlo, ma non è stato possibile. Avevamo programmato la presentazione di un suo volume, e la pandemia ha rimandato tutto. Ha rimandato a mai più. Ma sbaglio a dire che, in qualche modo, ci stiamo incontrando adesso?
Non si può allora non concludere con alcuni suoi versi che, in modo azzardato, si legano alle mie reali invenzioni qui descritte, e alla scomparsa del poeta:
… ‘me la nèbia
d’una vita che sù pu se sia stada
vera o inventada, ma che me
vegn su
‘me ureggiada tra j òmm de la
tèra.
e in italiano:
… come la nebbia
di una vita che non so più se sia stata
vera o inventata, ma che mi
viene su
come orecchiata tra gli uomini della
terra.
Per voi, lettori amorevoli che siete arrivati fin quaggiù, un regalo speciale: una lettura di Franco Loi di una sua poesia.
Caligo è arrivata. Ancora. Camminava con lo sguardo basso: a sinistra le macchine, a destra dei bei palazzi. Poi la luce, la fine del palazzo. la nebbia dove ci sarebbe dovuto essere il porto. Il matitone in lontananza. Ha tirato fuori il telefono dalla tasca destra dei pantaloni, l’ha ruotato a sinistra e ha premuto. Nessun click, nessun movimento: l’immagine salvata nella galleria, per futura memoria. Tre immagini, per la precisione. ‘Una, per forza, sarà venuta decente’. Si avvia, con il telefono ancora in mano, stretto nella mano.
Bella Caligo: mi ricorda casa mia. No, non quella vera. Quella casa adottiva dove sono arrivato bimbo, e sono scappato uomo. Ma no, si capisce, non uomo nel senso di adulto. Uomo nel senso proprio. Uomo come “essere cosciente e responsabile dei propri atti, capace di distaccarsi dal mondo organico oggettivandolo e servendosene per i proprî fini, e come tale soggetto di atti non immediatamente riducibili alle leggi che regolano il restante mondo fisico”. Prima coscienza non ne avevo molta, credo. Neanche incoscienza, per la verità. Ma sì, questa Caligo di mare mi ricorda quella di terra, quella dei campi infiniti e dell’autostrada tutta dritta, lunga, soporifera.
Pochi passi ancora, e alzando la testa scorge un piccolo assembramento. Poco più avanti di lui, un belvedere permette una vista migliore di quella appena immortalata. ‘Peccato’. Braccia tese a fotografare quella strana nebbia di mare, vista solo nei film. Caligo, si chiama. Ed è femmina. Apparsa qualche settimana fa come evento rarissimo ed oggi, a breve distanza, si è ripetuto.
Bella Caligo: mi ricorda casa mia, quella che ho abbandonato. Chi dice poi che non possa tornarci? Sarà tutto diverso, lo so, ma sarà comunque sempre uguale. Mi aspetta, la Caligo di lassù. Mi aspetta al mattino, quando tirando su le tapparelle sembrava di stare in una nuvola. Che poi, in fondo, è pur sempre una nuvola. Una nuvola speciale, bassa bassa a infastidire gli uomini – o a nascondere gli amanti. E quanto è poi banale dire che, come tutte le cose di questo mondo, è un po’ bella e un poco no? Eppure…
Si accosta a quelle persone eccitate per lo scatto del giorno. Niente distanze. Sente l’ansimare delle bocche, le bave che colano alla vista del panorama. ‘Bello, sì, però calmi’. Eppure impugna il telefono, lo ruota tenendolo ben saldo con le due mani sui lati corti, e scatta qualche foto. Foto uguali ad altre foto. ‘Tutti la stessa foto, peccato’. Si accosta alla ringhiera, piega le ginocchia come se fosse seduto su un bagno alla turca. Scatta ancora, talvolta inclinando il telefono da un lato in maniera asimmetrica. ‘Ci siamo’. Si alza, aggiusta i pantaloni e continua a camminare.
Bella Caligo: ma rimarrà qualcosa di tutte le foto che gli ho fatto oggi? Devo stamparle, sì, ho deciso. Soltanto i giorni memorabili son semplici da ricordare, ma se volessi ricordare anche i giorni comuni? La stampo, ok, la stampo. E farò tanti album pieni di Caligo, di pozzanghere, di visi rubati, di panorami tutti uguali. Farò tanti album come mia nonna, il suo vanto.
