Cosimo Angelini

Categoria: Bookblogging

  • Manuale di (dis)educazione dei grandi – Giuseppe Sofo (Consigli di lettura)

    Manuale di (dis)educazione dei grandi – Giuseppe Sofo (Consigli di lettura)

    manuale di diseducazione dei grandi giuseppe sofo libro albo illustrato recensione

    ISBN 9783949042027

    RAUM Italic Edizioni

    Autore Giuseppe Sofo

    Illustratrice Eleonora Marton

    Pagine 44

    Genere Albo illustrato

    Rilegatura Cartonato

    Formato 16,7 cm x 21,5 cm

    Prezzo 15,00€


    Qualsiasi gioco non sia esplicitamente vietato è permesso.
    E qualsiasi gioco esplicitamente vietato è più bello di ogni gioco permesso.


    Un libro per far ridere i grandi (e forse svegliarli)

    Questo strambo Manuale di (dis)educazione dei grandi di Giuseppe Sofo è un divertente albo per adulti. Una raccolta di regole, suggerimenti e consigli per mantenere vivo il bambino che in molti di noi è morente. O, chissà, per resuscitare quelli già andati.

    E quando arriverete alle ultime pagine del libro potrete passare dalla teoria alla pratica, ma non faccio spoiler. Credo vi divertirete!

    manuale di diseducazione dei grandi giuseppe sofo libro albo illustrato recensione

    A chi regalare questo libro?

    A chi sta passando un periodaccio, e non trova molti motivi per sorridere.
    A chi non sorride molto.
    A chi non sorride mai.
    A chi usa sempre calzini bucati (all’interno del libro una soluzione geniale).

    manuale di diseducazione dei grandi giuseppe sofo libro albo illustrato recensione

    Quarta di copertina

    “E se per una volta fossero le bambine e i bambini a educare gli adulti? Con questi consigli illustrati e altri da inventare potrete finalmente (dis)educare i grandi, aiutandoli a riscoprire la bellezza di essere bambini dentro.”


  • Insieme – Luke Adam Hawker (Consigli di lettura)

    Insieme – Luke Adam Hawker (Consigli di lettura)

    consigli di lettura recensione insieme luke adam hawker albo illustrato

    ISBN 9788867533152

    Guido Tommasi Editore

    Collana Fuori collana

    Autore Luke Adam Hawker

    Pagine 64

    Genere Albo illustrato

    Rilegatura Cartonato

    Formato 18,9 x 24,6 cm

    Prezzo 18,00€


    Nel rallentare, ci siamo risvegliati… e ci siamo resi conto delle cose che contano.


    Un libro sul covid che non parla di covid

    Insieme di Luke Adam Hawker non fa riferimento a nessuna pandemia, a nessun virus, eppure il libro parla di questo. Ed è bello quando un libro dice qualcosa senza dirla, tra le righe o tra i disegni, come qua, dove un mondo piatto abitato da persone piatte è sconvolto da una tempesta che sembra durare in eterno.

    Però, un giorno, la tempesta finisce, il mondo rinasce, e qualcosa, molto anzi, è cambiato.

    recensione insieme luke adam hawker guido tommasi editore

    A chi regalare questo libro?

    A chi ha sofferto la reclusione e, dopo il lock-down, è rinato.
    A chi non è mai uscito del tutto dal lock-down.
    A chi non ha notato la differenza tra la vita normale e la vita in lock-down.

    copertina insieme luke adam hawker guido tommasi editore

    Quarta di copertina

    “Una tempesta epocale porta un enorme e improvviso cambiamento. Seguiamo un uomo e il suo cane attraverso l’incertezza che si insinua nelle loro vite. Attraverso i loro occhi, vediamo le difficoltà di separarsi, l’altalena delle emozioni che ci hanno coinvolto e la presa di coscienza del fatto che, unendoci, possiamo attraversare momenti difficili con nuove prospettive, speranza e apprezzamento di cosa conta davvero nella vita.”


  • 10 libri da regalare a Natale 2022

    10 libri da regalare a Natale 2022

    Che libri regalare a Natale 2022? Non basta conoscere bene la persona che riceverà il regalo, a volte le idee ci sfuggono. E la ricerca ci mette poco a diventare un incubo, una corsa all’ultimo minuto, addirittura un regalo sbagliato.

    Per questo, dopo il successo delle proposte del Natale scorso (ancora validissime), ho deciso di proporvi una lista di 10 libri adatti a tutti da regalare a Natale. Dai romanzi ai libri illustrati, dalle chicche per bibliofili a libri eterni. Se volete fare bella figura con amici, nipoti, fidanzatine e amanti, sono sicuro che siete nel posto giusto.

    Che libri regalare per il Natale di tutti?

    Ecco una prima sezione dei migliori libri da regalare a Natale. Quelli che seguono sono libri un po’ adatti a tutti, per lettori grandi e piccini. E perché no, anche chi non legge saprà apprezzarli!

    • La notte prima di Natale – Clement C. Moore, Roger Duvoisin; è un libro per ragazzi illustrato, dal formato molto particolare, e quest’anno è il libro che non potete perdervi. Io vi avverto: se non ne comprate almeno due copie il vostro potrebbe non essere un “buon Natale”! E non lo dico soltanto perché la traduttrice è la bravissima Cecilia Bertol, ma anche perché le illustrazioni di Duvoisin vi faranno davvero tornare bambini. E non solo la notte di Natale.
    notte prima di natale cecilia bertol risma duvoisin
    • Buon natale, Folon; questo piccolo flipbook è un incredibile prodotto artigianale delle Edizioni Henry Beyle. Composto in monotype e stampato su carte di puro cotone, ripropone una divertente illustrazione natalizia di Jean-Michel Folon. Esiste in due versioni: una stampata su carta tedesca in 500 copie (22,00€), e una stampata su carta Alcantara di Sicilia in 150 copie numerate (50,00€). Se siete fortunati, potreste trovarlo ancora disponibile anche in formato poster.
    buon natale folon libri da regalare
    • Emporio della paura – Chiara Cacco; illustrato dalla talentuosa Benedetta Baraldi (qui il suo portfolio), è un libro per ragazzi (11+) amanti delle storie di paura. Agnese, una bambina arrabbiata con la madre, scappa e vaga in una città sempre più buia e labirintica. Finché non si accorge di girare in tondo, capitando sempre di fronte ad una vetrina illuminata, nonché l’unica. Si tratta della vetrina de L’Emporio della Paura, in cui ogni oggetto esposto nasconde una storia paurosa. Se non vi fidate di me, fidatevi dei ragazzi di Pelledoca Editore! L’originalità delle tavole, poi, lo rendono un regalo perfetto per gli appassionati dell’illustrazione (18,00€).
    l'emporio della paura pelledoca libri da regalare a natale 2022

