“Dopo trent’anni nello stesso posto sarei anche io un vecchio rimbambito esattamente come loro. Brivido lungo la schiena. No, mi dicevo, perché un giorno inizierò a scrivere; non so ancora quando, né come, ma un giorno inizierò e sarà finita. Per ora scrittore che non scrive, ma comunque scrittore. Un pensiero che mi rincuorava sempre molto.”
I lavori di una vita in Work di Vitaliano Trevisan
Una vita intera vista in funzione del lavoro, o meglio: i lavori di una vita che raccontano la storia di un uomo, Vitaliano Trevisan, dal desiderio adolescenziale di una bicicletta tutta sua al parziale successo letterario, passando per una miriade di incontri, personaggi, storie.
È questo Works di Vitaliano Trevisan, uno degli scrittori del Nordest, scomparso agli inizi del 2022. Pubblicato per la prima volta nel 2016 dopo 6 anni di scrittura, è stato ripubblicato a un mese dalla morte dell’autore con l’aggiunta di un racconto inedito “per espresso volere dell’autore”.
Il libro è un corposo romanzo autobiografico che ripercorre la vita sempre in bilico di Trevisan, passata soprattutto nel suo Nordest, nella provincia vicentina di zone industriali e magazzini decadenti. Pochi i cambi di scena: a parte alcuni viaggi giovanili ad Amsterdam per rifornirsi di droghe, la principale fuga fu in Germania, dove fece il gelataio per una stagione.
Il Veneto, il Nordest e Trevisan
Il resto è tutto lì, nel suo Veneto, nella sua periferia diffusa che tanto ha odiato ma che alla fine è sempre stata la sua periferia. Il suo paesaggio, la sua casa. Luogo dove tutto è iniziato e dove tutto, inesorabilmente, si è concluso.
E quel paesaggio, che è sì sfondo ma sfondo co-protagonista, in questo memoir lascia il ruolo di attore principale ad altro: al lavoro. Anzi, ai lavori. Una sequela di lavori diversi, spesso opposti; lavori d’ufficio o manuali, al chiuso o all’aperto, ben retribuiti (pochi) o in nero e senza garanzie (tanti). Ed è con i lavori che narra la sua vita perché quelli, forse più di ogni altra cosa, l’hanno determinata. L’hanno definita come una vita non ordinaria, una vita volutamente non regolare.
Aspetti non secondari sono le regolari crisi depressive, cicliche, poi le droghe, l’irrequietezza, e finalmente lo stress per le scadenze con le case editrici. A tutto ciò si aggiungono i problemi familiari e i problemi di coppia, ma non meno importanti sono i problemi con se stesso:
“[…] e di come mi vergognassi di me stesso e della mia situazione, cioè di avere quasi quarant’anni e non aver compiuto nulla. Scrittura compresa, pensavo seduto su un muletto abbandonato in disparte.”
Works è il manifesto di una vita e di una generazione intera. Ma è anche testimonianza di uno status quo che non vuol cambiare, immobile allora come oggi. Per questo, il libro è anche una denuncia non in rapporto all’autore, che ha deciso per conto suo l’irregolarità di una vita ai margini, ma in rapporto a quelli che volevano e vogliono garanzie lavorative che non potranno mai avere. Né allora, né oggi.
Approfondimenti
Vitaliano Trevisan è uno dei pochi autori italiani nati nel secondo ‘900 che, secondo me, rimarranno. Per questo vi lascio alcuni approfondimenti, tra cui la bella conferenza tenuta per l’uscita della prima edizione di Works nel 2016:
Mi piacciono le coincidenze, i piccoli equivoci senza (?) importanza. Ho iniziato a leggere questo libro, Autunno tedesco di Stig Dagerman, la sera prima dello scoppio della guerra tra Russia e Ucraina. Sì, è sicuramente un caso. Eppure leggere un libro sugli esiti e sulle rovine lasciate da una guerra mondiale appena prima dello scoppio di un’altra guerra così vicina a noi, in qualche modo, spiazza.
I reportage post-bellici di Stig Dagerman
Di quest’autore ho già parlato non molto tempo fa. L’ho letto, l’ho amato e per questo l’ho consigliato a tutti. Da quella lettura ho deciso di continuare a leggerlo per conoscerlo meglio, e non mi sono sbagliato.
Questo libro, Autunno tedesco, è una raccolta di reportage pubblicati su un giornale svedese nel secondo dopoguerra, dopo un viaggio durato quasi due mesi nella Germania sconfitta. Il giovane anarchico Stig Dagerman attraversa le rovine del terzo Reich, ma non si limita ad osservare: mentre osserva parla con le persone, parla col ricco e col povero, parla con gli altri reporter e legge ciò che scrivono. Non può essere d’accordo coi loro pregiudizi, con le loro conclusioni.
L’originalità di Dagerman sta proprio nel suo punto di vista indipendente e umano. Come dice Fulvio Ferrari nella Postfazione “la paura di cadere nell’indifferenza, il rifiuto di astrarre dal dolore concreto e tangibile, dalla fame, dal freddo, dalla malattia percorre tutta la serie di articoli che compongono Autunno tedesco“:
La miseria toglie l’abitudine di fare i moralisti a spese altrui. Non è giusto dire, come ha fatto un paffuto cappellano militare della California mentre mangiava la sua bistecca sul Nord-Express, che la Germania è un Paese del tutto privo di morale.
La verità è che nella Germania della miseria, la morale ha acquisito una dimensione completamente nuova, e questo fa sì che occhi non abituati non si accorgano nemmeno che esista. Secondo questa nuova morale in certe situazioni non è immorale rubare, perché in tal caso il furto significa soprattutto ridistribuire più equamente le disponibilità, e non privare qualcun altro delle sue ricchezze; allo stesso modo non sono immorali il mercato nero e la prostituzione, quando diventano l’unico mezzo di sopravvivenza.
Dagerman entra nelle cantine abitate, unico rifugio di molti, e allagate a causa dell’autunno tedesco. Qui vivono le persone mediamente fortunate, quelle vive e con un tetto sopra la testa. E quando chiede loro se stavano meglio con Hitler, sotto quel regime così spaventoso, non si stupisce a sentire la risposta: sì. Gli altri giornalisti dicono che, per questo, il nazismo è ancora vivo in Germania. Per lui no. Non è il nazismo ad essere vivo e a parlare, ma è la fame. Ecco una lezione di giornalismo che andrebbe ricordata.
Si chiede a qualcuno che fa la fame con due fette di pane al giorno se stava meglio quando la faceva con cinque, e senza dubbio si riceve la stessa risposta.
L’autunno tedesco tra concretezza e metafora
Quella delle cantine allagate è solo una delle tante immagini concrete descritte in Autunno tedesco. Non c’è alcun tentativo di impietosire il lettore con una realtà così cruda. Lo scopo unico è raccontare, e raccontare la realtà come appare a chi la incontra spogliandosi di pregiudizi e preconcetti. La distanza con la realtà narrata da quei reporter che sanno già cosa scrivere prima ancora di osservare è enorme.
Questi sono i reporter secondo cui tante cose tra queste rovine sarebbero “indescrivibili”: il cibo che certe famiglie riescono a recuperare, di chissà che provenienza; le sofferenze patite da quei bambini, vaganti tra le macerie, ma anche di chi rimane a casa. Per non parlare della “indescrivibile” onestà mista a decadenza morale di una donna che sa di non poter essere appetibile neanche al più pietoso dei liberatori. Per alcuni, tutto è indescrivibile. Eppure Stig Dagerman descrive e racconta tutto, nei dettagli più minuscoli.