Nessun caffè al bar, entra direttamente in ufficio. Routine rotta, smorta, ammezzata. Come un sigaro che si ha il tempo di fumare tutto. Accende i pc ma continua, imperterrito, a controllare il telefono ogni attimo. Sente una vibrazione. Nessun messaggio, nessuna notifica. Lo posa accanto alla tastiera. Trenta secondi e vibra, per davvero. Ecco una email: “come allungare il pene“… Posa il telefono con un gesto di stizza. Suona il telefono, ma non risponde.
Bella Caligo: mi ricorda una vecchia canzone che non parla di nebbia, ma di mare. E parla di un naufrago che, spinto onda su onda, si ritrova su un’isola in cui vive meglio di prima: “Il mare mi ha portato qui/Ritmi canzoni, donne di sogno/Banane, lamponi/Mi sono ambientato ormai/Il naufragio mi ha dato la felicità che tu/Tu non mi dai”. Non c’è alcun nesso apparente, né alcun nesso nascosto. Collegamento casuale che non ha motivo d’essere, se non per me, per me solo.
Ho visto un muro da cui sgorgava acqua, poco fa. Non piove da giorni, eppure da quel muro zampillava, con costanza, un rivolo d’acqua. Chissà da quanto tempo le gocce scivolano giù per il muro. Da tanto, certo, visto che hanno scavato un solco nella parete leggermente inclinata. Ma da dove arriva l’acqua? Dove va lo sappiamo. Ma dove nasce, spesso, non si sa. Come durante l’estate, quando non piove per settimane e quei muri, quelle gallerie liguri continuano a trasudare.
Perché se Genova è di ferro e aria, la Liguria è di muri e varchi. I muri che tengono insieme i monti, tentati dal cadere a valle; i muri che concedono, ogni tanto, un varco per salire e scendere. Perché la Liguria è salite e discese, tornanti e strapiombi. E senza i muri non esisterebbe proprio questa regione, forse; assomiglierebbe a quelle coste della Cornovaglia con piccoli strapiombi sull’Oceano, poco abitati e poco ospitali; coste brulle. Eppure gli ingegnosi liguri hanno murato tutto, con tutto ciò che avevano a disposizione; così è nata la Liguria.
Facile oggi, dopo la caduta del ponte, dire che certi progetti “fanno acqua”. Succede ovunque. Ma in Liguria tutti i progetti fanno acqua, in particolare muri e gallerie. E sai che tutta l’acqua, alla fine, arriva al mare. Lo impari alle elementari, grazie a disegni coloratissimi e pieni di frecce, che l’acqua arriva tutta al mare. È “il ciclo delle piogge”, che bei ricordi. E poi dal mare torna su, su fino alle montagne per poi scendere di nuovo, quando piove. Ma se non piove? Io non so da dove arrivi tutta l’acqua che c’è in Liguria. A pensarci bene mi è più chiaro come si forma la nebbia in Veneto; nell’acqua ligure non mi ritrovo. Non la capisco.
Che sia solo un problema di sguardo? Siamo abituati a non vedere il punto d’arrivo, ma solo il punto di partenza. Si nasce, si cresce, poi? Poi boh. Il destino, il caso, Dio? Semplicemente boh. Poi arriva l’acqua ligure, che sprizza dai muri di sostegno della civiltà, e sai che andrà al mare, in un modo o nell’altro. Ma da dove arriva, proprio, non lo capisci.
Forse tu lo capisci, è vero. Ma io no. Come non capisco tutti questi muri grondanti, e questi varchi stretti. Come non capisco tante altre cose che da non ligure non capirò mai. Non basta avere sangue ligure per capirla, questa terra. Non basta una vita, forse, per capirla. Ci mettiamo così tanto a capire dove stiamo andando, noi stessi, dove andremo; come si può capire tutto il resto? Come si può capire una terra così?
Due anni fa, in questo periodo, la mia strada si allontanava da Padova e scrivevo il mio saluto alla città. Uno dei tanti arrivederci, addii mai definitivi, nonostante tutto. Ma tutto che? Vi chiederete voi. Poco importa.
A distanza di due anni mi ritrovo, come tutti, come capita sempre, a dover fare delle scelte. La sicurezza apparente è ostentata per un tentativo spesso vano di auto-convincimento, e le certezze, quelle assolutamente certe, vacillano sotto il peso del dubbio.
