Cosimo Angelini

Categoria: Varia

Non c’è nome peggiore di questo, varia, per una categoria. Il nome dovrebbe specificare la categoria, indirizzare il lettore (e lo scrivente) verso ciò che leggerà (o dovrà scrivere). Eppure, varia allude a niente, se non al caos: può indicare tutto, e il suo contrario.

Però non c’è altro nome più adatto di questo: varia. Perché questa categoria fluida ospita ciò che scrivo, per un motivo preciso (e raramente per noia) ma senza uno schema fisso, se non qualche tema ricorrente. E ciò che scrivo è vario per natura perché non c’è intenzione di creare mondi chiusi, sistemi perfetti.

Varia, quindi, è il nome giusto per una categoria che accoglie ciò che non rientra nelle altre, e che soprattutto nasce da me solo. Per qualcuno è la meno interessante, probabilmente. Per me, è la più importante, e la meno definita.

  • C’è il mare: fermati e guarda.

    C’è il mare: fermati e guarda.

    A volte guardo fuori dalla finestra, e vedo il mare. Il mio mare. Altre volte guardo le persone, gli sconosciuti e gli amici, i bambini e gli anziani, e vedo molto di più. L’apparente pochezza o superficialità di alcuni passanti nasconde sempre qualcosa di più, un complesso di pensieri infiniti, sentimenti, emozioni, vicende. Viceversa, ci sono casi in cui si approfondisce la conoscenza di qualcuno che a prima vista sembrava interessante, curioso, vivo; per poi scoprire che era solo un guscio vuoto, una corazza di pelle che nasconde il nulla.

    Capita a tutti di osservare chi passa, anche ai meno curiosi, anche tra un messaggio scritto di corsa, mentre si cammina, ed un altro. Tutti incrociamo, ogni giorno, occhi che non rivedremo più. In pochi, però, vanno oltre per cercare cosa vogliano dire alcuni sguardi. Pochi si chiedono cosa ci sia dietro certi occhi, dietro certe smorfie del viso che possono essere tanto un sorriso, quanto un broncio.

    Mi capita spesso di sedermi in qualche punto strategico delle città, dei paesi che visito e dei luoghi in cui vivo (e sicuramente molti altri come me faranno la stessa cosa, ma non vedo perché non dovrei raccontarvelo lo stesso). Mi siedo, a volte ascoltando le conversazioni, altre volte con la musica nelle orecchie, e osservo chi passa, chi si ferma, chi si siede vicino a me.

    Ci sono persone col passo svelto, altre che camminano con calma osservando i palazzi antichi, le cupole delle chiese, sempre col naso all’insù; ci sono persone talmente sicure di sé che ti fissano negli occhi dando inizio ad una gara di sguardi, in cui chi lo distoglie prima perde, altre persone invece camminano fissandosi le punte delle scarpe, con le spalle incurvate in avanti, impaurite forse dal mondo, forse spezzate una vita troppo dura; ci sono coppie che si tengono per mano, e altre coppie che si mollano sulla pubblica piazza, con strepiti e scenate; ci sono bambini che urlano sempre, che scappano dai genitori buttandosi in mezzo alla strada; altri bambini, invece, si tengono al passeggino della sorella piccola come piccoli cani da guardia, pronti per difenderla da chissà chi, da chissà cosa.

    Tra tutti i tipi di persone che incontro e osservo, quelli su cui mi soffermo di più sono gli anziani. E non i turisti stranieri pluri-centenari che con la go-pro in testa riprendono ogni mattonella di ogni anonimo angolo cittadino. Considero più di tutti le coppie di anziani, unite da secoli, e che non accennano a separarsi nonostante le bestemmie reciprocamente rivolte contro l’altro. Li guardo con tenerezza, e mi dico “vorrei essere come loro”.

    Oggi ero seduto sugli scalini di una piazza, ed osservavo la coltre di zitellone, di vecchie comari e di anziane accompagnate che si azzuffavano tra i banchetti del mercato. C’era confusione, così ho deciso di immergermi in quella massa anonima e tutt’altro che anonima. Mi sono alzato e mi sono messo a frugare tra vestiti di donna, asciugamani, ed intimo orribile, ascoltando discorsi e osservando scene, proprio come lo spettatore di un teatro all’aperto.