Il suo racconto è una denuncia forte e silente. Dagerman non punta il dito, non strilla. Mostra l’autunno tedesco come periodo metaforicamente buio pur sempre migliore dell’inverno appena trascorso. Mostra i patimenti e la sofferenza. Mostra la “messinscena” della denazificazione, la fame degli ultimi e il cibo, invece, dei gerarchi nazisti ancora vivi, salvi nelle campagne tedesche. Mostra i fatti, da cui poi ciascuno trarrà le sue conclusioni.
Autunno tedesco, approfondimenti
Il volume si chiude con la Postfazione di Fulvio Ferrari e con un articolo di Giorgio Fontana, L’autunno di Stig. Mentre Ferrari contestualizza l’opera sia in quel particolare periodo storico, sia in relazione alla figura di Dagerman, Fontana si concentra sull’originalità del punto di vista di Stig Dagerman.
Oltre ad essere “fra gli scrittori del Novecento uno dei più puri, dei più partecipi”, ammette che “chiunque abbia letto anche solo una sua pagina ne riconosce l’urgenza e la mancanza di compromissioni”. Non posso far altro che confermarlo. La concretezza di certe immagini, di certe fotografie su quell’attualità, sembrano dovute all’urgenza di raccontare la realtà com’era. E di denunciare gli esiti disastrosi di una guerra mondiale e inutile.
Oggi più che mai certi libri sono letture utili e necessarie. L’autunno, stavolta europeo, è iniziato con una guerra sui propri confini. Ascoltiamo chi ci racconta, da laggiù, le sofferenze e le vittime. Ascoltiamolo, e non troveremo grandi differenze tra la situazione dell’Ucraina e l’autunno tedesco.
Contenuti aggiuntivi
Se vi interessa il libro, a questo link potete leggere l’incipit del libro. Qui sotto, invece, potete ascoltare la puntata di un podcast di Iperborea dedicato in particolare ad Autunno tedesco.
Quanti come me alternano apatia e insofferenza nell’uso dei social? E se lo slow posting fosse la soluzione?
Ce lo ripetono tutti: in questo campo (l’editoria), come in molti altri, non si può vivere senza social. E se è ammesso non avere dei profili personali, non si può evitare di lavorare con i social. Forse non c’è via d’uscita a questa situazione. Eppure i social non sono il male: è il modo in cui li usiamo che può portare, talvolta, tanta insofferenza.
Ma una soluzione c’è. Si chiama slow posting e no, non ho inventato niente. In rete si trovano alcune discussioni al riguardo (non tantissime in realtà). In cosa consiste? In quello che vuoi tu, purché sia lento e adatto a te. In un mondo che chiede e produce sempre più contenuti, opinioni e presenza sui social, sono possibili solo due alternative per evitare la pazzia: sparire o rallentare.
Perché lo slow posting?
Dopo alcuni anni da social Media Manager a intermittenza, dopo varie pause più o meno lunghe dai social stessi, ho deciso che sui social devo comunque esserci. E per esserci in maniera proficua l’unica strada che mi veniva proposta era quella della costanza unita all’incessanza: pubblicare spesso, però, non fa per me. Ho sempre pubblicato contenuti in quei momenti in cui sentivo, davvero, di aver qualcosa da dire. Non per forza cose originali (magari), ma comunque qualcosa da buttar fuori. Oppure, quando avevo del materiale che poteva interessare altri oltre a me.
Col tempo le cose da dire non sono diminuite. Né la voglia di dirle è finita. La questione sta su un altro piano: con tutti questi contenuti, con tutte queste voci, è aumentata in me la voglia di stare in silenzio. Altro che slow posting: sono sparito per qualche tempo dai social. Niente più tramonti, niente panorami.
Mi sentivo meglio, devo ammetterlo. Non controllavo più le notifiche del telefono, leggevo di più, scrivevo. Poi è arrivata la pandemia: lock-down e reclusione mi hanno fatto scaricare qualsiasi social immaginabile, e sono rimasto nell’ombra a osservare i contenuti altrui. Non ho pubblicato molto, ma osservavo. Il tempo passava; passa senza far niente quando scorri i selfie di qualche amico su Instagram. Eppure continuavo a osservare.
Un giorno, durante il Master, mi sono detto che doveva esserci qualche modo sano di vivere i social. Davvero sparire è l’unica opzione? Così mi è venuto in mente lo slow journalism, quel modo lento ma approfondito di fare giornalismo di qualità. Da lì allo slow posting il passo è stato breve. Cercando in rete, poi, ho trovato un sito particolare in cui parlano di ricette, cocktail e viaggi: The Adagio Blog. Nel sito, in lingua inglese ma curato da un finlandese e da una italiana, ho questo articolo che trattava esattamente della mia stessa insofferenza.
Prometto che quest’anno aprirò bocca solo quando avrò qualcosa di utile e di interessante da dire.
Dopo aver letto questa frase ho capito che lo slow posting è possibile e che no, non sono solo in questa scelta.
Cos’è per me lo slow posting, e cosa farò
Lo slow posting non consiste solo nel rallentare, ma soprattutto nell’andare al proprio passo. Io conosco il mio, e ciò che mi propongo di fare si basa esclusivamente su di me. Se tu sei contento di pubblicare un post al giorno, fallo! Se ti fa stare bene pubblicare selfie, foto del tuo fondo schiena accanto ad una frase filosofica, o se ti rilassa fare dirette che registrano la tua vita, allora fallo! Io non ti giudicherò. Il problema inizia quando non pubblichi per te, ma per gli altri. Pensaci su.
Dopo aver preso atto che pubblicare tanti contenuti non mi interessa, prendere una decisione è stato abbastanza semplice. Pubblicarne pochi, ma di qualità. Quando? Non importa che siano uno a settimana o due al mese. Ci saranno, e saranno di qualità. Mi concentrerò di più sul blog, come avevo già detto qua, e non farò finta di essere un grafico o un fotografo su Instagram.
Non diventerò famoso coi social. Non diventerò un influencer come molti bramano. Cosa ci guadagno, allora? Coerenza. Guadagno coerenza con me stesso, con ciò che sono e con ciò che sento. Vado al mio passo, coerente con me; è questo lo slow posting,
Non sparirò. Ho troppi libri di cui parlare! E se ti stai chiedendo quale sia il nesso tra me che fumo un sigaro e lo slow posting, ti risponderò solo se me lo chiederai in privato. Il nesso, ti assicuro, c’è.
Cosa ne pensi di queste riflessioni? Fammelo sapere qui sotto nei commenti, oppure sui social. Parliamone insieme.
E per concludere, una bella riflessione sulla lentezza:
P.S: slow posting e Instagram
Qualcuno avrà notato che mi piacciono i feed ordinati! Già. Credo sia solo una questione di gusti, ma l’ordine del feed di instagram è, per me, sinonimo di eleganza e bellezza. Nessuno mi ricorderà per la mia eleganza, ne sono sicuro… ma perché, slow posting a parte, non tentare di creare un ordine anche sul mio profilo personale?
Per chi non lo sapesse, per feed si intende il profilo di qualsiasi persona, azienda o brand presente su Instagram. Questo profilo è formato, su qualsiasi dispositivo, da una disposizione fissa di fotografie. Questa disposizione prevede, su qualsiasi dispositivo, tre fotografie per ogni riga.
Si parla di feed ordinato quando un feed ha una logica sequenziale dietro alle pubblicazioni. Le fotografie sono organizzate in tre alla volta e possono essere collegate da linee, colori o addirittura possono essere parti integranti di una fotografia più grande. Ecco che lo slow posting un po’ si scontra con la pubblicazione di foto organizzare e pensate di tre in tre. Amen! Continuerò a farlo ogni tanto, perché mi piace, finché mi va, anche se è ovviamente più faticoso di pubblicare casualmente e senza un ordine preciso fotografie più o meno decenti.. Anche questo, in qualche modo, è andare al mio passo!