    Libri speciali per regali di Natale speciali

    Un’anziana signora, qualche tempo fa, mi raccontò di non cancellare mai il prezzo dei libri che regala, “perché il valore del libro non è in quell’etichetta col prezzo, ma nel libro stesso“. Sono rimasto senza parole. Però, certe volte e soprattutto con certe persone, sentiamo il bisogno di regalare qualcosa di più appariscente. Ecco una lista di libri con cui farete un figurone (anche se regalati a semi-analfabeti):

    • Moby Dick – Herman Melville; non vi sto segnalando un Moby Dick qualsiasi, ma un’edizione molto particolare, che ripropone la famosa traduzione di Cesare Pavese del 1941. Stampata da Coppola Editore in 700 esemplari numerati a mano, è realizzata in grande formato su carte da 90 grammi, con una bianchissima copertina cartonata in ecopelle Skivertex Vicuana dell’antica azienda svizzera Winter&Company. L’illustrazione realizzata a secco sul piatto anteriore è realizzata dal Premio Andersen Vincenzo del Vecchio. Pensate costi una follia? Vi sbagliate! (35,00€)
    moby dick melville coppola marotta e cafiero libri
    • Atlante della fine del mondo – Davide Morganti; uno scritto inedito di 2200 pagine in cinque tomi con cofanetto, ogni tomo un continente e un unico protagonista: “Casimiro Boboski è tonto e balbuziente. È un piccolo impiegato della Repubblica di San Marino perseguitato dal suo capoufficio Michelino, ex compagno di classe. Casimiro non dice mai di no. Così Michelino ne approfitta. Legge un comunicato ad alta voce, in cui si dice che Casimiro deve andare in giro per il mondo per poi tornare e raccontare quello che sta accadendo. Deve fare il giro del mondo per scoprire se il pianeta sta sparendo, o se a sparire sono solo i confini. Casimiro obbedisce, Casimiro parte, Casimiro deve raccontare una storia ambientata nel paese che intende attraversare prima di superare il confine. È il suo dazio alla dogana. Davide Morganti, l’autore di questa follia letteraria, ha scritto un racconto per ogni paese del mondo”. Folle è chi l’ha scritto, chi l’ha pubblicato, o chi lo leggerà? (60,00€)
    libri da regalare

    Regalare (libri di) poesia al Natale che non ne ha

    Non per tutti il Natale è una festa felice. C’è chi lo vive con la malinconia di non essere più bambino, di non festeggiarlo più con la famiglia unita come una volta, ma fatta a pezzetti sparsi. Per questo regalare dei libri a Natale può migliorare il clima generale. Se poi si regalano libri di poesia, o sulla poesia, la magia è assicurata. Eccone alcuni:

    • Breve è la vita di tutto quello che arde – Stig Dagerman; lo so, forse nomino Stig Dagerman un po’ troppo spesso, ma quando è amore è amore. E quest’anno Iperborea ha pubblicato un’antologia che rende conto di 10 anni di attività poetica, fino al tragico suicidio. Oltre alla satira politica e sociale, sono state riportate molte poesie che riflettono sulla condizione umana e sul necessario impegno politico. Finalmente accessibile un Dagerman inedito in italiano (16,00€).
    stig dagerman libri regalare a natale 2022 iperborea
    • Lucciole. Il paradigma naturale nella poesia pugliese del Novecento – Germana Dragonieri; a qualcuno non piace la definizione di “necessario” per i libri. A me, invece, sì, e questo studio lo è perché indaga – attraverso la personale lente di questa brillante studiosa – un aspetto paradigmatico della poesia pugliese, ancora poco letta e poco studiata. Un libro che non è solo analisi, ma anche spunto per conoscere voci poco considerate, ma ancora fresche e vive nonostante il tempo trascorso (15,00€).
    libri di poesia da regalare a natale 2022 germana dragonieri
    • Versi verdi, Ecopoesia italiana dal Novecento ad oggi – a cura di Alberto Volpi; non posso non segnalare una delle più interessanti antologie dell’anno, dedicata interamente alla natura e all’ecologia. A partire dalla natura come luogo ameno pascoliano, dalla contrapposizione tra città e campagna, fino ad arrivare alla natura ferita dei poeti a noi più vicini, il curatore mette insieme voci diverse che, in qualche modo, intessono un forte dialogo coi movimenti ecologisti dei giovani d’oggi (18,00€).
    poesia da regalare natale 2022

    Libri che parlano di libri per gli amanti dei… libri

    Alcuni lettori, come il sottoscritto, amano particolarmente leggere libri che parlano di altri libri. Lo so, è una pratica perversa, ma se conoscete un lettore forte appassionato di queste tematiche, i libri che vi mostro adesso potrebbero essere perfetti per lui.

    • Storia confidenziale dell’editoria italiana – Gian Arturo Ferrari; questo libro, scritto da un grande conoscitore dell’editoria italiana, è un viaggio avventuroso alla scoperta dell’editoria italiana del secolo scorso fino ai giorni nostri. E quindi, in qualche modo, un viaggio alla scoperta della storia d’Italia. Tra autori ed editori, tra case editrici piccole e grandi, questa storia appassionerà l’amante dei libri, dell’editoria, ma anche l’amante della storia stessa (19,00€).
    libri editoria regali di natale 2022
    • I libri degli altri – Italo Calvino; ai lettori sporadici di Calvino potrà sembrare strano che un autore come lui non si sia occupato solo della propria, di scrittura. Eppure, durante la sua permanenza pluridecennale in Einaudi, occupò moltissimi ruoli chiave, occupandosi anche dell’ufficio stampa e dei rapporti con gli autori italiani. In questo libro sono state raccolte più di 300 lettere di Calvino, che mostrano il dietro le quinte del “mestiere dei libri” e in cui emerge in maniera chiara l’importanza e la serietà del suo lavoro editoriale. Un lavoro al servizio dei libri degli altri (16,50€).
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    Non ti convince nessun libro? Regala una gift card!

