Cosimo Angelini

Categoria: Varia

Non c’è nome peggiore di questo, varia, per una categoria. Il nome dovrebbe specificare la categoria, indirizzare il lettore (e lo scrivente) verso ciò che leggerà (o dovrà scrivere). Eppure, varia allude a niente, se non al caos: può indicare tutto, e il suo contrario.

Però non c’è altro nome più adatto di questo: varia. Perché questa categoria fluida ospita ciò che scrivo, per un motivo preciso (e raramente per noia) ma senza uno schema fisso, se non qualche tema ricorrente. E ciò che scrivo è vario per natura perché non c’è intenzione di creare mondi chiusi, sistemi perfetti.

Varia, quindi, è il nome giusto per una categoria che accoglie ciò che non rientra nelle altre, e che soprattutto nasce da me solo. Per qualcuno è la meno interessante, probabilmente. Per me, è la più importante, e la meno definita.

  • Il cuscino tra le gambe

    Il cuscino tra le gambe

    È mai possibile, ti chiedi, non dormire per tre giorni di fila? Ti ricordi di un film in cui le persone si ammalano di una malattia bizzarra che toglie il sonno, e dopo cinque giorni senza sonno iniziano a impazzire, uccidersi, morire. Qualcuno direbbe che ti preoccupi per niente, che sei facilmente suggestionabile, ma non è così, è solo la prima volta che ti trovi a non dormire, realmente, per così tanti giorni. Hai sempre sofferto d’insonnia: il cervello che lavora troppo quando gli occhi si chiudono e la testa, appoggiata al cuscino, non riesce a trovare pace, mentre il corpo è stanco, i muscoli dolenti, gli occhi bruciano, e tu non riesci a dormire per i pensieri, i pensieri, intangibili e così presenti da togliere pure il sonno, il fiato, la pace, e allora non potendo rimanere immobile per troppo tempo nella stessa posizione ti rigiri nel letto, cambi fianco, continuamente, addirittura nei momenti peggiori ti ritrovi con la faccia affogata nel cuscino, qualche lacrima che tenti invano di soffocare lo bagna, e sai che non ti addormenterai mai in quella posizione per te così innaturale, scomoda, ma le hai provate tutte, non sai che altro fare per dormire e mettere in pausa quel flusso di immagini ricordi castelli che si mischiano nel dormiveglia, flusso in cui non riesci neanche a distinguere il reale dall’irreale, il sogno dalla realtà, il fatto accaduto dal fatto che speri accada, eppure sei sveglio, lucidissimo nel tuo girarti e rigirarti trasformando le lenzuola in una matassa, un groviglio da cui a malapena riesci a uscire per andare a bere un bicchier d’acqua, sdraiarti sul divano e provare a dormire lì, in salotto, pensando che il problema sia la stanza, il letto, e non quello che c’hai vissuto in quella stanza e in quel letto, ma sai che non è così, e appena lo capisci torni in camera dandoti dello stupido, più e più volte, finché solitamente riesci, prima o poi, magari poco prima dell’alba, ad addormentarti. Che poi è quello che ti sta accadendo da tre giorni, con un piccolo dettaglio discordante, e cioè che l’alba la vedi arrivare da sveglio, la vedi passare e cedere l’attimo al mattino, e vedi tutto questo perché sei sveglio, da ore, da tre giorni anzi, e ogni volta che chiudi gli occhi il cervello non si spegne, mai, e rimani come mummia viva, imbacuccato sotto le coperte tirate fino al mento, eppure senti freddo lo stesso, tu, che il freddo non lo senti mai, e non riesci a dormire, da tre giorni, per questo inizi a preoccuparti.

    Non sai neanche se possa essere colpa delle medicine, colpa del malanno stagionale, colpa della febbre leggera ma insistente, insomma non sai alcunché, e il non sapere ti preoccupa, tutto sommato, come preoccuperebbe chiunque, non che tu sia poi così speciale, è che senza saperlo sei tu, oggi, il protagonista, e non un tu qualunque, ma proprio tu, tu che hai un malanno medio, una febbre nella norma, eppure una carenza da sonno non normalissima, resa sempre più evidente dai tuoi pensieri, che non mostri, certo, ma che ti deformano la faccia sia quando cammini avanti e indietro tra il letto e il divano, sia quando inutilmente chiudi gli occhi con la testa appoggiata a uno dei tanti cuscini che hai provato stasera.

    Speriamo di dormire, stanotte, pensi quando metti a scaldare l’acqua per il tè, senti che la gola non fa più così male, il cerchio alla testa stringe sempre meno e anche se è solo mattina non avrai altro pensiero che quello della sera che arriverà, penserai tutto il giorno a stancarti il più possibile per arrivare preparato al momento in cui dovrai appoggiare la guancia sul cuscino, rimboccarti da solo le coperte e, dopo un grande sbadiglio che ti avverte del sonno in arrivo, addormentarti. Cerchi di visualizzare la scena sperando di chiamarla, di avvicinarla in qualche modo, perché hai finito le armi a tua disposizione, le hai provate tutte le tisane, le camomille, le melatonine, e pure le camomille con le melatonine dentro, e stronzate simili che invece di annichilirti come vorresti ti agitano, ti tengono desto, e anche questo non hai mai capito a cosa sia dovuto ma pensi sia colpa del tuo particolare cervello, di quel flusso che lo attraversa come attraversa quello di tutti, si intende, ma il tuo in particolare, che spesso non riesce a fermarsi, stopparsi, non sente stanchezze né dolori fisici, rimane lì aggrappato alla veglia a molestarti, e tu rimani sveglio, anzi, ti svegli sempre di più, impotente, finché non sei preso dallo sfinimento a cui ti portano certi pensieri ricorrenti, pensieri che fanno il nido e al proprio nido ci tornano sempre, e sfinito, di solito, ti addormenti, ma non questa volta.

    I giorni, senza la notte a scandire il tempo e a concedere un po’ di riposo, sono lunghissimi, e li passi guardando film che non ti interessano, mangiando quel poco che la tua gola riesce a tollerare, e neanche riesci a leggere perché il mal di testa te lo impedisce, e le parole sono troppo piccole, il cervello non riesce a concentrarsi se non su pensieri ossessivi, quelli che fanno il nido e ritornano, e così ti abbuffi di film, non puoi fare altro, capita anche che tenti di chiudere gli occhi in pieno giorno, appoggiandoti la copertina di pile sulla pancia, coprendo bene i piedi, eppure è un tentativo inutile, rimani sveglio e non sai perché, il tuo corpo ha bisogno di dormire eppure non ne vuole proprio sapere, di dormire, e anche se gli occhi ti si chiudono quasi da soli, rimani sveglio. E quando cala la sera del terzo giorno, senti che il sonno è più forte dei giorni precedenti, non devi sbagliare né anticipare i tempi perché basta un solo errore a mandare a monte una notte di sonno, e non puoi permettertelo, non stavolta. Così ceni con calma, ti guardi un film abbastanza lungo con tutte le luci accese, e solo quando è mezzanotte e sono finiti i titoli di coda spegni le luci, ti lavi i denti e, dopo aver abbassato a metà le tapparelle, ti infili a letto. Senti qualcosa di diverso rispetto alle sere precedenti, come se il letto fosse più comodo, il piumone più morbido, allora ti sbrighi a scegliere il fianco migliore su cui dormire, infili il tuo solito cuscino tra le gambe e abbracci un terzo cuscino, quello che non usi mai se non in rare occasioni, ma questa sera, lo sai, deve essere tutto perfettamente accomodato. È così che ti addormenti, senza quasi neanche rendertene conto, all’istante. Eppure non te ne accorgi perché stai dormendo.

