Cosimo Angelini

Tag: racconto

  • Oporto – Intermezzo di ritorno

    Oporto – Intermezzo di ritorno

    Anche Oporto sfavilla al sole. Te ne sei reso conto quasi subito, appena sceso dall’aereo, quando il granito della sala arrivi, ben levigato e lucidissimo, rifletteva le grandi lampade al neon i cui riflessi si muovevano al tuo passaggio. Questo tuo viaggio è un intermezzo, un respiro tra una bracciata e l’altra, una boccata d’ossigeno prima dell’apnea, prima dell’ignoto. Un viso amico accanto, un’altra città che sfavilla anche se in modo diverso dall’altra, da quella che ancora ti attende.

    Quando ti sei accostato a quel muro di pietra irregolare, quel muro antico di una chiesa in cui non siete neanche entrati, l’hai detto anche a lei, Guarda, ma qui brilla tutto!, come l’aeroporto, così i muri delle vecchie case, abbandonate anche in centro città, e i marciapiedi fatti della stessa pietra. Pure l’asfalto vecchio, che resiste col suo grigio chiaro tra le strisciate bituminose più fresche, più scure, pure l’asfalto brilla come fosse cosparso di glitter. Brilla anche lei, quando chiude gli occhi e alza la testa verso il sole, anche se lei non lo sa. Ogni tanto si ferma, chiude gli occhi e alza il mento verso il cielo, come se facesse la fotosintesi, come se senza il sole non riuscisse a vivere, così le chiedi che pianta sia. Sono un girasole, dice, Bello, rispondi, ma è un fiore, Allora sono un cactus, di quelli che fanno i fiorellini gialli, così sono sia una pianta che un fiore. Inattaccabile, come sempre.

    Non sai se dirglielo che ti senti esattamente lo stesso cactus, e che il giallo è il tuo colore preferito, ma te lo tieni per te. Vorresti anche dirle che un viaggio così non lo faresti con tutti. Piuttosto da solo, pensi, ma con lei sì, ha senso, su questo asfalto che sbrilluccica, su cui corre poco rapida quella moto che avete noleggiato.

    E quei muri vecchi, quelli lasciati con la pietra a vista che si alternano a orrendi palazzi squadrati e moderni, incastrati con cattivo gusto nella città vecchia, tra un antico palazzo e una facciata ricoperta di azulejos, su questa moto lenta che non può scappare da nessuna parte, quei muri che brillano ti fanno capire che non hai un problema solo con quell’altra città, quella tua città mai vissuta per davvero, quella città che chiama il tuo braccio sinistro, proprio il braccio più vicino al cuore, Prima o poi, ti dici, no, il problema riguarda questa nazione tutta, queste persone sorridenti e malinconiche, e anche questo fruttivendolo che schiaffeggia con dolcezza la mano dell’anziana moglie mentre sbaglia a battere lo scontrino.

    Una città che brilla, forse solo ai tuoi occhi, ti ha convinto che a brillare sei tu quando ti ritrovi accanto certe persone che non ti aspettavi, sei tu che brilli mentre guardi brillare lei, con gli occhi chiusi e la testa rivolta verso il sole, concentrata a fare la fotosintesi.


    Pensi alle cose che vi siete lasciati dietro prima di partire, alle persone che non troverete al vostro ritorno. Gli imprevisti e le false partenze, alla fine, vi hanno condotto lì insieme, in un momento di bisogno per entrambi, qualcosa vorrà pur dire. Dopo il viaggio mancato, le persone mancate, un viaggio con la persona giusta era necessario. I compagni di viaggio a volte capitano, a volte si scelgono, ma la situazione migliore, come sempre è quella che sta nel mezzo, quando scegli una compagna di viaggio che è capitata perché un po’ ti ha scelto lei, forse non inaspettata del tutto ma, a pensarci, quando mai hai pensato che sarebbe andata così bene?

    Molti pensano che un buon compagno di viaggio sia qualcuno che cammina alla tua stessa velocità. Tu l’hai sempre pensata così, almeno fino all’altro ieri, a fine viaggio, quando sull’aereo del ritorno, mentre lei dormiva raccolta a riccio sul suo sedile, tu, con gli occhi chiusi, ripercorrevi le stradine, i vicoli, le spiagge. Ti sei reso conto che eri sempre due passi dietro di lei, ogni tanto ti distraevi un attimo e lei subito si staccava, col solito passo mai frettoloso. Eppure le sue gambe sono la metà delle mie, hai pensato, sorridendo, nel dormiveglia di quel ritorno poco allegro. Allora hai capito che forse non è tanto la rapidità del passo a fare di qualcuno un buon compagno di viaggio. Forse, hai pensato, è semplicemente vedere entrambi lo stesso pertugio percorribile tra la folla, emozionarsi per lo stesso tramonto, sorridere alla dolcezza dello stesso cameriere di mezza età, un po’ sbilenco e con pochi capelli in testa, oppure, insieme, rimanere silenziosi per tutti i minuti che impiega il sole a scomparire nel mare, per tutta la via del ritorno, per tutto il tempo necessario, quando il viaggio è finito e la malinconia cresce. C’è sempre qualcuno che si ferma più spesso, col naso all’insù, a osservare la finestra aperta di un vecchio palazzo, a tentare di capire cosa trasmette quell’esemplare raro di televisore a tubo catodico. Non è poi così importante camminare alla stessa velocità se quello più lento, ogni tanto, affretta il passo mentre quello più veloce, qualche volta, in mezzo alla folla o ai bivi di strette stradine gira leggermente la testa per controllare che il compagno di viaggio ci sia ancora e non si sia perso nella calca.

    Lei dorme ancora, e ti sembra che non abbia mai problemi a dormire. Si mette in posizioni assurde, posizioni in cui le tue giunture resisterebbero tre secondi prima di dislocarsi per l’eternità. La parte bella del non dormire molto è che pensi tanto. La parte brutta del non dormire molto, però, è che pensi troppo. Infatti, mentre lei dorme alla tua destra e la ragazza alla tua sinistra emana un lieve profumo di fiori, mentre questa sfoglia il suo romanzo in portoghese di una qualche Antunes di cui non sai niente, tu pensi. Non pensi ai viaggi passati né ai viaggi mancati. Per la prima volta da quando hai iniziato a scrivere ti accorgi che i tuoi lettori più affezionati non ci sono più. Pensi al suo commento ricevuto su quel maledetto e meraviglioso viaggio, quel Belin che ti ha detto per telefono dopo mezz’ora dall’avergli girato il link, Belin, disse, mi hai fatto commuovere. Forse è per cose così che non smetti di scrivere: la terapia d’urto di mostrare parole assemblate da te, la fatica e il dolore del ricordare certi viaggi, certe lei, certe cose, tutto ripagato da un Belin, da una lacrima scesa durante la sua lettura, sul divano, dopo averti aspettato per una settimana, dopo tutte le lacrime, le tue, scese durante la scrittura.


    Stavi attraversando in moto delle enormi dune di sabbia quando hai accettato che il problema era non una città, ma tutto il Portogallo. La strada schivava le dune più alte girandogli attorno, sviando negli avvallamenti tra una e l’altra, quando ti sei accorto che la pendenza iniziava ad aumentare. Sempre con la vista coperta, a destra e a sinistra, da altissime dune di sabbia, dune come non le avevi mai viste, la strada in salita si è fatta discesa. Di fronte a te, oltre quella collinetta, un’enorme distesa di dune e stoppa e piccoli arbusti stentati e, in mezzo, la tua strada, la vostra strada. Una lunghissimo rettilineo che ti sembra non avere fine, in mezzo ad un paesaggio che giureresti di non aver neanche mai immaginato prima. Forse, pensi, sono le stesse piante che crescono in quelle misere dune rimaste di fronte al tuo mare, due di numero e circondate da cemento, da ville, da residenze estive, circondate da stronzi. Qui, invece, una steppa desolata, rare macchine che la attraversano senza fermarsi e neanche un rudere in vista nel raggio di chilometri. Sai che dove andrai non ci sarà alcuna folla, non ci sarà da sgomitare per un posto al sole, non dovrai scostare altre persone per poter stendere il tuo telo mignon su una spiaggia mangiata dal mare e dall’uomo.

    Ti aspetti spiagge senza fine, un vento ininterrotto che sembra dire, Ecco, qui comando io, e poi il mare sempre arrabbiato perché non è più mare ma oceano, acqua rabbiosa non adatta a famiglie, alla massa, al caos umano. Questo ti aspetti di trovare. E come ogni cosa che ti aspetti prima di arrivare in qualsiasi posto, pensi che sarà peggiore, o comunque diversa. È sempre così, per qualsiasi nuova destinazione, per qualsiasi nuovo incontro, Tranne che per questo dannato paese, pensi. Infatti, quando scendi dalla moto e ti incammini verso la spiaggia, la vedi migliore di come l’avevi immaginata. Più grande, più spaziosa, più bianca. E speri che diventi realtà quel libro pazzo in cui tutta la penisola iberica si stacca dalla vecchia Europa e inizia a navigare nell’Oceano, roteando e cambiando direzione ogni tanto, ma magari con un finale diverso, senza mai fare ritorno, così da avere una scusa per rimanere lì.

    La spiaggia che vedi è più grande, più spaziosa, più bianca di quella che avevi immaginato. E anche la spiaggia brilla, più delle spiagge che conosci. Sei appena arrivato e vorresti già rimanere, non hai neanche aperto lo zainetto e già senti la malinconia del dover ripartire entro qualche giorno. Vedi le casette bianche tutte appiccicate a proteggersi l’un l’altra dal vento, tutte di fronte al tramonto che inizia a intravedersi, e sogni una vita lì, seduto su questa panchina davanti alla tua casetta, sulla scogliera vista spiaggia, a guardare il tramonto coi tuoi amici.


    Quando trovi qualcuno che come te ha un problema coi tramonti niente può andare male. Neanche la folla di persone vocianti sedute in questo giardino fronte fiume, spacciato come il miglior punto panoramico per osservare il tramonto in città. Il chiosco della Sagres ha una fila infinita ma scorrevole, e mentre lei tiene il posto sull’erba rada te attendi il tuo turno, scorri i messaggi in attesa di una tua risposta, ti chiedi dove siano quelli che non senti più, e speri che stiano bene almeno quanto stai bene tu, adesso che la coda è finita e tieni nella mano destra una sangria bianca e una birra ghiacciata nell’altra.

    Quando torni da lei il sole è calato molto, è quasi l’ora che aspettavi e lo spazio di verde tra le persone accampate è sempre più ristretto. Venditori ambulanti di bibite e snack camminano tra la folla schivando le gambe stese, le mani d’appoggio dietro la schiena. Portano grandi scatole di polistirolo stracolme di ghiaccio e birre e vino, e anche loro, anche in mezzo a quel casino di stranieri che invadono uno dei posti più belli della loro città, nonostante la fatica e tutto il resto anche loro sorridono.

    Il sole è diventato arancione, le vostre bevande sono finite e inizia a fare fresco. Anche tu lo senti: il sole scalda sempre meno e il vento, quello che ti ha coccolato tutto il giorno facendoti sentire a casa, come fosse il vento di quell’altra città, casa tua, anche il vento senti che non ti dà più sollievo, ma ti suscita qualche brivido. Ti metti la felpa mentre lei, già con la sua giacca abbottonata fino al collo, prende la tua giacchetta e la usa come coperta per le gambe, mentre attorno a voi turisti troppo svestiti iniziano ad andarsene coi loro abiti troppo corti per la stagione. Riesci addirittura a vedere la pelle d’oca sulla ragazza che hai accanto, una biondissima nord-europea che al freddo dovrebbe esserci abituata.

    Lei ti presta una delle sue cuffie, e capisci subito che sarà uno di quei tramonti davanti al quale si piange per togliersi qualche peso. Niente pianti folli, niente drammi né disperazione, solo una lacrima per ogni amico che non c’è più, per il freddo che si sente dentro, ogni tanto, anche nelle giornate più calde. Col freddo dentro ci si può far poco, però lei nota che inizi a sentirlo anche fuori, il sole è ormai calato sotto al profilo della città, e ti cede un po’ della tua giacca, che diventa così una coperta per due, una coperta caldissima.

    Pensi a quando scaldavi la sua parte di letto mentre si lavava i denti, chissà quanti anni fa, chissà dov’è adesso, per poi cederglielo pochi attimi prima che ci si infilasse, quasi saltando, nascondendosi nelle coperte e rimboccandosele fino al naso, in attesa che tu, col tuo braccio, la sigillassi nel letto, appiccicata a te per combattere il freddo di quella casa nuova, in costruzione, ancora senza arredi, senza oggetti, senza casa. Chissà come sta, pensi, e la immagini ancora più bella dell’ultima volta che l’hai vista.

    A quella lei pensi mentre lei, adesso, ti posa la tua giacca sulle gambe, grazie a questa coperta resistete ancora un po’, e nulla vieta di prendere le vostre cose e andarvene, ma pensi che ci sia ancora tempo per un’ultima canzone, e ti sembra che lei pensi lo stesso perché nonostante il freddo fuori e il freddo dentro, sceglie altre canzoni che parlano di qualcosa che non abbiamo, di qualcuno che non c’è, di cose che non proviamo da un po’.

    Lo so che è tardi,
    che sei partita,
    ma questa estate
    non è iniziata e non è finita

    Vorrei che fossi
    su questo tutto
    su quella spiaggia
    sull’orizzonte di questo letto
    su questo letto

    Finisce l’ultima canzone, non è rimasto più nessuno su quel prato in lieve pendenza, non le persone e non la luce del sole, ormai solo le luci della città, i riflessi sul fiume, i chioschi sono tutti chiusi, e le televisioni delle case portoghesi stanno trasmettendo la fine di una partita di calcio. Capite senza dirvelo che è l’ora di andare, è il momento di asciugarsi la faccia e ingoiare il groppo che si è creato in gola.

    Lei si mette addosso la giacca che vi ha fatto da coperta. Adesso le fa da vestito e le sta davvero bene, ma stai pensando a tante altre cose. Ti senti più leggero anche se, con le sue canzoni, è riuscita a farti versare qualche lacrima. Ma ti ha fatto bene, se ti senti più leggero è proprio perché non piangi da un po’, e piangere in compagnia fa sempre bene. Così, dopo il pianto collettivo, ti alzi in piedi con gli occhi un po’ gonfi ma le gambe leggere, la testa leggera, il respiro leggero, la gola che si scioglie piano piano di quel nodo accumulato nel tempo. Giusto il tempo di ricacciare indietro le lacrime rimaste a metà strada, bere un sorso d’acqua, ed è già l’ora di tornare.