Genova! Che città, per me. La certezza certa del voler rimanere si schianta contro la realtà, che le certezze non accetta. Giri di parole inutili per dire che non sono sicuro di cosa fare della mia vita di fronte alle scelte più difficili di sempre. Ho già parlato di dubbi e incertezze in questo pezzo, di pochi mesi fa: la sostanza non cambia, sono solo più vecchio di tre mesi.
Strada non presa, strada da prendere
Un caro amico, anni fa, mi fece innamorare di una delle poesie più note di Robert Frost: The road not taken. Da allora quei versi mi seguono e perseguitano. Quella poesia l’ho ricopiata decine, decine di volte. L’ho scritta sulle mani, un giorno particolarmente infelice. E, da qualche parte che io so, è incisa su una bussola (mai incisione fu più azzeccata). Il senso non evidente di quella poesia, secondo il mio caro amico, era questo: non conta tanto la strada che prenderai quanto il prenderne una.
Non ho mai preso sul serio quella lettura (ben sapendo che forse lettura migliore non c’è), ma non ho mai smesso di ripetermela. E allo stesso modo me la ripeto stasera, affacciato alla finestra mentre inspiro il fumo denso del Toscano. Fingendo di essere sul terrazzo che non ho, nella casa che non è mia, solo i vizi distraggono dal dubbio. Che fare? Mi chiedo. Inspiro. Che fare. Espiro. Una nuvola mi avvolge e non sento più il bisogno di chiedermi niente. Poi un cattivo refolo si porta via la mia privata nuvola, e torno sulla terra.
La prima certezza è il voler rimanere a Genova. Rinuncio volentieri al resto del mondo, per questa città. Chiamatelo destino, ritorno alle origini, richiamo del sangue… usate l’etichetta che volete, io da qui partirei con troppo dolore per mille e mille motivi.
Un’altra certezza… non ce l’ho. E a chi dice “è proprio questo il bello della vita”, posso solo rispondere: così così.
Che siano utili solo a me, queste “cronache genovesi”, credo si sia capito. Scrivere per schiarirsi le idee serve: fermi un pensiero, cristallizzi l’idea che nella mente sfugge e crea arzigogoli, incrociandosi con altre questioni del tutto scollegate. Perché la mente scherza, a volte, si prende gioco di te. Ti propone un concetto e dici che sì, è esattamente quella la Verità, e non passano neanche cinque secondi che quel pensiero è stato ribaltato, stravolto; esploso in frammenti di Verità che, nel complesso, formano l’Incertezza. Tanto cara a noi più o meno giovani in cerca di un centro di gravità. Non dico permanente, ma insomma, un centro.
L’unica Verità, per il momento, me la concede la Treccani:
Incertezza: stato più o meno passeggero di dubbio circa la verità di qualche cosa o i futuri sviluppi di una situazione.
In lontananza, le coste della verità, visibili solo con Genova senza vento. Quindi mai.
Non serve, poi, aggiungere altro. Neanche dire che in tanti sono nella mia situazione (o peggio). Sono solo un piccolo, poco significativo, numero. Una serie di dati in qualche server di Microsoft, Amazon, Apple. Sono solo un profilo, uno dei milioni di profili con un blog poco utile. E questo, sia chiaro, non è un male: non è la malinconia che parla. In un mondo di numeri, di profili digitali, che male c’è a far parte della massa? Basta, credo, esserne consapevoli.
Eppure mi ostino a scrivere cose che io, solo, leggo. Perché sì, poco conta che tu abbia uno cento mille lettori. Se fai qualcosa perché senti di doverla fare, falla. Oppure, se la fai perché senti che potrebbe farti star bene, falla. Se scrivi delle cronache genovesi solo perché ti annoi, o sei incerto su qualcosa, e senti che questo combatte la noia e intiepidisce l’incertezza, allora continua a scrivere inutili cronache genovesi.
Ecco che l’incertezza è, per un attimo, accantonata. ‘Concludo l’oggi e giro pagina’, penso. E pensando all’oggi che si chiude, spunta il domani, il futuro! Maledetto cervello. C’è chi approfitta della meditazione, io non riesco; i pensieri sono troppi forti. Allora che fare, se non sovrastarli? Apro un bel libro, tipo questo, e inizio a voltare le pagine di una vita non mia, in attesa che arrivi la fine. Per iniziare una nuova vita, di qualcun altro.
Questa pagina si è trasformata in un caro diario, un taccuino non d’autore. Il Cosimo del futuro -ancora, che fastidio, il futuro!- mi giudicherà molto male. E, probabilmente, per molte buone ragioni.