    Non sai che sono passate soltanto due ore da quando ti sei addormentato, e non sai neanche che ti sei addormentato, ma te ne rendi conto soltanto adesso mentre ti svegli di soprassalto, forse per un brutto sogno, sei tutto sudato e fatichi a capire dove sei anche se dalle tapparelle filtra della luce lunare che illumina un po’ la stanza, e ci metti qualche secondo a capire che va tutto bene, che sei nel tuo letto e che sì, finalmente, ti sei addormentato, ma per qualche motivo sei di nuovo sveglio, e vorresti vedere l’ora ma una visione ti blocca: c’è una persona alla finestra di cui vedi solo la sagoma, la luce che gli arriva dalle spalle (o di fronte?, non lo capisci) ne evidenzia contorni, e ti sembra sia proprio rivolta verso di te. Per qualche attimo ti sembra proprio lei, quella che non può essere, il cuore aumenta i suoi battiti e il sudore ricomincia a inzupparti la fronte, fredda, Non può essere lei, pensi, allora ti giri verso il comodino, prendi gli occhiali, e ci metti poco a capire che no, ovviamente non è lei, ma è solo l’accappatoio attaccato alla maniglia che, un po’ storto, al buio, sembrava una figura umana. Il cuore si tranquillizza, anche se qualche pensiero di non riuscire a riaddormentarti, dopo questa visione e tutti i pensieri che ne derivano, c’è, e l’unico modo che trovi per scacciare i pensieri e per tentare, di nuovo, di dormire, è riderci su, così ridi degli scherzetti che ti fa la mente, che non solo non ti fa capire che stai dormendo nel tuo letto, ma oltretutto ti fa vedere figure umane in accappatoi appesi, ed è ridendo che ti rimetti a letto, un cuscino tra le gambe mentre abbracci il terzo, e anche questa volta non te ne accorgi ma ci metti poco ad addormentarti, solo pochi minuti, giusto il tempo di pensare a lei che non c’è, al letto che è troppo grande, e pensando a questo stringi di più il cuscino tra le braccia, come se servisse a qualcosa, poi, e ti addormenti.

    Non sei del tutto cosciente quando inizi, dopo qualche ora, ad accarezzare il cuscino. Ti ricorda la sua schiena, piatta, quando la accarezzi piano percorrendola tutta con la mano, dal collo all’osso sacro, così piatta e sottile da percepire la spina dorsale, le scapole, la pelle liscissima, e quando ti rendi conto che quello è solo un cuscino e non è lei, che sta dormendo in un’altra città, puoi solo riderci su, anche questa volta, sia perché ti sei addormentato (e non è cosa da poco), sia perché appena prima di dormire hai desiderato in tutti i modi di sognarla, lei, e lei è apparsa in sogno. Ed è stato un sogno strano, sì, perché hai sognato di essere a casa tua, in quella casa, in quello stesso letto in cui sei, e nel sogno stai dormendo quando senti la porta di camera che si apre, e dalla porta entrava proprio lei, un po’ ubriaca dalla serata, e dopo averti dato un bacio si infilava nel letto, dietro di te, e ti abbracciava. Un sogno simile non ha senso, è tutto assurdo, ti dici, è assurdo che lei torni a casa tua, dopo essere stata in giro senza di te, nella tua città, ma è anche assurdo che torni ubriaca, lei, che è cosa rara, quasi mai vista, ma si sa che la cosa più assurda è che lei si metta a fare il cucchiaio grande, con te che sei il doppio di lei, se non di più, e ripensando al sogno capisci perché quel cuscino ti è sembrato lei, forse l’hai accarezzato per tutto il tempo del sogno, e anche se è un po’ ridicolo va bene così, perché ti manca, e quando ti manca qualcuno è accettabile abbracciare anche un cuscino, accarezzarlo fingendo che sia la schiena di quel preciso qualcuno, e se per altri questo non è accettabile, sei comunque tranquillo, Sarà la febbre, puoi sempre rispondere, e pensando a queste ipotetiche difese torni a dormire, sorridendo. Appoggi la guancia al cuscino, infili il secondo cuscino tra le gambe, e il terzo, invece che stringerlo, lo tieni steso accanto a te, e, come se fosse la schiena di lei, cominci ad accarezzarlo.


  • Cronache genovesi – Città che nutre e (non) stanca

    Cronache genovesi – Città che nutre e (non) stanca

    Appena entri in casa ti togli la giacca, le scarpe, e ti butti sul divano proprio lì, davanti all’ingresso. Non hai ancora capito come possa essere così stancante immergerti nella città che ami, dopo un lungo giro con le persone a cui vuoi bene, e camminare, camminare, camminare. Ti nutri di questa città, delle persone che la abitano, dei personaggi che la affollano, dei suoi odori non sempre profumati, eppure quest’immersione ti stanca come una maratona fatta non solo di passi veloci, di corse, ma anche di suoni, di voci, di profumi, di urti con i passanti, di colpi di tosse, di gambe che sporgono dai portoni.

    Seduto sul divano non senti alcun rumore esterno. Solo qualche sirena, ogni tanto, e qualche voce, condomini che salgono le scale. A volte, quando il vicino apre la porta di casa sua, sembra che stia entrando lì, da te, e te lo dicono tutti, ma prima o poi ci si abitua anche a quello, ci si abitua a capire che nessuno di quelli che vorresti vedere entrerà dalla porta così, d’improvviso, è soltanto il vicino che torna a casa dalla moglie, dai figli, e tu lì, ad aspettare nessuno, su quel divano, a goderti il silenzio, il riposo, dopo un’immersione sempre più stancante.

    Come può stancarti così tanto ciò di cui ti nutri, ancora, non l’hai capito. Infatti continui ad andarci, se non tutti i giorni, almeno uno ogni due, non stai mai troppo a casa, non riesci, vuoi scendere e camminare lì, tra quelle persone di cui inizi a riconoscere i discorsi che stanno per fare, i loro modi, le loro debolezze, e tutto questo soltanto guardandoli, perché a forza di guardarli hai capito che la panettiera da cui compri la focaccia quando scendi in città, in quella panetteria all’angolo, è stanca, stanchissima, senti che qualcosa non va e vorresti tanto proseguire i soliti discorsi, Due euro di focaccia, per favore, ma come stai?, vorresti chiederle, ma non glielo chiedi mai, e quando hai pensato di farlo, anzi, quando eri convinto di essere pronto a fargliela, quella domanda, lei, proprio lei, non lavorava più lì.

    Ma anche il macellaio da cui vai una volta a settimana ti sembra preoccupato, non parli mai con lui, soltanto i soliti buongiorno, grazie, buonasera, accompagnati da sorrisi più o meno aperti, più o meno forzati, dipende dalla giornata, e vorresti parlare anche con lui, davvero, magari della donna che non lavora più lì, Due svizzere, per favore, e lei?, lei dov’è finita?, ma non hai il coraggio, e a te cosa importa, poi, dove sia finita, e tu chi sei per lui se non uno dei tanti, uno che passa e va, a volte torna ma va, comunque va.

    genova cronache genovesi chiara fasano

    Ti sei reso conto di quanto ti sia necessario scendere in città proprio quando hai smesso di avere degli amici, lì. Certo, qualcuno c’è ancora, ma non li trovi in quella città, non li incontri casualmente camminando nei vicoli, al porto, come quella volta che hai trovato un’amica di tutt’altra parte d’Italia, proprio lì, proprio al porto, mentre mangiavi della focaccia seduto sulla panchina. Insomma, non c’è più nessuno che giri come te, con te, tra i vicoli, sul porto, Se fossero questi i problemi veri della vita, dice qualcuno, è che sono tutti sparsi, ti dici, un po’ qui un po’ lì, sparsi in così tante città, in così tanti paesi diversi, e proprio quando in questa città hai smesso di incontrare casualmente amici, hai capito che di questa città non ne potevi fare più a meno.

    Fa sorridere pensare che la città in cui hai deciso di vivere è anche la città che più ti fa capire cosa significhi esser soli. Tu come tutti, si intende, non sei mica tanto speciale. Per questo esci, ti immergi, e giri bar e biblioteche per lavorare in posti affollati, in cui non hai il tempo, il silenzio adeguato per renderti conto di essere solo. Per questo, quando giri in quella città, cerchi di parlare un po’ con tutti, ridi, scherzi, e cerchi di chiacchierare con chiunque passi, come quella signora alla fermata del bus che hai invitato a giocare con te e i tuoi amici.

    Per farti capire meglio, però, l’esempio perfetto di come vivi la città ti è accaduto proprio pochi giorni fa, quando hai superato in moto una grossa signora in scooter, e lei ti si è accostata, poco dopo, al semaforo. Quella sorta di befana gigante e senza denti, su uno scooter così piccolo da sembrare finto, appena ti si è accostata ha girato la testa verso di te, ma non guardava te, guardava lei, la ragazza seduta sulla moto con te, e dopo averla squadrata, mentre te guardavi quella signora gigante su quello scooter così piccolino, ti ha rivolto la parola, Che caldo che fa oggi, ti ha detto, e tu non hai aspettato troppo per avere la risposta, come se fosse già pronta, Eh, signora, se ha caldo si spogli. Sentivi la mano di lei sulla tua schiena, la sentivi ridere, ma l’hai sentita ancor di più quando la signora, in risposta a quella impudenza, ha sollevato leggermente la gonna per far vedere la caviglia, lanciandola in aria come a dire, Guarda che so di cosa parli, eh. Allora sì che avete riso, tutti e tre.