  • Tempo di bilanci, e buoni propositi per l’anno che verrà

    Tempo di bilanci, e buoni propositi per l’anno che verrà

    Di solito, a Dicembre, si fanno i bilanci. Si calcolano i cocci raccolti, i cocci sparsi, le persone incontrate, le persone perse, tutti i sorrisi e, una per una, ogni lacrima. Sommando tutto tenti di capire se questa sensazione che ti porti addosso, dentro, questa particolare malinconia che non si stacca da te, cerchi di capire, insomma, se sia dovuta al risultato di quel grande calcolo, Oppure, pensi, Sono io, proprio io. Speri sempre che sia una mera questione matematica: Dodici giorni felici, ti dici, undici giorni tristi, tante giornate medie, poi, ho perso due persone, ne ho trovate tre, aspetta che prendo la calcolatrice che i conti a mente non li so più fare, eccoci, il risultato, sembra in positivo, ho vinto. Non funziona proprio così.

    Dei giorni felici rimane il ricordo, il ricordo del profumo di quel ripido sentiero ricoperto di foglie, del rumore dell’acqua che scorre a lato mentre siete seduti sul letto della cascata in secca, rimane il leggero peso di quella testa incastrata tra il tuo braccio e il tuo petto, la prima notte insieme.

    Dei giorni felici rimangono generiche sensazioni, immagini nitide, sì, ma che non puoi toccare. Puoi tentare, con non poca fatica, di ricordare il calore di quell’abbraccio, il brivido provato per quella carezza, la prima, magari, e puoi tentare di rievocare il peso esatto di quella testa, l’odore dei capelli in cui il tuo naso era immerso, ma è faticoso, appunto, e fittizio.

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    Dei giorni tristi, invece, oltre alle immagini, ai profumi sentiti per l’ultima volta, alle voci mai più riascoltate, rimane soprattutto quel taglio, quel malessere che anche se è tutto passato, anche se hai archiviato da un po’, ogni tanto torna e non devi sforzarti molto per sentire il pulsare di quella ferita, il vuoto che si è creato attorno ai lembi un po’ sfrangiati. Ti sembra una ferita reale, un vuoto nascosto da qualche parte dentro di te, il respiro si fa pesante, faticoso, mentre la mente, senza impegnarsi troppo, ti sbatte in faccia tutto ciò che è stato e non è più.

    Per fortuna, però, quest’anno hai già fatto il tuo bilancio. Qualche mese fa hai riavvolto l’anno passato, con tutti i suoi stravolgimenti, e li hai semplicemente messi al loro posto, quel grande archivio sparso tra la tua testa, il tuo album di foto, e i tuoi taccuini. Non hai mai pensato che si possa fare ordine in certe cose, ci sono vuoti che non si riempiono, mali che non si tengono a bada, dolori che non si curano, ma tu, piano piano, hai fatto ordine, ti sei preso il tuo tempo e il tuo spazio per mettere le cose al loro posto, ogni cosa nella sua scatola con una bella etichetta sopra. Hai archiviato così, una alla volta, le faccende dell’ultimo anno. E non hai neanche provato a sigillarle, le scatole, né hai tentato di cacciarle nel ripiano più oscuro della stanza più remota della torre più alta. Non serve a niente, lo sai.

    Hai tenuto le scatole appena socchiuse, e vicine, così da averle sempre a portata di mano. Per prenderne il contenuto al bisogno, certo, ma senza fare altri calcoli, solo per pensare, riflettere, togliere un po’ di polvere e poi, di nuovo, chiudere la scatola. Per questo, adesso che è dicembre, non ti serve alcuna calcolatrice, non hai bisogno di fermarti a guardare indietro.

    Tutto quello che è stato è lì accanto a te, ogni cosa nella sua scatola, tutto in ordine, ad eccezione di qualche coriandolo sparso, qualche cosa appesa, nascosta in un libro o appoggiata sul comodino. Per non parlare, poi, delle cose che ogni tanto prendono vita propria, escono di soppiatto dalla scatola per comparire davanti ai tuoi occhi, nei tuoi sogni, notte e giorno. A parte queste eccezioni, e qualche coccio che continui a raccogliere in giro, a parte qualche quadro un po’ storto nonostante il ricordo di averlo raddrizzato poche ore prima, ormai non serve fare altri bilanci per capire che un po’ sei tu, quello malinconico, e un po’ è l’annata a non essere stata proprio beata.

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    Ma visto che è dicembre e non devi più fare bilanci, puoi pensare solamente all’anno che viene, ai giorni che arrivano. Ci sarà la neve?, ti chiedi. Anche se dovresti pensare agli obiettivi, a chi sei ora rispetto a quello che vuoi diventare, anche se dovresti scrivere una bella lista di buoni propositi, ti viene da chiederti soltanto una cosa non così rilevante, Ci sarà la neve? Ti scordi dei bilanci, ti scordi dei propositi su cui dovresti ragionare, finisci col pensare quasi solo alla neve.

    Insieme alla neve pensi alla casina, perché viverci quando è tutto bianco, quando la stradina si riempie di ghiaccio e devi parcheggiare lontano, sulla strada in salita, è tutt’altra cosa. Non migliore, né peggiore, semplicemente una cosa diversa, una cosa, però, che ti piace tanto. E insieme alla neve pensi alle altre piccole cose di cui ci si scorda sempre, perché si è troppo concentrati a fare bilanci, a stilare liste di pro e contro, liste di buoni propositi che sappiamo non rispetteremo, per accorgerci che, in casa, c’è il camino acceso, e la cantinetta è piena di vino, e dalla trave maestra del soffitto che regge la camera da letto pende una coppa piacentina, talmente bella, lì appesa, che non ti viene neanche voglia di mangiarla.

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    Sei stato per così tanto tempo così impegnato a riflettere sui viaggi non fatti, sui propositi vani, che ti sei perso, a volte, quei viaggi che avevi fatto, quei propositi che avevi rispettato – contro ogni aspettativa, senza quasi accorgertene. E non ti sei accorto, tante volte, che quel poco che ti serviva ce l’avevi già. Non intendi tanto il tetto, la casa, e neanche pensi alla cantinetta piena di vino, comunque sempre presente, ma intendi gli amici belli e sparsi che ti aspettano, che tu aspetti, quelle persone per cui hai fatto chilometri e chilometri e che hanno fatto, per te, chilometri e chilometri.

    Pensi a tutti i letti, i divani, i materassini in cui hai dormito, pensi a tutte le porte e le braccia che si sono aperte, per te, per accoglierti senza chiedere niente in cambio. Sei sempre stato troppo concentrato su ciò che hai perso per renderti conto di tutto ciò che avevi. Ma ora che ci ragioni su, anche se ti sembrano frasi da Baci Perugina, Solo quelle so scrivere, pensi, ora che guardi le luci di Natale sui balconi della città, sotto di te, non senti più il bisogno di fare bilanci, di scrivere buoni propositi.

    Un anno fantastico, pensi, è stato un anno fantastico, con tutte quelle braccia aperte, con tutte quelle porte che si aprivano per farmi entrare, senza chiedere chi fosse a bussare e perché stesse bussando in orari notturni, nelle pause pranzo, e nei giorni di festa.

    Ti rimane solo da salutare l’anno e ringraziare, nonostante tutto, come hai fatto nei ringraziamenti di quella tesi, quella che ora bruceresti dall’inizio alla fine, ad eccezione dell’ultima pagina, l’unica salvabile, quella dei ringraziamenti:

    Ringrazio chi c’è.

    Ringrazio chi c’è stato.

    Ringrazio chi non c’è più.

    Ringrazio chi non c’è potuto essere.


    racconto di un anno passato e bilanci per l'anno nuovo
  • Un anno reale, davvero inventato

    Un anno reale, davvero inventato

    Ripensi, adesso che è la sera prima di partire, alla partenza dell’anno scorso. Lei, le montagne, la morte, il bombolone lasciato davanti al negozio chiuso per lutto. Malinconia a parte, non sei davvero triste. A questa tavolata di gente che non conosci, di fianco a questi occhi troppo grandi per essere guardati troppo a lungo, stai bene, anche se il doverle raccontare l’ultimo anno in poche parole è faticoso, e fa male. A questa tavolata, in realtà, conosci poco anche lei. Non la vedi da più di dieci anni, come fai a conoscerla?, eppure… pensi che il ricordo di quella bambina ferita, è uno dei pochi rimasti intatti nel tempo, e adesso ritrovi tutto ciò che ricordi nella persona che hai accanto. Quella bambina, ora, è cresciuta e ti fissa con gli stessi occhi di dieci anni fa, si è fatta grande ormai, e più bella, e più forte, ma ti sembra che raccontandole a bassa voce l’ultima annata (cos’è vero?, e cosa falso?), ti sembra di rivedere la stessa ragazzina con il violino sempre sulle spalle, e un’ombra di dolore a corrugare lo sguardo. Ma non il sorriso.

    Pensi che sia bello rivedere la stessa dolcezza dopo tanti anni. Non è stata intaccata da niente, eppure anche lei, come tutti, ha sofferto. Nonostante tutto (è incredibile), si mantiene, e ogni volta che torni a guardarla dopo aver distolto lo sguardo dal suo, sguardo che scava senza bruciarti, tornando a guardarla la rivedi bambina, sorridente nonostante gli occhi gonfi dal pianto. Ma le sue lacrime le ha già versate, gli occhi oggi ridono e ti fissa; qualcuno direbbe che ha gli occhi bovini, così grandi e profondi che vorresti poterci guardare dentro tutte le mattine, appena sveglio, per iniziare la giornata nel migliore dei modi immaginabili.

    È strano, c’è una tavolata piena di gente e che lei sia a fianco a te, o di fronte, o accanto alla persona di fronte a te, comunque vi ritrovate a parlare, voi due soli. Cercate ogni tanto di guardare altrove, di intervenire nei discorsi per evitare di isolarvi, ma finite per guardarvi, sorridervi, e raccontarvi l’ultimo intenso anno. Capisci subito che è stato duro anche per lei, anche se insiste a fare domande, a farti aprire, forse per evitare di parlare di sé. Però, alla fine, anche se incalza, riesci a chiederle qualcosa tu, E tu, invece?, chiedi, Eh, io.

    Ti racconta che anche per lei, come per te, quest’anno finirà ad agosto. Strana coincidenza. Da settembre si ricomincia entrambi, pensi, si chiude un cerchio per aprire qualche altra via. Sai che chiudere certe cose è faticoso, certe cose non si chiudono proprio, fa male provarci come fa male non provarci. Stanno lì, e fanno male. E capisci che fa male anche a lei, adesso, parlare soltanto, perché solo mentre ti racconta il suo, di anno, distoglie lo sguardo e la voce (di solito dolce, ferma), si incrina leggermente.

    Alla fine della serata, anche in mezzo alla gente, vi siete detti tutto l’essenziale. Ora sai chi hai davanti, ed è bello, pensi, conservare un ricordo esatto. È bello, pensi, rivederla così come la ricordavi. Ma con la testa sei già alla partenza, al terminal dei traghetti, al viaggio che inizia per finirne un altro, per chiudere anche tu il tuo cerchio, un viaggio pieno di felice malinconia, la senti già, quella strana cosa che ti farà scrivere e scrivere e scrivere, la sua voce nelle orecchie e i suoi occhi in testa. E ti farà scrivere dell’anno passato, forse vero, forse inventato, forse entrambe le cose. E quella strana cosa che è la felice malinconia ti farà scrivere, perché solo scrivere ti permette di fissare eventi, mettere punti e, infine, voltare pagina.


    Il traghetto non fa alcuna fatica a procedere controvento, all’alba, in questo mare poco mosso, neppure se carico di gente, di auto, di moto. Quando ti sei imbarcato, hai pensato che forse sarebbe stato meglio non partire, non oggi, non in questo giorno così particolare. Forse, pensi, sarebbe stato meglio partire domani, per rimanere oggi ad attendere un saluto, un segno che sai non sarebbe arrivato. Ma sei partito comunque, da quanto aspetti questo giorno?, e anche se sei solo ci sono due signore a farti compagnia, due vecchiarelle col loro cane, che ora dorme, steso ai tuoi piedi.

    È già passato un anno dal giorno in cui, mentre viaggiavi in autostrada con lei accanto, ti è arrivata quella chiamata. Lui è morto, non c’è più, ti era stato detto. Dopo averlo preso per uno scherzo, anzi, sperando che fosse solo lo scherzo idiota di un pessimo amico, dopo pochi secondi hai realizzato che quell’amico non era poi pessimo, e che aveva chiamato subito te, tu per primo, per avvertirti che era morto.

    Ricordi il brivido che hai sentito lungo la schiena, le braccia, fino alle dita di mani e piedi. Ricordi le lacrime che, andando a 130 chilometri orari, rischiavano di farti fare un incidente. E ricordi lei, accanto a te, gli occhi umidi come i tuoi perché aveva sentito tutto. No, no, diceva, non è possibile. Ricordi la tua mano destra stretta sul pomello del cambio, strettissima, e ricordi il tocco del suo palmo liscio e caldo sulle tue nocche, bianche per la stretta troppo forte, fredde. Ricordi la canzone che usciva dalle casse, Iron sky, una canzone bellissima che non sei più riuscito ad ascoltare se non una volta, per colpa di una brutta cover di un amico di lei, che hai ascoltato per dovere.

    Ricordi la sensazione di non vedere più, la vista sempre più annebbiata, e poi il dolore, il vuoto percepito nonostante il suo abbraccio, il suo calore, la macchina ormai ferma nella corsia di emergenza, lei che ti stringe senza dire una parola, senza neanche lasciarti il tempo di slacciarti la cintura. Ricordi la tua faccia completamente affogata nei suoi capelli, di cui ricordi perfettamente il profumo, il tuo naso incastrato dietro il suo orecchio destro.

    Sì, è già passato un anno ma ricordi ancora perfettamente il profumo del suo balsamo. E ricordi quel senso di vuoto, uguale alla sensazione di cadere che si ha, a volte, quando si sogna. Lo senti anche adesso, a ripensare a quel giorno, ai vuoti che ha lasciato, anche adesso che le due vecchiarelle si lamentano di un errore di battitura in un libro che una sta leggendo, Che vergogna, dice, da Einaudi proprio non me l’aspettavo. Ma l’altra la liquida con un gesto della mano mentre tu, in silenzio, scrivi.

