Cosimo Angelini

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  • Quegli occhietti strizzati che non vedrai più

    Quegli occhietti strizzati che non vedrai più

    Sei sceso dal treno, ti hanno dato un passaggio a casa e proprio lì, in quella casa dove sei cresciuto, dove hai preso a testate gli armadi e urlato e pianto, tanti anni fa, in quella casa non trovi chi è sempre stato lì ad aspettarti. Capitava spesso che, tornando, tu trovassi solo lei, placida sulla sua brandina, lei che ti scodinzolava come se ogni volta fosse l’ultima, lei che si strusciava e ti metteva quel muso animale da tutte le parti. Di certo non si aspettava di vederti, e forse neanche si ricordava chi fossi, ma eri qualcuno di buono, e questo a lei bastava.

    Spesso, tornando, ti sei ritrovato solo, a parte quel cane. Così, invece di aspettare il ritorno di nonni, genitori, fratelli, coccolavi un po’ quel cane così felice di vederti, prendevi la macchina e uscivi di nuovo, alla ricerca di quelle bricioline di rapporti lasciate un mese prima o due, rintracciare gli amici mai persi, quelli che la distanza avvicina, non allontana, e ti trovavi spesso al bar di quell’amico che non c’era verso di pagarglielo, il caffè. Ma soprattutto ti trovavi seduto nel retrobottega di quel negozietto così pittoresco, sì, proprio pittoresco, quella bottega sulla via Aurelia con le padelle appese al muro esterno, a salutare i passanti.

    E in quel retrobottega c’era sempre una persona ad aspettarti, sempre la stessa e sempre diversa, un giorno patito della bicicletta e il giorno dopo impazzito per il puntinismo, e quella persona era una certezza, quella bottega una casa a cui tornare. E per te c’era sempre quel bicchiere di vino pronto, che quasi ti commuove il pensiero. E dopo quel bicchiere di vino non potevi andartene, c’era da parlare di come andavano le cose, E Tizio che fine ha fatto? E Caio?, No, lasciamo perdere, sto così bene qui per conto mio, Sempre più palude?, Sempre di più, sempre di più, però qui ci sto bene, qui respiro, almeno un po’, e così continuavano i discorsi, i ricordi del passato, i piccoli dettagli che ogni tanto spuntavano fuori.

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    Poi non potevi mica andartene, sai?, dovevi rimanere e aspettare che chiudesse perché a pranzo si mangiava tutti insieme al ristorante lì accanto, con tre o quattro lavoratori della zona, geometri marmisti ingegneri banchieri, e tavolate così varie non le ho mai viste, e tu nemmeno, e compagnie così felici neanche. Però prima del pranzo c’era l’aperitivo, il bicchierino di pessimo vino del bar accanto all’osteria, e giù di briscola e discorsi su discorsi, e risate, e sigarette girate con la macchinetta che le gira da sola. Quella macchinetta gliel’hai regalata tu, tra l’altro, e lui ne era così felice.

    Lo diceva a tutti, Questa me l’ha regalata lui, guarda che belle sigarette, e in effetti venivano proprio bene, o almeno meglio di quelle che faceva lui, almeno sembravano sigarette perché le sue, girate a mano con le sua gigantesche mani, sembravano grandi cannoni deformati, che lui fumava lo stesso, ridendo e strizzando gli occhietti dal troppo ridere, strizzandoli come solo lui sapeva fare.

    Dopo l’aperitivo ci si sedeva tutti assieme, al ristorante, lo Chef ogni tanto spuntava dalla cucina per farci compagnia, almeno nei giorni migliori, e la cucina funzionava anche grazie alle padelle di quella piccola bottega di altri tempi. E le pareti erano zeppe di quadretti a puntini più o meno grandi, opera sua, ma più di tutto c’era lui, lui che legava e faceva legare, lui che metteva d’accordo vacche e buoi, lui che, comunque andasse, gli volevi bene perché era così, perché era lui, ciclista o puntinista non importava.