    Ma se fosse finita lì, sarebbe stato un evento come tanti. È che la signora aveva voglia di parlare, aveva voglia di quei discorsi che si fanno così, un po’ al vento, tanto per, quegli stessi discorsi che fai tu in giro per la città quando parli con gli sconosciuti, tanto per, e per questo ha continuato, Però stasera viene freddo, dicono, e te non sei riuscito a trattenerti, le hai risposto subito, E allora si rivesta, signora, e dicendo questo è scattato il verde, sei ripartito mentre la signora rideva a bocca spalancata, senza denti, ancora ferma al semaforo, e in quel momento hai sentito ancora di più la mano di lei sulla tua schiena, lei che rideva, e qualche lacrima ti è scesa perché sì, forse non la sai rendere a parole, ma la scena era proprio comica, e le lacrime uscivano perché ridevi troppo.

    Solo in questa città riesci a vivere certe cose, solo lì riesci ad essere così. Quindi poco importa che tu sia solo, lì, perché tanto solo non lo sei. Basta vestirti, andare nei vicoli, mischiarti con chi beve dalle dieci della mattina, con chi vende birre anche prima delle dieci, e parlare con loro, e aspettare che lei torni a trovarti. Che sia l’attesa, stancante, e non tutto il resto?

    genova parigi cronache genovesi chiara fasano

    Grazie a Chiara Fasano per le fotografie (non) di Genova.
    La trovate su Instagram come @chiarafsn, o a questo link.

  • Fuga #2 – Appena prima di partire

    Fuga #2 – Appena prima di partire

    Il treno non è ancora partito e non manca neanche poco perché è mattina e tu, mentre lavori, pensi soltanto a quel treno che ti porterà via di qua, ancora, e ancora per un breve tempo, per una rapida fuga. Quel treno ti lascerà a casa tua, a quella vera, ma starai soltanto un’oretta, giusto il tempo di prendere la moto e fuggire da qui, fuggire da lì, ma non fuggire da te, che tanto ti segui sempre, ovunque tu vada, indipendentemente dalla velocità con cui acceleri. Da te non scappi, anche se ci provi.

    Infatti vai ad assaggiare la terra, di cui non ricordi più il sapore, e ci vai in moto perché non si è mai troppo vecchi per fare delle cazzate. E parlando con lei di questa fuga le hai detto che fuggi verso te stesso, Bella questa, ha risposto, me la segno. Credo ti prendesse in giro, scusa se te lo dico. Però è in qualche modo la verità. Fuggi verso qualcosa che può riempirti, oggi che ti senti fluttuare nel nulla, tu e il nulla entrambi così vuoti, senza significato, e credi che parte del significato sia proprio laggiù, in quella terra che non tocchi da troppo tempo. O almeno lo speri.

    Qualcuno, forse tu stesso, insomma qualcuno potrebbe dire che tu stia fuggendo dai problemi. Caro mio, se anche osassi pensare una cosa simile ti vorrei bene lo stesso. Lo sai meglio di me che non si fugge dai problemi. Puoi provarci, ma non si fugge dai problemi, e non perché sia sbagliato farlo, non so cosa sia giusto o sbagliato, io, mi ci vedi a dire, Ecco, questo è giusto e questo è sbagliato, tu buono e tu cattivo?, no, dai, non potrei. Mi limiterei a dire, Ecco, questo è uno stronzo, questo non lo è, ma non è proprio la stessa cosa. E comunque non è questo il punto, dai problemi non si fugge perché certi problemi ti inseguono come la tua stessa ombra, te li trovi appollaiati sulla spalla anche a mille chilometri da dove pensavi di averli lasciati.

    E se anche tu facessi altri mille, diecimila, centomila chilometri, ti assicuro che su quella stessa spalla troveresti gli stessi problemi, con l’aggravante che il viaggio, in moto, è un viaggio solitario. Nessuna radio, nessuna canzone da cantare fino a farti bruciare la gola, nessuna voce amica, solo il motore al massimo dei suoi giri, il vento che ti sbatte a destra e a sinistra e rimbomba dentro al casco, il freddo e il caldo, i pensieri belli e brutti. Tutto questo è il bello del viaggiare in moto, e allo stesso tempo il pericolo, lo sai. Sei solo con te stesso, coi tuoi pensieri, coi tuoi problemi da cui non puoi fuggire. E i rumori non sono mai abbastanza forti da sovrastare il lavoro insano della mente.

    viaggio in moto panorama

    Lo so che tu, prima ancora di partire con questo treno, stai già pensando ai pensieri che rimbomberanno nella tua testa, mentre il vento rimbomberà a sua volta nel casco. Anche questo, è vero, è un pensiero che rimbomba, ma non come quelli, no, non hai proprio idea. O forse sì, ce l’hai? Forse ti illudi di poter trovare risposte nella distanza, nel lavoro fisico, nel sapore della terra, o forse no. Forse ti illudi che quei problemi rimarranno appoggiati sul comodino di casa tua, quella vera, perché partirai in silenzio, senza farti sentire, certamente proverai a fregarli, invano.

    Lo sai, in fondo, che non andrà così. Sai che il casco si riempirà di vento e frasi e ricordi e pure immagini, probabilmente di montagne lontane, ma se il viaggio sarà abbastanza lungo, e lo sarà, appariranno anche alcune città avvolte dalla nebbia, alcuni volti che vedi meno di quanto vorresti, rivedrai alcuni baci, sentirai certi odori ormai quasi svaniti. Sentirai frasi che non hai mai detto ma che, davvero, avresti voluto dire. E risentirai frasi dette da altri, da altre, che non sentirai più. E il vento non rimbomberà più nel casco perché certi pensieri occuperanno tutto lo spazio tra la testa e il casco, tutti gli interstizi, le fessure, tutta l’aria nell’imbottitura, e quei pensieri che non ti ripeto perché è meglio tacere, a volte, comunque intendo quei pensieri che per altri non sono così importanti, ma per te lo sono, saranno ingombranti. E saranno più importanti dell’imbottitura del casco, sì, più importanti della vita stessa, e più dolorosi, forse, della più brutta delle cadute in moto.

    Perché se non sei il Dalai Lama, se non sei qualche profeta che vive nelle caverne in pace col mondo e con se stesso, se guidi per cinque ore in un momento così assurdo della vita su un rettilineo infinito, i pensieri negativi non possono far altro che prendere il sopravvento. Puoi combatterli, puoi tentare di erigere un muro provvisorio, e ci proverai, invano, ma se ti ricordi quella vecchia fiaba dei porcellini, sai che basterà lo starnuto di un lupo per tirare giù tutto. Tu, sì, proprio tu, sei abbastanza forte da resistere per cinque ore all’assalto di un lupo?

    E pensare che devi ancora partire… però sai che non è tutto così tragico, perché nel viaggio attraversi l’appennino, fiancheggi monti colline e laghi, paesini arroccati sui cucuzzoli dei monti, tu e soltanto tu. E soprattutto, una volta arrivato, quando potrai finalmente spegnere il motore e toglierti il casco, ti basterà chiudere gli occhi e respirare una boccata d’aria amica per riprenderti, per cacciare via i pensieri, e ti dirai, Bene, eccomi, finalmente qui. E sarai così contento di essere lì, di tornare a vedere quegli occhi amici, quella terra sempre dura ma amica, e sarai talmente contento che per un attimo ti scorderai di casa tua, quella vera, ti scorderai di lei, chiunque essa sia, me la presenterai mai, un giorno?, ti scorderai delle viste dal tuo terrazzino che non sai quanto ti invidio, e per un attimo ti scorderai pure dei pensieri negativi che ti hanno corroso durante tutto il viaggio.

    Sta a te, a te soltanto, decidere quanto far durare quell’attimo.

    vista panorama dal terrazzo genova tramonto
  • Quegli occhietti strizzati che non vedrai più

    Quegli occhietti strizzati che non vedrai più

    Sei sceso dal treno, ti hanno dato un passaggio a casa e proprio lì, in quella casa dove sei cresciuto, dove hai preso a testate gli armadi e urlato e pianto, tanti anni fa, in quella casa non trovi chi è sempre stato lì ad aspettarti. Capitava spesso che, tornando, tu trovassi solo lei, placida sulla sua brandina, lei che ti scodinzolava come se ogni volta fosse l’ultima, lei che si strusciava e ti metteva quel muso animale da tutte le parti. Di certo non si aspettava di vederti, e forse neanche si ricordava chi fossi, ma eri qualcuno di buono, e questo a lei bastava.