    Le cuffie che hai nelle orecchie non trasmettono alcun suono. Se ci fosse della musica, una qualsiasi canzone di quelle che ascolti ultimamente, probabilmente piangeresti. Così le tieni spente, anche se la gola è comunque secca e fatica a deglutire, non hai fame e non hai sete, e se non piangi è solo perché loro stanno ridendo, e ti guardano, e a nessuno piace piangere davanti agli sconosciuti, neanche quando si tratta di simpatiche vecchiette.

    A una di loro suona il telefono, una piccola allegra scampanellata, una suoneria come tante che a te ricorda quella sera, la sera prima della chiamata in macchina, l’ultima sera, quando le campane non suonarono. Non hai, di solito, una buona memoria, eppure ricordi il momento esatto in cui, sciolto l’abbraccio dopo la telefonata, siete ripartiti per arrivare a casa, e proprio nel cambio dalla quarta alla quinta ricordi di averlo pensato ad alta voce, Ieri, hai detto, le campane non hanno suonato. E anche se voleva dire poco, anche se non credi in quasi niente, in quel momento sapevi che voleva dire tutto. Doveva andare così.

    Ricordi il nuovo brivido, la mano di lei sul tuo collo, leggera, per non distrarti troppo alla guida. Ricordi di non aver detto più niente fino all’arrivo a casa, quando ormai era lei a guidare perché tu non ne eri più in grado, non vedevi, non c’eri. Ricordi soltanto che fece un’ottima manovra, e senza dirvi niente siete saliti in casa. Siete stati abbracciati talmente a lungo che il buio che sentivi dentro e attorno, anche se erano appena passate le due del pomeriggio, pian piano è sceso a coprire tutto. Ricordi quelle ore sospese prima che lei se ne andasse, doveva tornare alla sua vita, e nella sua vita tu non c’eri. Quello appena trascorso era stato solo un fine settimana, una parentesi, una parentesi felice ma con uno squarcio in mezzo. Per questo ricordi così bene quella notte, solo, in quella casa vuota.

    Ricordi che molte cose le hai già dette, le hai già scritte. E qualcuno, pure, le ha già lette. Ricordi di aver pure inventato qualcosa, o forse tutto, una spruzzata d’invenzione laddove il racconto pareva così realistico da sembrare vero, troppo vero. Per questo tuo nonno ti ha chiesto per messaggio se è davvero successo, quello che hai scritto, proprio così, Quando ti ha dato le chiavi, hai presente?, ti ha chiesto, dimmi, è successo realmente??, proprio così, con due puntini esclamativi, la faccina con la bocca spalancata, e tu ricordi di averci provato a dare una risposta sensata, da mesi ormai aspettavi una domanda simile, però quel discorso solenne che ti eri preparato te lo sei scordato, proprio in quel momento, e hai dovuto improvvisare alcune cose, ma non sai se sei stato convincente o meno.

    Vedi, Nonno, gli hai risposto, non è quello il punto, che sia accaduto o no a me poco importa, quello che è importante è che sia accaduto almeno ad una persona, e sono sicuro che ad almeno una persona è accaduto, Credo di aver capito, Se così non fosse, non importa, basta trovare un po’ di piacere nella lettura, tutto qua. Questa è stata la tua risposta. Con qualche balbettio in più, con qualche mmh e un po’ di diciamo nel mezzo, ma quello è il succo. Chissà se ha capito, pensi.

    Ricordi che, appena finita la spiegazione, ti è tornato in mente tutto il discorso che avevi preparato mesi prima, le parole esatte e le virgole lì, non là, nel discorso, e pensandoci forse la risposta migliore era quella che avevi improvvisato, senza troppi sofismi, nascondendoti solo il giusto.

    È colpa di tuo nonno, quindi, se ripensi alle chiavi. Ricordi che è stato solo uno dei giorni più tristi dell’anno, impossibile fare una classifica. È triste l’incontro per la restituzione, per chiudere dei capitoli che, anche a ricordarli poi, non si riapriranno, ma saranno sempre lì. Pensi a quanti ne hai chiusi quest’anno, perché è vero che le storie non iniziano né finiscono, ma accadono, però quando una storia finisce, quando un capitolo si chiude, se come diceva Tabucchi non finisce niente, è solo perché te lo porti dietro, dentro. Secondo me accade qualcosa e ti rimane appiccicato alla schiena, proprio nel punto cieco in cui le tue braccia non arrivano a mettersi, da sole, la crema solare. E non c’è modo di liberarsene, rassegnati. Per fortuna queste storie sono solo dei racconti… pensa se fossero storie di vita vera. Che annata, ti immagini?

    Se pensi che ora sei in viaggio, poi, ricordi l’ultimo viaggio fatto, quello nella città che sognavi da tanto, quella città che hai idealizzato al punto da amarla senza conoscerla, e quando l’hai vista per la prima volta, con lei, non hai potuto far altro che accettarla come quando ad un appuntamento al buio incontri una donna senza averla mai vista davvero, una donna conosciuta via chat. Anche se devi ancora programmare un ritorno, lo sai, sarà sicuramente il prossimo viaggio, l’hai deciso, ma sarà un viaggio doloroso verso una città da sovrascrivere, una città che amerai ancora. E questa volta ti farà anche male.

    Ci vorrà tempo per fare l’abitudine alle nuove persone che ti accompagneranno, nel nuovo viaggio e in quella non nuova città, per abituarti al loro passo, al loro sorriso così diverso. Non ti diranno, loro, di stare attento a dove metti i piedi, Attento, è scivoloso, e sicuramente non vi terrete per mano, insomma, la città sarà sempre lei ma tu non sarai più tu. E allora anche lei, la città, sarà diversa, ma brillerà come al solito, le persone continueranno a sorriderti. Però sarà proprio tutto diverso. Ti aggirerai per la città affiancato da altre lei, e anche se saranno gli stessi posti tutto sarà diverso.

    Probabilmente ti sembrerà un’altra città, finché non prenderai il traghetto per la riva opposta, il traghetto Fernando Pessoa, per trovare dieci, venti minuti di pace, navigando sul fiume con gli occhi chiusi, la tua mano non più sulla sua gamba, ma sul sedile vuoto accanto a te. Andrai in quel quartiere così lontano da tutto e da tutti alla ricerca di silenzio, sulla sponda del fiume, e alla ricerca di cocci sparsi da raccogliere. Forse troverai anche delle belle conchiglie, dei bei sassi da aggiungere alla collezione. Se sei fortunato, troverai qualche frammento di azulejos, perché quello che avevi non ce l’hai più. Poi, pensi, ti siederai in quello stesso posto dove hai iniziato a scrivere di lei, di quel viaggio con lei, di quei viaggi che avresti voluto fare con lei, e invece scriverai tutta un’altra storia, ambientata in qualche altro altrove che ancora non sai, accompagnato o solo proprio non riesci a immaginarlo e, Che bel viaggio, penserai, nonostante tutto.

    Pensando al passato ti ricordi, all’improvviso, del presente. Ti accorgi di essere dove sei, con chi sei, e quello che è stato ormai è stato, le persone con cui sei stato anche loro, ormai, non sono più. Prendi tra le mani questa sabbia fine, argentata, e la lasci scorrere lungo la gamba destra, poco alla volta, come lasci scorrere tutto il resto. Pensi alle tempeste che ti bagnano, e anche se potresti averla letta in qualche Bacio Perugina ti rincuora pensare che anche la peggiori, prima o poi, finiscono. Come quest’annata, un po’ vera, un po’ fittizia, un po’ vissuta e un po’ inventata. Anche quest’anno ti scivolerà addosso, lasciando forse qualche segno sulla pelle, qualche piccolo solco chiaro che non si abbronzerà. Ma quei segni, prima o poi, un giorno, smetteranno di far male.


    Ieri sei tornato in dove hai capito, l’anno scorso, di essere un po’ più solo al mondo, un piccolo promontorio a ridosso del mare. Hai preso la tua birra, le cuffie, e la macchina fotografica. Ti era rimasto un solo scatto nel rullino, ma così hai voluto tu. Ricordi di aver pensato di non volere distrazioni. Fermare solo un’immagine e tenere quella, per sempre, tutta per te, a ricordare il momento. Una sola, speriamo esca qualcosa, hai pensato.

    Ti sei allontanato un po’ dal gruppo perché in certi casi è la cosa migliore, allontanarsi per restare soli con se stessi, restare soli per capirsi meglio. E ieri, seduto su quella roccia di fronte al sole del tramonto, mentre ti sforzavi di non guardarlo per quanto era grande e bello, un po’ come gli occhi di lei, insomma ieri, osservando la linea dell’orizzonte e la striscia luminosa impressa sul mare dagli ultimi raggi del sole, in quel preciso momento, con Iron sky nelle orecchie, ti sei reso conto di essere molto più solo dell’anno scorso.

    Nessuno più a cui poter scrivere “sto tornando, bimba”, “ti aspetto”, nessuno con cui bere un bicchierino di pessimo vino nel retrobottega pieno di tegami e libri, nessuno più ad aspettarti a casa con la cena pronta e le braccia aperte a consolarti per le perdite, a mettere una toppa sui vuoti, nessuno più da inondare di coriandoli per il solo gusto di fare una sorpresa, nessuno, infine, con cui ballare ubriachi alle sagre di paesi in cui nessuno ti conosce.

    Eppure, anche se definitivamente solo, le lacrime che hai versato di fronte a quel sole che continuava imperterrito la sua caduta, erano tutte per chi ti aveva fatto lo scherzo più brutto di tutti. Andarsene senza salutare, senza la possibilità di rivedersi mai più, neanche per sbaglio. Nessuna possibilità. Le altre perdite, pensi, come si diceva durante la guerra?, perdite calcolate?, perdite tollerabili?, ecco, sono perdite tollerabili. Dolorose, tristi, ma tollerabili.

    Così hai ascoltato alcune canzoni che ascoltavi con lei, e poi altre canzoni che erano solo tue e dell’altra, e hai pianto solo perché ti veniva in mente lui. E mentre pensavi a lui, però, è partita una canzone che non ti eri preparato, una canzone che hai scoperto poco prima di partire e che non riesci a smettere di ascoltare perché mette tutti e tutto insieme, in un grande ingorgo che poi scioglie, e senza troppe parole spiega come stai molto meglio di qualsiasi inutile racconto.

    I’ve tried to write
    A million other songs, but
    Somehow I can’t move on, oh, you’re gone

    Takes time, alright
    And I know it’s no one’s fault, but
    Somehow I can’t move on, oh, you’re gone

    Saudade
    Saudade

    Nothing more that I can say
    Says it in a better way

    Così, dopo l’ascolto, dopo le ultime lacrime, quando il sole era ormai scomparso da qualche minuto e rimaneva solo un bagliore rosa nel cielo, hai spento il telefono. Ti sei asciugato la faccia cercando di non dare troppo nell’occhio, ti sei tamponato le guance ormai salate con le maniche della maglietta, hai bevuto l’ultimo sorso di birra e, infine, hai sorriso. Come se quell’ultima lacrima, scesa sulla guancia destra per aver strizzato gli occhi, come se quell’ultima canzone, quell’ultimo sorso di birra fossero, insieme, il punto finale di una storia. Il punto finale prima di voltare pagina, e andare oltre.


    Pensavo davvero di aver messo un punto finale dopo tutte quelle virgole, di aver voltato pagina, però… c’era ancora una finestra socchiusa, quella finestra che sembra sbarrata e invece è la causa del vento, della corrente che attraversa la casa. Si è richiusa proprio ieri, sbattendo, mentre ero solo, in moto, stavolta davvero io. Giusto il tempo di fermarsi per fare benzina, lontano da tutto, lontano da tutti, e solo, infine solo, ma felice.

    Ero felice della camminata, del pranzo sotto agli alberi di castagno a mille metri d’altezza. Ero felice d’aver riso, d’aver mangiato in quella stramba compagnia in cui mai mi sono sentito straniero. Uno come tanti in un grande gruppo di mille persone. Ero felice pure di essermi alzato alle cinque, di aver fatto tre ore di moto per arrivare là. Ed ero felice di doverne fare altre tre prima di tornare dagli amici che mi stavano aspettando. Ero felice, insomma, come si può essere felici nonostante tutti i nonostante. Anche perché pensavo di aver esaurito le virgole necessarie a raccontare un po’ l’anno che è stato e l’anno che mi sono inventato, mischiando realtà e fantasia per staccarlo da me.

    Poi, mi sono fermato a fare benzina, mancavano due ore all’arrivo e iniziava a fare buio. Giusto il tempo di prendere il telefono per controllare l’ora, ma non non mi ricordo che ore erano perché, per colpa di quel messaggio, l’ora non l’ho proprio vista. Il nonno ci ha lasciati. Ecco chiuso davvero l’anno. Ora però mancano delle virgole forse non necessarie, ma utili, almeno per me, per accettare e smaltire il peso di quel vuoto che già c’era e che si allarga ancora, sempre di più, attorno a me.

    Erano anni che aspettavo questo momento. Tutti dicono che non si dice, eppure tutti lo dicono, in casi simili, Meglio così. L’ho pensato subito, dopo aver letto il messaggio. Lo pensavo da mesi, e pure il messaggio, in qualche modo, era atteso. In realtà, lui c’aveva già lasciato da tempo. Era il suo corpo, ostinato e duro come il marmo che ha spaccato per tutta la vita, era il corpo che si ostinava a resistere.

    E nonostante questa notizia, attesa e in parte sperata, il vuoto si allarga, il nero si fa più assoluto, e ci si sente ancora più soli di prima. Dolore stratificato a cui si aggiunge uno strato ulteriore. E quel dolore, quello che non ti fa strappare i capelli ma che ti fa piangere in silenzio, mi ha convinto a prendermi un’ora di riposo, un’ora per fermarmi a bere – che scioglie e distende i nervi, alleggerisce – un’ora per togliere le ragnatele ai ricordi belli in cui lui era comparsa e protagonista. Così mi sono seduto nel primo bar che ho trovato, e mi sono sentito a casa, in qualche modo, perché era un bar di paese, coi nonnini che parlano in dialetto, coi vecchietti che bevono dal mattino alla sera. E in quel bar al centro dell’isola c’ero stato l’anno prima, ma solo in quel momento mi sono accorto che si chiamava Bar Cocco. Ennesime, insensate coincidenze.

    Ho bevuto una birra, con calma, mangiando una seadas ricoperta di miele amaro. L’amaro serviva a calmarmi quando le scene di vita passata gonfiavano gli occhi, e quando non bastava neanche l’amaro del corbezzolo osservavo la cameriera, la pelle dorata e i tatuaggi appena visibili, lunghi capelli raccolti in una coda, e soprattutto un volto morbido che sa di lunghe attese. Forse non significa niente, ma solo questo mi veniva in mente quando la guardavo: una lunga attesa.