Anja Trevisan, autrice di Ada brucia, mi ha gentilmente concesso una lunga intervista telefonica. Devo ammetterlo: è stata una bella chiacchierata. Ha parlato senza troppi peli sulla lingua sul mondo degli scrittori e sulla Scuola Holden. Ma non solo. Alcune riflessioni su scrittura e editoria saranno sicuramente utili ad aspiranti scrittori e operatori del settore.
Prima di iniziare, devo far presente ai lettori un elemento non secondario: l’autrice, fidandosi, ha ritenuto non necessario leggere l’intervista prima della pubblicazione. Questo vuol dir tanto. E lo apprezzo molto.
Anja Trevisan e la Scuola Holden
Ciao Anja, grazie per aver accettato di parlare un po’. Non mi concentrerò troppo sul libro, Ada brucia, perché ne abbiamo già parlato in tanti (in questo articolo trovate la mia recensione al libro, alcuni link per approfondire utili e una bella presentazione telematica).
Partirei subito dalla Scuola Holden. Hai detto, in precedenza, di aver trovato l’editore anche grazie alla Holden. Ci sono opinioni discordanti su quella scuola, tra ammiratori e haters. Tu dopo la Holden sei stata pubblicata in una casa editrice molto interessante. La consiglieresti?
È vero, ho conosciuto il mio editore alla fine della Scuola Holden. Ci sono tanti contro della Scuola Holden però ci sono dei pro che, in un certo senso, li coprono. Io ho passato alla Holden i due anni più belli della mia vita, e tornassi indietro probabilmente la rifarei. Però consigliarla onestamente no… Perché il costo è proibitivo nei confronti di una larga fetta di persone e costa tanto per quel che ti dà.
Alla Holden si accelera il processo di scrittura, ti danno degli strumenti che accelerano il processo creativo, tanti consigli, tanti metodi, tanti modi di fare schemi. Ovviamente servono, te li insegnano in sei mesi e li tieni per tutta la vita. Ma se leggi un libro a settimana e oltre a leggere quello che succede, cerchi anche di capire com’è stata creata la storia, sono cose che impari anche solo leggendo.
Io ho passato dei bei momenti alla Holden, e soprattutto l’ho frequentata in un periodo in cui mi serviva perché sapevo già che storia volevo scrivere ancora prima di mettere piede dentro la scuola. Sapevo già di voler scrivere Ada brucia, ed essere circondata da persone che avevano già pubblicato romanzi subito dopo il liceo e senza sapere niente di quel mondo, mi ha proprio lanciata. Mi è servito più a quello, però non è che se io dopo il liceo avessi fatto l’università o se avessi letto tanti libri per conto mio non avrei comunque pubblicato il libro, perché io sapevo che volevo farlo.
Insomma, nel tuo caso la Holden è stata d’aiuto ma non è stata essenziale. Ti ha aiutato a smuoverti ma ti saresti smossa lo stesso?
Sì. Come non tutti quelli che fanno la Holden pubblicano libri, allo stesso modo un sacco di libri pubblicati non sono di studenti della Holden. Io la consiglierei solo a persone che hanno un appoggio economico molto stabile, però non a qualcuno che dovrebbe svenarsi per fare una scuola che costa così tanto ma poi, in realtà, non è che ti dia chissà cosa.
Al netto di questo giudizio generale, c’è un consiglio pratico ricevuto alla Scuola Holden che ti ha aiutato più di altri nella scrittura, e che potrebbe aiutare un esordiente?
Durante la Holden mi sono costretta a scrivere sempre. Ho imparato a responsabilizzarmi, a non vedere più quello che scrivevo come qualcosa che sognavo soltanto di pubblicare, ma come una cosa che sarebbe stata pubblicata se io mi fossi impegnata abbastanza. Se, quindi, mi ci fossi messa come se ci stessi lavorando veramente. Poi lì sei circondato da insegnanti che hanno già pubblicato e ti senti più vicino alle case editrici, è quasi tangibile il fatto che pubblicherai un libro. Sicuramente una cosa che mi terrò per tutta la vita della Holden è che ha cominciato a farmi percepire la scrittura come un lavoro.
Quindi non ha influito sulle tue modalità di scrittura, ma sul tuo approccio allo scrivere?
Esatto. La mia scrittura da hobby è passata a qualcosa di più serio. Anche tutta la fase dell’editing non l’avevo mai fatta, ed è stata essenziale perché mi sono accorta di aver stravolto dei passaggi lunghissimi che prima mi sembravano perfetti. Ovviamente parlando con altri scrittori e sentendo altri pareri, cambia tutto.
Quando parli di editing, parli dell’editing fatto con Francesco Quatraro di Effequ, o di un editing fatto alla Holden?
Alla Holden abbiamo fatto un editing sulle prime 40 cartelle di Ada Brucia, quindi non era totale. Io ne avevo scritte 200 prima di incontrare Francesco, il mio editor, e tutte le altre le ho dovute fare un po’ da sola perché prima di mandare un manoscritto in casa editrice deve essere un po’ editato almeno da se stessi, per controllare no? E quindi alla Holden abbiamo editato solo le prime 40 cartelle, e da sola ho fatto l’editing sulle restanti cartelle seguendo un po’ le linee guida date sulle prime.
Poi, quando hanno accettato il manoscritto, ho fatto l’editing con Francesco. Però non è durato tanto.A Francesco ho portato il libro editato il meglio che potevo, da sola. Poi sapevo che non sarebbe stato pubblicato così come l’avevo portato io, e quindi è arrivato il suo turno. Mi hanno detto che, da sola, ho fatto un buon editing, quindi sono stata contenta.
Spesso gli autori pensano che il loro lavoro si esaurisca con l’invio del manoscritto. Quasi sempre, però, il manoscritto è da stravolgere, se non da rifiutare. Quindi alla Holden ti hanno preparato al lavoro di taglio e cuci, e suppongo che non ci siano stati attriti con l’editing della casa editrice perché il tuo libro era già limato.
Esatto. Io non ho dovuto scrivere qualcosa di più o cambiare qualche parte della storia, ho dovuto solo tagliare tanto. Scrivendo un libro come Ada Brucia, con questo argomento, avevo paura di scriverlo in maniera troppo superficiale. Avevo paura che al lettore non arrivasse bene il concetto, e quindi mi perdevo in pagine e pagine di spiegazioni perché volevo proprio che arrivasse chiaro il messaggio. Sia alla Holden, sia Francesco, mi è stato detto che tante pagine non servivano, erano totalmente superflue perché a volte mi ripeto. Quindi abbiamo stravolto semplicemente cancellando intere pagine. Penso che una 50ina di cartelle in tutto siano state tagliate definitivamente.
L’editore ringrazia per aver abbassato i costi della stampa! Immagino sia stato un editing interessante, perché un problema è dover allungare, un altro è non dire abbastanza. Ma se si dice troppo, si taglia. È stato difficile?
Sì, però è anche un sollievo, perché ti dici “ok dai, allora vuol dire che mi ero già spiegata”. Tutti i miei dubbi se ne sono andati perchè effettivamente mi ero spiegata bene senza tutto questo malloppo di pagine inutili. Ed è molto più difficile aggiungere che tagliare quindi preferisco di gran lunga questo.
Un peculiare trattamento dei personaggi
Parliamo adesso di una peculiarità della tua scrittura. Nel podcast di Andrea Donaera hai detto alcune cose interessanti sui tuoi personaggi. Non mi soffermo sul libro perché ormai il lettore deve leggerlo e basta. Se vuole informarsi ci sono tutti i link, anche nel mio precedente articolo. In particolare, dici due cose interessanti su cui ti invito a parlare. Non solo dici che, all’inizio della scrittura, non sapevi cosa avrebbero fatto certi personaggi, ma poi aggiungi: “ho scritto quello che i miei personaggi mi consigliavano di scrivere”.