    Lo sappiamo bene, non è il regalo più emozionante che esista, ma regalare una gift card, a volte, può essere la scelta migliore per tutti. Se poi regalate la carta regalo di una piccola libreria dell’usato e dell’antiquariato come la Libreria Ex Libris di Genova, allora il vostro regalo sarà molto particolare.

    Il fortunato che riceverà in dono questo regalo, potrà scegliere tra più di 1500 libri presenti sul sito della libreria, oppure potrà andare direttamente in negozio a scegliere quello che preferisce. Attenzione, la libraia è molto simpatica ma vi fotograferà di soppiatto pubblicando le vostre schiene sui social!

    Clicca qui per comprare le gift card della Libreria Ex Libris di Genova.

    Regalare una consulenza editoriale a un tuo amico scrittore esordiente?

    Questo proposta potrebbe sembrare fuori luogo, ma aspetta! Non lo è: si chiama marchetta, però è davvero interessante anche se pochi di voi se ne accorgeranno. So, però, che ad alcuni potrebbe essere utile. Chi non ha un amico con un libro nel cassetto? Forse neanche ve ne rendete conto, ma secondo uno studio almeno due persone su quattro scrivono con ambizioni letterarie, e sei persone su dodici non sanno fare le proporzioni.

    Se pensi che un tuo amico voglia diventare una scrittore, regalagli una consulenza gratuita. Sì, hai capito bene: GRATUITA.

    Dopo alcuni anni nell’editoria, mi sto lanciando nell’universo dei freelance e per questo ho bisogno di te per spargere la voce. Posso aiutare il tuo amico autore di romanzi rosa e la tua amica autrice di romanzi storici a buttarsi nel mondo dell’editoria. Se sei curioso, o potrebbero esserlo i tuoi amici, scrivimi alla mia email: cosimobenziangelini@gmail.com

    Non te ne pentirai!

  • Intervista a Roberto Ferrucci su Tabucchi, Del Giudice, scrittura e editoria

    Intervista a Roberto Ferrucci su Tabucchi, Del Giudice, scrittura e editoria

    Io e Roberto Ferrucci. Dove, come e perché

    Ho conosciuto Roberto Ferrucci alcuni anni fa, durante un corso di scrittura creativa che proprio un corso di scrittura creativa non era. E più che insegnare a scrivere (che, lo sappiamo, non è una cosa che si possa insegnare), Ferrucci ci aiutava nella ricerca di una nostra voce, sulle spalle di maestri che erano stati, in precedenza, anche i suoi.

    Prima di quelle lezioni non avevo mai sentito parlare di lui. Come non avevo letto molto di Tabucchi né di Del Giudice. Mea culpa. Eppure basta un incontro a cambiare un percorso, perché oggi Tabucchi è l’autore che più mi fa singhiozzare quando lo leggo ad alta voce, mentre Del Giudice è l’autore che mi fa venire i brividi, anche “solo” raccontando di un decollo, di una virata, di un errore. Alla fine del corso, poi, avevo bisogno di sapere chi fosse Ferrucci-scrittore, così ho letto Cosa cambia, scoprendo il più bel romanzo mai scritto sui fatti del G8 di Genova 2001.

    cosa cambia copertina marsilio roberto ferrucci

    Mai avrei immaginato, in quei momenti, che mi sarei presto trasferito a Genova. Così, quando è successo, dopo essermi innamorato di Genova ho riletto Cosa cambia, e l’ho trovato ancora migliore di come lo ricordassi. L’ho riletto visitando i luoghi degli scontri, dei massacri, luoghi ormai ripuliti e apparentemente candidi. Con quella rilettura ho capito qualcosa di più di Roberto Ferrucci-uomo, e oltre a tenere con lui i contatti ho deciso di approfondire anche il Roberto Ferrucci-scrittore.

    Da quella lettura omnia ne è nato un articolo per la rivista Trasparenze edita dalle Edizioni San Marco dei Giustiniani, che affronta il tema della “casa” secondo il punto di vista dell’autore [lo potete leggere in fondo all’articolo]. Insomma, nonostante io non sia uno scrittore, ho trovato in Ferrucci un maestro che ha, oltre ai propri insegnamenti, il valore aggiunto di riproporre quelli dei suoi di maestri.

    Questa intervista nasce, in qualche modo, tra i banchi di quell’aula in cui ci siamo conosciuti sei, sette anni fa, anche se è stata fatta ad agosto di quest’anno. Lo devo ringraziare per la disponibilità e per tutto il resto, e devo scusarmi per il ritardo nella pubblicazione.


    Intervista schietta con Roberto Ferrucci

    Trovo Roberto Ferrucci a Venezia, in uno dei suoi bar preferiti, rivolto verso la riva e con le spalle all’ingresso. Sono passati molti anni da quando ci siamo conosciuti, lui maestro, io allievo, lui a cavallo tra Italia e Francia e io vagabondo, sì, ma entro i confini nazionali. Parliamo per una buona mezz’ora prima di toglierci il dente dell’intervista.

    Come autore sei pubblicato sia in Italia che in Francia. Addirittura, l’ultimo libro è uscito prima in francese e, solo anni dopo, in italiano, ampliato e rivisto. Oltretutto, hai cambiato tantissimi editori.

    Sì, purtroppo sì, mi sarebbe piaciuto come i miei amici francesi averne uno soltanto, uno di riferimento. In Francia tutti gli autori e le autrici che conosco hanno da sempre un solo editore, al massimo due, e quindi possono davvero provare quel senso di “casa”. Altrimenti perché si chiama casa editrice? Qui purtroppo non è così, forse un po’ anche per colpa mia. A me piace l’idea di editore che dà Touissant, o Jean Echenoz nel suo libro Il mio editore.

    In Italia domina l’idea che un editore debba esser per forza un grande editore, o pubblichi per i grandi o non esisti. Ovviamente non è così, lo dimostra l’attenzione che le librerie indipendenti hanno per gli editori indipendenti che fanno qualità, e non quantità, e poi dal fatto che la rinascita degli ultimi anni degli inserti culturali e letterari dimostra che le recensioni dei libri in questi supplementi sono sempre più spesso dedicate a libri pubblicati da piccoli editori. Però l’ambizione di dover essere pubblicati a tutti i costi da un grande editore rimane, nonostante oggi ci siano molti editori indipendenti bravi e appassionati

    Pretendiamo di essere tutti grandi scrittori, no?