    Avrei avuto voglia di ritrovarla a casa, dopo le ore rimanenti di viaggio, là in attesa ad aspettarmi. Me la sono immaginata proprio così, lei che mi aspetta sveglia per consolarmi, e si sa, quando si è soli, c’è poco che possa soddisfare il nostro bisogno di consolazione. Le ci sarebbe sicuramente riuscita.

    Per questo, seduto al bar, ho chiuso gli occhi e mi sono immaginato di sentirla scendere le scale di corsa, una volta entrato in casa. A ripensarci, mi sembra quasi che la scena sia accaduta davvero. Io che entro in casa, lei che corre giù per le scale mentre io le vado incontro, e non fa in tempo a scendere l’ultimo scalino che io sono lì, lei sopra di me ha già le braccia spalancate, e mi stringe il collo mentre io la abbraccio senza stringerla, ancora un gradino sopra di me. Non ho la forza di farne niente, neanche di stringerla nel nostro primo abbraccio. E non mi oppongo neanche quando decide che è l’ora di sciogliere la stretta, anche se vorrei rimanere così per sempre, perché decide di prendermi la testa fra le mani, di chiudere gli occhi come se volesse baciarmi, e poi baciarmi, sulla guancia.

    Forse è per questo finale che il sogno sembra vero. La guardo di soppiatto mentre penso a questo sogno. Poi mi accorgo che si sta facendo sempre più tardi, pago e riparto salutando la cameriera e i nonnini con la mano, sfilandogli davanti con la moto. Sono sicuro che non la rivedrò mai più, neanche lei.


  • Pizza in spiaggia

    Pizza in spiaggia

    Sei puntuale come sempre, come ogni giorno che non piove. Arrivi, e non cambia molto che io sia sdraiato a sonnecchiare o seduto a fissare le onde, le goccioline portate a riva dal vento, perché tu arrivi, sempre. A volte ti vedo da lontano, appena inizi a scendere le scalette che portano a questa spiaggia, e faccio finta di niente continuando a fare, o non fare, quello che stavo facendo o non facendo, tanto prima o poi arrivi anche da me, imperterrita, coi tuoi vestiti sempre svolazzanti, anche senza vento, vieni da me anche quando sono davvero addormentato.

    Ma quando sono sveglio, e ti vedo arrivare, guardo i tuoi vestitini corti, che non sono volgari, guardo le tue mani che tengono i volantini, sì, quelli della pizzeria qui dietro, e li tieni con due mani perché c’è sempre vento, da noi, chissà se hai iniziato a farci l’abitudine. E con quei volantini vai da tutti, non solo da me, pieghi leggermente il busto in avanti verso le persone sedute o sdraiate, e sorridendo, porgendo loro uno dei volantini, dici solo “pizza in spiaggiaaa” con quella tua cantilena slava e dolce, con l’accento sulla ultima “a”, che detta da te diventa lunghissima.

    Non ho mai ordinato una pizza del tuo volantino, ma mai ne ho rifiutato uno. Vengo in spiaggia sul tardi, verso le sei, quando la maggior parte delle persone ormai se ne sono andate e la spiaggia è per metà in ombra. Faccio un bagno con calma, nuotando poco, galleggiando per lo più a peso morto. Mi lascio scuotere dalle onde che mi fanno sobbalzare, a volte con forza, a volte dolcemente, su e giù, un po’ mi inclinano a destra, un po’ a sinistra, e come barca ancorata poco lontano dalla spiaggia prendo la direzione della corrente.

    Poi torno a riva per godermi gli ultimi minuti di sole, un po’ mi asciugo, un po’ no, ma non m’importa perché è estate, fa caldo, e quello che conta è essere lì, al mare, sempre nella stessa spiaggia, con gli stessi scogli che la incorniciano, quegli scogli che sembrano addirittura proteggerla e invece creano dei flussi di corrente fortissimi, che la erodono e la mangiano pian piano, e se per caso ci sei tu, in acqua, nel momento sbagliato, ecco che in un attimo, puff, sei a cento metro dalla battigia, senza alcuna speranza di riuscire a tornare.

    Ma questo, diciamolo, non è un problema che ti riguardi poi tanto. Certo, se i bagnanti se li porta via il mare, non potrai dare i tuoi volantini. Comunque sia, almeno, i volantini sono sempre salvi, con o senza il mare mosso, perché te all’acqua non ti ci avvicini neanche.

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    Scendi le scalette che portano dalla strada alla spiaggia, i volantini sempre al petto, tenuti stretti da entrambe le mani come cosa preziosa, poi inizi a distribuirli col solito sorriso, con quel tuo lieve inchino, “pizze in spiaggiaaa”. E così come sei arrivata, col tuo vestito corto e svolazzante, oggi nero ma ieri magari grigio chiaro, e domani, chissa?, sempre col sopra del costume che sporge sulle spalle, essendo legato dietro al collo, insomma come sei arrivata te ne vai, e sembra che il mare per te neanche esista.

    Eppure quel costume che sporge, mi dico io, vorrà dire qualcosa. Dove ti tuffi, di solito?, mi chiedo. E nella spiaggia che frequenti, c’è mica un ragazzo che porta volantini di una pizzeria? Perché se così fosse, se venissi a scoprire che frequenti quella spiaggia solo per vedere lui, solo per attendere quel volantino da cui mai ordinerai una pizza, beh, sarebbe un bell’equivoco. Io, qui, ad aspettare te che tardi perché sei là, ad aspettare lui.

    E forse neanche mi vedi, mentre scendi le scalette, mentre ti avvicini a me, dopo tutti gli altri, piegandoti leggermente in avanti, un braccio teso verso il basso col solito volantino in mano. Mi guardi, mi sorridi dicendo “pizza in spiaggiaaa”, ma non mi vedi. È questo il bello; io vengo qui tutti i giorni ad aspettarti, seduto o sdraiato su questi ciottoli scomodi, ma sempre leggermente rivolto alla scaletta, per lanciarci un’occhiata di tanto in tanto, e sperare di incrociare il tuo sguardo, sperare di essere visto. Nient’altro.

    Infatti, così devono rimanere le cose. Io che ti ringrazio per il volantino, tu che passi al bagnante successivo, senza rivolgerci altre parole, senza sapere nulla dell’altro. E per quanto andrà avanti?, mi chiedo.

    Un giorno, prima o poi, tu smetterai di venire in questa spiaggia. Allora io aspetterò che qualcun altro scenda da quelle scalette, o addirittura da altre. Eppure, non mi scorderò di te, ci pensi?, di te che neanche conosco, di te che in realtà non voglio conoscere. Mi basta vederti scendere quelle scalette, vederti chinare leggermente a porgermi il volantino che non ho mai osservato davvero, e poi vederti andar via, mi basta così poco per essere contento.

    Così, quando arriverà il giorno in cui non ti vedrò, non mi strapperò i capelli, non farò scenate disperate, semplicemente capirò che quel giorno che sapevo sarebbe arrivato, è arrivato. Ed è il giorno in cui tutto cambia, anche se alla fine rimane com’è, perché ogni storia ha un momento in cui un colpo di scena, un rivolgimento cambia tutto, i protagonisti, le inquadrature, i colori. Ma rimarrà da qualche parte il ricordo di quelle attese, seduto o sdraiato, in quella spiaggia di sassi, un po’ rivolto verso la scaletta, aspettando che arrivi l’ennesima sconosciuta, aspettando che se ne vada per l’ultima volta.

    Poi, una sera tra molti anni, mentre sarò seduto ai tavolini esterni di un bar, ti vedrò passare, ormai anziana, come me, e passerai con uno dei tuoi vestitini svolazzanti, questa volta un po’ più lungo di quelli che ero solito vedere, le braccia stese lungo i fianchi, le mani libere. Ti guarderò passare a pochi metri da me e ancora una volta, tu non mi vedrai. Non avrò mai la certezza di aver visto proprio te, è vero, ma basterà una donna simile a come io ti immagino per risvegliare il ricordo di ciò che non siamo stati mai.

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  • Di libri sottratti e macerie da raccogliere

    Di libri sottratti e macerie da raccogliere

    È arrivato il momento di raccogliere le macerie, ammucchiare i pezzi in un angolo e metterli, piano piano, uno alla volta, dentro al sacchetto della spazzatura. Non si può usare la paletta, in certi casi, né nessuno può aiutarti. Sei in quel momento della vita in cui devi pulire, tu, da solo, a mani nude, fare manutenzione, trovare l’equilibrio. Come in una partita di tennis, o di qualsiasi altro sport, quando stai vincendo e puoi decidere se osare, tentando di allungare il vantaggio ma rischiando di sbagliare, oppure mantenere, buttarla di là senza strafare, tenendo alta la qualità dello scambio ma con moderazione, senza eccessi.

    A dire il vero la realtà è un po’ diversa, perché invece di star vincendo hai già perso tutto, e stai semplicemente tenendo alto il livello, tu, che ormai hai perso, e lo fai per non dargliela vinta, per fargli vedere che giochi, sei vivo, oggi perdi e domani gli morderai il collo all’avversario, alla vita. E forse non morderai il collo di quella ragazza, quella che non vedi più e a cui piaceva tanto, ma ne arriveranno altre a cui piacerà lo stesso. Non perdere la dignità, ti sei ripetuto prima di incontrarla per l’ultima volta, e quando ti ha ridato le chiavi, Eccole, come stai?, chiese, Bene, tu?, Bene. Poche parole di cortesia, fredde, sguardi bassi che stentavano a incrociarsi, una stretta al petto, il tuo, del suo non sai più niente, e poi, Se questo è quanto, disse, Ciao, e tu subito a ripeterlo, Ciao, neanche un addio, anche se lo era. E se n’è andata.

    Tutto è in frantumi, mia Cara, i frammenti sono volati da una parte all’altra e mi è impossibile raccoglierli se non in questo circolo forzato in cui continuo a girare fino alla nausea e all’idiozia, finchè esso non si aprirà in un punto ignoto. Che però non sarà quello di un’altra vita, ma di questa. Perchè non è dall’altra parte che ti sto parlando ma da questa, anche se essa appartiene insospettabilmente ad un’orbita diversa dalla tua.

    Poi ti sei incamminato anche tu, iniziando da subito a raccogliere a mano nuda i pezzi sparsi, i frammenti di castello costruiti in due, insieme, ma distrutto da lei. E ora, dopo mesi, non hai ancora finito di raccogliere i pezzi, perché li puoi raccogliere soltanto tu, da solo. E mentre ti pieghi per prenderli ogni giorno, ogni mattina appena sveglio, ad ogni pranzo osservando le sedie vuote, ogni sera guardando il letto sfatto solo per metà, mentre ti pieghi a prendere quel frammento di cui ti sei accorto il giorno o la sera prima, pensando al domani, Domani tocca a te, caro mio, ecco che chinandoti ti accorgi di qualche coccio rotto sotto a quello appena recuperato, frammenti che non avevi visto in precedenza.

    E così ogni mattina, ogni giorno, ogni sera, ogni volta che ti abbassi a raccogliere un pezzetto di castello per metterlo via, ne appare un altro, grosso o piccolo che sia, e sta andando avanti da così tanti mesi che finisci per pensare di star sbagliando qualcosa. Più pulisco più è sporco, pensi, e pensi che non renda l’idea visto che non c’è niente da pulire, c’è solo da liberare la strada dal castello imploso, perché prima di prenderne altre, anche opposte, bisogna comunque liberare quella, prima, non vale rigirarsi, far finta di nulla, non si lasciano le cose a metà, perché quando ci provi finisce sempre che altre frane, altri crolli invadano quella stessa strada che hai trascurato. Allora il dolore è doppio, la fatica anche, e tu, ancora, solo.

    Ci pensi mentre guidi la moto, il corpo che si inclina leggermente a destra e poi subito a sinistra per seguire la doppia curva della strada di montagna, una strada che è una, unica, o vai avanti e sali o torni indietro e scendi, non ci sono biforcazioni, bivi, solo quella strada, la stessa, una strada in cui sembra di non potercisi perdere ma smarrirsi, quello sì, è semplicissimo. E se dovesse esserci una frana, un castello imploso lungo la via, puoi tentare forse di tornare indietro, oppure ripulire tutto. Ma sai che non hai scelta.

    Speri di non trovare una frana oltre alla prossima curva, oltre alla nebbia che la oscura in parte, la velocità è elevata e rischieresti di finirci contro, cadere e nel migliore dei casi farti molto male. Per questo decidi di rallentare, scali marcia, e cerchi di goderti quello che vedi attorno, adesso che vai più piano è tutto più nitido, tutto più chiaro, anche se i pensieri, a quella velocità, sono più presenti, pensati a voce più alta, ma mantieni l’andatura, senza strafare, solo tu e la moto, quella che sogni da quando hai letto quel libro che non hai più.

    Qualcuno direbbe che ti è stato rubato, sottratto, e in realtà lo dici anche te, ma più che furto è un prestito volutamente non restituito. Che è un furto, in pratica, a pensarci bene, e di quelli peggiori, quei furti che non puoi denunciare perché sai chi è il colpevole, avresti anche le prove, ma semplicemente non ci puoi far niente perché per loro, per lei, è soltanto un libro, mentre per te, e per pochi altri, quello è Quel libro. E poi, comunque sia, i libri si ridanno ai proprietari, in mano o per posta, il modo lo si trova sempre per evitare di lasciare certe cose in sospeso, tu lo sai bene visto che devi spedirne ancora uno, per chiudere una faccenda, ma questa è un’altra storia.

    Pensando al furto, o quel che è, prendi una curva troppo stretta, la chiudi in anticipo e ti accorgi, imprecando, di occupare totalmente la corsia opposta. Per fortuna non sta arrivando nessuno, pensi, però è pericoloso, dico io, stavolta è andata bene ma se dovessi trovarti di fronte, che so, un camion carico di scaglie di marmo bianco di Carrara, o un camper pieno di giovani tedeschi in gita sui monti, beh, puff, fine di tutto, davvero.

    Ecco risolto in un attimo il problema del furto, pensi. E invece no, non ci sono camion, nessun camper, e hai tutto il tempo di rimetterti nella corsia giusta, alzare la visiera del casco per prendere un po’ d’aria fresca in viso, e pensare alla cazzata che hai appena fatto, Per uno stupido libro, pensi. Ma era Quel libro, ancora, e come quello anche altri sono spariti, sottratti?, rubati?, non lo sai. Sai che gliene hai prestati un po’, una piletta scelta di libri più o meno importanti, e quando hai sentito sbattere una porta anche se eri altrove, quando hai capito che se n’era andata, sei andato a raccogliere i primi resti.