    Spesso, tornando, ti sei ritrovato solo, a parte quel cane. Così, invece di aspettare il ritorno di nonni, genitori, fratelli, coccolavi un po’ quel cane così felice di vederti, prendevi la macchina e uscivi di nuovo, alla ricerca di quelle bricioline di rapporti lasciate un mese prima o due, rintracciare gli amici mai persi, quelli che la distanza avvicina, non allontana, e ti trovavi spesso al bar di quell’amico che non c’era verso di pagarglielo, il caffè. Ma soprattutto ti trovavi seduto nel retrobottega di quel negozietto così pittoresco, sì, proprio pittoresco, quella bottega sulla via Aurelia con le padelle appese al muro esterno, a salutare i passanti.

    E in quel retrobottega c’era sempre una persona ad aspettarti, sempre la stessa e sempre diversa, un giorno patito della bicicletta e il giorno dopo impazzito per il puntinismo, e quella persona era una certezza, quella bottega una casa a cui tornare. E per te c’era sempre quel bicchiere di vino pronto, che quasi ti commuove il pensiero. E dopo quel bicchiere di vino non potevi andartene, c’era da parlare di come andavano le cose, E Tizio che fine ha fatto? E Caio?, No, lasciamo perdere, sto così bene qui per conto mio, Sempre più palude?, Sempre di più, sempre di più, però qui ci sto bene, qui respiro, almeno un po’, e così continuavano i discorsi, i ricordi del passato, i piccoli dettagli che ogni tanto spuntavano fuori.

    retrobottega occhietti strizzati solo ritorno solitudine

    Poi non potevi mica andartene, sai?, dovevi rimanere e aspettare che chiudesse perché a pranzo si mangiava tutti insieme al ristorante lì accanto, con tre o quattro lavoratori della zona, geometri marmisti ingegneri banchieri, e tavolate così varie non le ho mai viste, e tu nemmeno, e compagnie così felici neanche. Però prima del pranzo c’era l’aperitivo, il bicchierino di pessimo vino del bar accanto all’osteria, e giù di briscola e discorsi su discorsi, e risate, e sigarette girate con la macchinetta che le gira da sola. Quella macchinetta gliel’hai regalata tu, tra l’altro, e lui ne era così felice.

    Lo diceva a tutti, Questa me l’ha regalata lui, guarda che belle sigarette, e in effetti venivano proprio bene, o almeno meglio di quelle che faceva lui, almeno sembravano sigarette perché le sue, girate a mano con le sua gigantesche mani, sembravano grandi cannoni deformati, che lui fumava lo stesso, ridendo e strizzando gli occhietti dal troppo ridere, strizzandoli come solo lui sapeva fare.

    Dopo l’aperitivo ci si sedeva tutti assieme, al ristorante, lo Chef ogni tanto spuntava dalla cucina per farci compagnia, almeno nei giorni migliori, e la cucina funzionava anche grazie alle padelle di quella piccola bottega di altri tempi. E le pareti erano zeppe di quadretti a puntini più o meno grandi, opera sua, ma più di tutto c’era lui, lui che legava e faceva legare, lui che metteva d’accordo vacche e buoi, lui che, comunque andasse, gli volevi bene perché era così, perché era lui, ciclista o puntinista non importava.

    E tornando a casa, adesso, non hai trovato nessuno ad aspettarti. Non un cane, appunto. Di lei rimane solo un’ombra marroncina sul muretto a cui era appoggiata la brandina. E rimane la brandina un po’ sfondata, rimane il ricordo di un cane che, piano piano, se n’è andato. Allora, anche sei sei appena tornato, non hai potuto far altro che uscire di casa, prendere la macchina e andare, non importa dove, comunque andare, e senza volerlo, o senza saperlo, ti sei ritrovato lì, davanti a quella vecchia bottega d’altri tempi, e l’hai trovata chiusa, e non hai pianto soltanto perché stavi parlando al telefono, altrimenti…

    La verità è che hai pianto anche se stavi parlando al telefono, Scusami, devo andare e hai riattaccato nonostante le proteste, hai riattaccato proprio mentre scendeva la prima lacrima, e accostando la macchina alla vetrina hai letto i cartelli “Chiusi per ferie”. In quel momento hai compreso che non c’era più lui ad aspettarti nel retrobottega, perché sotto Natale faceva metà dell’incasso e no, mai avrebbe chiuso sotto Natale, fosse stato vivo.

    Ma il cane non c’è più, lui non c’è più, e ti sembra che questa zolla di terra tra il mare e i monti sia ormai deserta e disabitata nonostante la folla impazzita per i regali di Natale. Gente ovunque eppure sei solo, non puoi più berti quel pessimo vinello prima di mangiare con lui, non puoi più stringere quel cane quando senti che non hai niente e nessuno da stringere, e soprattutto non puoi più vedere quegli occhietti strizzati dal troppo ridere. E la solitudine non è solo una sensazione vaga, ma è proprio questo: non avere un cane, una persona, un bicchiere di vino da cui tornare.

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  • La gomma pane

    La gomma pane

    Ti sei alzato male, ricordi?, dopo non aver quasi dormito, dopo aver pensato a tutti quei problemi, quelle scelte forse sbagliate o forse no, dopo tutto questo ti sei alzato e ti sei messo lì, davanti alla finestra, a guardare le luci della città dall’alto. Il sole non si è ancora fatto vedere e la città, spianata di fronte a te, è un brulichio di luci a intermittenza, una danza psichedelica di led natalizi gialli bianchi rossi blu, e l’illuminazione delle strade non la noti neanche.

    Hai immaginato per un attimo di cancellarla con una gomma pane, la città, tirando giù palazzi e vite e strade, come succede sempre più spesso in questo paese senza neanche usare l’immaginazione, ma tu lo fai perché sogni sempre di vederla com’era una volta, com’era prima del tuo arrivo e dell’arrivo dei tuoi nonni, insomma com’era prima che qualcuno la costruisse e le desse un nome. Ti chiedi che forma avesse la costa, in quel tempo antico, e di che tipo fossero le spiagge che oggi non esistono più, e ti chiedi se abbia un senso chiedersi tutto questo quando i problemi sono ben altri, e belli grossi.

    Di certe cose, a volte, non sai con chi parlare, così finisci col parlare al soffitto, quel soffitto che di inquilini ne ha visti tanti e chissà quanti ne vedrà, ed è lui che ti rivolge la parola proprio quando ti ributti un po’ a lettoH.

    Ho sentito dire, dice, che passare le giornate a letto, in casa, nonostante le scadenze e gli impegni, non è pigrizia ma ansia, e tu non sai che rispondere perché se sei finito a parlare col soffitto tanto bene non devi stare. Eppure stai al gioco, Complimenti allo scopritore dell’acqua calda, caro Soffitto mio, ma poi dove l’avresti sentita questa?, Sei un cretino, sono solo una voce nella tua testa, quindi lo dovresti sapere tu, Ah, già… ma senti una cosa, è normale che una voce nella mia testa mi dia del cretino?, Solo se è quello che pensi di te, Allora è tutto nella norma, però ci sentiamo in un altro momento che ora ho da fare, e così dicendo torni a guardare fuori.

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    Dopo la tua ultima frase hai sentito una risata provenire dal soffitto, ma quella risata si sovrapponeva perfettamente a quella nella tua testa, e l’unica cosa che hai potuto fare è stata ridere, anche tu, insieme alla voce nella tua testa, insieme allo sconosciuto al piano di sopra, perché in certi momenti o ridi, o ti fai ricoverare.

    Hai ripensato alla gomma pane, e perché tra tutte hai ripensato a quella proprio quella non lo sai, forse perché è una gomma divertente, si trasforma, non buca i fogli come le gomme normali e tu non vuoi bucare la città, le persone, le strade, vuoi solo cancellarle per un attimo senza far soffrire nessuno, e quindi un colpo di gomma pane e via, tutto nuovo, tutto com’era una volta.

    In realtà la gomma pane è un ricordo di infanzia, uno di quegli oggetti sacri che ti ha accompagnato per tutte le scuole anche se, alla fin fine, l’hai usata solo due o tre volte. Poi, proprio settimana scorsa, dopo decenni di oblio ti è stato di nuovo ricordato quando lui, quel tipo, te l’ha consigliata per ripulire un disegno che ti aveva regalato, Si sa, nei viaggi si crea qualche sbavatura della matita colorata, qualche sfumatura non voluta, ecco, usa la gomma pane e risolvi.

    E tu, pacifico, ti eri rassegnato a rituffarti nei ricordi del liceo acquistando quella gomma pane che compravi all’epoca, sempre la stessa, la gomma incartata in una plastica trasparente tappezzata di loghi blu Pelikan, e i bordi aperti. Però non hai fatto in tempo a comprarla perché, proprio prima di tornare, la sera prima di prendere il treno per ritornare qui, in questa casa, di fronte a questa finestra, te l’hanno praticamente tirata addosso. Con dolcezza, si intende.