    Ad un certo punto, mi imbatto in una coppietta di vecchini ingobbiti, che si tengono a braccetto e cammino con lo stesso ritmo, portando avanti lo stesso piede. Li seguii un po’, evitando di farmi notare troppo nonostante la mia stazza non proprio esigua. La donna si fermava ad ogni banchetto senza mai comprare niente, e l’uomo digrignava i denti bestemmiando a bassa voce ad ogni fermata. La donna sghignazzava per il fastidio che provocava al marito, il quale rispondeva con bestemmie sempre più forti, mentre la tirava per il braccio che era incastrato nell’incavo del suo braccio, piegato e con la mano in tasca. Ho continuato a seguirli per mezz’ora, osservando sempre la stessa scena ripetuta sempre con più intensità. Usciti dalla piazza, avevano entrambi le lacrime agli occhi per le risate. Lei rideva per aver infastidito il marito fino a farlo bestemmiare ad alta voce, e lui rideva per la stronzetta che aveva sposato cinquant’anni prima ed era rimasta la stessa giovane stronzetta di sempre. Non ne ho la certezza, ma mi piace sognare, e mi piace pensare che sia così.

    Uscendo dalla piazza, mi sono seduto di nuovo nel posto in cui ero prima. Ed anche io avevo le lacrime agli occhi. Quindi è possibile vivere così? La felicità esiste, da qualche parte! Forse è dove c’è il mare? Forse è anche possibile trovare la persona che ti faccia rimanere sempre bambino, curioso e pieno di vita, anche da vecchio. La speranza… la speranza che tutto ciò sia possibile, che un domani migliore possa esserci, ecco, questa speranza la trovo negli sconosciuti che vedo una volta sola, e non incontro più. Quindi anche tu, se puoi, fermati ogni tanto a guardare chi ti circonda. Spegni il telefono, accendi il cervello, perché so che ce l’hai. Fermati e guarda Se c’è il mare, guarda quello e non ne rimarrai deluso. “E domani sarà un giorno migliore, vedrai”.

    C.B.A

     

  • Parole, parole, parole

    Parole, parole, parole

    Cari amici, cari lettori inesistenti, cari tutti, le parole di oggi sono importanti.

    Oggi vi scrivo tentando di darvi un consiglio, maturato dopo 22 lunghi anni di vita e di esperienze. Odio chi dà consigli, presupposto necessario e vero, ma vista la mia eccellente longevità mi ergo a “consigliatore professionista”, con la speranza di non esserne più tentato. Fino qui ero ironico, ora tocca diventare seri.

    Ho sempre considerato le parole la cosa più importante che l’uomo possieda, ciò che distingue l’uomo dagli altri animali. Le ritengo talmente importanti da preferire, alcune volte, di non pronunciarle e rimanere in silenzio. Questo perché spesso le persone parlano senza pensare, senza pesare le parole, come se emettessero versi spontanei, come se fossero rutti. Certe parole dette con leggerezza sono però ascoltate con più attenzione di quello che meriterebbero, e sono pesate da chi, come me, le considera importanti. È così che si crea una comunicazione a due livelli diversi, livelli lontanissimi per i valori opposti che ognuno affida alle parole. È quasi scontato il finale: chi parla come se ruttasse e inconsapevolmente, è poco diverso da un animale; chi ascolta quei rutti prendendoli per discorsi seri, è destinato a soffrire.

    Basta una parola per illudere un uomo, e basta un’illusione inappagata per ucciderlo.

    Adesso, in breve, il consiglio: prima di pronunciare una frase neanche troppo pensata, prima di scrivere un biglietto o una frase sui social, prima di dedicare le parole di una canzone a qualcuno, fermatevi a pensare. E non solo per dieci secondi. Pensate all’effetto di certe parole, alle conseguenze del peso di certe frasi. E ponetevi domande del tipo: posso mantenere ciò che dico? Credo in ciò che dico? E soprattutto, è vero ciò che dico? Solo dopo questi passaggi potrete dare fiato alle vostre (nostre) fogne, e scrivere biglietti, per i vostri amori, e amici, e genitori.

    Cercate, cerchiamo di distinguerci come donne, come uomini, e iniziamo dalla nostra unità fondamentale: la parola. Pesatele, pensatele, prima di pronunciarle. Perché le parole, che siano scritte o no, scavano solchi, e non tutti meritano di essere artefici di quei solchi indelebili. In pochi si meritano di dire “One day i wrote her name upon the strand”, quasi nessuno. In pochi si meritano di usare quelle parole che voi volete sentirvi dire da una vita, quasi nessuno. In pochi si meritano la nostra fiducia, le nostre parole pesanti.