    Hai trovato la stanza vuota, svuotata, solo piccole macerie come il materasso in vista, senza lenzuola, un biglietto che le avevi scritto tempo prima, la piletta di libri vistosamente più piccola di quella che avevi lasciato. Hai cominciato col raccogliere i libri rimasti, per metterli al loro posto nella tua libreria, e osservando rapidamente le copertine c’hai messo poco a capire che i libri rimasti non erano Quei libri, ma libri secondari, non così importanti per te, né per voi. E finito il lavoro hai osservato la tua libreria, il tuo ordine che capisci solo tu, e hai visto gli spazi che chiunque potrebbe vedere, i vuoti risultanti da un furto.

    Pensando a quei vuoti potresti rischiare, di nuovo, di sbagliare una curva, invadere la corsia opposta in un momento meno fortunato, così pensi ai libri che invece ti sono rimasti, a quelli che per qualche motivo rileggi una volta all’anno, come minimo, a quelli che lei si è portata via senza però portarsi via quello che a te hanno lasciato, dentro, quei libri, ai sogni che ti hanno fatto fare le notti in cui sei riuscito a dormire. Pensi ai sogni, sì, a quei sogni che ti hanno riempito le giornate, hanno eretto e addobbato castelli, sogni a cui non vuoi rinunciare perché, ogni tanto, riempiono anche i vistosi vuoti di uno scaffale.

    A volte una soluzione sembra plausibile solo in questo modo: sognando. Forse perché la ragione è pavida, non riesce a riempire i vuoti fra le cose, a stabilire la completezza, che è una forma di semplicità, preferisce una complicazione piena di buchi, e allora la volontà affida la soluzione al sogno

    E anche se non si può vivere da una parte e dall’altra, nel sogno e nella realtà, al primo bisogna cedere, ogni tanto, affinché il resto fili liscio, acquisti valore, magari senza farsi trasportare troppo dalle immagini mentre si è alla guida. E potresti dire di essere quasi contento di raccogliere quelle macerie, anzi, di tutte quelle raccolte in tutta la vita, perché ci sono detriti quando si è in grado di sognare qualcosa. E la vita, senza il sogno, è soltanto una triste, vuota passeggiata. Ma a te piace la moto.

  • Il treno sta per partire, e poi puff

    Il treno sta per partire, e poi puff

    Sei arrivato in stazione troppo presto. Prima, sei passato a spedire alcuni libri, hai consegnato il tuo primo rullino, hai mangiato un ghiacciolo nel punto panoramico che ti piace tanto e poi, con tutta calma, sei andato in stazione. Ma il treno parte tra un’ora, e non ti rimane che sederti al bar, in mezzo a tutti questi turisti stranieri, arrossati da un sole a cui non sono abituati, il sole di casa tua, turisti così riconoscibili per i loro cappelli di paglia e i cappellini bianchi, per i trolley giganteschi.

    Leggi qualche pagina del libro che ti sei portato dietro, ma non ci capisci niente. Sei costretto a rileggere le stesse righe più e più volte prima di ritrovare il filo, la testa è altrove e non puoi farci niente. A volte devi lasciarla fare, non puoi combatterli certi pensieri. Per questo chiudi il libro e lasci che la tua mente faccia quello che si sente di fare. Adesso sta assemblando immagini di tutti quei viaggi che non avete fatto, tutti quei viaggi che non farete mai. I saggi, o i citrulli, dicono di concentrarsi su ciò che si ha, su quel poco che si è potuto fare. E te, per carità, ne sei grato, ma non riesci proprio a non pensare a quel viaggio sui monti che non farete mai.

    Era anche stato programmato. Ma si sa, le cose cambiano, i fatti della vita obbligano a spostare i programmi continuamente, e in quella casina non ci andrete più. Non insieme. Ti chiedi se sarebbe cambiato qualcosa, se ci foste andati. Sai anche che due più due fa sempre quattro in qualsiasi parte del mondo, indipendentemente da chi fa la somma, da dove la si fa. Però la vita non è questione di somme e sottrazioni, e non c’è matematica in quella strana cosa che si chiama amore, e che non sai cos’è ma sai cosa non è. Evidentemente, stavolta, non era. Quindi è inutile fasciarti la testa, ormai è andata. E non torna.

    Le immagini di quel viaggio che non farete mai, però, continuano ad attraversarti la mente, e un po’ ricalcano scene davvero vissute, con lei, con altre persone, e un po’ sono inedite, scene solo sognate. Ma quello che conta è che sia suo il viso che ti sorride dalla porta di quella casina che non vedrà mai, al tuo ritorno dalla passeggiata che farai, prima o poi, ma senza nessuno ad aspettarti sulla porta. Suo il corpo chinato a pulire quelle scale così strette e strane, mentre te spazzi il pavimento, e le china su quelle scale che non dovrai mai spiegarle come fare. Non dovrai dirle di partire col piede destro, per ritrovarsi poi in maniera naturale ad appoggiare il piede giusto sulla sporgenza corrispondente. Che strane scale, le scale di una volta.

    Alcune sono scene vissute con altre persone, qualcuno ancora presente, qualcun altro ormai un fantasma che non senti più, ed è strano che questo garbuglio di realtà e fantasia, questo ingorgo della mente in cui le immagini scorrono lisce mentre tu, seduto tra i turisti ignari di tutto coi loro cappellini e i loro enormi bagagli, mentre tu, dicevo, qui e ora, senti un nodo alla gola per qualcosa che non hai neanche veramente vissuto.

    È strano, eri abituato alla nostalgia del presente felice, dell’attimo appena vissuto, la saudade, la chiamano, ma questa cosa è diversa, e un po’ è rimpianto e un po’ no, qualcosa che poteva accadere come no, e non dipendeva solo da te.

    Mancano ancora quaranta minuti all’arrivo del tuo treno, e inizi a stancarti di questi sogni ad occhi aperti, di questo film malinconico. Ti guardi intorno e cerchi di capire chi sia questa ragazza seduta nel tavolino accanto al tuo, o quella signora vestita di un leggero e lungo abito bianco, seduta accanto all’ingresso del bar. Niente di più di un gioco che fai da sempre, da solo, e lo facevi pure con lei, ogni tanto, nell’attesa dei pochi aerei presi insieme, nelle sale d’aspetto delle stazioni. Da quando hai iniziato a farlo con lei, questo gioco, hai compreso che certi giochi sono più divertenti in due.

    Certi giochi sono più divertenti in due, sussurri, lo sguardo perso a fissare un punto davanti a te, senza vederlo realmente. Poi ti accorgi che la ragazza del tavolo a fianco ti sta fissando, e non puoi far altro che sorriderle come se nulla fosse, come se non stessi realmente parlando da solo pensando ai giochi e ai viaggi che non farai. Lei ricambia il sorriso, e forse non crede che tu sia pazzo.

    Ora che la osservi meglio noti che non c’è nessuno con lei. Sta bevendo un cappuccino, mentre guarda il telefono sul tavolo. Ha un cappello di paglia appoggiato alla valigia, una borsa morbida non così grande. Viaggia da sola. Vorresti pensare a tutti i possibili perché, a cosa potrebbe esserci dietro, ma sai che ti verrebbero in mente solo trame tristi e malinconiche. E il bello è che non conta il momento che stai attraversando, non cambia essere felice o meno, le trame che immagini sono così, tristi e malinconiche.

    È troppo presto per andare al binario ancora vuoto, così prendi le cuffiette e cerchi di distrarti con quelle, con la musica, anche se sono poche le canzoni che non parlano d’amore… Questi maledetti cantanti, pensi. In effetti parlano solo di una lei, o di un lui, spesso amanti perduti, e a volte cantano al tu come le canzoni che canticchi ultimamente sotto la doccia, canzonette che tra qualche tempo ti scorderai ma che fanno bene all’umore, quando sai che puoi dedicarle mentalmente a qualcuno.

    Baby, baby, you’re my sun and moon

    Girl, you’re everything between

    A lot of pretty faces could waste my time

    But you’re my dream girl

    Canzonette, già. Canzonette che ora ti fanno pensare a tutti quei piccoli vuoti che non si possono colmare, Forse sono gli stessi vuoti che sta affrontando quella ragazza, pensi. O forse è una di quelle persone che preferisce giocare da sola, preferisce il solitario alla briscola. Ne esistono. Un po’ le invidi, un po’ vorresti urlare loro “Oh, sveglia, non sapete cosa vi state perdendo”, perché è sempre più bello, in due. Qualsiasi gioco sia. Anche il gioco del silenzio.

    Lo sapevi già, ma ora che sei costretto a giocare da solo lo comprendi meglio. Eppure mancano ancora venti minuti all’arrivo del treno e continui a vedere lei in quella casina. Che strani scherzi che fa la mente, pensi. Forse queste scene le hai già immaginate, prima che il viaggio fosse annullato, prima di prenotare questo treno per andarla a salutare, probabilmente per l’ultima volta. Per questo ritornano, e così nitide. I soliti castelli in aria. Sei un maestro, nel crearli. Poi, se a costruirli non sei solo, se mentre immagini ti aiutano anche a farlo, diventano così elaborati, così vividi da riuscire a immaginare nei dettagli viaggi mai fatti, luoghi mai visitati. Per ore.

    Dopo l’attesa del treno, piena di queste immagini che mai saranno, ci sarà l’attesa del viaggio, un viaggio che ti sembrerà non finire mai, e quando il treno sarà arrivato al capolinea, invece, ti sembrerà arrivato troppo presto, ti sarai scordato le cose che volevi dirle, e forse perderai tempo prima di arrivare da lei, suonare al suo campanello e aspettare la sua voce, Sì?, per risponderle, per l’ultima volta, Io, e perderai tempo prima di salire perché lo sai, non vuoi salutarla, davvero. Ma rimandare gli ultimi saluti è sempre un male, e salutare il male minore.

    Vorresti riavvolgere il nastro, ricominciare, goderti di nuovo i primi momenti felici, e controllare andando a ritroso il punto di rottura, il momento in cui qualcosa è cambiato, quando senza apparente motivo i due binari paralleli hanno iniziato ad allontanarsi. Non sai cosa, né perché, sai solo che da un momento in poi quella tensione che si sente, si tocca quando due persone che si pensano, si vogliono, si desiderano, quando due persone così si guardano negli occhi. Non ci fosse mai stata, questa tensione, pensi, ma c’era…

    Sai che probabilmente non cambierebbe niente. Certe cose o sono, o non sono. E per quanto faccia male non sapere il perché, non sapere se forse, invece di questo, tu avessi fatto quello, magari… Ma no, per quanto faccia male non avere risposte bisogna accettare che, in questa vita, non c’è sempre una risposta.

    Per questo non sei così disperato. Un po’ triste per averci creduto, in certi castelli, un po’ malinconico per il nuovo vuoto da colmare, ma niente di più. Triste e malinconico come le trame che ti vengono in mente, come la storia dietro a questa ragazza del tavolo accanto al tuo che ora, alzandosi, ti sorride e se ne va a prendere il suo treno, per chissà dove, mentre per il tuo, di treno, dovrai aspettare ancora dieci minuti.

    Però sai che il tuo, almeno, ti porterà da lei, anche se solo per l’ultima volta. E poi puff. Ma sei contento di rivederla, nonostante tutto. E dopo questo treno, dopo di lei, il viaggio continua. Non sai niente di cosa sarà dopo, ma qualcosa sarà.

    Perché è questo il bello della vita, non sai mai cosa farai domani, le persone che incontrerai, i luoghi che potrai visitare. E altre volte questo non sapere cosa farai domani, chi incontrerai, né sapere che luoghi visiterai, a volte è questo il brutto della vita. Ti alzi dal letto, è un giorno nuovo e non sai più niente.

    Il treno adesso sta per partire, e mentre sali pensi al ritorno, pensi a quando andrai a dormire e non riuscirai ad addormentarti fino a tardi. E pensi alla mattina dopo, quando ti alzerai dal letto, sarà un giorno nuovo e non saprai niente. Si ricomincia, ti dirai, sorridendo sornione. E adesso pensi che forse è l’ora di smetterla di scrivere cose tristi e malinconiche, per questo, mentre il treno parte, inizi a riflettere a un finale diverso per questa strana storia. Lasci stare il viaggio che non farai mai, con lei, e inizi a pensare a quelli che farai, alle persone che incrocerai lungo la strada, ai viaggi che farai verso luoghi che ancora non conosci, con persone che devi ancora incontrare. Libero.

    Hard times come, hard times go, è proprio vero.

  • Lisbona, andata e (prima o poi) ritorno

    Lisbona, andata e (prima o poi) ritorno

    Attenzione, questo composito racconto su Lisbona è lunghetto. Per scaricarlo in pdf, clicca qui.