    E tornando a casa, adesso, non hai trovato nessuno ad aspettarti. Non un cane, appunto. Di lei rimane solo un’ombra marroncina sul muretto a cui era appoggiata la brandina. E rimane la brandina un po’ sfondata, rimane il ricordo di un cane che, piano piano, se n’è andato. Allora, anche sei sei appena tornato, non hai potuto far altro che uscire di casa, prendere la macchina e andare, non importa dove, comunque andare, e senza volerlo, o senza saperlo, ti sei ritrovato lì, davanti a quella vecchia bottega d’altri tempi, e l’hai trovata chiusa, e non hai pianto soltanto perché stavi parlando al telefono, altrimenti…

    La verità è che hai pianto anche se stavi parlando al telefono, Scusami, devo andare e hai riattaccato nonostante le proteste, hai riattaccato proprio mentre scendeva la prima lacrima, e accostando la macchina alla vetrina hai letto i cartelli “Chiusi per ferie”. In quel momento hai compreso che non c’era più lui ad aspettarti nel retrobottega, perché sotto Natale faceva metà dell’incasso e no, mai avrebbe chiuso sotto Natale, fosse stato vivo.

    Ma il cane non c’è più, lui non c’è più, e ti sembra che questa zolla di terra tra il mare e i monti sia ormai deserta e disabitata nonostante la folla impazzita per i regali di Natale. Gente ovunque eppure sei solo, non puoi più berti quel pessimo vinello prima di mangiare con lui, non puoi più stringere quel cane quando senti che non hai niente e nessuno da stringere, e soprattutto non puoi più vedere quegli occhietti strizzati dal troppo ridere. E la solitudine non è solo una sensazione vaga, ma è proprio questo: non avere un cane, una persona, un bicchiere di vino da cui tornare.

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  • La gomma pane

    La gomma pane

    Ti sei alzato male, ricordi?, dopo non aver quasi dormito, dopo aver pensato a tutti quei problemi, quelle scelte forse sbagliate o forse no, dopo tutto questo ti sei alzato e ti sei messo lì, davanti alla finestra, a guardare le luci della città dall’alto. Il sole non si è ancora fatto vedere e la città, spianata di fronte a te, è un brulichio di luci a intermittenza, una danza psichedelica di led natalizi gialli bianchi rossi blu, e l’illuminazione delle strade non la noti neanche.

    Hai immaginato per un attimo di cancellarla con una gomma pane, la città, tirando giù palazzi e vite e strade, come succede sempre più spesso in questo paese senza neanche usare l’immaginazione, ma tu lo fai perché sogni sempre di vederla com’era una volta, com’era prima del tuo arrivo e dell’arrivo dei tuoi nonni, insomma com’era prima che qualcuno la costruisse e le desse un nome. Ti chiedi che forma avesse la costa, in quel tempo antico, e di che tipo fossero le spiagge che oggi non esistono più, e ti chiedi se abbia un senso chiedersi tutto questo quando i problemi sono ben altri, e belli grossi.

    Di certe cose, a volte, non sai con chi parlare, così finisci col parlare al soffitto, quel soffitto che di inquilini ne ha visti tanti e chissà quanti ne vedrà, ed è lui che ti rivolge la parola proprio quando ti ributti un po’ a lettoH.

    Ho sentito dire, dice, che passare le giornate a letto, in casa, nonostante le scadenze e gli impegni, non è pigrizia ma ansia, e tu non sai che rispondere perché se sei finito a parlare col soffitto tanto bene non devi stare. Eppure stai al gioco, Complimenti allo scopritore dell’acqua calda, caro Soffitto mio, ma poi dove l’avresti sentita questa?, Sei un cretino, sono solo una voce nella tua testa, quindi lo dovresti sapere tu, Ah, già… ma senti una cosa, è normale che una voce nella mia testa mi dia del cretino?, Solo se è quello che pensi di te, Allora è tutto nella norma, però ci sentiamo in un altro momento che ora ho da fare, e così dicendo torni a guardare fuori.

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    Dopo la tua ultima frase hai sentito una risata provenire dal soffitto, ma quella risata si sovrapponeva perfettamente a quella nella tua testa, e l’unica cosa che hai potuto fare è stata ridere, anche tu, insieme alla voce nella tua testa, insieme allo sconosciuto al piano di sopra, perché in certi momenti o ridi, o ti fai ricoverare.

    Hai ripensato alla gomma pane, e perché tra tutte hai ripensato a quella proprio quella non lo sai, forse perché è una gomma divertente, si trasforma, non buca i fogli come le gomme normali e tu non vuoi bucare la città, le persone, le strade, vuoi solo cancellarle per un attimo senza far soffrire nessuno, e quindi un colpo di gomma pane e via, tutto nuovo, tutto com’era una volta.