Questo è molto strano, perché ci dicono sempre che dobbiamo avere l’idea della storia chiara dall’inizio alla fine, e se dico “noi” parlo di tutta la popolazione italiana che vorrebbe scrivere e cioè tutti. Tutti vorrebbero diventare grandi scrittori poi per fortuna posiamo la penna. Scusa lo sfogo, torniamo ai personaggi. Cosa mi dici su di loro?
Con i miei personaggi ho un rapporto molto professionale, cioè di rispetto reciproco. Anzi, mentre io li rispetto loro rispettano un po’ meno me. La mia sensazione quando scrivo è che loro mi scelgano per raccontare la loro storia e se non lo faccio bene se ne vanno, tanti saluti e non mi cagano più. E quindi cerco di tenermeli buoni, cerco di rispettarli, cerco di rispettare tutte le loro idee anche quelle con cui non sono d’accordo (e spesso non sono d’accordo con le idee dei miei personaggi). Ovviamente, razionalmente parlando so che non esistono, però mentre scrivo credo che siano più reali delle persone che mi stanno attorno, quasi. E questo mi porta anche a scrivere in giorni in cui non ho molta voglia perché mi sembra di essere in debito con loro.
Quindi ci parli?
Sì, io ci parlo sempre. Sono passata da avere gli amici immaginari quando ero piccola, quando non sapevo ancora scrivere, poi quando ho imparato a scrivere ho detto “ah, posso anche scriverci storie insieme” e quindi ci parlo da sempre. E mi faccio anche sgridare, tante volte.
Per esempio, cosa ti rinfacciano?
C’è un personaggio che adesso ho messo un po’ da parte perché con lui ho un rapporto complicato di odio-amore. E ogni volta che ci parlo, che me lo immagino, mi fa sempre sentire in colpa. Mi dice che l’ho messo da parte, che non valgo niente, che neanche l’ho scritto bene il libro, che faccio schifo. Mi dice cose tremende. E io non gli so mai rispondere.
Ho capito. Sembra un personaggio cattivissimo.
Sì, lui è una brutta persona.
E tu lo metti da parte. Un po’ se lo merita, direi.
Già, però prima o poi dovrò decidermi ad assecondarlo.
Mi farai sapere quando succederà! Ma torniamo a te. Dopo Ada brucia, hai vinto il premio POP, meritatissimo, e poi cos’è successo?
In realtà, a parte che il mio libro ha cominciato a circolare un po’ di più, non molto… la cosa più emozionante che mi è successa dopo aver vinto il premio è che un editor di Einaudi mi ha messo due like su Instagram e quindi ho detto “ok, Einaudi, la mia casa editrice preferita mi sta cagando!”
Fantastico! Ti tengono d’occhio?
Non so, ma era un segnale del tipo “so che esisti”. Però direi che il premio ha rappresentato l’apice di quello che è stato il percorso del mio libro. E di quello che è ancora, perché tutte le varie presentazioni sono state concentrate nel primo anno. Ho vinto il premio esattamente un anno dopo aver pubblicato e quindi era già passato un po’ di tempo. Il premio ha prolungato il tutto.
Nell’estate 2021 vinci il premio, però già pochi mesi dopo l’uscita del libro, nel podcast già citato, avevi ammesso di aver pronto un nuovo romanzo. E aggiungevi che, di solito, ci metti più a mandarlo che a scriverlo, un romanzo. Dopo due anni non è stato pubblicato altro a parte il racconto uscito a gennaio su L’inquieto. E quel romanzo?
Quel romanzo è quello del personaggio che mi offende sempre. E quindi a un certo punto ha smesso di piacermi. Ho parlato anche con agenti letterari e con editori che mi hanno dato consigli su come sbloccare questa situazione. Però io, quando penso alla pubblicazione di un altro libro, penso sempre a una cosa detta alla Holden: a un certo punto un insegnante in classe ci ha detto “se non pubblicherete mai un libro l’umanità andrà avanti comunque. Insomma, non gliene frega niente a nessuno dei vostri libri”. Sul momento ci sono rimasta male perché pubblicare libri è il mio obiettivo fin da quando ho iniziato a scrivere da piccola, ma se ci ripenso mi dico “ma sai cosa? questo può aspettare ancora un po’, tanto nessuno sta morendo perché non sta leggendo il mio libro”. Questo mi deresponsabilizza un po’, devo trovare di nuovo quel senso di responsabilità che mi faceva scrivere ogni giorno cose da pubblicare. Ora mi sembrano più importanti altre cose.
Ti sconsiglio di reiscriverti alla Holden per responsabilizzarti di nuovo, perché forse non bastano i ricavi sempre rosicchiati di un libro per potersela permettere.
No, non credo! Ah ah ah.
Però quel libro era in una fase avanzata.
Sì, io dovrei solo correggerlo e rivedere certe cose. Per esempio dovrei cambiare il lavoro del protagonista perché mi sono resa conto che non è consono al suo carattere. La storia c’è fino alla fine, il romanzo c’è, però non è la mia priorità adesso.
Quindi dopo Ada brucia è uscito solo il racconto su L’inquieto. Ed è un altro racconto a tema pedofilia. Si tratta di un racconto autonomo o è l’anticipazione di qualcosa?
No, è da solo. Mi hanno contattata dalla redazione dicendo che gli avrebbe fatto piacere pubblicare un mio racconto. Io ho accettato ma sono andata in crisi per sei mesi perché non ho mai scritto un racconto in vita mia. Mi sono sforzata ed è stato più difficile che trovare l’idea per un romanzo. Quindi ci ho messo il tema che a me è più caro, però è una cosa unica, non diventerà nient’altro.
Ha dei legami con quel personaggio brutto e cattivo che tieni nel cassetto?
No, con quello no.
Il mondo degli scrittori
Ultima domanda, poi ti lascio libera. Puoi darci qualche notizia o anticipazione su cosa cosa stai scrivendo o facendo? Può essere interessante per quelle tre persone che leggono il blog (tra cui mia madre)?
Avendo messo da parte la scrittura, non mi sto concentrando su quell’ambito. Sono sempre abbastanza al di fuori dall’ambiente editoriale e non mi sono trovata così bene nell’ambiente degli scrittori. Così me ne sono tenuta un po’ alla larga.
Però adesso devo farti un’altra domanda, perché se mi dici che non ti sei trovata bene nel mondo degli scrittori io devo chiederti per forza il perché!
Io me l’aspettavo diverso, molto più genuino… ho notato che molti scrittori tra di loro si fanno dei favori. Cioè tu leggi il mio libro, io leggo il tuo, dico che è il libro più bello che abbia mai letto, che ha uno stile super originale, che non ho mai letto niente del genere, che era un libro necessario. Ci sono tutte queste frasi e parole che in quell’ambiente vengono usate per tutti i libri che escono. E tutto questo sminuisce il mio commento su un libro che davvero mi è piaciuto da impazzire, e che quindi io ci tengo ad esprimere. In sintesi, in quest’ambiente non riesco a non vederci dell’ipocrisia. E quindi non ho mai voluto entrarci o averci a che fare, non ci riesco.
Ok. È bellissimo che tu stia dicendo questo perché proprio stamani parlavo con alcuni amici del problema degli inserti culturali. Mi piacciono, piacciono a tutti, li leggiamo. Però ci sono solo giudizi positivi. E questa è la stessa cosa che hai appena raccontato tu, solo che se a farlo sono gli autori è ancora più grave perché il recensore da quotidiano è costretto, per logiche di mercato, a dire che un libro è bello, mentre l’autore no. Davvero grazie, ora ti lascio stare. Buona scrittura, attendo il prossimo libro.