    Lì, su un aereo per Lisbona

    Eri già seduto comodo, la cintura allacciata, lei al tuo fianco, quando si sono accesi i motori. Hai immaginato la traiettoria dell’aereo prossimo alla partenza, ma invece di vedere le solite linee curve, le solite parabole da infografiche di telegiornale, hai immaginato un trapezio: una retta obliqua per il decollo, una parallela al terreno per il volo vero e proprio, un’altra linea obliqua per la discesa e l’atterraggio. E quei due punti, la partenza e l’arrivo, collegati tra loro da una linea retta, la più lunga di tutte, la base maggiore del tuo trapezio. Sai di non poter scegliere esempio peggiore per parlare di trapezi visto che, a pensarci bene, gli aerei non viaggiano su binari, e le traiettorie sono davvero curve. Pure la terra, piatta non è, e come può esserlo allora una linea che unisce due punti sulla terra?, ecco, non può. Però nella tua testa le immagini di trapezi sono un po’ ovunque dopo che lei te l’ha buttata lì, quell’idea, Scrivi qualcosa sui trapezi, ti ha detto, Ma come, non è meglio fare qualcosa, non so, sulle figure geometriche in generale?, No, no, ormai sui trapezi, Ma se aggiungessimo almeno un’altra figura, non so, i triangoli, ecco, ho già qualcosa in mente da raccontare sui triangoli, e poi riguarda Genova, E allora no, se è così proprio no, sui trapezi, solo i trapezi. Per questo vedi trapezi ovunque, trapezi che non vedi, a cose normali, e ti senti pazzo ma anche adesso che l’aereo è decollato e lei sorride ne vedi uno, perché noti che il suo labbro superiore è una linea, una base maggiore, e le fossette che si accentuano quando ride sono due linee oblique, e il mento, infine, è la base minore del trapezio del suo volto. Forse la stai fissando, a forza di seguire il tracciato di quelle linee così da vicino, per questo, appena ci pensi, distogli lo sguardo e ti giri per osservare la signora seduta alla tua destra, tutta intenta a fare foto dal piccolo finestrino dell’aereo. Siete già sopra le nuvole, e il panorama toglie il fiato come può toglierlo soltanto da grandi altezze, eppure noti che la sua faccia è quasi schifata, e nonostante lei continui a fare foto a una vista così speciale, la faccia rimane sempre quella, corrucciata in una perenne smorfia di fastidio e schifo insieme. Non sai il perché, ma pensi che la vita deve essere stata proprio crudele se, di fronte a tutto il bello che vedi, la tua faccia è sempre così, deformata, triste. Speri di fare in tempo a farla notare a lei, quella faccia, prima che scompaia, così interrompi i piccoli movimenti circolari che fai col pollice sulla sua gamba destra, e senza voltarti verso di lei le dai una piccola gomitata, come quando i bambini vedono qualcosa di strambo e tentano in tutti i modi di farlo notare agli amichetti, ma senza dare nell’occhio (non riuscendoci mai, tra l’altro), ma tu ormai un po’ di esperienza ce l’hai, e spostando leggermente il braccio le dai una piccola gomitata, senza voltarti, tenendo lo sguardo di fronte a te, fisso, e non fai in tempo ad ammiccare verso la signora che lei, non la signora, si avvicina alla tua guancia per darti un bacio, ma è solo una scusa per sussurrarti qualcosa all’orecchio, L’ho vista, l’ho vista, sarebbe un bel soggetto per una foto, o per un racconto, La foto, rispondi girandoti piano verso di lei, non riesco a fargliela, ma sul racconto possiamo lavorarci, e sarebbe bello lavorarci insieme, Ma non si può, Forse no, non saprei, ho sempre scritto nella mia stanzetta, da solo, però…, Però?, Potrei dare un’idea di partenza, e potremmo svilupparla insieme, Va bene, possiamo provare, Bene, fammici pensare un po’.

    Dopo averle detto questo, lei era tornata seduta composta a guardare il sedile di fronte a sé, ma aveva infilato il braccio sottile sotto al tuo, nello spazio lasciato tra il tuo braccio e il bracciolo, e aveva cominciato a leggere un tuo racconto che, gliel’avevi promesso, avrebbe letto soltanto in aereo, una volta partiti. Quel racconto doveva parlare di trapezi, per forza, e di signore con la faccia corrucciata, e per un po’ c’eri eri riuscito, ma solo per qualche pagina, perché alla fine parlava di tutt’altro, come sempre, perché sei molto bravo ad andare fuori tema, e anche quando non vuoi finisci sempre per parlare di te; di te e di chi ti sta attorno; di te e di chi non ti sta attorno più.

    Ti sei accorto che aveva finito di leggere quando ha ripiegato i fogli in due, ha stretto il suo corpo al tuo braccio, appoggiato sul bracciolo, e ha chinato la testa sulla tua spalla. Il suo silenzio non ti stupisce. Lei parla poco, e mai d’impeto. Si prende il tempo per ragionare, riflettere, e non per evitare di dire la parola sbagliata, ma per scegliere la parola giusta, che è diverso, e anche dopo aver letto qualcosa di tuo, qualcosa che parla di lei, si prende ore, giorni o settimane per pensarci, e solo quando è pronta, quando ha capito davvero cosa pensa, e cosa vuol dire, solo allora te ne parla. Farà così anche adesso che ha appena finito di leggere, lei chiude gli occhi e non sai quando parlerà di ciò che hai scritto, ma ti basta sapere che un giorno, prima o poi, quando avrà elaborato, ti dirà tutto, nel bene e nel male, e allora sei contento così, contento che legga, almeno lei, e che ti dica tutto quello che pensa, libera, magari passandoti la mano tra i capelli lasciati crescere apposta per sentire quella mano passarci attraverso, come solo lei ha mai fatto con te. Adesso ha di nuovo appoggiato la testa alla tua spalla, e sai che anche se non ti dirà niente, del racconto appena letto, è contenta che tu l’abbia scritto, e questo un po’ aumenta l’eccitazione di essere in viaggio, di nuovo verso la sua città del cuore, che per te è solo la città del sogno, devi ammetterlo. Forse sarà turbata, qualche volta, dalla tua presenza, sicuramente diversa da quella abituale di quella città, ma speri che un giorno, prima o poi, ci farà l’abitudine a quella tua mole, ai tuoi modi, al tuo volerla tenere per mano semplicemente per il piacere di sentirla lì, vicina, giocherellando ciascuno col pollice sul pollice dell’altro, e forse farà l’abitudine a tutto, anche al vederti lì, in quella città che è la sua, a tutti gli effetti sua. Sbirci con la coda dell’occhio il suo viso e noti che tiene gli occhi aperti, leggermente rivolti verso il finestrino che la signora corrucciata ha smesso di fotografare. Noti che la faccia della signora non è cambiata, la smorfia rimane, forse meno accentuata perché la concentrazione del fotografare è venuta meno, ma c’è, e se potessi parlarne liberamente con lei, quella che è poggiata a te, se ne potessi discutere senza farti sentire dall’altra, dalla signora corrucciata, sicuramente provereste a indovinare le ragioni dietro a quella faccia, facendo congetture a partire dai suoi abiti, dai suoi gioielli, e per arrivare a una spiegazione ragionevole ci potreste mettere anche alcune ore, ma prima o poi, sicuramente, raggiungereste una tesi forte, indimostrabile ma difficilmente attaccabile, che vedrebbe la signora corrucciata come la vedova di qualche uomo d’affari, o comunque zitella, chi può dirlo?, non riuscite a parlarne adesso, ma è questo da cui può partire un racconto, l’accrocchio di congetture che danno vita, a un certo punto, a una storia.

    Stai ancora pensando a come fare a scrivere una storia a quattro mani quando lei si stacca da te, ti passa la mano sinistra tra i capelli, ti da un bacio sulla guancia e poi inizia a parlarti nell’orecchio, a voce bassissima, per non farsi sentire, Ho qualche idea sulla signora corrucciata, facciamo che io ti dico tutto e poi tu scrivi, a modo tuo, che tanto io non saprei da dove iniziare, va bene?, Sì, certo che va bene, Perfetto, allora iniziamo, secondo me è una donna sposata, anche se quella faccia potrebbe far pensare al contrario, ma così è, senza fronzoli, e sta andando a Barcellona a vedere la bouqueria, e ha quella faccia mentre fotografa perché non sa alzare la luminosità del telefono, ma visto che le rimane anche quando smette di fotografare forse, ma su questo non sono sicura, forse è una donna piena di malinconia. Sentito il suo discorso, percepisci le sue labbra che ti baciano ancora la guancia, e la senti appoggiarsi di nuovo alla tua spalla. Ci pensi su, e per quanto sia assurdo sai che potrebbe avere ragione. Potrebbe essere una donna italiana di mezza età, sposata con un marito assente e anaffettivo come tanti, niente di speciale, donna che a un certo punto decide di farsi dei viaggi per tornare, un po’, a vivere quella vita non vissuta. Così prende treni, autobus e aerei per andare altrove, L’importante è andare, dici sempre tu, anche se lei non può saperlo, e lei va per tentare di ritrovarsi. Infatti adesso è su un aereo per Lisbona, perché nella furia di prendere un biglietto ha pure sbagliato destinazione. Allora, forse, è anche per questo che la faccia rimane corrucciata, anche dopo aver smesso di scattare le foto, dopo aver messo via il telefono, avrà letto Lisbona da qualche parte, finalmente si sarà accorta dell’errore, la faccia corrucciata è per questo, per l’errore, l’avrà letto sullo schermo incastrato nel sedile di fronte a sé, oppure l’avrà sentito nelle tue parole, quando appena prima di decollare hai guardato lei, quella che riposa appoggiata alla tua spalla, e per avere una conferma le hai fatto una domanda semplice, Stiamo andando a Lisbona?, ecco, deve averlo sentito già lì, non ti ricordi quella faccia mentre ti sedevi, salutandola, né quando le hai sfiorato per sbaglio la gamba per sistemare meglio lo zaino sotto al sedile di fronte a te, forse è colpa tua se ha quella faccia, Stiamo andando a Lisbona, davvero?, hai dovuto ripetere perché lei, quella in viaggio con te, sorride, ti guarda senza risponderti, e un po’ ti prende in giro, Boh, chissà. E te lo dice ridendo, poi, perché tu quasi non ci credevi che fosse possibile così, così presto, con lei, a Lisbona. Ci sei già passato in una fase simile, ma solo una volta. Conosci qualcuno e stai bene, ma talmente bene che sogni, viaggi con la mente, tenti di immaginare tutte le cose che potreste fare insieme, e poi, puntualmente, puff, non succedono, e quella persona scompare. Stavolta hai tenuto a bada i sogni, dopo quel puff t i sei calmato. Qualche sogno spunta ancora, soprattutto quando lei è lontana, qualche castello in aria si costruisce da solo nella tua testa, ma hai sognato con parsimonia. E proprio adesso, adesso che sogni modestamente, stavolta, sta succedendo, e vorresti farle capire che sei proprio contento di essere lì con lei, sei contento della tua mano appoggiata sulla sua gamba destra, della sua mano sinistra tra i tuoi capelli, dei suoi baci improvvisi, dei tuoi baci improvvisi. Vorresti dirle tante cose ma sai che non c’è fretta, il viaggio in aereo dura tre ore ma l’altro, di viaggio, speri che duri molto di più. È per questo che dopo averle fatto quelle domande ti senti così leggero, la baci sulle labbra, rapido, e con la mano ancora appoggiata alla sua gamba ti rimetti comodo, chiudi gli occhi, e sorridi al pensiero che spesso il viaggio migliore è quello inaspettato, quello che non hai avuto la fantasia di sognare, quello fatto con una persona che non pensavi di poter vedere lì, seduta accanto a te, lì, su un aereo per Lisbona.

    Intermezzo

    Non basta una settimana per visitare una capitale. Bastano poche ore, pochi minuti, per innamorarsene. In alcuni casi, non serve neanche andarci, in una città, per amarla. Basta amare i racconti di chi l’ha vissuta, di chi l’ha raccontata, per sognarla come si sogna il bacio mai ricevuto da una bellissima passante.

    Non succede spesso, certo, e non può succedere con tutte le città. Una fortunata convergenza di equivoci deve concorrere affinché un uomo o una donna si innamorino così, di una città che non hanno mai visto, di una donna o di un uomo che non hanno mai incontrato. Prima di tutto devono essere città dotate di anima, e se pensate che tutte, in fondo, ce l’abbiano, vi sbagliate. A volte non basta scavare per ore, giorni e mesi se ciò che si cerca, semplicemente, non esiste. Poi, le città dotate di anima devono essere raccontate da qualcuno. E non basta il racconto del nonno o dello zio, che comunque possono essere utili, ma serve il racconto di un narratore vero, uno di quegli esemplari rari di autori capaci di intessere narrazioni magiche, quelle narrazioni che fanno venire la pelle d’oca quando parlano, ad esempio, di un viaggio mai fatto, di un libro mai scritto, di una città mai esistita. Infine, e non è poco, servono lettori che leggano quelle storie. E forse neanche leggerle è sufficiente, perché conta il modo in cui si legge. Non è, come dice qualcuno, questione di leggere tra le righe, ma di sentire i profumi, i rumori, vedere i colori che quelle righe raccontano. Solo così è possibile innamorarsi di una città senza averla mai vista.

    La scivolata

    Scivoli, su quel marciapiede così caratteristico. Il piede perde la sua stabilità, non fa più attrito, e per una frazione di secondo le tue braccia sventolano alla ricerca di equilibrio. Lei cerca di tenerti per un braccio, e te riesci, in quell’esatta frazione di secondo, a immaginarti le risate dei passanti nel vedere il classico turista che scivola sulla calçada portuguesa, in una tranquilla giornata di sole. È questione di una frazione di secondo, perché dopo pochi centimetri di scivolata il piede si punta su una pietra leggermente più sporgente delle altre, e riesci a tornare nella tua posizione naturale. Lei ti tiene ancora il braccio, stretto, anche se sa meglio di te che non avrebbe assolutamente impedito la caduta, non la tua, anzi, forse sarebbe caduta con te. Ma è una reazione naturale, istintiva, che vuol dire tutto e il suo contrario, un po’ come quando tua nonna inchiodava con la macchina (andava sempre troppo forte, tua nonna), e col braccio destro tentava di proteggerti da un ipotetico impatto contro il cruscotto, anche quando avevi la cintura allacciata. E tu avevi sempre la cintura allacciata.

    Dopo quattro giorni a Lisbona, ormai, l’hai capito che dei suoi marciapiedi non ci si può fidare. Neanche a dirlo, quelli in pendenza sono pericolosissimi. Eri appena arrivato quando hai pensato, Cavolo, chissà quando piove com’è camminare in questa città. E se anche dopo quattro giorni non hai visto la pioggia, puoi affermare tranquillamente che questi pavimenti fatti a cubetti sono Lisbona stessa: irregolari per forme e dimensioni, non sono mai piatti, ma con continue depressioni, più o meno grandi. E sono luccicanti, splendenti, sfavillanti al sole. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava.

    Dopo la scivolata siete scoppiati a ridere quando lei ha staccato la presa dal tuo braccio e ti ha parlato, Te l’avevo detto, ti disse sghignazzando. E te lo disse perché pochi minuti prima, per scendere da quella Rua da Saudade dove ti aveva portato, a sorpresa, in un tratto particolarmente ripido di quella via ti aveva avvertito. Ti precedeva e, girandosi, Stai attento, si scivola. Te hai semplicemente sorriso, alleggerito dal pensiero che ci fosse qualcuno che si preoccupava anche di te, e ti sei concentrato nel fare piccoli passi, lenti, fino alla fine della discesa. Poi sono arrivate le strade pianeggianti vicino al fiume, le vie turistiche piene di ristorantini, i negozi di souvenir, ed è lì che hai rischiato, anche se solo per mezzo secondo, di cadere, nel punto meno pericoloso.