    In realtà la gomma pane è un ricordo di infanzia, uno di quegli oggetti sacri che ti ha accompagnato per tutte le scuole anche se, alla fin fine, l’hai usata solo due o tre volte. Poi, proprio settimana scorsa, dopo decenni di oblio ti è stato di nuovo ricordato quando lui, quel tipo, te l’ha consigliata per ripulire un disegno che ti aveva regalato, Si sa, nei viaggi si crea qualche sbavatura della matita colorata, qualche sfumatura non voluta, ecco, usa la gomma pane e risolvi.

    E tu, pacifico, ti eri rassegnato a rituffarti nei ricordi del liceo acquistando quella gomma pane che compravi all’epoca, sempre la stessa, la gomma incartata in una plastica trasparente tappezzata di loghi blu Pelikan, e i bordi aperti. Però non hai fatto in tempo a comprarla perché, proprio prima di tornare, la sera prima di prendere il treno per ritornare qui, in questa casa, di fronte a questa finestra, te l’hanno praticamente tirata addosso. Con dolcezza, si intende.

    Lei, di fronte alla birra, ti ha passato un sacchetto di carta tipico delle vecchie cartolerie, bianco e blu, e dentro c’erano non una, ma due gomme pane. Per questo hai iniziato a sorridere mentre lei ti spiegava i collegamenti tra te e la gomma pane, te morbido e in continua evoluzione proprio come la gomma pane, e poi il riferimento al recente soprannome che sempre lui, quel tipo della gomma pane, ti aveva affibbiato.

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    Lei non ha capito subito perché o percome ridessi, ma quando le hai raccontato tutto, i collegamenti, i nessi casuali, la pura coincidenza, ha iniziato a sorridere anche lei, gli occhi socchiusi, un po’ lucidi, le fossette attorno alla bocca, ed è lì che le hai ripetuto quella verità sentita altrove, verità in cui hai potuto mettere le dita come fosse stata una piaga da convalidare, e le hai detto quello che pensavi, Le coincidenze accadono sempre, sta a te decidere se farci caso o meno. Lei ha riflettuto un attimo, il volto serio all’improvviso, Credo sia proprio così, ha risposto, ed è tornata a sorridere.

  • Cronache genovesi – La vista dal terrazzino

    Cronache genovesi – La vista dal terrazzino

    Anche oggi, come tutti gli altri giorni, le ho mandato la foto del tramonto dal terrazzino. Ho provato a spiegarle che ogni giorno è diverso, ogni giorno la luce cambia, cambiano i colori, la forma delle nuvole, le rifrazioni, i riflessi sul mare, i toni di azzurro giallo e rosa del cielo. Ogni giorno il panorama è diverso pur rimanendo sempre lo stesso: a destra la collina che somiglia a una montagna, al centro la città con sopra il mare, a sinistra gli alberi che coprono la vista. Sopra a tutto il cielo di colore diverso ogni giorno, ogni ora, ogni momento.

    Quando cala il sole non si fa in tempo a inviare un messaggio, a bere un bicchier d’acqua che la luminosità del quadro è cambiata. Così cambia la vista stessa, il panorama, quasi cambia anche città. E ogni giorno, come oggi, le mando la foto della vista dal terrazzino sempre alla stessa ora, dalla stessa posizione, per farle capire che sì, il terrazzino è lo stesso, la città sotto e i monti a destra sono sempre gli stessi, eppure sono sempre diversi.

    Lei mica capisce, sai? Non la biasimo. Che discorsi! La città è sempre quella, e il monte brullo con le antenne dei ripetitori mica si sposta, mica cambia. Eppure… Mettiamola così: quando sentiamo per la prima volta una canzone che ci piace molto, tendiamo ad ascoltarla sempre di più, sempre più di frequente. La ascoltiamo così tanto che, dopo un po’, finisce per annoiarci. E la dimentichiamo. Ecco, per il panorama dal terrazzino la situazione è diversa: lo guardi tutti i giorni, ne vuoi sempre di più, e quello non annoia mai.