    Sì, abbiamo un rapporto malato con la scrittura, con la lettura, con il libro e quindi con l’editoria di conseguenza, da noi quello che conta è lo status che acquisisci solo se vieni riconosciuto. Per me il momento più importante, bello, necessario e unico di un libro è quando lo stai scrivendo quel libro, non quando lo pubblichi. È anche per questo io ho tempi lunghissimi, perché a me piace stare dentro questo magma che all’inizio è informe e poi a poco a poco assume una sua identità, una sua autonomia di storia.

    Lo vedo anche nei miei colleghi più giovani dove c’è questa tensione a dover far parte di un gruppo, a dover avere una certa visibilità, a dover scrivere con regolarità nelle pagine culturali, insomma esserci sempre anche da parte di scrittrici e scrittori bravi, credo però che poi questo comporti inevitabilmente che a rimetterci sia sempre il testo creativo, il libro, perché non gli viene dedicato il giusto tempo. La scrittura ha bisogno di tempi lunghissimi, lunghissimi, lunghissimi.

    Anche quegli scrittori di talento, che riescono a scrivere romanzi in pochi mesi, quei testi se li sono portati dentro a lungo. Ma ormai leggo sempre più spesso libri che potenzialmente potevano essere grandi libri, ma che invece sono scritti con sciatteria, sono tirati via. Ho sempre sottolineato, nei miei laboratori, che nella scrittura conta “come” racconto una storia più della storia in sé, perché concentrandomi sul “come racconto” io posso scrivere un romanzo meraviglioso su questo porta salviette, mentre se la scrittura è banale, superficiale, anche il romanzo storico più coinvolgente del pianeta risulta spesso piatto, con una scrittura ovvia. E questo fa sì che non si veda l’identità di un’autrice o di un autore.

    La voce?

    La voce, la voce non c’è. Anzi sembrano un coro gospel in cui tutti hanno avuto lo stesso maestro e tutti cantano allo stesso modo. Bella questa del coro, non l’avevo mai detta.

    In effetti lo stesso maestro ce l’hanno, pagato anche profumatamente.

    E l’editoria ha una responsabilità rispetto a questa coralità. Sono stato poco tempo fa al Festival della Letteratura di Salerno, e in una conversazione tra Vincenzo Latronico e Raffaele Notaro, due giovani autori che apprezzo molto, lamentavano la mancanza di punti di riferimento, di maestri. Un po’ li capisco, e dopo aver letto il mio libro mi hanno detto di provare una benevola invidia perché io i maestri me li sono trovati. E lì è da una parte una questione di fortuna (la mia, di averli incontrati) dall’altra una questione di carattere, di generosità, quella che Tabucchi e Del Giudice avevano verso gli scrittori più giovani e che forse io non ho.

    L’editoria tra Italia e Francia

    E tornando al rapporto tra Italia e Francia, che differenze hai notato?

    La differenza sostanziale è che in Francia non viene fatta alcuna differenza a qualunque livello tra piccolo e grande editore, sotto tutti i punti di vista. Anche nelle grandi catene ci sono librai e non solo venditori, impiegati, quindi librai che vengono assunti perché appassionati. È tutta la catena che funziona, l’editoria è seria.

    E la serietà sta anche dei premi letterari, ce ne sono quattro o cinque che quando li vinci ti cambia davvero qualcosa nella vita, però sono strutturati diversamente, sono finanziati dallo Stato, e non come da noi, da privati, da imprenditori. Qui da noi i premi sono soprattutto pretesto per fare spettacolo, che potrebbe anche starci, però…

    Forse è anche divertente, no?

    Sarà anche divertente perché alle cerimonie finali a condurre è quasi sempre un comico, o comunque qualcuno legato al mondo dello spettacolo. Come se la letteratura non fosse sufficiente ad attirare l’attenzione della gente. La vedo più come una dichiarazione di debolezza, la presa d’atto che il libro in Italia è ormai considerato solo un passatempo. In Francia, paese che da molti anni frequento proprio per motivi editoriali, le giurie dei premi più importanti sono composte da esperti. Prendi per esempio il Goncourt, l’equivalente del nostro Premio Strega.

    Il giorno dell’assegnazione i giurati si riuniscono sempre nella solita sala del solito ristorante in centro a Parigi, deciso il vincitore, il presidente scende a piano terra dove radio e tv sono collegate in diretta, tutti i giornali presenti, e proclama il vincitore, che dopo qualche minuto arriva (i cinque finalisti sono tutti là nei paraggi), fa la sua bella conferenza stampa, brinda e ringrazia la giuria. Fine. Niente smoking né paillettes. Dal giorno dopo il libro vincitore, che già per via di far parte della cinquina finalista ha iniziato a vendere, inizia la sua scalata verso quella che è la cifra minima di vendite di ogni “laureat” al Goncourt: trecentomila copie.

    Dal punto di vista del lavoro editoriale, in Francia ci sono differenze rispetto all’Italia?

    Ci sono similitudini soprattutto tra gli editori indipendenti, francesi e italiani, perché la loro base comune è la passione. Ci sono somiglianze, come la qualità perseguita, la cura dell’oggetto libro. Gli editori indipendenti sanno che devono fare bei libri, sia dentro che fuori, e infatti per la collana che dirigo per Helvetia Editrice, i Taccuini D’autore, la qualità è importante. Stesso discorso vale anche per il mio attuale editore francese, La Contre Allée. Ma anche l’edizione di Cosa cambia pubblicata da Seuil – Ça change quoi – è bellissima, così come Sentiments subversifs, pubblicato dalla Meet di Saint-Nazaire.

    E la collana Collirio?

    Al momento è in pausa, perché in Antiga Edizioni ci sono stati grandi cambiamenti, ma l’idea è di riprenderla. Però quella è un’altra cosa, lì si vanno a ripescare i libri spariti. E qui viene fuori un’altra differenza tra Italia e Francia, perché quando pubblichi in Francia tu sarai sempre in catalogo perché loro prendono i diritti definitivi, oppure perché rinnovano di continuo. È una differenza abissale, perché Cosa cambia uscito in Francia nel 2010 da Seuil lo trovi, lo trovi ancora, è stato ristampato due volte, qui era sparito. L’ha dovuto riproporre, per fortuna, People.

    cosa cambia roberto ferrucci people

    Come ti sei trovato in People?