Va bene, ciao!
Se ti è piaciuta l’intervista senza filtri ad Anja Trevisan, fammelo sapere!
Ti lascio anche qui altri contenuti interessanti per scoprire il libro:
Sono passati alcuni giorni dalla fine del Book Pride di Milano, la fiera dedicata esclusivamente all’editoria indipendente. Più di 200 editori e 230 eventi tra conferenze, presentazioni e discussioni vivacissime. Ci sono stato, è stato bellissimo, e ora vi racconto il perché.
La qualità degli indipendenti al Book Pride
Da quando ho iniziato a osservare il libro non più solo come lettore, ma come studioso del libro e del mercato che lo produceva, sono sempre stato affascinato dall’editoria indipendente. Dire “editoria indipendente” oggi, per me, vuol dire parlare di quegli editori che non solo agiscono indipendentemente da gruppi proprietari o capi superiori, ma lo fanno solo all’insegna del proprio nome e della qualità.
Certo, nel mare dell’editoria indipendente non c’è solo qualità. Allo stesso modo non sono da demonizzare quei leviatani dei grandi gruppi editoriali, al cui interno lavorano persone geniali che pubblicano opere importantissime. Ma l’editoria indipendente, secondo me, ha il valore aggiunto di farcela da sola. E di fare quasi esclusivamente libri di qualità. Questo è ciò che penso, e al Book Pride di Milano è stato bene evidente. Tra volti noti e editori ancora in fasce, la qualità di contenuti e contenitori è sempre stata presente.
Forse la mia visione è limitata. Forse, dentro di me, ancora nascondo quel ragazzo che si emozionava leggendo I dolori del giovane Werther. Forse sono troppo romantico. Comunque sia, all’editoria indipendente ci tengo molto. Per questo mi piacerebbe raccontarvi alcuni degli editori che, a questo Book Pride, mi hanno conquistato.
Alcuni editori del Book Pride da tenere d’occhio
Tra i tanti editori degni di nota presenti al Book Pride, alcuni mi hanno colpito particolarmente. Per questo vorrei che, almeno loro, rimanessero scritti e citati da qualche parte. Parlerei volentieri di tutti, ma non basterebbe un libro intero. Così ve ne accenno alcuni, tra nuove scoperte e piacevoli conferme, che spero potranno colpire anche voi.
Marotta&Cafiero Editori; chi mi è stato vicino in questi giorni sa quanto io abbia sponsorizzato questi ragazzi. Sì, sono ragazzi. L’editore, Rosario Esposito La Rossa, sta creando un polo editoriale innovativo e inclusivo in uno dei luoghi più complessi d’Italia: Scampia. Ma non è tutto. Crea libri bellissimi, con autori eccezionali: oltre ai recenti libri di Daniel Pennac e Stephen King, oltre ai futuri Don De Lillo e Ian McEwan, questi ragazzi hanno pubblicato edizioni limitate curatissime e a prezzi accessibili, autori impegnati e impegnativi, nonché una biografia romanzata di Khalil Gibran scritta da uno dei suoi traduttori più noti: Haifez Haidar. La loro filosofia è semplice: spacciare libri dove prima si spacciava droga. E come lo fanno? Con libri a cui manca un angolo, appositamente tagliato: quella è la parte che ogni lettore dovrà aggiungere, diversa per ciascuno. Eccezionali.
Effequ; ormai nota al grande pubblico, non mi stancherò mai di citarla. Non solo per il loro impegno a pubblicare “libri che non c’erano”, ma quindi che ci dovrebbero essere (come Ada brucia di Anja Trevisan). Ma soprattutto perché fanno libri poco convenzionali.
Racconti edizioni; attivi dal 2016 e li ho incrociati solo adesso? Sicuramente la colpa è mia, ma cercherò di rimediare alla mia ignoranza. Cosa pubblicano? Principalmente short stories, con un catalogo già molto ricco. Oltre a Virginia Woolf, James Joyce e Margaret Atwood, sono interessanti anche le proposte di autori meno conosciuti al pubblico italiano. Tanti autori da scoprire, in piccoli libri di grande qualità.
FVE Editori; sono due gli autori che più ho letto quest’anno. Franco Loi e Stig Dagerman. E cosa trovo, allo stand di questi ragazzi? Due libricini bianchi, affiancati. Uno su Loi e l’altro su Dagerman. A casa ho sfogliato meglio quei libri e… cari amici editori, avete conquistato un nuovo lettore.
Utopia editore; dai, ma che ve lo dico a fare? Credo sia l’unico stand del Book Pride a cui non mi sono neanche avvicinato. Il pericolo di dargli tutti i miei soldi era reale.
Pop Edizioni; a primo impatto, questa casa editrice fa storcere il naso. Così accade con tutte le proposte innovative. Sono scrittori che si fanno editori per retribuire più onestamente gli scrittori stessi, e nascono con l’intento di pagare addirittura il 20% dei diritti d’autore sul prezzo di copertina. Sanno che è una follia. Ma se dovesse funzionare? Teniamoli d’occhio!
Una fiera in presenza. Miraggio o realtà?
Realtà. Finalmente realtà. Dopo due anni di pandemia sono riuscito a tornare a un evento affollato, denso e soprattutto stimolante. Entrare in quel grande salone di sabato mattina, con ancora pochi timidi avventori a contendersi gli editori tutti nelle loro postazioni, è stato strano. Tornare a parlare con editori, autori e sconosciuti, soltanto grazie alla passione comune per il libro, è stato emozionante.
Non scherzo. Passeggiare tra i banchetti del Book Pride (circa 40.000 passi soltanto nel fine settimana) e osservare quella marea di carta di mille e mille tipi, di inchiostri e caratteri, mi ha ricordato quando da ragazzo andavo per mercatini dell’antiquariato alla ricerca di venditori di libri usati. Certo, l’odore di carta nuova è diverso, la location chiusa e quasi asettica – tutta bianca, tutta pulita – è molto diversa dai mercatini ambulanti. Eppure mi ha fatto tornare in mente cose che non ricordavo neanche di aver vissuto. Mi ha fatto tornare bambino.
Ecco cosa rimane, dopo il Book Pride, oltre alla bellezza di certe fiere: il piacere della scoperta di quando eravamo bambini.
Non sei riuscito a venire al Book Pride di Milano? Questo è un vero peccato. Ti ho dato qualche spunto su alcuni editori molto interessanti, ma non è molto. Per questo vi lascio il divertente vlog di una bambina e della sua avventura in fiera. Eccolo!
Aggiornamento: a questo link trovate la mia intervista ad Anja Trevisan!
Ho letto Ada brucia di Anja Trevisan su suggerimento di Eleonora, bravissima libraia, che ringrazio. E ho deciso di parlarne in questa personale, pubblica nicchia, come proposto qua. Ne scrivo perché parla d’amore, con una recensione lenta e tardiva come me. Ha anche vinto il Premio Opera Prima – POP della Fondazione Mondadori. Ma passiamo al libro.
Ada brucia, qualche accenno di trama
Il libro racconta la storia di un ragazzo che rapisce una neonata di cui è innamorato, la cresce e la tiene chiusa in casa. La convince a non uscire mai con un’idea geniale: la terra brucia. “Non puoi uscire senza scarpe, o morirai. Non esistono scarpe per i tuoi piedi”. E la bambina cresce, lontana dal mondo ma vicina al suo rapitore, che la ama e di cui si innamora. Non c’è alcun atto violento, dopo il rapimento, solo una storia d’amore distorta e tragicamente reciproca.