    Come mai non annoia? Perché cambia. Tutti i giorni, tutte le ore, tutti i momenti. E sto cercando di farglielo capire con le foto, ma come si può capire senza esserci? Non si può capire il cambiamento perenne di luci, toni, riflessi, senza averlo davanti. E lo si capisce solo fissandolo per qualche minuto e poi distogliendo gli occhi per un solo secondo. Basta chiuderli un secondo e, una volta riaperti, avremo di fronte un nuovo panorama. La stessa città, le stesse montagne, lo stesso mare, e allo stesso tempo una città diversa, diverse le montagne e il mare. Però bisogna esserci.

    Le ho mandato una foto anche oggi, come tutti gli altri giorni, ma so che fin quando non verrà qua non potrà capire. Dovrà venire qua e starci un po’, qualche giorno almeno, per convincersi che il panorama è vivo e cambia in continuazione. Perché se anche la luce fosse sempre la stessa, se anche le nuvole i riflessi le rifrazioni fossero sempre identiche, il mare è vivo e non si può mai osservare la stessa onda per due volte.

    Eppure la luce non è mai la stessa. È la luce che cambia più di ogni cosa, ogni frazione di secondo col calare imperterrito del sole. E cambiando quella, cambia tutto. Cambia anche il mare. A volte si confonde col cielo, a volte la linea dell’orizzonte è netta e divide due distinte tonalità, due cose (cose?) così diverse, due elementi fondamentali insomma, l’aria e l’acqua.

    Ho provato a spiegarle che non è solo un bel panorama, ma è un panorama vivo. È come se, alzandoci al mattino, trovassimo alla finestra un paesaggio diverso ogni giorno. È come essere sempre altrove e sempre qui. Non capisce, ma come potrebbe? Non è mai venuta a vedere tutto questo di persona. Però l’ho invitata, sai? L’ho fatto. Solo per farle comprendere tutto questo. E la aspetto. Peccato che, ogni momento di assenza, è un panorama perduto per sempre.

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    Finalmente è venuta, e credo abbia capito quello che intendo. Penso anzi che ne abbia colto l’essenza più di quanto abbia fatto io in questi anni, perché dopo essere rimasta da sola sul terrazzino per un’ora, da sola, è rientrata borbottando, Il panorama cambia sempre anche perché noi siamo sempre diversi. Non c’avevo mai pensato, però è così ovvio, oggi sono d’umore nero e il terrazzino può anche confortarmi, un po’, ma il sole è malinconico. Mentre quello stesso sole, o qualche sole simile, in altre giornate felici è più colorato, più sorridente, più felice anch’esso.

    Forse, cambiando ogni momento anche io, arriverà il giorno in cui quella vista non mi cullerà più, non mi darà più alcun calore. Forse nessun terrazzino, nessun panorama, nessuna persona, nessuna casa, un giorno, mi darà calore. Ma ha senso vivere col pensiero fisso che un giorno, all’improvviso, non sentirò più niente?

  • Fuga #1 – Forse era tutto troppo

    Fuga #1 – Forse era tutto troppo

    Non appena hai raggiunto la cima, prima ancora di guardarti attorno, ti sei seduto sulla base di cemento della croce. Ti sei messo la felpa blu per proteggerti dal vento, eri tutto sudato, e hai indossato il cappuccio. Sei rimasto un po’ con la testa china a guardarti quelle scarpe che mai, come quel giorno, avevano camminato. Poi hai alzato gli occhi per guardare davanti a te la vallata a strapiombo, la catena di montagne, il mare subito dietro. Si intravedeva anche una striscia di pianura, tra il mare e i monti, quella dov’era casa tua, e chissà che non fosse possibile vederla, casa tua, col suo tetto rosso come tutti gli altri, il suo giardino uguale a quelli vicini, l’erba sempre meno verde, di anno in anno.

    Sei rimasto fermo per almeno cinque minuti, senza parlare, il tempo di riprendere fiato, di capire che ce l’avevi fatta, di convincerti che eri arrivato al traguardo, una volta tanto. Poi ti sei alzato e hai iniziato a guardarti intorno, passeggiando attorno alla croce, guardando il panorama circostante. Ancora strapiombi, montagne alte e basse, lontane e vicine, boschi infiniti, e paesi e boschi gialli e verdi e creste di roccia e pareti verticali e… e ti sei rimesso a sedere, il fiato di nuovo corto, la mano sinistra che tremava e il cuore, quel maledetto muscolo che si fa sentire raramente, ha iniziato a battere così forte da scuoterti il petto come un tamburo impazzito. Hai pensato che forse era tutto troppo per te, quella vista, quel panorama, quella camminata, quella compagnia, hai pensato che forse era meglio fermarsi a metà, sì, accontentarsi della piccola vetta precedente e non andare oltre, Ma come potevi fermarla, lei? Non ti è mai venuto in mente, e anche se fosse, lo sai, non potresti fermarla.