    In People, ecco, da Pippo Civati credo di aver trovato finalmente il mio editore. Non solo è una persona che ho sempre stimato, anche e non solo dal punto di vista politico, perché uno che abbandona la politica per fare l’editore, ecco, dev’essere considerato un totem di questo paese.

    People, per esempio (che non è soltanto Civati, ma anche Stefano Catone e Francesco Foti) ha capito la situazione dell’editoria italiana e si è adattata, ha sfruttato i social per creare una sorta di comunità attorno a tutti i titoli della casa editrice, una comunità che si basa su un rapporto di fiducia. People rappresenta una vera novità nel paesaggio editoriale italiano.

    I libri di Ferrucci, da Tabucchi a Del Giudice

    Parliamo dei tuoi libri e di Storie che accadono, la tua ultima fatica, libro dedicato al ricordo di Antonio Tabucchi. Se n’è parlato tanto, e sono riuscito con un po’ di fortuna a pubblicare una recensione su Maremosso. Quasi in tutti i libri l’io-narrante è Ferrucci scrittore-uomo.

    Più o meno al 72,3%. Questa cifra è importante, ma la cambio sempre.

    Più o meno, bene, questa me la segno. Hai già detto che non è semplice aprirsi così tanto alla pagina bianca quando si parla di cose personali, di intimità. Quant’è difficile poi parlarne direttamente col pubblico delle presentazioni, degli eventi?

    Sai, non ho fatto tante presentazioni, un po’ per scelta un po’ perché dopo l’uscita sono dovuto partire, dopo due anni di stasi, per la Francia. Una residenza di scrittura organizzata da Sciences Po Lille e dalla Librairie Meura. Due mesi, saltando anche il Salone del Libro di Torino. Ma ho fatto quattro presentazioni là in Francia, con lettori italiani che vivono all’estero. Lì Tabucchi è molto amato. Però, come ti ho detto prima, quando scrivo non penso mai al dopo, alla promozione, alle presentazioni, scrivo e basta.

    Quando il libro è uscito sapevo che, mancando io in pratica da undici anni dalle librerie, mi sarei aspettato di passare inosservato. Undici anni nell’editoria sono un’infinità di tempo, sono cambiati gli editori, i critici dei giornali e anche un paio di generazioni di lettori. Invece l’attenzione c’è stata ed è stata sorprendente. Ma anche se così non fosse stato, mi sarebbe interessato relativamente perché questo libro andava comunque scritto, che uscisse o meno.

    storie che accadono people roberto ferrucci

    È chiaro che i lettori sono importanti, e la soddisfazione è stata che tanti hanno scoperto i miei libri precedenti grazie a quest’ultimo. Poi qualcuno dice “beh, certo, racconti Tabucchi, facile così”, però poi se lo leggi credo la sua necessità sia evidente pagina dopo pagina. Ho anche sempre pensato di scrivere, con questo libro, un libro sulla scrittura.

    Storie che accadono è nato su una proposta del mio editore francese, per una collana che si chiama Fiction d’Europe, dove a scrittori di ogni nazionalità viene chiesto di raccontare la propria idea di Europa. Da tempo volevo raccontare l’ultimo incontro fatto a Vecchiano con Tabucchi. Sono partito da lì, raccontando il più europeo degli scrittori italiani. Il limite era di 70.000, ma poi ho continuato a scrivere e dopo cinque anni è uscito in Italia, con molte più pagine, più storie. Completo, insomma, e sì, non mi aspettavo i lettori, non mi aspettavo la critica che sono stati davvero una piacevole sorpresa.

    La memoria, i ricordi e i cimeli

    Se dovessi trovare qualcuno totalmente digiuno di Tabucchi, come glielo consiglieresti?

    Direi di leggere il mio libro! Lo dico un po’ scherzando, un po’ no, perché sono tanti ad avermi detto che dopo averlo letto gli è venuta voglia di rileggere Tabucchi o di leggerlo per la prima volta. E poi c’è un’altra cosa. Cosa succede quando noi in una giornata nostra qualunque, magari passando tra gli scaffali della Coop, ci viene in mente un passo della Morante o di Tondelli? Sono momenti ricorrenti, consueti, fanno parte dell’immaginario di ognuno, e sono come degli utensili che se ne vengono fuori da soli, quando ritengono sia il caso. Perché noi siamo fatti anche di quello che leggiamo, e quindi perché non rendere omaggio anche a questo aspetto, ringraziare ciò che abbiamo letto?

    E poi: quanti hanno incominciato a scrivere dopo aver letto un autore in particolare? E perché non raccontarlo, non dirlo? Come se non fosse una cosa tua, o meno tua. Ecco, questi due libri (Storie che accadono e quello futuro su Del Giudice) sono un ringraziamento a due autori importanti per me e un riconoscimento di quanto i libri facciano per noi, di quanto ci diano, quanto ci formino.

    Per concludere tornerei ai maestri, c’è un libro in arrivo, e dopo 11 anni di fatica sarebbe l’ora di chiuderlo e…

    Prima della domanda ti faccio vedere alcune cose, perché tu sai che io ho bisogno di materiali, di oggetti su cui poggiare la mia narrativa [Ferrucci fruga in borsa e tira fuori un taccuino e un dattiloscritto]. Ecco, questo taccuino, già vintage negli anni ottanta, è uno di quelli che Del Giudice aveva comprato per il viaggio in Antartide. Prima della sua partenza sono andato a trovarlo, me l’ha regalato e guarda com’è ancora perfetto. E poi c’è questo dattiloscritto originale di un suo articolo uscito su Paese Sera.

    Wow. Questi sì che sono cimeli.

    Sì. Inoltre ho ore ed ore di conversazioni registrate con lui, e le registrazioni di molte presentazioni. Per Staccando l’ombra da terra, ripubblicato dal Corriere della Sera a un anno dalla morte di Del Giudice, ho scritto una nota biografica con le sue parole, anche grazie alle nostre chiacchierate. È una nota in cui lui stesso presenta i suoi libri.

    roberto ferrucci daniele del giudice staccando l'ombra da terra

    Amici e maestri

    Torniamo ai maestri. Tu hai incontrato due maestri notevoli, e non tutti hanno la fortuna di incontrarli.