    Lei, di fronte alla birra, ti ha passato un sacchetto di carta tipico delle vecchie cartolerie, bianco e blu, e dentro c’erano non una, ma due gomme pane. Per questo hai iniziato a sorridere mentre lei ti spiegava i collegamenti tra te e la gomma pane, te morbido e in continua evoluzione proprio come la gomma pane, e poi il riferimento al recente soprannome che sempre lui, quel tipo della gomma pane, ti aveva affibbiato.

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    Lei non ha capito subito perché o percome ridessi, ma quando le hai raccontato tutto, i collegamenti, i nessi casuali, la pura coincidenza, ha iniziato a sorridere anche lei, gli occhi socchiusi, un po’ lucidi, le fossette attorno alla bocca, ed è lì che le hai ripetuto quella verità sentita altrove, verità in cui hai potuto mettere le dita come fosse stata una piaga da convalidare, e le hai detto quello che pensavi, Le coincidenze accadono sempre, sta a te decidere se farci caso o meno. Lei ha riflettuto un attimo, il volto serio all’improvviso, Credo sia proprio così, ha risposto, ed è tornata a sorridere.

  • Cronache genovesi – La vista dal terrazzino

    Cronache genovesi – La vista dal terrazzino

    Anche oggi, come tutti gli altri giorni, le ho mandato la foto del tramonto dal terrazzino. Ho provato a spiegarle che ogni giorno è diverso, ogni giorno la luce cambia, cambiano i colori, la forma delle nuvole, le rifrazioni, i riflessi sul mare, i toni di azzurro giallo e rosa del cielo. Ogni giorno il panorama è diverso pur rimanendo sempre lo stesso: a destra la collina che somiglia a una montagna, al centro la città con sopra il mare, a sinistra gli alberi che coprono la vista. Sopra a tutto il cielo di colore diverso ogni giorno, ogni ora, ogni momento.

    Quando cala il sole non si fa in tempo a inviare un messaggio, a bere un bicchier d’acqua che la luminosità del quadro è cambiata. Così cambia la vista stessa, il panorama, quasi cambia anche città. E ogni giorno, come oggi, le mando la foto della vista dal terrazzino sempre alla stessa ora, dalla stessa posizione, per farle capire che sì, il terrazzino è lo stesso, la città sotto e i monti a destra sono sempre gli stessi, eppure sono sempre diversi.

    Lei mica capisce, sai? Non la biasimo. Che discorsi! La città è sempre quella, e il monte brullo con le antenne dei ripetitori mica si sposta, mica cambia. Eppure… Mettiamola così: quando sentiamo per la prima volta una canzone che ci piace molto, tendiamo ad ascoltarla sempre di più, sempre più di frequente. La ascoltiamo così tanto che, dopo un po’, finisce per annoiarci. E la dimentichiamo. Ecco, per il panorama dal terrazzino la situazione è diversa: lo guardi tutti i giorni, ne vuoi sempre di più, e quello non annoia mai.

    Come mai non annoia? Perché cambia. Tutti i giorni, tutte le ore, tutti i momenti. E sto cercando di farglielo capire con le foto, ma come si può capire senza esserci? Non si può capire il cambiamento perenne di luci, toni, riflessi, senza averlo davanti. E lo si capisce solo fissandolo per qualche minuto e poi distogliendo gli occhi per un solo secondo. Basta chiuderli un secondo e, una volta riaperti, avremo di fronte un nuovo panorama. La stessa città, le stesse montagne, lo stesso mare, e allo stesso tempo una città diversa, diverse le montagne e il mare. Però bisogna esserci.

    Le ho mandato una foto anche oggi, come tutti gli altri giorni, ma so che fin quando non verrà qua non potrà capire. Dovrà venire qua e starci un po’, qualche giorno almeno, per convincersi che il panorama è vivo e cambia in continuazione. Perché se anche la luce fosse sempre la stessa, se anche le nuvole i riflessi le rifrazioni fossero sempre identiche, il mare è vivo e non si può mai osservare la stessa onda per due volte.

    Eppure la luce non è mai la stessa. È la luce che cambia più di ogni cosa, ogni frazione di secondo col calare imperterrito del sole. E cambiando quella, cambia tutto. Cambia anche il mare. A volte si confonde col cielo, a volte la linea dell’orizzonte è netta e divide due distinte tonalità, due cose (cose?) così diverse, due elementi fondamentali insomma, l’aria e l’acqua.

    Ho provato a spiegarle che non è solo un bel panorama, ma è un panorama vivo. È come se, alzandoci al mattino, trovassimo alla finestra un paesaggio diverso ogni giorno. È come essere sempre altrove e sempre qui. Non capisce, ma come potrebbe? Non è mai venuta a vedere tutto questo di persona. Però l’ho invitata, sai? L’ho fatto. Solo per farle comprendere tutto questo. E la aspetto. Peccato che, ogni momento di assenza, è un panorama perduto per sempre.

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    Finalmente è venuta, e credo abbia capito quello che intendo. Penso anzi che ne abbia colto l’essenza più di quanto abbia fatto io in questi anni, perché dopo essere rimasta da sola sul terrazzino per un’ora, da sola, è rientrata borbottando, Il panorama cambia sempre anche perché noi siamo sempre diversi. Non c’avevo mai pensato, però è così ovvio, oggi sono d’umore nero e il terrazzino può anche confortarmi, un po’, ma il sole è malinconico. Mentre quello stesso sole, o qualche sole simile, in altre giornate felici è più colorato, più sorridente, più felice anch’esso.

    Forse, cambiando ogni momento anche io, arriverà il giorno in cui quella vista non mi cullerà più, non mi darà più alcun calore. Forse nessun terrazzino, nessun panorama, nessuna persona, nessuna casa, un giorno, mi darà calore. Ma ha senso vivere col pensiero fisso che un giorno, all’improvviso, non sentirò più niente?

  • Fuga #1 – Forse era tutto troppo

    Fuga #1 – Forse era tutto troppo

    Non appena hai raggiunto la cima, prima ancora di guardarti attorno, ti sei seduto sulla base di cemento della croce. Ti sei messo la felpa blu per proteggerti dal vento, eri tutto sudato, e hai indossato il cappuccio. Sei rimasto un po’ con la testa china a guardarti quelle scarpe che mai, come quel giorno, avevano camminato. Poi hai alzato gli occhi per guardare davanti a te la vallata a strapiombo, la catena di montagne, il mare subito dietro. Si intravedeva anche una striscia di pianura, tra il mare e i monti, quella dov’era casa tua, e chissà che non fosse possibile vederla, casa tua, col suo tetto rosso come tutti gli altri, il suo giardino uguale a quelli vicini, l’erba sempre meno verde, di anno in anno.

    Sei rimasto fermo per almeno cinque minuti, senza parlare, il tempo di riprendere fiato, di capire che ce l’avevi fatta, di convincerti che eri arrivato al traguardo, una volta tanto. Poi ti sei alzato e hai iniziato a guardarti intorno, passeggiando attorno alla croce, guardando il panorama circostante. Ancora strapiombi, montagne alte e basse, lontane e vicine, boschi infiniti, e paesi e boschi gialli e verdi e creste di roccia e pareti verticali e… e ti sei rimesso a sedere, il fiato di nuovo corto, la mano sinistra che tremava e il cuore, quel maledetto muscolo che si fa sentire raramente, ha iniziato a battere così forte da scuoterti il petto come un tamburo impazzito. Hai pensato che forse era tutto troppo per te, quella vista, quel panorama, quella camminata, quella compagnia, hai pensato che forse era meglio fermarsi a metà, sì, accontentarsi della piccola vetta precedente e non andare oltre, Ma come potevi fermarla, lei? Non ti è mai venuto in mente, e anche se fosse, lo sai, non potresti fermarla.

    Allora hai iniziato a regolarizzare il respiro, inspirare col naso ed espirare con la bocca, contando uno due ad ogni respiro, uno due e l’aria dentro, uno due e l’aria fuori, così fino a calmare l’affanno, calmare il cuore, finché non hai più dovuto usare la bocca per respirare perché il naso bastava, il corpo non reclamava più tutta l’aria che chiedeva prima. Hai calmato il respiro e il cuore, in preda a una crisi che non ti era nuova, una crisi frequente che non ti sei mai riuscito a spiegare, e che ti viene solo quando sei di fronte a qualcosa di grande, di intenso, di sublime.