    Allora hai iniziato a regolarizzare il respiro, inspirare col naso ed espirare con la bocca, contando uno due ad ogni respiro, uno due e l’aria dentro, uno due e l’aria fuori, così fino a calmare l’affanno, calmare il cuore, finché non hai più dovuto usare la bocca per respirare perché il naso bastava, il corpo non reclamava più tutta l’aria che chiedeva prima. Hai calmato il respiro e il cuore, in preda a una crisi che non ti era nuova, una crisi frequente che non ti sei mai riuscito a spiegare, e che ti viene solo quando sei di fronte a qualcosa di grande, di intenso, di sublime.

    Ecco l’apice della giornata sublime: una crisi. Come a volerti confermare che quello che hai vissuto e visto, cioè per qualcuno una normale camminata con un’amica, dei semplici monti, delle normali vallate, degli stupidi boschi, ecco per te quello è tutto ciò di cui avresti bisogno per essere felice. E avendolo lì davanti, a portata di mano, il cuore tenta di scoppiare e il respiro si fa affannoso perché deve stare dietro al capo, al cuore, e tu non puoi far altro che sederti, pensare solo al tuo respiro, uno due e l’aria dentro, uno due e l’aria fuori, e non pensare ad altro.

    Infatti poco dopo la crisi è rientrata, il respiro di nuovo regolare e il cuore, ancora una volta, appena percettibile. Però, quando hai alzato gli occhi, hai visto di nuovo quella piccola striscia di terra che separa le Alpi Apuane dal mare, e in quella striscia c’è casa tua, o almeno quello che ne rimane, ti sembra di vederla, è come tutte le altre ma è diversa perché era casa tua, col tuo giardino sempre meno verde e sempre bello, col giardino circondato da siepi e invaso dalle margherite, e col tuo tetto rosso, un po’ sbiadito dal tempo e di nessuna importanza se non per quel minuscolo evento, quella volta di tanti anni fa, quando ti ci sei sdraiato per vedere le stelle, ma era nuvoloso. Infatti non l’hai fatto mai più, non c’hai neanche provato, un tentativo era sufficiente. Comunque sì, ormai avevi visto quella che era casa tua, e non sei riuscito a trattenere le lacrime.

    Allora hai incrociato le braccia al petto e le hai appoggiate sulle gambe, con la testa china a fissare i sassolini tra le scarpe consumate. Non sono scese tante lacrime, è vero, solo due. Poi hai sentito la voce amica di lei che ti chiamava, non hai neanche capito cosa dicesse ma è bastato, le lacrime si sono scordate del resto e hai iniziato a sorridere.

    Dopo poco siete scesi di nuovo, in silenzio, il sole sempre più caldo, il cielo sempre più blu, e il tuo cuore ormai placato. Hai pensato a lungo a quanto sarebbe bello vivere sempre così, forse il tuo cuore si potrebbe abituare, non soffrirebbe più, basterebbe allenarlo al bello, alle emozioni forti e intense che solo la montagna ti possono dare, e allora andrebbe sicuramente meglio. Poi ti ricordi, purtroppo, che quell’escursione è solo una parentesi, una fuga dannatamente effimera. E ciò che più ti fa male è che la fuga, quella stessa fuga per cui lotti incastri e sbrani, è solo una fuga dalla vita che tu stesso ti sei costruito.

  • L’ultimo viaggio in scooter?

    L’ultimo viaggio in scooter?

    Un borbottio del motore, lo scooter che si spegne in mezzo alla strada. Così iniziano, a volte, i viaggi. Non quando il motore si accende e la moto parte, no. Il viaggio inizia quando ci fermiamo e, solo da fermi, capiamo di essere lontani.

    Mi vantavo di avere uno scooter affidabile da 12 anni. Quasi 50 mila chilometri insieme attraversando tante regioni. Un viaggio in scooter dopo l’altro. «Non mi ha mai abbandonato» dicevo. Sapevo che poteva succedere, prima o poi. Aggiungevo sempre un ragionamento del tipo «se resiste anche questa volta, non mi abbandonerà mai».