    Ne ho incontrati anche altri, molti altri, ma il rapporto con Del Giudice e Tabucchi era speciale. Inoltre, quelli erano anni diversi. Oggi invece c’è un paradosso: è talmente facile raggiungere gli scrittori che è improbabile poi nasca un’amicizia, è tutto più superficiale. Come ho conosciuto Del Giudice? Perché Billy Lamarmora, libraio della Libreria Don Chisciotte di Mestre, prima che uscisse Atlante Occidentale, disse “presentiamolo”, e mi chiese di dargli una mano. Lì ho conosciuto Daniele che poi mi ha fatto conoscere Tabucchi. Erano tempi diversi, c’era un contatto umano che oggi non c’è più. Ma, quindi?

    Ecco, ahaha, quindi quelli che incontrano il maestro Ferrucci, cosa succede?

    Non saprei. Io forse lo faccio dal 2002 , a Padova, col laboratorio di scrittura creativa all’università, e che dà tantissime soddisfazioni. Agli studenti faccio leggere i loro libri e quelli di altri, cerco di trasmettere ciò che loro mi hanno insegnato, che ho fatto mio e quindi con le mie varianti. Gli studenti sembrano apprezzare, lavorano, leggono, scrivono. Alla fine non so cosa resta, sei tu che dovresti dirlo.

    Io qualche insegnamento potrei riportarlo, non so, che dici?

    Ma sì, potresti.

    Lo farò, prima o poi. Però la cosa più importante dovresti dirla tu.

    La cosa più importante è la più banale, cioè leggere. Poi però è come leggi, è come scegli i libri, come li annusi che conta. Ecco, una cosa che io cerco di consigliare è di non leggere casualmente, non leggere senza conoscere e capire quanto importante è l’editore, la copertina, la collana, insomma imparare davvero a leggerlo a 360 gradi il libro, tutto conta.

    E poi, soprattutto, l’importanza del come e non il cosa. Non è un caso che tutti i miei esercizi al laboratorio siano consegne apparentemente banali, tipo “cosa vedo dalla finestra”, ecco. Perché voglio leggere come racconti, non cosa racconti. Non mi interessa dare il decalogo del buon romanzo, che non esiste, ma di far fare un percorso ciascuno dentro la propria scrittura, la propria voce, cioè tirandola fuori, la propria voce, a prescindere dal destino futuro di ciascun studente. Ed  è bellissimo vedere il percorso di ciascuna scrittura che parte a ottobre in un modo e arriva a maggio che è altro. A volte molto altro. Infine, spero di trasmettere bibliografie ideali, libri importanti.

    Quella la aggiungerò in coda, perché ho scoperto cose che, pur essendo un lettore forte, mi erano sfuggite. Grazie.


    Bibliografia consigliata da Roberto Ferrucci

    • Italo Calvino, Lezioni americane
    • Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari
    • Antonio Tabucchi, Di tutto resta un poco
    • Antonio Tabucchi, Gli zingari e il rinascimento
    • Daniele Del Giudice, In questa luce
    • Daniele Del Giudice, Lo stadio di Wimbledon
    • Jean-Philippe Toussaint, L’urgenza e la pazienza
    • Jean Echenoz, Il mio editore
    • Mauro Covacich, La città interiore
    • Emmanuel Carrère, A Calais
    • Asli Erdogan, Neppure il silenzio è più tuo
    • Simona Vinci, Parla, mia paura
    • George Perec, Tentativo di esaurimento di un luogo parigino

    Riflessioni attorno alle case di Roberto Ferrucci

  • La Superba – Ilja Leonard Pfeijffer (Nutrimenti, 2018)

    La Superba – Ilja Leonard Pfeijffer (Nutrimenti, 2018)

    Non devi farti accecare dalle apparenze. A Genova tutto è nascosto. Non abbiamo piazze con le fontane né palazzi con facciate sfolgoranti. Tutto l’oro e i tesori artistici sono nascosti dietro spessi muri di comune calcare grigio. Un vero uomo d’affari nasconde la sua fortuna in una vecchia calza e gira per la strada vestito di stracci nella speranza di ricevere elemosine.

    Ad una lettura superficiale, il libro La Superba di Ilja Leonard Pfeijffer potrebbe apparire come Genova: nessuna “facciata sfolgorante”, nessun tesoro evidente, ma vicoli bui, stretti e puzzolenti, così come il libro sembra duro, greve e non sempre politicamente corretto. Ma anche assurdo, il libro come la città, perché nel libro l’autore può incappare in una gamba umana passeggiando nei vicoli mentre oggi, negli stessi vicoli, si può morire per un freccia scoccata da una finestra. Eppure, leggendo tra le righe, non serve neanche troppo impegno per vedere l’oro, cioè l’amore per la città in cui l’autore olandese ha deciso di vivere.

    Allo stesso modo basta poco per capire la densità di un testo che si presenta come una vorticosa riflessione sull’Italia in generale e sulle migrazioni in particolare, con Genova emblema, simbolo e sfondo. Riflessioni scritte, poi, da un migrante consapevolmente privilegiato, arrivato in maniera regolare in aereo e non su un barcone come la maggioranza dei migranti che affollano la città.

    La Superba, Genova città dell’assurdo

    La Superba è uno e tanti libri assieme: romanzo d’avventura e di formazione, romanzo epistolare, metaromanzo, autobiografia, saggio, denuncia e probabilmente altro. Ma è in primis una guida all’uso della città, Genova, una città grottesca in cui avvengono cose inverosimili. In questo intrico l’autore mette insieme vicende reali e riscontrabili (le vie, le piazze e i bar citati sono tutti reali, esistono) e storie assurde che sembrano reali solo perché ambientate in una città altrettanto assurda:

    Quello di cui talvolta mi preoccupo è che alcune delle situazioni in cui finisco qui, e molte delle persone che incontro per davvero in questo scenario straniante, sono così variopinte, per non dire grottesche, che corrono il rischio di essere poco credibili dal punto di vista narrativo.
    Se trasformerò mai questi appunti nei quali ti racconto le mie vicende attenendomi alla realtà, in un romanzo, sarò costretto a violare la realtà in modo sostanziale […]. Ma la cosa più importante è che sarei obbligato ad annacquare pesantemente la verità, perché se la raccontassi così com’è nel modo in cui la racconto a te, tutti penserebbero che l’ho inventata.