    Ecco l’apice della giornata sublime: una crisi. Come a volerti confermare che quello che hai vissuto e visto, cioè per qualcuno una normale camminata con un’amica, dei semplici monti, delle normali vallate, degli stupidi boschi, ecco per te quello è tutto ciò di cui avresti bisogno per essere felice. E avendolo lì davanti, a portata di mano, il cuore tenta di scoppiare e il respiro si fa affannoso perché deve stare dietro al capo, al cuore, e tu non puoi far altro che sederti, pensare solo al tuo respiro, uno due e l’aria dentro, uno due e l’aria fuori, e non pensare ad altro.

    Infatti poco dopo la crisi è rientrata, il respiro di nuovo regolare e il cuore, ancora una volta, appena percettibile. Però, quando hai alzato gli occhi, hai visto di nuovo quella piccola striscia di terra che separa le Alpi Apuane dal mare, e in quella striscia c’è casa tua, o almeno quello che ne rimane, ti sembra di vederla, è come tutte le altre ma è diversa perché era casa tua, col tuo giardino sempre meno verde e sempre bello, col giardino circondato da siepi e invaso dalle margherite, e col tuo tetto rosso, un po’ sbiadito dal tempo e di nessuna importanza se non per quel minuscolo evento, quella volta di tanti anni fa, quando ti ci sei sdraiato per vedere le stelle, ma era nuvoloso. Infatti non l’hai fatto mai più, non c’hai neanche provato, un tentativo era sufficiente. Comunque sì, ormai avevi visto quella che era casa tua, e non sei riuscito a trattenere le lacrime.

    Allora hai incrociato le braccia al petto e le hai appoggiate sulle gambe, con la testa china a fissare i sassolini tra le scarpe consumate. Non sono scese tante lacrime, è vero, solo due. Poi hai sentito la voce amica di lei che ti chiamava, non hai neanche capito cosa dicesse ma è bastato, le lacrime si sono scordate del resto e hai iniziato a sorridere.

    Dopo poco siete scesi di nuovo, in silenzio, il sole sempre più caldo, il cielo sempre più blu, e il tuo cuore ormai placato. Hai pensato a lungo a quanto sarebbe bello vivere sempre così, forse il tuo cuore si potrebbe abituare, non soffrirebbe più, basterebbe allenarlo al bello, alle emozioni forti e intense che solo la montagna ti possono dare, e allora andrebbe sicuramente meglio. Poi ti ricordi, purtroppo, che quell’escursione è solo una parentesi, una fuga dannatamente effimera. E ciò che più ti fa male è che la fuga, quella stessa fuga per cui lotti incastri e sbrani, è solo una fuga dalla vita che tu stesso ti sei costruito.

  • Il reggimento parte all’alba

    Il reggimento parte all’alba

    Può capitare che, tornando dalle ferie, lavorare ti sia faticoso. Ti siedi alla scrivania, controlli le email un po’ insofferente, e poi inizi a preparare i libri per l’ordine che doveva già essere stato spedito. Devi applicare le immagini all’ultimo uscito, così stacchi la pellicola della striscia adesiva che sta dietro alle immagini, ne posizioni l’angolo in alto a sinistra sul segno stampato appositamente sulla pagina per centrare l’immagine, e poi cerchi di far combaciare anche il margine superiore dell’immagine con una piccola linea stampata che devi assolutamente coprire affinché l’immagine sia dritta. A volte quel lavoro ti rilassa, è vero, ma tornando dalle ferie, da quelle ferie turbolente, fatichi a far combaciare al primo colpo l’immagine con l’angolo e le linee, devi riprovare perché non puoi sbagliare, vorresti essere altrove e con la testa sei da tutt’altra parte ma adesso sei lì, il tuo corpo è lì, in quell’ufficio, ad applicare immagini che devi necessariamente applicare bene. Altrimenti il libro è da scartare.

    Non senti l’editore entrare, iniziare a cercare dei libri da spedire, e non lo vedi neanche quando si avvicina alla tua postazione mentre tu sei concentrato e chino sull’angolo di un’immagine, angolo che tieni premuto con la mano sinistra nella giusta posizione mentre con la destra fai lentamente ruotare l’immagine per spostare in alto il margine superiore fino a fargli nascondere la piccola linea orizzontale. All’improvviso ti saluta: Buongiorno, tu rispondi di soprassalto: Buongiorno, e alzi le mani dal libro in lavorazione come colto sul fatto, in flagranza di reato nell’aver messo forse un’immagine leggermente storta, millimetricamente storta, ma l’immagine è dritta e comunque all’editore non interessa perché ti sta porgendo un libro, L’hai letto questo di Buzzati?, e tu neanche capisci che libro è perché non ha la sovracopertina, non ha neanche la copertina di cartoncino bianco, è come se non fosse neanche un libro, ne ha la forma ma è solo un mucchio di pagine incollate tra loro. Comunque rispondi No, non credo, e allora lui te lo lascia e se ne va. Non dice Dovresti proprio leggerlo, non dice niente, ma è come se sapessi che dovresti proprio leggerlo.

    Sei incuriosito, apri quei fogli con forma di libro e leggi il titolo, Il reggimento parte all’alba, e pensi: Va bene, un libro sulla guerra, interessante. Richiudi il libro, te ne scordi e torni ad applicare immagini per tutta la mattina, perché le ferie sono finite e il rientro non prevede pause di alleggerimento da “ritorno troppo traumatico”, no, anzi, il rientro è il momento di lavoro più intenso perché rientrano tutti, ci sono i lavori arretrati, ci sono i nuovi progetti, e insomma non c’è mai pace. E dopo una giornata trottando a destra e a sinistra, applicando immagini spostando scatole correggendo bozze di autori che no, non pensavi di poter mai leggere inediti, dopo una giornata così sfiancante torni a casa e la prima cosa che fai non è assolutamente aprire quel libro. Te lo sei dimenticato nello zaino, quel libro, e hai solo voglia di farti una doccia, di ritirarti a letto per cercare di riunire il corpo che è lì, in quel letto, alla mente e al cuore che sono altrove, da tutt’altra parte, un po’ sparsi tra la Toscana, la Sardegna, la Liguria, il Veneto, insomma ovunque, e così ti fai una doccia e ti butti a letto senza neanche cenare.

    Non hai sonno, ovviamente non ti basta essere stanco per riuscire a dormire. Prendi il libro che stavi leggendo e ti accorgi che mancano poche pagine, così lo finisci, un libro di cui non sapresti ricordare né il titolo né l’autore né la storia però ti ha tenuto compagnia, insomma non un bel libro ma simpatico, lo finisci e lo metti via. Pensi che probabilmente non lo riaprirai mai più, ma fa parte del gioco. E pensi anche che non ti è ancora venuto sonno, hai letto troppo poco, così prendi il primo libro che ti capita tra le mani aprendo lo zaino, l’unico rimasto perché viaggi leggero, fa caldo, non guardi neanche cosa stai prendendo ma prendi qualcosa che ha la forma di libro, lo senti, e tirandolo fuori ti accorgi che non ha sovracopertina, non ha niente, ha direttamente le pagine da sfogliare. È quel Buzzati, e non hai molta voglia di leggere Buzzati che parla della guerra, ma hai ancora meno voglia di alzarti a controllare la libreria, non hai assolutamente voglia di quel rituale così denso e importante che è la scelta di un libro da iniziare, non ne hai le forze. Così apri quello, e ridi perché non ha neanche le immagini applicate a mano, come dovrebbe, dev’essere proprio un libro monco, fallato, che non si meritava neanche le immagini, e inizi a leggerlo quel Reggimento parte all’alba che non ti invoglia minimamente, e che inizia così: Da alcuni piccoli sintomi, da certe voci che corrono, da certe facce che si incontrano, viene quasi da pensare che il suo reggimento si prepari alla partenza, e magari partirà tra un mese, fra un anno, fra dieci anni, ma già si prepara.

    Pensi che sia intrigante nonostante tutto, nonostante questa storia del reggimento che si prepara anche se non sa quando partirà, è un po’ strano e allora continui a leggere: È una giornata bellissima di primavera, il 9 maggio, un sabato, dinanzi alle case della città uomini donne e bambini si affaccendano intorno alle automobili, caricano valige, pacchi, giocattoli, sci, battelli, sono vestiti per la gita, l’amore, la giovinezza, la speranza, la vita. Anche nei grandi cortili del suo reggimento, chissà dove, batte lo splendido sole ma portaordini vanno e vengono, la tromba dà segnali insoliti che nessuno o quasi conosce, si nota una diffusa irrequietudine, il signor colonnello, il capo di stato maggiore e gli altri ufficiali importanti stanno lavorando nei loro uffici benché sia sabato di primavera e la gente della città si prepari al sollievo alla libertà, alla gioia, perché forse il reggimento deve partire. È il reggimento suo? Non è che lui sia militare di mestiere. Ma tutti senza eccezione nella sua città e anche fuori nelle campagne, valli, rive del mare per quanto è esteso il mondo tutti in certo modo appartengono a un reggimento e i reggimenti sono innumerevoli, nessuno sa quanti sono, e nessuno sa neanche quale sia il suo reggimento, eppure i reggimenti sono accantonati qui intorno, anche nel cuore della città, benché nessuno se ne accorga e ci pensi. Però quando un reggimento parte, chi gli appartiene, pure lui deve partire. Altri dicono invece che si tratta di navi. Ciascuno è iscritto come passeggero di una nave senza sapere dove sia né il nome. E sono navi strane capaci di salpare dal centro di un arido deserto o dalla precipitosa gola di una montagna. Ma reggimento o bastimento è lo stesso, il fatto è che un bel giorno ciascuno di noi deve partire.