    Dovevo portare lo scooter da Forte dei Marmi a Milano. Circa 259 chilometri da farsi su strade statali e provinciali perché lo scooter non può andare in autostrada. Sarebbero state sei ore di guida se non si fosse aggiunta, all’ultimo, Caterina, e con lei la sua casa vicino alle Cinque Terre. Un rifugio sempre desiderato. Ecco che il trasporto di un mezzo da una città all’altra inizia a delinearsi come un viaggio fatto di soste, tappe, strade panoramiche e interfoni per chiacchierare col passeggero. Per il primo giorno solo due, tre ore di moto per 85 chilometri. Una passeggiata.

    Fino a Framura nessun problema: l’Aurelia fino a La Spezia, poi le salite della strada a picco sul mare. Uno spettacolo raro per guidare con calma, godersi il panorama, respirare aria buona. Arriviamo col sole che cala, e ci tuffiamo al tramonto. Ci chiediamo perché non si possa vivere sempre così, sempre in viaggio, sempre al mare, ma le risposte non ci piacciono. Non possiamo far altro che immergerci per soffocare certi pensieri col suono del mare, col mare che entra nelle orecchie

    Ripartiamo con calma il giorno successivo. Non abbiamo mai fretta di andarcene da certi luoghi. Però bisognava andare.

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    La strada per Milano era molto semplice: fare il passo del Bracco cercando di sopravvivere ai motociclisti che la affollano, arrivare a Lavagna e salutare il mare per immergersi nell’entroterra. Da lì saremmo dovuti passare per la Val d’Aveto e l’Appennino, arrivare a Piacenza passando da Bobbio e poi sorbirci un lunghissimo rettilineo fino a Milano. Altri 200 chilometri, sei ore con qualche sosta per le foto di rito e per sgranchirsi le gambe.

    Lo scooter viaggia veloce e, grazie alla passeggera ormai abituata, pieghiamo bene. Nelle curve sembra quasi di sciare, uno slalom gigante ma più lento. Scivoliamo via in un saliscendi sempre in salita, tra chiacchiere e risate nelle orecchie accartocciate contro gli auricolari.

    Scolliniamo in mezzo alla nebbia e l’aria si rinfresca. Prima al mare a sudare, poi sui monti. Eccolo il viaggio. Ora la visiera si riempie di goccioline che, poco alla volta, si ingrossano e scivolano giù sulla barba, sulla maglietta. Inizio a sentire freddo ma il divertimento e la compagnia mi scaldano. Davvero.

    I boschi attorno profumano la strada. Le rocce grondano e, lo ammetto, mi sembra di essere a casa mia. Mi sembrano le mie Alpi Apuane. Non ci sono le cave, certo, ma sembrano loro. Lo dico a Caterina e non risponde. La immagino annuire, guardando con occhi diversi ciò che ci circonda. È bello viaggiare in due.

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    A un certo punto i monti finiscono, i paesini si fanno meno radi e la pianura sembra infinita. Le macchine corrono anche se la strada ha tante curve. Un borbottio del motore e lo scooter si spegne in mezzo alla strada. «Vedrai che riparte» dico a Caterina. Ancora in sella lo spingo sul ciglio della strada. Il cielo si riempie di nuvole.

    Non parte.


    Aspettiamo cinque minuti, e ancora non vuol saperne di mettersi in moto. Aspettiamo dieci, venti, trenta minuti. Non parte. Lo spingo ancora verso il parcheggio di una pizzeria di cui intravedo il cartello. Aspettiamo. Non era così che doveva andare.

    Poi succedono cose che trasformano il viaggio in un’avventura. Un pizzaiolo in borghese esce e ci prende in simpatia. «Voi siete matti», dice. Sì, siamo matti, ma la pazzia non serve ad aggiustare lo scooter. E lui lo sa. Così chiama un amico meccanico, un altro pazzo come noi, che una tranquilla domenica pomeriggio accetta di sporcarsi le mani nello scooter di due sconosciuti.