    La vicenda, come la città, è affollata di persone e personaggi improbabili che l’autore incontra per lo più casualmente, e l’incontro tra realtà così peculiari sfocia in una miriade di piccoli e grandi eventi, piccoli inciampi e sbronze importanti. Ma un elemento, su tutti, spicca: la capacità dell’autore di rendere visibile una città così ambigua e incoerente, una città-labirinto dai “centenari denti guasti”, coi vecchi edifici di cui lui stesso sente il “digrignare dei denti”; un labirinto vivente e vissuto nel suo sbriciolarsi, in cui “nel complesso tutto era marcio, a pezzi e in rovina. Ma è così da secoli, e fiero di esserlo”.

    Eppure, in una città da un lato così mostruosa, l’autore-protagonista decide di viverci:

    Ma voglio appartenere a questo mondo. Voglio vivere nel labirinto come un mostro felice. Voglio fare il nido nelle viscere della città.

    la superba genova recensione ilja leonard pfeijffer

    Genova e le migrazioni, tra privilegi e venditori di rose

    Ma Genova è anche la casa di una moltitudine di sommersi, di una folla di persone in viaggio, migranti in una città di porto, che cercano invano di integrarsi in quell’Europa così diversa da come se l’erano immaginata. Anche l’autore è un migrante, e nonostante i privilegi di essere bianco, europeo e non povero le difficoltà che si trova ad affrontare nel tentativo (spesso vano) di integrazione non sono poche.

    Figuriamoci, poi, se a integrarsi deve essere uno che arriva poverissimo e dopo un viaggio estenuante, pieno di idee falsate sulle ricchezze che riceverà una volta sbarcato. Poco importa che sia un tecnico, un ingegnere o un operaio specializzato in patria, quando scoprirà che ad attenderlo ci sono solo muri e una folla di persone come lui, inizieranno i lavoretti, i favori, la vendita di rose. E niente sarà sufficiente a far credere alla famiglia lontana di avercela fatta, quindi arriveranno i debiti. Poi, due sono le strade: la morte o il malaffare (e quindi il carcere).

    Il dramma di chi arriva povero, infatti, è l’impossibilità di tornare a casa se non da ricco. Se ciò non è possibile, l’unica alternativa è scomparire. Per il poeta straniero, invece, la situazione è diversa: sebbene non sia costretto a vivere con altre dieci persone né a vendere rose per comprarsi la cena, anche lui sa che non potrà mai essere del tutto integrato in una città come Genova. E a dirlo non sono io, ma un Don Rodrigo genovese, così perfettamente realistico da sembrare un calco di molti potenti:

    Lei è a Genova, dove i miei amici e gli amici dei miei amici prendono le decisioni da secoli, e anche se vorrei farle di nuovo i complimenti per il modo in cui ha cercato di adottare il nostro modo di pensare, per noi rimarrà sempre un outsider. Peggio ancora, uno straniero.

    Pfeijffer e l’amore

    Ogni storia narrata nel libro è intrisa d’amore, di tutti i tipi. C’è l’amore per la città, così forte da decidere di raccontarla nonostante le difficolta, “Come farò mai a rendere plausibile che una città mi rende felice?”. Poi c’è l’amore per le donne, con cui si apre il romanzo: la prima parte, non a caso, si intitola “La ragazza più bella di Genova”.

    E non è casuale se in una città così assurda l’uomo frequenta tutti i tipi di donne, e non solo quelle: la città, soprattutto la labirintica città vecchia, è una città vivace, vivissima nella sua decadenza, in cui anche le più derelitte hanno una certa dignità in quanto esattamente al loro posto. E il protagonista non si nega, né nega nessuno.

    Però, l’abbiamo detto, in una città assurda le cose non procedono se non in maniera contorta. Per questo la ragazza più bella di Genova, la ragazza più bella della città più superba, rimanendo a lavorare nei vicoli, smetterà presto di fare la barista.

  • Il reggimento parte all’alba

    Il reggimento parte all’alba

    Può capitare che, tornando dalle ferie, lavorare ti sia faticoso. Ti siedi alla scrivania, controlli le email un po’ insofferente, e poi inizi a preparare i libri per l’ordine che doveva già essere stato spedito. Devi applicare le immagini all’ultimo uscito, così stacchi la pellicola della striscia adesiva che sta dietro alle immagini, ne posizioni l’angolo in alto a sinistra sul segno stampato appositamente sulla pagina per centrare l’immagine, e poi cerchi di far combaciare anche il margine superiore dell’immagine con una piccola linea stampata che devi assolutamente coprire affinché l’immagine sia dritta. A volte quel lavoro ti rilassa, è vero, ma tornando dalle ferie, da quelle ferie turbolente, fatichi a far combaciare al primo colpo l’immagine con l’angolo e le linee, devi riprovare perché non puoi sbagliare, vorresti essere altrove e con la testa sei da tutt’altra parte ma adesso sei lì, il tuo corpo è lì, in quell’ufficio, ad applicare immagini che devi necessariamente applicare bene. Altrimenti il libro è da scartare.

    Non senti l’editore entrare, iniziare a cercare dei libri da spedire, e non lo vedi neanche quando si avvicina alla tua postazione mentre tu sei concentrato e chino sull’angolo di un’immagine, angolo che tieni premuto con la mano sinistra nella giusta posizione mentre con la destra fai lentamente ruotare l’immagine per spostare in alto il margine superiore fino a fargli nascondere la piccola linea orizzontale. All’improvviso ti saluta: Buongiorno, tu rispondi di soprassalto: Buongiorno, e alzi le mani dal libro in lavorazione come colto sul fatto, in flagranza di reato nell’aver messo forse un’immagine leggermente storta, millimetricamente storta, ma l’immagine è dritta e comunque all’editore non interessa perché ti sta porgendo un libro, L’hai letto questo di Buzzati?, e tu neanche capisci che libro è perché non ha la sovracopertina, non ha neanche la copertina di cartoncino bianco, è come se non fosse neanche un libro, ne ha la forma ma è solo un mucchio di pagine incollate tra loro. Comunque rispondi No, non credo, e allora lui te lo lascia e se ne va. Non dice Dovresti proprio leggerlo, non dice niente, ma è come se sapessi che dovresti proprio leggerlo.