    È tutto molto strano eppure ti stuzzica, capisci che non è solo una questione di guerre e di battaglie, ti chiedi che senso ha partire con un reggimento senza esser militari, e ti ripeti che non ha senso che tutti debbano partire, che non ha senso neanche che nessuno sappia quale sia il proprio reggimento, insomma inizi a percepire qualcosa, e ti ricordi ancora oggi l’esatto momento in cui hai capito che non si trattava di guerra, ma di qualcosa molto affine, e se ti sforzi senti di nuovo quella cosa hai percepito in quel momento, perché era un brivido, vero?, un brivido che ti ha preso tutto, non solo la schiena ma anche le dita che tenevano il libro, e le punte dei piedi a contatto col lenzuolo che li copriva.

    E ti ricorderai per sempre che hai capito tutto voltando pagina, sì, c’è voluto ancora poco per capire che non era solo guerra, ma era qualcosa di più, in particolare quando hai letto: L’avviso arriva a tutti, con maggiore o minore anticipo, che talora è di ore, o di giorni, talora è di mesi o addirittura di anni: eccezioni non esistono. Senonché quasi nessuno se ne rende conto. Questo perché nella maggioranza dei casi l’annunzio non consiste in un modulo esplicito come la chiamata alle armi, bensì in piccoli segni che facilmente si possono scambiare per fenomeni casuali del tutto indifferenti. Ma soprattutto perché gli uomini ripugnano selvaggiamente all’idea del loro fatale destino

    Ecco il brivido che ti ha scosso, il corpo che legge fatale destino e trema per una frazione di secondo, i peli che si rizzano e la pelle d’oca che non si calmerà per un po’. Ed ecco che oltre al corpo fremente, la mente e il cuore ti schizzano via dal letto e tornano a quelle ferie così turbolente e strane, così felici e tristi, a quell’ultima cena insieme al tuo amico, a quegli altrove così carichi oggi di ricordi, memorie, parole. Ti chiedi come sia possibile, per quale casuale coincidenza, si possa ricevere come consiglio o ordine di lettura un libro che parla del morire, e non della morte, proprio dopo aver perduto una persona così cara, morta all’improvviso come all’improvviso hai ricevuto quel libro. Tutto all’insaputa dell’editore che quel libro te l’ha consegnato. Ti chiedi perché non parlasse di guerra quel dannato libro, sarebbe stato più semplice, meno doloroso, ti chiedi perché sia morto, ti chiedi perché proprio quel libro e proprio in quel momento, ti chiedi un sacco di perché ma senti che il cuore accelera e devi alzarti dal letto, così ti alzi, vai nel bagnetto senza finestre a sciacquarti la faccia con l’acqua calda che esce a fine agosto dal rubinetto. Ti dici: Adesso va meglio, ma non va meglio, prendi un po’ d’aria sul terrazzo ma sai che tornerai al libro che avevi abbandonato sul letto perché vuoi capire, vuoi continuare a leggere, Magari qualche risposta ce la trovo, ti dici.

    Eppure continui a chiederti il perché di questa coincidenza, anzi di questa orribile coincidenza; e poi valuti la parola “orribile” e pensi: è solo una coincidenza, è solo un caso, un piccolo caso fra i miliardi che ci sono a questo mondo, una cosa che sta succedendo. Ma perché sta succedendo a te? Questo ti chiedi… E mentre ti chiedi questo ringrazi Tabucchi per averti prestato le parole, e ringrazi anche l’editore per averti involontariamente dato il libro giusto al momento opportuno, anche se con non poco dolore, e ringrazi Buzzati per averlo scritto anche se hai soltanto letto le prime pagine. Quindi torni in casa, riprendi il libro e lo leggi tutto in una sera, non senti più la stanchezza e invece di invogliare il sonno quella lettura, quel libro, ti tengono sveglio, ti fanno vibrare corde rotte, corde ferme da qualche settimana.

    Ti leggi tutto il libro, e scopri che è incompiuto perché anche per Buzzati è arrivato il reggimento, e il curatore ti spiega che per lui non è arrivato all’improvviso, c’è voluto del tempo, il tempo giusto per iniziare a scrivere un libro e tanti altri, ma soprattutto uno, quello che tieni in mano, un libro sul morire imminente ma non troppo, imminente perché il libro è incompiuto, ma non troppo perché la struttura c’è, l’essenziale è stato scritto, il senso passa. Buzzati, pensi, ha avuto il tempo di raccontare il morire di alcune persone note o meno, persone reali e fittizie, e chissà di quante altre avrebbe voluto scrivere, ma pensi anche che non importa, che sia andata proprio come doveva andare, un libro simile doveva rimanere incompiuto.

    Hai finito il libro ma continui a sfogliarlo, rileggi quelle pagine a cui hai piegato l’angolo, gli fai sempre l’orecchio per ricordarti i punti salienti, le parti che ti hanno toccato di più, e dopo aver sfogliato alcune pagine ricapiti sulla vicenda di Galileo Tani, quel tale che sapeva d’esser malato, eppure gli andava bene così, aspettava soltanto che arrivasse il reggimento e non faceva nulla per ritardare la chiamata, fargli cambiare rotta. Non sta bene. Da quattro mesi è malato, i medici gli dicono che deve farsi curare, raggi, catabrissara e tutto il resto. L’ordine di marcia, nel suo caso, può essere prorogato sine die. Ma lui non ne ha voglia. Dopotutto, gli conviene? Che bel risultato, per esempio, campare altri quindici anni, trovarsi di nuovo appoggiato alla balaustra guardando ancora più passivamente la strada e di là della strada il lago grigio e freddo coi motoscafi cretini. E dietro le sue spalle la casa vuota. Vuoto il letto della moglie. Così la camera della cara sorella. Così la camera del fratello minore. Così perfino la stanza degli ospiti, chi può infatti invitare, ormai? E la sera in solitudine dinanzi alla televisione. Neppure la donna, che dopo pranzo se ne va perché abita in paese. Salute di ferro. Ottantun anni. Ad majora. Che splendida speculazione. Poco fa è passata una roulotte a stelle e strisce, carica di bambini. Ora si è fermata una camionetta militare. Il sergente ha salutato, poi rispettosamente ha fatto un cenno.

    Hai riletto questo brano varie volte, e non puoi negare di aver pianto alla scena del Tani solo, in casa, davanti alla televisione, e alla sua decisione quasi volontaria di lasciarsi andare, di abbandonarsi al reggimento. Poi hai paragonato quel morire a quello del tuo amico, Pier, e hai pianto anche pensando alla chiamata improvvisa che ha ricevuto il tuo amico dal suo, di reggimento, quel Pier che vendeva tegami e regalava sorrisi – e bicchieri di vino – sì, proprio quello che all’improvviso è morto senza dare spiegazioni a nessuno. Hai pianto ancora un po’ leggendo il morire di tutti quei personaggi di Buzzati, e in un momento di lucidità hai pensato che non si può raccontare il morire se non durante il morire stesso.

    Dopo le ultime lacrime ti sei di nuovo sciacquato la faccia, gli occhi un po’ gonfi, e ti sei accorto che le lacrime hanno reso il verde dei tuoi occhi, quel verde che nessuno nota mai perché è sempre troppo scuro e quasi marrone, insomma quel verde è diventato più vivo, brillante, così ti vedi gli occhi gonfi ma luccicanti, e sorridi leggermente. Torni a letto, giri il cuscino dalla parte non bagnata dalle lacrime, e chiudi gli occhi. Pensi a quel tuo amico che avrà sicuramente bestemmiato al ricevere la chiamata così, all’improvviso, proprio il giorno dopo aver passato una serata insieme a te e agli altri, una serata così divertente, come sempre, un rito in cui qualcosa era andato storto ma nonostante questo era andato tutto bene, tutto quasi come sempre. Pensi che quella cosa andata storta, quella campana che non aveva suonato, poteva essere un segnale della fine imminente, dell’arrivo di un reggimento, del morire di qualcuno, ma ti dici anche che ormai è successo, inutile pensarci troppo.