    Lisbona è come le sue piazze, come i suoi marciapiedi, come le pietruzze squadrate che sei costretto a calpestare per girarla a piedi, rischiando ogni tanto di cadere. È scivolosa, irregolare, sfavillante al sole. E come quei marciapiedi, coi suoi blocchetti martellati a mano uno ad uno, senza l’uso di alcun cemento, così sembra essere stata costruita la città: con calma. La calma di chi ha tempo, la calma di chi ha spazio. Per questo, mentre cammini per una città così particolare, una capitale così anomala, pensi che solo una sia la città che gli assomiglia davvero, eppure è tutta diversa. Qui, se alzi gli occhi verso un qualunque palazzo, anche fuori dal centro, pensi soltanto che sia bello. Qui, se guardi le vecchie case dei pescatori, quelle case del Barreiro dove forse un Monteiro Rossi è riuscito a nascondersi per qualche tempo, se le guardi pensi soltanto che siano belle. Qui, se guardi i marciapiedi, le piazze ricoperte di queste pietre squadrate liscissime e pericolose, pensi soltanto che sia tutto bello. E non solo lo pensi, lo dici ad alta voce, anche adesso, nonostante lei sia lì accanto a te, e non hai paura di farti sentire da lei perché speri che ormai si stia abituando alla tua presenza, alla tua monotonia, a quel modo che hai di ripeterti, un po’ voluto un po’ no, come un disco rotto. La prima a chiamarti così fu la tua professoressa di matematica del liceo, te la ricordi?, e non lo diceva certo col sorriso.

    Hai ripreso l’equilibrio, sei riuscito a non cadere, e ora, dopo pochi passi, vi siete ripresi per mano. Pensi che qualcuno potrebbe accusarti di esagerare (ma tanto è un tuo pensiero, mica mio), e sei sincero quando concludi, nella tua testa, che Lisbona è la città perfetta per tenersi per mano. Non glielo dici, questo, ti limiti a pensarlo perché non sai come la prenderebbe. Lisbona, pensi, con tutte quelle salite, quelle discese, con quei marciapiedi che si fanno striminziti per cedere il passo all’Eléctrico, in tutti questi casi e in tanti altri le mani si staccano, si lasciano, riprendono la propria indipendenza per poi ricercarsi, con calma, qualche passo più avanti. E l’hai capito soltanto adesso, dopo così tante mani tenute tra le tue, che il bello di tenersi per mano non è tenersi per mano, ma quell’attimo di ricerca della mano altrui, quell’attimo in cui senti le dita dell’altro aprirsi a cercare la tua, di mano, sfiorarti, prima di perdersi in una strettoia, in una salita che anticipa, con lo staccarsi delle mani, una nuova ricerca. Quanti chilometri per capire una cosa così basilare, pensi, e forse c’entra poco col resto del discorso ma dovevi appuntarlo, tenerne traccia da qualche parte, prima di dimenticartene. Così l’hai fatto adesso, a proposito di Lisbona, la città in cui l’hai capito, a proposito di quella scivolata che non vuol dire niente eppure ti permette di dire tutto.

    Foto di Flavio Spaziani

    Le nuvole

    Il sole sta tramontando dietro alla collina. Le nuvole, quelle nuvole sparse che sembrano dipinte, creano ogni giorno un panorama differente. Me ne stavo seduto in poltrona, il taccuino in grembo, e non riuscivo a scrivere. Guardavo fuori, ogni tanto, e mi perdevo a guardare quelle nuvole, quel cielo blu dalle sfumature infinite. Volevo raccontare certe cose di quel viaggio appena fatto, eppure non riuscivo a scrivere niente, e non sapevo il perché. Mi ero appuntato mille particolari, alcuni scritti a penna sul taccuino, con calma, altri segnati al volo nelle note del telefono, e i ricordi erano così vivi che avrei potuto descrivere per filo e per segno ogni scena, ogni incontro, ogni passo. Eppure non erano quelle le cose importanti che avrei voluto raccontare. Non certo raccontare per filo e per segno ogni scena, ogni incontro, ogni passo. Solo alcune scene sono veramente importanti, e anche se lo so non sono comunque in grado di scriverne, e non so il perché.

    Con la testa ero ancora là. La mia testa era già là prima ancora di arrivarci, e ora che ero riuscito ad andarci davvero, anche se per pochi giorni, forse la mia testa non sarebbe più tornata. Pensavo a questo quando scrissi alla mia compagna di viaggio, Non riesco a scrivere niente, ho la testa tra le nuvole. Lei ci mise poco a rispondere, anche se le sue risposte sembrano suggerite da anni di meditazione e letture filosofiche. E allora perché non scrivi di quelle nuvole?, rispose subito. Qualche vicino deve avermi sentito ridere, Ma certo!, pensai, e iniziai a guardare quelle nuvole che si stavano mano a mano addensando, rendendo il cielo sempre più scuro.

    Se dovessi parlare adesso delle nuvole, adesso, direi che mi rattristano, anzi, direi che sembrano rispecchiare esattamente il mio umore. E se il sole si è coperto all’improvviso e perciò diciamo, Il cielo accompagna il mio dolore, siamo degli stupidi, perché in questo esso è di un’imparzialità perfetta, non gioisce per le nostre letizie né s’intristisce per le nostre pene. So benissimo che alle nuvole non frega niente del mio umore, e se ci sono, è perché devono esserci per proprio conto, non per com’è il mio umore adesso, e anche se sembrano rabbuiarsi come mi sto rabbuiando io a pensare ad esempio a quella città così lontana, ormai, oppure a quella compagna di viaggio, anche lei lontana, a loro non frega niente di me. Eppure, le guardo tutto il giorno.

    Foto di Chiara Fasano

    Lisbona infine

    Ti rendi conto che ci sono tante cose di Lisbona di cui non hai ancora parlato. E ci sono tante cose che ancora non hai visto. Devi ammetterlo, è una città che conosci appena. Però… perché sento di conoscerla così bene?, ti chiedi. Riavvolgi il nastro delle giornate trascorse, delle cose viste, e ripensi al quartiere in cui hai dormito per qualche giorno. Ripensi all’appartamento decrepito ma accogliente che, una volta, sicuramente, doveva essere signorile: molte stanze, alti soffitti, bagni ricoperti di marmo. E in quel quartiere, un po’ periferico ma non così malfamato, già al mattino la gente sorrideva. Lo notavi nel tragitto che facevi, ogni mattina, per andare a fare colazione, ogni giorno in una pastelaria diversa, e la gente sorrideva già. Anche lei, è vero, anche lei sorrideva di prima mattina, ma lei sorride sempre. E sorridevano i baristi quando a malapena riuscivano a capire il nostro ordine, i nostri dois espresso e il dolcetto, ogni giorno diverso, indicato col dito premuto contro il vetro del banco-frigo. E anche se eri un turista col cappellino da turista e la camicetta a maniche corte da turista, se anche eri lo stereotipo del turista, riconoscibile a chilometri di distanza, loro sorridevano, e ringraziavano, sempre. Obrigado di qui, obrigada di là. Tu neanche ci sei abituato a tutti questi grazie, neanche tu che ringrazi sempre, come ti hanno insegnato. Pensi che hai scelto di vivere in una città che ci somiglia, a questa, ma è tutta diversa, e la gente non sorride, e la gente non ringrazia. Forse sorridevano, una volta, forse ringraziavano. Oggi no, non sorride e non ringrazia più nessuno.

    Pensando a tutta questa gentilezza ti viene un po’ di malinconia, anche se non sei ancora partito. Io, qui, ci potrei vivere, pensi, e l’hai detto una sola volta, nella vita, prima d’ora, ripetendo con la tua scarsa memoria i versi di qualcuno. Qui forse potrei vivere/potrei forse anche scrivere/potrei perfino dire/qui è gentile morire. L’hai detto quando hai vissuto per qualche tempo nella città in cui vivi adesso, quella città che ami ma che, se ci pensi bene, il confronto no, non può vincerlo. Continui a tenerla per mano mentre pensi che se i confronti non si fanno tra i partner avuti (non l’hai mai fatto), allora, non dovrebbe farsi neanche tra le città della tua vita, tra le città che ami. Però poi, alla fin fine, sei umano, sei uno stronzo come tutti gli altri, e i confronti li fai, anche se non vuoi. E li fai, e sei proprio felice di essere lì, a Lisbona, con lei, anzi, senti proprio che lo sei, felice, e il resto non conta.

    Illustrazione di Lorenzo Balbo

    Lisbona (prima o poi) ritorno

    L’aereo del ritorno è appena atterrato e tu, dopo una giornata malinconica, aspetti sotto la pioggia che arrivi l’autobus per tornare a casa. Siete stati entrambi silenziosi, oggi. Malinconia della partenza, tristezza per il rientro. In quei silenzi, però, tu pensavi già al ritorno, non avevi altro in mente, Prima o poi ritorno, pensavi. A dir la verità pensavi anche a tutti i discorsi fatti alla partenza, l’attesa in aeroporto, le risate, la chiamata con i tuoi nonni che, curiosi, hanno chiesto l’altezza della tua compagna di viaggio. E poi l’osservazione dei viaggiatori per indovinare, per gioco, le loro vite. Hai pensato a quelle risate che adesso sono come sospese, in pausa. Non che siate tristi, no, siete in pausa anche voi, e anche se rivedeste un’altra volta quella strana signora d’altri tempi che avete visto alla partenza, quella stravaccata sulle sedie della sala d’attesa, col suo grande maglione rosso, proprio quella che avete fotografato di soppiatto, facendo finta di guardare insieme il telefono, se anche la rivedeste adesso, quella signora, non avreste molte idee per crearle attorno una storia, per fotografarla, per ridere e scherzare assieme. E tu, ora, pensi al futuro ritorno.

    Adesso che lei sta dormendo, in questo tragitto in autobus di un’ora scarsa, tu chiudi gli occhi e non riesci a dormire. Vedi te stesso in procinto di partire, di nuovo per quella città, ti guardi intorno, nel sogno, e vedi che c’è ancora lei, accanto a te, Speriamo, pensi, e lo zaino che hai sulle spalle è lo stesso, e pure i vestiti sono gli stessi di adesso. A guardarti bene, sembra che non sia passato neanche un giorno, è questo che vorresti, no?, ripartire, stabilirti là, capire com’è viverla, quella città, anche domani, anche subito.

    Ma non è così che funziona la vita, oggi. Un boccone di vita qui, un boccone di vita là, poi pausa. Piccoli bocconi misurati, contenuti, sporadici, e poi schnell!, di corsa, si torna all’ovile. Se ne hai uno. Non riesci a dormire perché sai che non puoi tornare domani a Lisbona, anche se vorresti, e non sai bene quando tornerai. Hai gli occhi chiusi e sei molto stanco, ma non dormi perché un pensiero ti disturba, un pensiero ricorrente e comune, anzi banale, In questa vita non puoi fare ciò che vuoi, pensi. E anche se sei fortunato, un privilegiato ti dice qualcuno, a volte non ti basta. Ti maledici, a volte, perché non ti basta.

    La guardi mentre dorme e noti che è proprio in pace, Forse, pensi, forse sta sognando anche lei il prossimo viaggio, il ritorno. Forse è in pace perché sa che, prima o poi, ci tornerà, non importa quando, non importa se con o senza di te, lei sa che prima o poi ci torna sempre. Cerchi di rilassarti ripensando a tutte le volte che l’hai detto, Tanto, prima o poi, ritorno, e in effetti ogni volta che l’hai detto, per altre mete, sei sempre ritornato. Allora ti tranquillizzi, la guardi ancora una volta mentre dorme, così, in pace, e chiudendo gli occhi sussurri, Prima o poi, prima o poi ritorno.

    E invece puff.


    Siete stati coraggiosi a leggere fino a qui.
    Spero di non avervi annoiato troppo.

    Ricordatevi: questo è un racconto.
    Qualcosa è reale, qualcosa è inventato.
    E non è mai questo il punto.

    Sarebbe bello sentire cosa ne pensate.
    Sentitevi liberi di scrivermi, ovunque.


  • Il cuscino tra le gambe

    Il cuscino tra le gambe

    È mai possibile, ti chiedi, non dormire per tre giorni di fila? Ti ricordi di un film in cui le persone si ammalano di una malattia bizzarra che toglie il sonno, e dopo cinque giorni senza sonno iniziano a impazzire, uccidersi, morire. Qualcuno direbbe che ti preoccupi per niente, che sei facilmente suggestionabile, ma non è così, è solo la prima volta che ti trovi a non dormire, realmente, per così tanti giorni. Hai sempre sofferto d’insonnia: il cervello che lavora troppo quando gli occhi si chiudono e la testa, appoggiata al cuscino, non riesce a trovare pace, mentre il corpo è stanco, i muscoli dolenti, gli occhi bruciano, e tu non riesci a dormire per i pensieri, i pensieri, intangibili e così presenti da togliere pure il sonno, il fiato, la pace, e allora non potendo rimanere immobile per troppo tempo nella stessa posizione ti rigiri nel letto, cambi fianco, continuamente, addirittura nei momenti peggiori ti ritrovi con la faccia affogata nel cuscino, qualche lacrima che tenti invano di soffocare lo bagna, e sai che non ti addormenterai mai in quella posizione per te così innaturale, scomoda, ma le hai provate tutte, non sai che altro fare per dormire e mettere in pausa quel flusso di immagini ricordi castelli che si mischiano nel dormiveglia, flusso in cui non riesci neanche a distinguere il reale dall’irreale, il sogno dalla realtà, il fatto accaduto dal fatto che speri accada, eppure sei sveglio, lucidissimo nel tuo girarti e rigirarti trasformando le lenzuola in una matassa, un groviglio da cui a malapena riesci a uscire per andare a bere un bicchier d’acqua, sdraiarti sul divano e provare a dormire lì, in salotto, pensando che il problema sia la stanza, il letto, e non quello che c’hai vissuto in quella stanza e in quel letto, ma sai che non è così, e appena lo capisci torni in camera dandoti dello stupido, più e più volte, finché solitamente riesci, prima o poi, magari poco prima dell’alba, ad addormentarti. Che poi è quello che ti sta accadendo da tre giorni, con un piccolo dettaglio discordante, e cioè che l’alba la vedi arrivare da sveglio, la vedi passare e cedere l’attimo al mattino, e vedi tutto questo perché sei sveglio, da ore, da tre giorni anzi, e ogni volta che chiudi gli occhi il cervello non si spegne, mai, e rimani come mummia viva, imbacuccato sotto le coperte tirate fino al mento, eppure senti freddo lo stesso, tu, che il freddo non lo senti mai, e non riesci a dormire, da tre giorni, per questo inizi a preoccuparti.

