Bella Caligo: mi ricorda casa mia.

Bella Caligo: mi ricorda casa mia.

Caligo è arrivata. Ancora. Camminava con lo sguardo basso: a sinistra le macchine, a destra dei bei palazzi. Poi la luce, la fine del palazzo. la nebbia dove ci sarebbe dovuto essere il porto. Il matitone in lontananza. Ha tirato fuori il telefono dalla tasca destra dei pantaloni, l’ha ruotato a sinistra e ha premuto. Nessun click, nessun movimento: l’immagine salvata nella galleria, per futura memoria. Tre immagini, per la precisione. ‘Una, per forza, sarà venuta decente’. Si avvia, con il telefono ancora in mano, stretto nella mano.


Bella Caligo: mi ricorda casa mia. No, non quella vera. Quella casa adottiva dove sono arrivato bimbo, e sono scappato uomo. Ma no, si capisce, non uomo nel senso di adulto. Uomo nel senso proprio. Uomo come “essere cosciente e responsabile dei propri atti, capace di distaccarsi dal mondo organico oggettivandolo e servendosene per i proprî fini, e come tale soggetto di atti non immediatamente riducibili alle leggi che regolano il restante mondo fisico”. Prima coscienza non ne avevo molta, credo. Neanche incoscienza, per la verità. Ma sì, questa Caligo di mare mi ricorda quella di terra, quella dei campi infiniti e dell’autostrada tutta dritta, lunga, soporifera.

Pochi passi ancora, e alzando la testa scorge un piccolo assembramento. Poco più avanti di lui, un belvedere permette una vista migliore di quella appena immortalata. ‘Peccato’. Braccia tese a fotografare quella strana nebbia di mare, vista solo nei film. Caligo, si chiama. Ed è femmina. Apparsa qualche settimana fa come evento rarissimo ed oggi, a breve distanza, si è ripetuto.

Bella Caligo: mi ricorda casa mia, quella che ho abbandonato. Chi dice poi che non possa tornarci? Sarà tutto diverso, lo so, ma sarà comunque sempre uguale. Mi aspetta, la Caligo di lassù. Mi aspetta al mattino, quando tirando su le tapparelle sembrava di stare in una nuvola. Che poi, in fondo, è pur sempre una nuvola. Una nuvola speciale, bassa bassa a infastidire gli uomini – o a nascondere gli amanti. E quanto è poi banale dire che, come tutte le cose di questo mondo, è un po’ bella e un poco no? Eppure…

Si accosta a quelle persone eccitate per lo scatto del giorno. Niente distanze. Sente l’ansimare delle bocche, le bave che colano alla vista del panorama. ‘Bello, sì, però calmi’. Eppure impugna il telefono, lo ruota tenendolo ben saldo con le due mani sui lati corti, e scatta qualche foto. Foto uguali ad altre foto. ‘Tutti la stessa foto, peccato’. Si accosta alla ringhiera, piega le ginocchia come se fosse seduto su un bagno alla turca. Scatta ancora, talvolta inclinando il telefono da un lato in maniera asimmetrica. ‘Ci siamo’. Si alza, aggiusta i pantaloni e continua a camminare.

Bella Caligo: ma rimarrà qualcosa di tutte le foto che gli ho fatto oggi? Devo stamparle, sì, ho deciso. Soltanto i giorni memorabili son semplici da ricordare, ma se volessi ricordare anche i giorni comuni? La stampo, ok, la stampo. E farò tanti album pieni di Caligo, di pozzanghere, di visi rubati, di panorami tutti uguali. Farò tanti album come mia nonna, il suo vanto.

Nessun caffè al bar, entra direttamente in ufficio. Routine rotta, smorta, ammezzata. Come un sigaro che si ha il tempo di fumare tutto. Accende i pc ma continua, imperterrito, a controllare il telefono ogni attimo. Sente una vibrazione. Nessun messaggio, nessuna notifica. Lo posa accanto alla tastiera. Trenta secondi e vibra, per davvero. Ecco una email: “come allungare il pene“… Posa il telefono con un gesto di stizza. Suona il telefono, ma non risponde.

Bella Caligo: mi ricorda una vecchia canzone che non parla di nebbia, ma di mare. E parla di un naufrago che, spinto onda su onda, si ritrova su un’isola in cui vive meglio di prima: “Il mare mi ha portato qui/Ritmi canzoni, donne di sogno/Banane, lamponi/Mi sono ambientato ormai/Il naufragio mi ha dato la felicità che tu/Tu non mi dai”. Non c’è alcun nesso apparente, né alcun nesso nascosto. Collegamento casuale che non ha motivo d’essere, se non per me, per me solo.

 

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