Passano gli anni e la vita della ragazza scorre a vuoto, scandita soltanto dall’orologio che preannuncia il ritorno dell’amato Rino, il rapitore. Nel nucleo centrale del libro, si alternano i momenti di solitudine della vittima ai momenti di vita di “coppia”.
Alert: se non hai letto il libro ma ti ho incuriosito, fermati qui o scorri fino in fondo. Potrebbero esserci degli spoiler (ma aggiungo, alla fine, una bella presentazione con l’autrice per attrarti ancor di più).
Oltre la recensione: alcune riflessioni
Il libro sconvolge non solo per la tematica, ma soprattutto per il duplice punto di vista che racconta di un amore illecito. Da un lato quello del rapitore, un falegname che nonostante la consapevolezza della gravità del gesto si auto-assolve con l’attenuante dell’amore (un amore minuscolo, come da sottotitolo, ma pur sempre amore ai suoi occhi). Dall’altro quello di Ada, la rapita: Ada brucia d’amore, anche lei, perché gli insegnamenti e il calore di Rino non possono essere scacciati dalla verità di essere stata rapita.
Ada non può che amare il suo carnefice perché con lui per la prima volta ha amato, amato davvero. Non le interessa sapere che è stata strappata a una madre e a un padre; non le importa molto del ragazzo che si è innamorato di lei dopo averla salvata. Lei non si sente salvata. Non può essere grata di essere stata portata via dal suo sogno, così distorto per gli altri (e per noi) e invece così profondo per lei.
Tra amori minuscoli e amori giganteschi
Quella tra Rino e Ada, come detto, è una storia d’amore distorta, surreale ma fortissima. Eppure ce n’è un’altra, forse secondaria alle azioni, ma che merita comunque attenzione: è quella di Max, il ragazzo che ha trovato Ada nella sua prigione in mezzo al bosco. Max, in opposizione all’amore minuscolo dei due protagonisti, è il simbolo dell’amore puro, ideale, quell’amore da romanzo che si pensa di trovare solo nei libri.
Max ama, indipendentemente da Ada. Ha sacrificato la sua vita, i suoi sogni e i suoi progetti per starle dietro, per accudirla, senza ricevere granché in cambio. Ma non gli interessa.
“Stare con Ada è un’altalena in cui una volta non cadi ma dieci volte, invece, ti rompi qualcosa o rischi di strozzarti. Per lui, ne vale la pena.”
Ada brucia ma non per lui. Gli vuole bene, lo ammette, ma non ricambia l’amore. Il suo pensiero fisso va sempre a Rino, alla sua vita precedente e alla sua vera casa, la prigione nel bosco. Max lo sa, eppure continua ad amarla. Perché? Beh, non c’è una risposta, quando si ama si ama e basta. E anche quando prende consapevolezza dell’impossibilità di essere ricambiato, non smette di amarla: prende forse l’unica foto che ha di lei, e la accarezza.
“Ada gli ha rovinato la vita e forse Max non le è servito proprio a niente se non per portarle il cibo, le bottiglie d’acqua, il succo per fare colazione. Voleva ripararle il cuore, colmarle le crepe e ricucirla per poter viverla nel mondo, poi si è accorto che il mondo, per lei, non andava bene. Se n’è accorto quando già l’amava […]. Si sarebbe dovuto rendere conto che alcuni amori sono impossibili e non si compiranno mai, e che c’è sempre un momento in cui devi dire addio, devi lasciar andare, altrimenti è peggio e le cose si distruggono con più lentezza e più strazio […]. Prende da una mensola la cornice argentata in cui tiene una foto dei suoi genitori. Dopo aver tolto il retro accarezza una fotografia più piccola, quasi la metà di quella in cui i suoi sorridono, ancora giovani. Nella foto nascosta, Ada è seduta sotto la veranda della sua vecchia casa, ha un occhio aperto e uno chiuso per i capelli che ci sono finiti dentro, le gambe incrociate e sorride nel modo meno naturale che Max abbia mai visto.”
Altre opinioni personali su scrittura e stile
Il libro, per quanto disturbante (e forse proprio per questo), coinvolge molto. Mi sono trovato più volte a oscillare tra il disgusto per quell’amore illecito e il rispetto per quello stesso amore, da un lato davvero puro. La scrittura è semplice, e la bravura dell’autrice sta nella modalità del racconto: narra andando dritta al nocciolo della questione. Brava. Quindi sì, questo libro va letto. Fatemi sapere cosa ne pensate!
Vi lascio, adesso, una presentazione telematica con l’autrice. Tanti spunti interessanti, sicuramente più delle mie parole.
Ecco alcuni articoli interessanti sul libro, e una bella intervista podcast:
Nella comodità del quotidiano, talvolta, c’è bisogno di fare dei piccoli cambiamenti. Cambiamenti necessari per crescere, per imparare, per cambiare prospettiva. Per questo, da oggi inizierò un esperimento che dovrebbe durare almeno sei mesi. Anzi, durerà almeno 6 mesi! E di cosa potrebbe mai trattare un progetto che mi riguarda? Di libri, appunto. Dove? Sul blog. Libri e blog!
Lo so, lo so, siete curiosi. Vi ho accennato qualcosa nel precedente articolo, ma è arrivato solo adesso il momento di svelare le mie carte. Va bene mamma, va bene babbo nonni zie cugini fratelli, ora vi spiego cosa voglio fare.
Libri, blog: che noia
Per combattere la pelandronite, la pigrizia e i pensieri negativi, tutti i santoni del web prescrivono di prendere in mano la propria vita. Nessuno dice come, ovviamente. Se la risposta fosse uguale per tutti non dovremmo più combattere contro la fame del mondo, la crisi climatica etc. Eppure, è possibile trovare delle regole generali per riprendersi e trovare un equilibrio dopo questi duri anni di pandemia. A noi ne basterà una: pensa a ciò che ti piace fare, e fallo.
Ecco i libri, ed ecco il blog. Ecco il blog di libri, di editori, di editoria. Per migliorarmi e per crescere ho deciso di dare una cadenza mensile a questo sito dalla grafica molto poco accattivante e dalle parole molto criticabili. Parlerò di libri, proporrò classifiche personali, rifletterò sul mondo del libro in generale… insomma, tenterò di diventare un book-blogger per qualche mese, raccontandovi i libri che scelgo di leggere, scegliendo le parole giuste. Le parole sono importanti, l’ho già detto qui!
Non solo blog
Non sarò solo su questo banale blog. Sarebbe troppo semplice! Al contrario, anche i miei canali social (Instagram in particolare) diventeranno parte integrante di questo progetto. Lo so, le copertine dei libri e le citazioni non attireranno mai gli stessi like dei miei tramonti, ma poco importa. Bisogna sperimentare e provare per conoscere. Impara l’arte e mettila da parte, dice mio nonno (che, va detto, dopo aver votato Berlusconi per vent’anni è passato a Salvini, per finire a votare Meloni, rimanendo sempre scontento… quindi non credo abbia mai imparato molto, ma vabbè, è comunque un brav’uomo).
Chi mi conosce sa quanto io sia stato lontano dai social negli anni passati. Per motivi lavorativi, poi, ho dovuto riapparire (anche se la mia presenza rimane effimera). Ecco, la fatica più grande sarà questa: iniziare ad avere una presenza costante sui social, piattaforme utili e talvolta necessarie. Farò esperimenti, fallirò, tenterò ancora e fallirò di nuovo. Ma qualcosa, ne sono certo, potrei anche capirlo.