    Non sai neanche se possa essere colpa delle medicine, colpa del malanno stagionale, colpa della febbre leggera ma insistente, insomma non sai alcunché, e il non sapere ti preoccupa, tutto sommato, come preoccuperebbe chiunque, non che tu sia poi così speciale, è che senza saperlo sei tu, oggi, il protagonista, e non un tu qualunque, ma proprio tu, tu che hai un malanno medio, una febbre nella norma, eppure una carenza da sonno non normalissima, resa sempre più evidente dai tuoi pensieri, che non mostri, certo, ma che ti deformano la faccia sia quando cammini avanti e indietro tra il letto e il divano, sia quando inutilmente chiudi gli occhi con la testa appoggiata a uno dei tanti cuscini che hai provato stasera.

    Speriamo di dormire, stanotte, pensi quando metti a scaldare l’acqua per il tè, senti che la gola non fa più così male, il cerchio alla testa stringe sempre meno e anche se è solo mattina non avrai altro pensiero che quello della sera che arriverà, penserai tutto il giorno a stancarti il più possibile per arrivare preparato al momento in cui dovrai appoggiare la guancia sul cuscino, rimboccarti da solo le coperte e, dopo un grande sbadiglio che ti avverte del sonno in arrivo, addormentarti. Cerchi di visualizzare la scena sperando di chiamarla, di avvicinarla in qualche modo, perché hai finito le armi a tua disposizione, le hai provate tutte le tisane, le camomille, le melatonine, e pure le camomille con le melatonine dentro, e stronzate simili che invece di annichilirti come vorresti ti agitano, ti tengono desto, e anche questo non hai mai capito a cosa sia dovuto ma pensi sia colpa del tuo particolare cervello, di quel flusso che lo attraversa come attraversa quello di tutti, si intende, ma il tuo in particolare, che spesso non riesce a fermarsi, stopparsi, non sente stanchezze né dolori fisici, rimane lì aggrappato alla veglia a molestarti, e tu rimani sveglio, anzi, ti svegli sempre di più, impotente, finché non sei preso dallo sfinimento a cui ti portano certi pensieri ricorrenti, pensieri che fanno il nido e al proprio nido ci tornano sempre, e sfinito, di solito, ti addormenti, ma non questa volta.

    I giorni, senza la notte a scandire il tempo e a concedere un po’ di riposo, sono lunghissimi, e li passi guardando film che non ti interessano, mangiando quel poco che la tua gola riesce a tollerare, e neanche riesci a leggere perché il mal di testa te lo impedisce, e le parole sono troppo piccole, il cervello non riesce a concentrarsi se non su pensieri ossessivi, quelli che fanno il nido e ritornano, e così ti abbuffi di film, non puoi fare altro, capita anche che tenti di chiudere gli occhi in pieno giorno, appoggiandoti la copertina di pile sulla pancia, coprendo bene i piedi, eppure è un tentativo inutile, rimani sveglio e non sai perché, il tuo corpo ha bisogno di dormire eppure non ne vuole proprio sapere, di dormire, e anche se gli occhi ti si chiudono quasi da soli, rimani sveglio. E quando cala la sera del terzo giorno, senti che il sonno è più forte dei giorni precedenti, non devi sbagliare né anticipare i tempi perché basta un solo errore a mandare a monte una notte di sonno, e non puoi permettertelo, non stavolta. Così ceni con calma, ti guardi un film abbastanza lungo con tutte le luci accese, e solo quando è mezzanotte e sono finiti i titoli di coda spegni le luci, ti lavi i denti e, dopo aver abbassato a metà le tapparelle, ti infili a letto. Senti qualcosa di diverso rispetto alle sere precedenti, come se il letto fosse più comodo, il piumone più morbido, allora ti sbrighi a scegliere il fianco migliore su cui dormire, infili il tuo solito cuscino tra le gambe e abbracci un terzo cuscino, quello che non usi mai se non in rare occasioni, ma questa sera, lo sai, deve essere tutto perfettamente accomodato. È così che ti addormenti, senza quasi neanche rendertene conto, all’istante. Eppure non te ne accorgi perché stai dormendo.

    Non sai che sono passate soltanto due ore da quando ti sei addormentato, e non sai neanche che ti sei addormentato, ma te ne rendi conto soltanto adesso mentre ti svegli di soprassalto, forse per un brutto sogno, sei tutto sudato e fatichi a capire dove sei anche se dalle tapparelle filtra della luce lunare che illumina un po’ la stanza, e ci metti qualche secondo a capire che va tutto bene, che sei nel tuo letto e che sì, finalmente, ti sei addormentato, ma per qualche motivo sei di nuovo sveglio, e vorresti vedere l’ora ma una visione ti blocca: c’è una persona alla finestra di cui vedi solo la sagoma, la luce che gli arriva dalle spalle (o di fronte?, non lo capisci) ne evidenzia contorni, e ti sembra sia proprio rivolta verso di te. Per qualche attimo ti sembra proprio lei, quella che non può essere, il cuore aumenta i suoi battiti e il sudore ricomincia a inzupparti la fronte, fredda, Non può essere lei, pensi, allora ti giri verso il comodino, prendi gli occhiali, e ci metti poco a capire che no, ovviamente non è lei, ma è solo l’accappatoio attaccato alla maniglia che, un po’ storto, al buio, sembrava una figura umana. Il cuore si tranquillizza, anche se qualche pensiero di non riuscire a riaddormentarti, dopo questa visione e tutti i pensieri che ne derivano, c’è, e l’unico modo che trovi per scacciare i pensieri e per tentare, di nuovo, di dormire, è riderci su, così ridi degli scherzetti che ti fa la mente, che non solo non ti fa capire che stai dormendo nel tuo letto, ma oltretutto ti fa vedere figure umane in accappatoi appesi, ed è ridendo che ti rimetti a letto, un cuscino tra le gambe mentre abbracci il terzo, e anche questa volta non te ne accorgi ma ci metti poco ad addormentarti, solo pochi minuti, giusto il tempo di pensare a lei che non c’è, al letto che è troppo grande, e pensando a questo stringi di più il cuscino tra le braccia, come se servisse a qualcosa, poi, e ti addormenti.

    Non sei del tutto cosciente quando inizi, dopo qualche ora, ad accarezzare il cuscino. Ti ricorda la sua schiena, piatta, quando la accarezzi piano percorrendola tutta con la mano, dal collo all’osso sacro, così piatta e sottile da percepire la spina dorsale, le scapole, la pelle liscissima, e quando ti rendi conto che quello è solo un cuscino e non è lei, che sta dormendo in un’altra città, puoi solo riderci su, anche questa volta, sia perché ti sei addormentato (e non è cosa da poco), sia perché appena prima di dormire hai desiderato in tutti i modi di sognarla, lei, e lei è apparsa in sogno. Ed è stato un sogno strano, sì, perché hai sognato di essere a casa tua, in quella casa, in quello stesso letto in cui sei, e nel sogno stai dormendo quando senti la porta di camera che si apre, e dalla porta entrava proprio lei, un po’ ubriaca dalla serata, e dopo averti dato un bacio si infilava nel letto, dietro di te, e ti abbracciava. Un sogno simile non ha senso, è tutto assurdo, ti dici, è assurdo che lei torni a casa tua, dopo essere stata in giro senza di te, nella tua città, ma è anche assurdo che torni ubriaca, lei, che è cosa rara, quasi mai vista, ma si sa che la cosa più assurda è che lei si metta a fare il cucchiaio grande, con te che sei il doppio di lei, se non di più, e ripensando al sogno capisci perché quel cuscino ti è sembrato lei, forse l’hai accarezzato per tutto il tempo del sogno, e anche se è un po’ ridicolo va bene così, perché ti manca, e quando ti manca qualcuno è accettabile abbracciare anche un cuscino, accarezzarlo fingendo che sia la schiena di quel preciso qualcuno, e se per altri questo non è accettabile, sei comunque tranquillo, Sarà la febbre, puoi sempre rispondere, e pensando a queste ipotetiche difese torni a dormire, sorridendo. Appoggi la guancia al cuscino, infili il secondo cuscino tra le gambe, e il terzo, invece che stringerlo, lo tieni steso accanto a te, e, come se fosse la schiena di lei, cominci ad accarezzarlo.


  • Cronache genovesi – Città che nutre e (non) stanca

    Cronache genovesi – Città che nutre e (non) stanca

    Appena entri in casa ti togli la giacca, le scarpe, e ti butti sul divano proprio lì, davanti all’ingresso. Non hai ancora capito come possa essere così stancante immergerti nella città che ami, dopo un lungo giro con le persone a cui vuoi bene, e camminare, camminare, camminare. Ti nutri di questa città, delle persone che la abitano, dei personaggi che la affollano, dei suoi odori non sempre profumati, eppure quest’immersione ti stanca come una maratona fatta non solo di passi veloci, di corse, ma anche di suoni, di voci, di profumi, di urti con i passanti, di colpi di tosse, di gambe che sporgono dai portoni.

    Seduto sul divano non senti alcun rumore esterno. Solo qualche sirena, ogni tanto, e qualche voce, condomini che salgono le scale. A volte, quando il vicino apre la porta di casa sua, sembra che stia entrando lì, da te, e te lo dicono tutti, ma prima o poi ci si abitua anche a quello, ci si abitua a capire che nessuno di quelli che vorresti vedere entrerà dalla porta così, d’improvviso, è soltanto il vicino che torna a casa dalla moglie, dai figli, e tu lì, ad aspettare nessuno, su quel divano, a goderti il silenzio, il riposo, dopo un’immersione sempre più stancante.

    Come può stancarti così tanto ciò di cui ti nutri, ancora, non l’hai capito. Infatti continui ad andarci, se non tutti i giorni, almeno uno ogni due, non stai mai troppo a casa, non riesci, vuoi scendere e camminare lì, tra quelle persone di cui inizi a riconoscere i discorsi che stanno per fare, i loro modi, le loro debolezze, e tutto questo soltanto guardandoli, perché a forza di guardarli hai capito che la panettiera da cui compri la focaccia quando scendi in città, in quella panetteria all’angolo, è stanca, stanchissima, senti che qualcosa non va e vorresti tanto proseguire i soliti discorsi, Due euro di focaccia, per favore, ma come stai?, vorresti chiederle, ma non glielo chiedi mai, e quando hai pensato di farlo, anzi, quando eri convinto di essere pronto a fargliela, quella domanda, lei, proprio lei, non lavorava più lì.

    Ma anche il macellaio da cui vai una volta a settimana ti sembra preoccupato, non parli mai con lui, soltanto i soliti buongiorno, grazie, buonasera, accompagnati da sorrisi più o meno aperti, più o meno forzati, dipende dalla giornata, e vorresti parlare anche con lui, davvero, magari della donna che non lavora più lì, Due svizzere, per favore, e lei?, lei dov’è finita?, ma non hai il coraggio, e a te cosa importa, poi, dove sia finita, e tu chi sei per lui se non uno dei tanti, uno che passa e va, a volte torna ma va, comunque va.

    genova cronache genovesi chiara fasano

    Ti sei reso conto di quanto ti sia necessario scendere in città proprio quando hai smesso di avere degli amici, lì. Certo, qualcuno c’è ancora, ma non li trovi in quella città, non li incontri casualmente camminando nei vicoli, al porto, come quella volta che hai trovato un’amica di tutt’altra parte d’Italia, proprio lì, proprio al porto, mentre mangiavi della focaccia seduto sulla panchina. Insomma, non c’è più nessuno che giri come te, con te, tra i vicoli, sul porto, Se fossero questi i problemi veri della vita, dice qualcuno, è che sono tutti sparsi, ti dici, un po’ qui un po’ lì, sparsi in così tante città, in così tanti paesi diversi, e proprio quando in questa città hai smesso di incontrare casualmente amici, hai capito che di questa città non ne potevi fare più a meno.

    Fa sorridere pensare che la città in cui hai deciso di vivere è anche la città che più ti fa capire cosa significhi esser soli. Tu come tutti, si intende, non sei mica tanto speciale. Per questo esci, ti immergi, e giri bar e biblioteche per lavorare in posti affollati, in cui non hai il tempo, il silenzio adeguato per renderti conto di essere solo. Per questo, quando giri in quella città, cerchi di parlare un po’ con tutti, ridi, scherzi, e cerchi di chiacchierare con chiunque passi, come quella signora alla fermata del bus che hai invitato a giocare con te e i tuoi amici.

    Per farti capire meglio, però, l’esempio perfetto di come vivi la città ti è accaduto proprio pochi giorni fa, quando hai superato in moto una grossa signora in scooter, e lei ti si è accostata, poco dopo, al semaforo. Quella sorta di befana gigante e senza denti, su uno scooter così piccolo da sembrare finto, appena ti si è accostata ha girato la testa verso di te, ma non guardava te, guardava lei, la ragazza seduta sulla moto con te, e dopo averla squadrata, mentre te guardavi quella signora gigante su quello scooter così piccolino, ti ha rivolto la parola, Che caldo che fa oggi, ti ha detto, e tu non hai aspettato troppo per avere la risposta, come se fosse già pronta, Eh, signora, se ha caldo si spogli. Sentivi la mano di lei sulla tua schiena, la sentivi ridere, ma l’hai sentita ancor di più quando la signora, in risposta a quella impudenza, ha sollevato leggermente la gonna per far vedere la caviglia, lanciandola in aria come a dire, Guarda che so di cosa parli, eh. Allora sì che avete riso, tutti e tre.

    Ma se fosse finita lì, sarebbe stato un evento come tanti. È che la signora aveva voglia di parlare, aveva voglia di quei discorsi che si fanno così, un po’ al vento, tanto per, quegli stessi discorsi che fai tu in giro per la città quando parli con gli sconosciuti, tanto per, e per questo ha continuato, Però stasera viene freddo, dicono, e te non sei riuscito a trattenerti, le hai risposto subito, E allora si rivesta, signora, e dicendo questo è scattato il verde, sei ripartito mentre la signora rideva a bocca spalancata, senza denti, ancora ferma al semaforo, e in quel momento hai sentito ancora di più la mano di lei sulla tua schiena, lei che rideva, e qualche lacrima ti è scesa perché sì, forse non la sai rendere a parole, ma la scena era proprio comica, e le lacrime uscivano perché ridevi troppo.

    Solo in questa città riesci a vivere certe cose, solo lì riesci ad essere così. Quindi poco importa che tu sia solo, lì, perché tanto solo non lo sei. Basta vestirti, andare nei vicoli, mischiarti con chi beve dalle dieci della mattina, con chi vende birre anche prima delle dieci, e parlare con loro, e aspettare che lei torni a trovarti. Che sia l’attesa, stancante, e non tutto il resto?

    genova parigi cronache genovesi chiara fasano

    Grazie a Chiara Fasano per le fotografie (non) di Genova.
    La trovate su Instagram come @chiarafsn, o a questo link.