    Dopo aver smontato mezzo scooter con una brugola e un cacciavite trova il problema. «La candela» dice, «è la candela il problema!». Infatti la svita ed è tutta fusa. Non chiediamo spiegazioni, anche se dovremmo. Perché una volta trovato il problema, il problema va risolto. E noi non abbiamo nessun pezzo di ricambio. «Ma come, non avete neanche una candela di scorta?». Io abbasso la testa e mi guardo la punta delle scarpe. Scarpe buone solo per andarci al mare.

    No, non ho niente. Non doveva essere un viaggio in scooter, ma uno spostamento. Sono partito come fossi in fuga: uno zaino con due libri, un telo mare, il costume. Per precauzione ho portato una maglietta a maniche lunghe che avrebbe dovuto proteggermi dalle scottature, e invece mi ha salvato dall’ipotermia. Ho un po’ d’acqua e della focaccia genovese davvero ottima. Pensavo di essere a posto, ecco. Ma è evidente che no, non era solo uno spostamento. Era un viaggio, e io non ero preparato.

    «No, non ho niente» rispondo. Il meccanico sorride. È qui da un’ora e avrebbe tutto il diritto di prendermi la testa e incastrarla negli ingranaggi della moto, ma non lo fa. Prende il telefono e chiama qualcuno. «Dobbiamo aspettare un po’» dice dopo aver rimesso il telefono nel taschino. Aspettiamo facendo due chiacchiere, un po’ increduli e un po’ tristi.

    Dico a Caterina che se arriva qualcuno col pezzo di ricambio potrei piangere. Un refolo fresco le scompiglia i capelli. Aspettiamo. Il sole sta tramontando ma non ci sono più nuvole. Guardiamo l’arancione del cielo che rende l’attesa più lieve.

    Aspettiamo mezz’ora. Poi quel qualcuno con la candela di ricambio arriva e no, non piango, ma sono emozionato. Lo scooter parte al primo colpo. Salutiamo, infiliamo banconote da cinquanta euro nelle tasche di tutti e tutti ce le tirano dietro. Il meccanico rimonta i pezzi, ci regala pure una candela di scorta e ripartiamo. Voliamo sull’asfalto con sorrisi che non riusciamo a vedere ma che sentiamo, sappiamo che ci sono, sono proprio lì. Grandissimi.

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    Dopo dieci minuti a massima velocità leggiamo finalmente le indicazioni per Milano. Il viaggio in scooter sta per finire. Imbocchiamo il noioso rettilineo che si rivela davvero dritto e noioso, ma ci porta fino a casa. Lo scooter ce l’ha fatta anche stavolta, e se non ci ha abbandonati in questo viaggio non ci abbandonerà mai più.

    Voi ci credete?

  • Cronache genovesi – 10/03/2020

    Cronache genovesi – 10/03/2020

    Chissà se il virus salirà fino al quarto piano. In Via di Prè, dove abito, arriva tutto. E lo smog, a differenza di altre città, si sente raramente. Al suo posto, odori di cibi etnici mischiati al salmastro pungente dei giorni ventosi. Eppure, salirà anche il virus? Qui, un virus simile è la cosa migliore che ti possa capitare; tra drogati, prostitute e spacciatori può accaderti di tutto. In qualsiasi momento. Ma a questo non ci penso mai.

    Lo spacciatore delle 8 di mattina ha capito che non deve offrirmi niente, non compro (o non da lui?). Quello di mezzogiorno mi fa sempre complimenti su come vesto, anche quando indosso solo un jeans e qualche vecchio maglione. La sera la situazione è più critica perché arriva presto l’ora degli acquisti: allora vedi relitti d’uomini trafficare con le monetine per la dose serale. E poi vedi qualche rissa, che gli spacciatori riescono a sedare in fretta: la pace è amica degli affari. Il vicolo poi si fa deserto nella notte. Rimangono le urla degli ubriachi o di chi non c’è proprio riuscito a elemosinare gli ultimi spiccioli per un “panino”.

    Il virus, in questa via, non esiste. Anzi c’è, ma è di tutt’altro genere: è più una peste, che ha corroso lo Stato (che passa, ogni tanto, per guardare a testa bassa ed andarsene). Lo Stato non c’è, perché guarda e passa e non si cura; sguardo basso a osservare le punte lucide degli stivali, mentre calpestano siringhe usate che non vedono. Così come non vedono le prostitute, che stanno sedute negli ingressi dei loro bugigattoli nelle traverse di questa via; e se camminando ti capitasse di guardare queste minuscole traverse, vedresti una selva di gambe spuntare dai muri della città. Dove esiste un altro posto simile? E perché dovrei andarmene, da una città così?