Perché e cause scatenanti
Ecco le cause del conflitto: ho appena iniziato un Master di II livello sull’Editoria all’Università Cattolica di ahimè Milano. Non basta una sola esperienza in editoria a conoscere l’intero mercato, per questo è arrivato il momento di conoscere altro: altri modi di fare libri, altri modi di comunicarli, altri modi di leggerli. Cambiare prospettiva per cambiare in meglio, cioè crescere. E la cosa più semplice da fare, in questi casi, è parlare di libri tramite il blog e i social!
Non ho mai preso troppo sul serio questa finestra pubblica sul mio mondo privato. Non più di una piccola valvola di sfogo, oppure un canale per entrare in contatto con altre persone (riuscendoci, oltretutto, senza crederci troppo). Eppure è un luogo perfetto per sperimentare, allora perché non sfruttarlo?
Se rileggo ciò che ho scritto in passato un po’ mi vergogno e mi imbarazzo. Ma è così: non sarò mai felice del risultato di qualsivoglia articolo, persino il più stupido! Persino di questo… Eppure non ne ho scritti pochi, e tra momenti di magra e attimi di penne consumate dall’uso sento ancora la voglia di scrivere. Ho voglia di consigliare libri per me importanti – e non solo quelli mainstream, sia chiaro (tipo questo, per intenderci): facile farsi seguaci scrivendo una accalorata recensione positivissima sull’ultimo libro di Fabio Volo. No!
Cercherò di dare spazio il più possibile a piccoli editori indipendenti, cioè quegli editori che sono imprenditori autonomi che scommettono sul libro di qualità. Lo vedrete, parlerò di tutti: ma ho molto a cuore il destino degli indipendenti, e ne riconosco il valore spesso poco considerato. Non solo di loro: anche della poesia, che campeggerà spesso su questo sito.
Non so se otterrò dei risultati (e chissà quali), ma non importa. Adesso sento l’esigenza di fare qualcosa, muovermi, muovere la penna e le dita sulla tastiera, muovere gli occhi adagio sulle pagine che meritano attenzione; per riversarle qui, poi, per chi avrà voglia di leggermi.
Se ti ho incuriosito, dovresti seguirmi sul blog e sui social. Parlerò di libri, questo è chiaro. Quindi mi segui, vero? Forse te ne pentirai, forse no. In entrambi i casi, potresti farmi il piacere di avvertirmi?
Questo è l’ennesimo articolo per consigliarvi libri da acquistare a Natale, è vero: 10, in particolare. LO SO, vi ho detto che da gennaio inizierà un esperimento che forse (o forse no?) potrebbe interessarvi. Parlerò di libri, ovviamente, ma non solo: tenterò di diventare, per qualche mese, un bookblogger e un bookstagrammer fuori forma. Un esperimento: vedremo come andrà! Se siete curiosi, e avete voglia di parlarne, scrivetemi sui social!
Ma torniamo a noi: vi sto per consigliare alcuni libri da regalare a Natale. L’esperimento non è ancora iniziato, ma eccone un assaggio con alcuni consigli personalissimi: libri nuovi, freschi di stampa, ma anche vecchi e irreperibili se non sul mercato dell’usato. Con una raccomandazione però: comprate in libreria, o vengo a cercarvi casa per casa (tanto so dove abiti, mamma..).
4 libri che non c’entrano col Natale
Libri dedicati al natale si regalano solo ai bambini. Oppure, con non poco sarcasmo, a qualche Scrooge contemporaneo. Infatti vi proporrò libri che poco hanno a che fare col Natale. Spero non vi dispiaccia!
“Rrosa La Vita” – Robert Desnos (Edizioni San Marco dei Giustiniani, 2021)
Nessun libro è adatto a tutti, ma qualcuno si presta di più ad essere regalato a tutti. Ecco, è il caso di questo folle libro di Desnos, esponente di punta del gruppo surrealista francese, perché si presta a infinite letture. Il prezioso volume (con testo originale a fronte) è introdotto da un mastodontico saggio del grande professore Nicola Ferrari, questo certamente non adatto a tutti. Ma di cosa tratta? La parola d’ordine è sperimentazione! Un divertente, serio ma irriverente gioco, un gioco di parole affascinante per adulti e bambini. Clicca qui per saperne di più.
“La passeggiata a ritroso di Robert Walser” – Paolo Buzi (Edizioni del Foglio Clandestino, 2020)
Ecco una piccola chicca della casa editrice milanese attentissima a nuove voci e all’indagine, non solo poetica. Il riferimento con Robert Walser e la sua Passeggiata è manifesta: l’autore sviluppa temi presenti in Walser e li approfondisce in maniera originale, dando vita ad un romanzo di nove racconti. Come fa notare Marco Ercolani, «l’autore ci regala un libro che descrive con esattezza la natura del perdersi e il mondo come una passeggiata interminabile dove il lettore è destinato a smarrirsi e a ritrovarsi». Clicca qui per saperne di più.
“L’eccellente avventura di Marta e Jason, per non parlare di Bjorn e Camillo” – Beppe Tosco, Armando Quazzo (Bompiani, 2021)
Può un romanzo avere come protagonisti due salmoni? Ebbene sì. Di questo divertente libro parlerò sicuramente più avanti in un articolo speciale, perché mi ha divertito (e fatto riflettere). Di Beppe Tosco ne ho già parlato qui, ed è ormai una garanzia. Novità fresca di stampa, il libro parla della storia d’amore tra due salmoni che iniziano il viaggio di ritorno verso il fiume natìo per poter figliare. Alternata a questa storia si raccontano le vicende di un appassionato di pesca, che (forse…) finirà per intralciare i due salmoni innamorati. Clicca qui per saperne di più.
“Sarò bre” – Alessio Viola (People, 2021)
Una lettura leggera e bre…ve. Uno degli ultimi nati in casa People è un’antologia di tweet. Si possono anche non apprezzare certe raccolte, ma… Alessio Viola, oltre ad essere un bravo giornalista, è un mostro del tweet. Sempre informato, punzecchia qui e là con sarcasmo, senza arrivare mai all’offesa e sempre in pochissime parole. «Anche quando cazzeggia (si potrà scrivere “cazzeggia” nella prefazione di un libro?), Alessio non dimentica di essere prima di tutto un giornalista, negandosi licenze che a chi non ha, per deformazione professionale, il dovere del reale, sono concesse». E tocca tutti gli argomenti: dalla satira politica a quella di costume, dai pessimi – eppure geniali – giochi di parole alle freddure. Un libro da tenere sul comodino, da sfogliare ogni tanto; un libro per chi è sempre aggiornato su tutto, e non disdegna qualche risata su papi, Cavalieri, dame e società. Clicca qui per acquistarlo.
3 libri da regalare sempre. Ve lo ordino
Chi come me regala libri sa che abbinare un libro alla persona giusta non è sempre semplice. Per questo ora vi racconto brevemente tre libri da regalare sempre (e quasi a tutti):
“Cosa cambia” – Roberto Ferrucci (People, 2021)
Un romanzo che racconta le vicende del G8 di Genova nel 2001, finalmente ristampato dopo anni di difficile reperibilità (la prima edizione è del 2007, per i tipi di Marsilio). Per gli amici genovesi che non l’hanno letto, ecco, è d’obbligo. Per gli amici non genovesi che si interessano minimamente delle questioni italiane, ecco, è d’obbligo anche per loro. Non svelo molto della trama: mi basterà dirvi che anche io, leggendo queste pagine, ho sentito gli occhi, la gola e i polmoni bruciare per quel gas vietato in guerra ma consentito (da chi? da cosa?) proprio in quei giorni; ho sentito la paura, davvero, solo leggendo. Leggetelo. Potete acquistarlo qui.