    In conclusione, diffidate delle persone ambigue, indecise, incoerenti che vi promettono grandi cose, che vi illudono con grandi parole come “futuro” e “insieme”. Ridete in faccia a chi, senza muovere un dito, costruisce castelli di carte sulla vostra pelle. Ridete loro in faccia, e voltate loro le spalle. Non avrete rimpianti perché se una volta capita che quelle parole siano pesate, che quei progetti siano veri, la persona vi raggiungerà. A costo di prendere treni, di cambiare programmi e, se necessario, di camminare sulle acque, se la persona vale davvero, lotterà, seguendo il cuore e la strada più difficile. Se lotterà, vale davvero, e voi valete per lei, e quelle parole saranno cemento armato e non fumo negli occhi.

    Se girandovi, chi ha promesso qualcosa non vi seguirà, forse è meglio così. Non è all’altezza delle parole che ha pronunciato, non vi merita. E quelle da lei pronunciate, sono solo parole.

    C.B.A.

  • Lasciami andare, Padova

    Lasciami andare, Padova

    Fa caldo, ma poco importa. C’è un bel venticello che scompiglia i capelli, e rinfresca, e fa scordare d’essere in città. Padova… Tra non molto dovrò lasciarti, e tu dovrai lasciarmi andare. Dovrai staccare i milioni di fili che mi hai inchiodato nella carne, negli ultimi quattro anni. Dovrai farlo, davvero, oppure sarò costretto a farlo io, ma sarà più doloroso per entrambi. Questi lunghi cavi elastici mi hanno permesso di allontanarmi, spesso, è vero. Ma poi mi tiravano indietro ad ogni occasione, ad ogni debolezza, ad ogni passo più lontano del previsto.

    Così sono sempre tornato da te, cara, rompendo altri fili, altri legami, e la rottura faceva sanguinare il mio corpo mai abbastanza martoriato. Ma c’eri tu, sempre pronta, sempre vicina, a leccare le ferite che non si rimarginavano mai. E son sempre tornato da te, amore amato ed odiato; nonostante tutto, nonostante tutti gli eventi che già prima del nostro incontro miravano a separarci. Ma io son sempre tornato.

    padova

    E tornerò, prima o poi, nonostante tutto ciò che accadrà, nonostante tutti gli eventi della futura vita che sì, probabilmente, forse, chissà?, mi terranno lontano da te. Tornerò, lo sai, e lo so anche io. Tornerò come si torna da un lungo viaggio, bussando alla porta di una casa che non sembra più la tua, ma è aperta da una madre che seppur sbiadita e pallida e incanutita è lei, sicuramente, è ancora tua madre.

    Tornerò da te, Padova? Si, come se tornassi da mia madre dopo l’avventura di una guerra mondiale, la vita; e forse  passeranno decadi, ma tornerò. Forse per qualcuno, forse solo per ritrovare il me di ieri, perché oggi son già diverso. Oggi sono cambiato perché mi sembra di doverti lasciare già domani. Così ti guardo, ti osservo, ti vivo in modo del tutto diverso da come ti guardavo, ti osservavo, ti vivevo ieri.

    Oggi ti respiro in modo più intenso che mai, e forse domani l’intensità aumenterà ancora; e se così fosse aumenterà sempre, di giorno in giorno, fino alla partenza. Oppure prima, fino a quando l’intensità sarà troppo forte persino per il mio giovane cuore, delicato.

    Mi ucciderai, Padova? Come le madri toscane, antiche, che dicono ai figli “come t’ho messo al mondo, ti ci levo”? Mi vuoi uccidere, quindi? Mi vuoi togliere il respiro dopo tutto ciò che mi hai donato? Dopo tutto ciò che ti ho donato, in cambio del tuo aiuto, non merito di morire. Non ancora, almeno. Mi hai dato l’amore, e te l’ho reso. E così gli amici, le gioie, gli sguardi, tutto ciò che mi hai dato te l’ho restituito, o lo farò a breve, con la mia partenza. E ti lascio pure gli interessi perché ti consegno un pezzo del mio cuore giovane, delicato, martoriato. E ti lascio persone che vorrei portare con me, persone che mi hai fatto conoscere troppo tardi.

    Ora lasciami, amore. Lasciami andare, Padova.

    E recita, per me, una laica preghiera di liberazione.

    C.B.A.