    Forse dovrei tornare da dove sono venuto. Chiudermi tra quattro mura robuste, circondato da siepi e muretti che delimitano minuscoli territori di minuscole persone. C’è il richiamo, lo ammetto; la strada battuta è proprio dietro di me, ma qual è la strada che verrà? Intravedo una via possibile, ma non riesco a capire cosa ci sia in fondo. Un bivio? Un virus? Un burrone?

    Camminando tra i vicoli di Genova mi accorgo che il virus non esiste. La gente non esce di casa e le mascherine iniziano a vedersi, ma il virus siamo noi. Sarebbe così bello poter credere ad una punizione divina: noi, maledetti umani, ce lo siamo meritato! Sarebbe così bello.

    A volte, quando posso, mi rifugio ad Oregina. Un quartiere popolare sulle prime alture di Genova, una vista emozionante della città e del mare che sembra non finire mai. Eppure è un quartiere popolare, a tratti povero. Poveri, vero, ma con terrazzino vista infinito: ecco che da quassù, vedo tutto. Ed è evidente che, virus o non virus, questa città rimarrà uguale a prima. Con qualche ferita in più e con qualche persona in meno. Ma la vista, da quassù, rimarrà la stessa.



    Cosimo Benzi Angelini

  • Rifugio I

    Rifugio I

    C’era un casetta di legno, arroccata sui monti poco lontani dal mio mare. Era il rifugio estivo di qualche anziano pastore che lassù, su quell’Appennino vista mare, ci è andato per tutta la vita. Ammetto di non averlo mai conosciuto, se non grazie alle storie altrui. Storie a me riferite da persone che, a loro volta, le avevano sentite da altri. Ma questo è il cantuccio a me fatto, e la storia non può essere che mia. Così non parlerò di quell’ultimo pastore, ma della stanzetta riparata che ha lasciato ai posteri: viaggiatori e turisti, principalmente. Ma non solo.

    La casa è molto vissuta, fatta di legno robusto ma usurato. C’è un’unica stanza, con un misero materasso, qualche scaffale con vecchie agende e alcuni libri. Solo una finestra permette alla luce di entrare, ma è sufficiente. Aprendo le imposte, si vede il mare. Forse è strano essere in montagna, a quasi 1000 metri di altezza, ed avere il mare proprio di fronte. Ma è questa stranezza a rendere la visione sublime. Anche se potresti uscire e metterti semplicemente a guardare il panorama sdraiato sull’erba, resti fisso alla finestra che incornicia il mare, il mio mare, come se fosse un quadro. E non vorresti più staccarti.

    Ci sono stato solo una volta, la casetta, eppure la ricordo come se l’avessi appena visitata. Il trucco è pensarci fino allo sfinimento, e scriverci sopra qualche appunto, qualche racconto. E magari raccontarla a quelle poche persone che vorresti portarci. La memoria si fortifica rivisitando le immagini scritte, e così è come se quel posto lo visitassi ogni giorno. Ci sono stato solo una volta, fisicamente, ma nella mia testa la visito ogni giorno. Ed ogni volta è diverso perché cambia il tempo in base all’umore del momento, e cambia la compagnia, e cambiano i particolari. Ultimamente piove sempre, e visito da solo la stanzetta, resa umida e tetra dalla vita reale.

    A volte mi immagino di affacciarmi alla finestra, e di sentirmi come il “viandante sul mare di nebbia”, perché non si riesce a vedere niente. Non l’erba; non la pianura che separa le spiagge dalle prime pendici dei monti; non il mare. E forse è un po’ come la vita, perché in alcuni momenti non riesci a vedere un futuro, una direzione, un viso amichevole. Ma poi la nebbia sparisce, torna il sole e ricominci a cogliere il senso di ciò che fai e la consapevolezza di chi sei. E spesso passa anche il sole, arriva la tempesta ma non per questo la vita fa così schifo come sembra. C’è sempre un posto in cui rifugiarsi, una persona da contattare, una canzone da ascoltare. E se questo non bastasse, forse avete bisogno di un bicchiere di Scotch per dormire meglio, proprio come quello che sto per bere io.

     

    C.B.A