“Il nostro bisogno di consolazione” – Stig Dagerman (Iperborea, 1991)
Raccomando questo libro a tutti quelli che riescono, nonostante le difficoltà, a non accasciarsi. Si tratta di un libricino sottile ma molto intenso, di cui ho parlato da poco in questo articolo, perché mi ha fulminato: l’autore – così giovane eppure così riflessivo, saggio, maturo – preannuncia precocemente la sua futura morte (per sua stessa volontà), dopo essersi interrogato sul bisogno di consolazione che accomuna tutti. Per saperne di più clicca qui.
“La pelle” – Curzio Malaparte (Adelphi, 2015)
Malaparte è, per me, una garanzia. Come tutta l’opera, anche questo libro non è adatto a tutti. La sua crudezza può spiazzare, soprattutto se affiancata a quell’ironia («alla maniera toscana») che non invecchia mai, neanche a distanza di così tanti anni (la prima edizione è del 1949). Il protagonista, che è Malaparte stesso, assiste allo sfacelo dell’Europa negli anni della Seconda Guerra Mondiale: osserva i dettagli più truculenti e li descrive con calma mentre tutto cade a pezzi, lasciandosi andare a narrazioni talmente spinte da rendere impossibile la distinzione di realtà e finzione. Adelphi sta ripubblicando parte della sua opera, e qui trovate altri informazioni.
3 libri di poesia da avere, regalare, far girare
Vedete di farci l’abitudine: parlerò spesso di poesia. Nei prossimi tempi dedicherò molte riflessioni alla poesia, e prima o poi vi spiegherò il perché. Per adesso vi basti sapere che no, non credo di essere un luminare al riguardo; ma so che va letta, e amo leggerla! Dovreste farlo anche voi. Ecco allora tre libri di poesia che devono essere regalati a Natale, a Pasqua, per gli onomastici e per i funerali.
“Pianissimo” – Camillo Sbarbaro (Edizioni San Marco dei Giustiniani, 2007)
Dopo averlo letto per la prima volta, Sbarbaro rimane uno dei pochi autori sempre fissi sul mio comodino: un punto fermo, una sicurezza, un amico. Questa raccolta, in particolare, potrebbe spaventare: la prima edizione risale addirittura al 1914. Eppure, sembra scritta ieri, sembra scritta da un coetaneo di tutti – perché non ha età – e tutti possono (e devono) leggerla. E come disse Giovanni Boine, la sua poesia è «una di quelle poesie su cui i letterati non sanno né possono dissertare a lungo, ma di cui si ricorderanno gli uomini nella vita loro per i millenni». Disponibile all’acquisto anche un volume molto curato e raffinato edito dalla San Marco dei Giustiniani, e potete acquistarlo qui.
“Poesie” – Trilussa (Rizzoli, 2021)
Perché Trilussa, oggi? Nato nel 1871 e morto nel 1950, si potrebbe pensare che non abbia molto da dire a noi esseri umani del terzo millennio. Ovviamente, così non è: le sue poesie ironizzano su una società molto diversa in quanto a costumi (nel senso proprio del termine), eppure così simile in fatto di usi. Qualcosa è cambiato, certo, ma non c’è poesia che non rimanga fresca, e che non si possa rileggere osservando il mondo contemporaneo. Poi, finalmente, la Rizzoli ha pubblicato da poco un corposo – ed economico – volume antologico che trovate qui. In alternativa, sono disponibili due libri rilegati assieme (cosa non poco curiosa) dalla mia amica Eleonora, libraia dell’usato. Potete comprarli qui (con sconto di benvenuto e spese di spedizione gratuite sopra i 40€).
“Poeti nati negli anni ’80 e ’90” – AA.VV., a cura di Giulia Martini, 2 voll. (InternoPoesia, 2019/2020)
Non si può, poi, non parlare di poesia contemporanea. Lasciando da parte un eventuale giudizio di valore, che non sta a me dare (chi sono io?), sono convinto che non si possano leggere solo autori del passato. InternoPoesia ha pubblicato tra il 2019 e il 2020 due volumi antologici di poeti nati tra gli anni ’80 e gli anni ’90 del ‘900. Tantissimi nomi, più o meno noti, e tanta cura nella scelta delle poesie. Due volumi da sfogliare per scoprire nuove voci e nuove tendenze. Li trovate anche sul loro sito.
E quindi? Che aspetti ancora qui?
Forse mi sono dilungato troppo, vero? A voi interessavano solo i titoli, mica le mie parole. Però spero di avervi incuriosito, in qualche modo, e di aver offerto anche dei libri adatti a te. Adesso, allora, disconnetti Amazon e corri in libreria. Grazie!
Daniel Pennac è tornato in Italia grazie ai piccoli giganti della Marotta&Cafiero editori. Loro siamo noi non è sicuramente l’opera per cui Pennac verrà ricordato, ma è comunque una presa di posizione di un autore ormai classico su un tema caro (spero) a tutti noi; una virgola, forse, nel mare d’inchiostro versato oggigiorno, ma una virgola di valore.
Un pamphlet ‘necessario’ di Daniel Pennac sui migranti
Le parole di Pennac sono solo una piccola parte (non di certo trascurabile) di questo piccolo volume (pubblicato in due edizioni con copertine diverse). Il libello è un pamphlet in cui parole e immagini si incontrano e si sostengono a vicenda: è infatti arricchito dalle fotografie del fotoreporter Roberto Salomone, testimone oculare dei drammi di Lesbo e delle rotte migratorie del Mediterraneo. Ma anche il progetto grafico – che evidenzia parole chiave e fotografie giocando sui toni del grigio e del nero in contrasto col bianco della carta – oltre al classico taglio di un angolo, rendono il libretto un libro bello, pesante e non superfluo a tutto tondo.
Non serve citare tutto il libro per capire la posizione di Pennac. Ecco, ad esempio, l’explicit:
Tutte queste persone, però, le abbiamo accolte. Facendo ragionare il nostro istinto di conservazione, spiegandogli, per esempio, che l’altro può diventare a sua volta un francese.
E sono loro, tutti questi profughi del XX secolo, ritenuti ogni volta troppo numerosi, a fare insieme a noi la Francia di oggi.
Come i profughi di oggi faranno, insieme a noi, la Francia di domani.
Non ho scritto a caso quel “necessario”, nel titoletto precedente. Si sa, le opinioni sono discordanti sulla necessarietà dei libri. Da un lato c’è chi afferma che tutti i libri sono necessari, mentre dall’altro c’è chi estremizza in maniera opposta dicendo che sono pochi i libri davvero necessari. Io (che non sono nessuno), sono per stare in medias res: sono consapevole dell’importanza di tanti libri non essenziali, anche come mezzi di collegamento con libri o argomenti più importanti (ad esempio questo di Nick Cave); ma sono anche d’accordo sull’inutilità dei libri di Bruno Vespa (non me ne voglia, ha fatto cose peggiori).
Detto questo, perché quest’opera particolare di Daniel Pennac è necessaria? A mio avviso, lo è in quanto la sua voce – così amata, così ironica seppur seria, così ascoltata – ha molta più forza e pervasività di quanto abbiano centinaia e migliaia di altre voci sbraitanti sui social e in televisione. Ed è una voce forte, un’opinione ferma e precisa senza gli arzigogoli di alcuni pensatori (arzigogoli talvolta necessari, si intende); e senza la prepotenza di alcuni opinionisti che, sapendo di aver ragione, sentono una certa superiorità – almeno questa non nostalgica – scorrergli dentro.
In conclusione, il libro va acquistato (e costa pure poco), va regalato a natale, va prestato.
Perchè loro siamo noi, i noi di ieri e di domani. E Pennac lo sa.
Di questo nuovo libri di Daniel Pennac ne parlano anche le bravissime libraie della Libreria Biblion:
Per comprare il libro di Daniel Pennac clicca qui.
Per saperne di più sulla Marotta&Cafiero clicca qui.