    Però continui a pensarci, e pensi alle bestemmie, alle urla di rabbia di chi non può accettare di esser stato così felice e poi, poco dopo, di non essere più, le urla di qualcuno a cui, di colpo, gli veniva tolto tutto. E pensando a questo un po’ piangi e un po’ ridi, non capisci e fidati, non capisco neanche io, però questo è quello che è successo. Un po’ hai pianto, un po’ hai riso, ancora, e poi ti sei addormentato, anche tu all’improvviso, come morto.

  • Le campane non hanno suonato

    Le campane non hanno suonato

    Le campane non hanno suonato ieri sera. Ci siamo rimasti tutti male, ma quasi me l’ero dimenticato quando mi ha chiamato una voce amica che non sentivo da tempo.

    È morto Pierpà, Come è morto? Scherzi?, No Cosimino, purtroppo non scherzo, Ma è uno scherzo del cazzo, ieri eravamo a bere insieme, era felicissimo come non mai, cosa cazzo stai dicendo, Lo so che non ha senso, ma è morto.

    Metto giù la chiamata. L’autostrada inizia a perdere la sua forma, oscurata dagli occhi sempre più umidi. Lei è accanto a me, e come me borbotta, scossa e turbata. Stringo fortissimo il pugno sul cambio e lei appoggia dolcemente la sua mano sopra la mia. Mollo la presa, ma gli occhi iniziano a riempirsi sempre di più. Tento di calmare il respiro, il casello è vicino e decidiamo di fermarci più avanti.

    Come è morto? Perché? Non ha senso.

    Ieri sera, è vero, le campane non hanno suonato. Ora sembra uno stupido scherzo della sorte. Potevo pensare a quella come all’ultima cena? Potevo forse, guardando i suoi occhietti strizzati pieni di gioia, pensare che non l’avrei più rivisto?
    Usciamo dall’autostrada e cerchiamo un bar dove riprenderci un attimo. Mi sento svuotato, sento freddo e mi trema la mano sinistra. Al tavolino del bar mi prendo la testa tra le mani. Perché è morto? Che cazzo di senso ha? Lei si accorge di tutto e mi prende dolcemente in un abbraccio che non dimenticherò. Appoggio la mia testa sulla sua spalla e annuso i capelli un po’ scompigliati dalla notizia. Stiamo così, stretti l’uno all’altra, finché non decidiamo di andare a casa mia. Ci vuole il terrazzino, il sigaro, l’alcool, tutti i balsami del cuore ci vorrebbero. E non basterebbero comunque a spiegare l’assurdo, la perdita. E non basterebbero neanche a placare il dolore.

    Lei si offre per guidare fino a casa e io non mi oppongo. Sono vuoto, svuotato. Sono un corpo morto, perché l’anima che non trova il senso non è altro che un’anima morta, spenta. E a casa mi abbraccia ancora, mi bacia sulla fronte, mi stringe.

    Andiamo sul terrazzo a fumare, a guardare il panorama. Un vento fortissimo scuote tutto mentre avanzano nuvole nere. Dico che sì, dev’essere lui, incazzato per essere stato costretto ad andarsene così, senza motivo, senza preavviso. Brindiamo a lui, fumiamo. Ci godiamo il vento. Eppure niente allevia questo vuoto come la mano di lei che stringe la mia, i suoi capelli sparpagliati dalle folate in cui affondo la testa e che bagno con le mie lacrime. Nessun balsamo cura la perdita, il vuoto, come l’affetto, come l’amore.


    Due giorni dopo, lei mi ha accompagnato al bar della stazione all’apertura. Erano le 5.30 e il barista stava portando fuori i tavolini.

    «Sono arrivati i bomboloni?» chiesi.

    «Certo» rispose il barista, tirando fuori un vassoio da un sacchetto di carta.

    Io ne prendo uno alla crema, come faceva lui, lei uno vuoto. Pierpà aveva un modo tutto suo di mangiare il bombolone, per metà raffinato e per metà animalesco: si faceva dare un cucchiaino con cui tamponava la crema che sbrodolava ad ogni morso. Poi addentava tutto come morbosamente, riempiendosi il viso di zucchero e, allo stesso tempo, immergeva il cucchiaino dentro al bombolone svuotandolo per evitare ulteriori danni. Poi si beveva il caffè col mignolino alzato. Un caffè, due caffè… il terzo, prima di andare via, lo offriva la casa.

    Allora mi sono mangiato il suo bombolone, ascoltando i discorsi da bar che parlavano solo di lui.

    L’hai saputo?, Sì, purtroppo l’ho saputo, che pesata, Sai che era al mare tranquillo a farsi un bagno?, Sì, lo so, una vera merda…

    Ascoltavo in silenzio con la speranza di essere invisibile, e di non essere riconosciuto. Stringevo la mascella tra un boccone e l’altro, serravo i pugni e alzavo gli occhi al soffitto per trattenere le lacrime.

    E dicono che la sera prima era in Arni a mangiare da amici, stava bene, Sì, era una tradizione recente che gli stava a cuore, Ne parlava sempre, era contentissimo…

    «Tu lo conoscevi?» mi chiese il barista, guardandomi.

    Tacqui per qualche secondo e, nel silenzio, ricordai la faccia di Pier quella sera, così sorridente, un po’ avvinazzato come me, come tutti, e felice. Respirai profondamente, trattenendo quel poco di lacrime rimaste dalle ore passate. Ma si sa, in certi casi non vogliono finire mai.

    «Eravamo amici. Era a cena da me, sabato, sui monti di Arni. Ed era felicissimo» dissi.

    «Ah, cazzo» rispose il barista, illuminandosi di colpo. E riprese «ma tu sei quello di Genova?»

    «Già.»

    Tutti rimasero in silenzio.

    «Mi ricordo di te» disse «venivi ogni tanto con lui, sempre a quest’ora. Diceva che facevi il giornalista ma tu negavi sempre, e non ho mai capito il perché.»

    «Pierpà era così, mi prendeva in giro. Ma lo scherzo più grosso l’ha fatto domenica, andandosene senza neanche salutare».
    Lei era rimasta in silenzio per tutto il tempo. Le avevo chiesto di venire perché da solo, forse, non avrei avuto la forza. E durante quelle chiacchiere ogni tanto mi accarezzava il braccio, la spalla, come a dire che non ero solo. No, da solo non ce l’avrei fatta.

    «Me ne dai un altro, per favore?» chiesi, indicando il bombolone rimasto.

    «Certo. Che fai, ti mangi anche quello di Pierpà?»

    «Sì, circa» risposi, «ma lo porto via».

    Pagai congedandomi dal barista con una stretta di mano e uno sguardo triste d’intesa. Entrambi avevamo perso qualcosa di prezioso.

    Mi avviai verso la macchina trattenendo invano le lacrime. Ne scese una sulla guancia destra, e poco dopo un’altra più rapida scivolò sulla guancia sinistra raggiungendo la bocca prima dell’altra. Poi guidai in silenzio fino al suo negozio, lei sempre accanto a me. Perdo tempo parcheggiando con precisione dall’altro lato della strada. Il paese è deserto.

    «Vuoi andare da solo?» mi chiese lei, preoccupata.

    «Sì, stavolta sì.»

    Uscii dalla macchina con calma. Attraversai la strada e mi avvicinai alla porta del negozio, rientrata rispetto alle vetrine. In esposizione le sue pentole, le sue padelle, i suoi tegami. Affissa alla porta una scritta fatta a mano recitava CHIUSO PER LUTTO. È l’unica scritta del suo negozio che non riporta la sua straordinaria grafia. Provo a spingere la porta sapendo di trovarla chiusa. Allora tocco un po’ la vetrina, lascio qualche impronta sull’acciaio della maniglia. Poi appoggio a terra il suo ultimo bombolone alla crema.

    «Ciao» dico, senza neanche più provare a trattenere il fiume che stavo per versare. Tutte le lacrime venivano da un vuoto ben preciso. Piansi tornando in fretta alla macchina. Mi asciugai le lacrime prima di salire e ripartii.

    Sgommai via, come per il tentativo vano di scappare da un vuoto che è dentro di me, e non in quella via, in quel negozio con le luci spente forse per sempre. Da certe cose non si scappa mai. Non si dimenticano, né si può far finta di niente. Certi solchi sono buchi neri con cui devi convivere sapendo che non si richiuderanno. Non c’è margine di miglioramento per certe ferite. Ci si convive, soffrendo, e continuando a vivere.