    Sei incuriosito, apri quei fogli con forma di libro e leggi il titolo, Il reggimento parte all’alba, e pensi: Va bene, un libro sulla guerra, interessante. Richiudi il libro, te ne scordi e torni ad applicare immagini per tutta la mattina, perché le ferie sono finite e il rientro non prevede pause di alleggerimento da “ritorno troppo traumatico”, no, anzi, il rientro è il momento di lavoro più intenso perché rientrano tutti, ci sono i lavori arretrati, ci sono i nuovi progetti, e insomma non c’è mai pace. E dopo una giornata trottando a destra e a sinistra, applicando immagini spostando scatole correggendo bozze di autori che no, non pensavi di poter mai leggere inediti, dopo una giornata così sfiancante torni a casa e la prima cosa che fai non è assolutamente aprire quel libro. Te lo sei dimenticato nello zaino, quel libro, e hai solo voglia di farti una doccia, di ritirarti a letto per cercare di riunire il corpo che è lì, in quel letto, alla mente e al cuore che sono altrove, da tutt’altra parte, un po’ sparsi tra la Toscana, la Sardegna, la Liguria, il Veneto, insomma ovunque, e così ti fai una doccia e ti butti a letto senza neanche cenare.

    Non hai sonno, ovviamente non ti basta essere stanco per riuscire a dormire. Prendi il libro che stavi leggendo e ti accorgi che mancano poche pagine, così lo finisci, un libro di cui non sapresti ricordare né il titolo né l’autore né la storia però ti ha tenuto compagnia, insomma non un bel libro ma simpatico, lo finisci e lo metti via. Pensi che probabilmente non lo riaprirai mai più, ma fa parte del gioco. E pensi anche che non ti è ancora venuto sonno, hai letto troppo poco, così prendi il primo libro che ti capita tra le mani aprendo lo zaino, l’unico rimasto perché viaggi leggero, fa caldo, non guardi neanche cosa stai prendendo ma prendi qualcosa che ha la forma di libro, lo senti, e tirandolo fuori ti accorgi che non ha sovracopertina, non ha niente, ha direttamente le pagine da sfogliare. È quel Buzzati, e non hai molta voglia di leggere Buzzati che parla della guerra, ma hai ancora meno voglia di alzarti a controllare la libreria, non hai assolutamente voglia di quel rituale così denso e importante che è la scelta di un libro da iniziare, non ne hai le forze. Così apri quello, e ridi perché non ha neanche le immagini applicate a mano, come dovrebbe, dev’essere proprio un libro monco, fallato, che non si meritava neanche le immagini, e inizi a leggerlo quel Reggimento parte all’alba che non ti invoglia minimamente, e che inizia così: Da alcuni piccoli sintomi, da certe voci che corrono, da certe facce che si incontrano, viene quasi da pensare che il suo reggimento si prepari alla partenza, e magari partirà tra un mese, fra un anno, fra dieci anni, ma già si prepara.

    Pensi che sia intrigante nonostante tutto, nonostante questa storia del reggimento che si prepara anche se non sa quando partirà, è un po’ strano e allora continui a leggere: È una giornata bellissima di primavera, il 9 maggio, un sabato, dinanzi alle case della città uomini donne e bambini si affaccendano intorno alle automobili, caricano valige, pacchi, giocattoli, sci, battelli, sono vestiti per la gita, l’amore, la giovinezza, la speranza, la vita. Anche nei grandi cortili del suo reggimento, chissà dove, batte lo splendido sole ma portaordini vanno e vengono, la tromba dà segnali insoliti che nessuno o quasi conosce, si nota una diffusa irrequietudine, il signor colonnello, il capo di stato maggiore e gli altri ufficiali importanti stanno lavorando nei loro uffici benché sia sabato di primavera e la gente della città si prepari al sollievo alla libertà, alla gioia, perché forse il reggimento deve partire. È il reggimento suo? Non è che lui sia militare di mestiere. Ma tutti senza eccezione nella sua città e anche fuori nelle campagne, valli, rive del mare per quanto è esteso il mondo tutti in certo modo appartengono a un reggimento e i reggimenti sono innumerevoli, nessuno sa quanti sono, e nessuno sa neanche quale sia il suo reggimento, eppure i reggimenti sono accantonati qui intorno, anche nel cuore della città, benché nessuno se ne accorga e ci pensi. Però quando un reggimento parte, chi gli appartiene, pure lui deve partire. Altri dicono invece che si tratta di navi. Ciascuno è iscritto come passeggero di una nave senza sapere dove sia né il nome. E sono navi strane capaci di salpare dal centro di un arido deserto o dalla precipitosa gola di una montagna. Ma reggimento o bastimento è lo stesso, il fatto è che un bel giorno ciascuno di noi deve partire.

    È tutto molto strano eppure ti stuzzica, capisci che non è solo una questione di guerre e di battaglie, ti chiedi che senso ha partire con un reggimento senza esser militari, e ti ripeti che non ha senso che tutti debbano partire, che non ha senso neanche che nessuno sappia quale sia il proprio reggimento, insomma inizi a percepire qualcosa, e ti ricordi ancora oggi l’esatto momento in cui hai capito che non si trattava di guerra, ma di qualcosa molto affine, e se ti sforzi senti di nuovo quella cosa hai percepito in quel momento, perché era un brivido, vero?, un brivido che ti ha preso tutto, non solo la schiena ma anche le dita che tenevano il libro, e le punte dei piedi a contatto col lenzuolo che li copriva.

    E ti ricorderai per sempre che hai capito tutto voltando pagina, sì, c’è voluto ancora poco per capire che non era solo guerra, ma era qualcosa di più, in particolare quando hai letto: L’avviso arriva a tutti, con maggiore o minore anticipo, che talora è di ore, o di giorni, talora è di mesi o addirittura di anni: eccezioni non esistono. Senonché quasi nessuno se ne rende conto. Questo perché nella maggioranza dei casi l’annunzio non consiste in un modulo esplicito come la chiamata alle armi, bensì in piccoli segni che facilmente si possono scambiare per fenomeni casuali del tutto indifferenti. Ma soprattutto perché gli uomini ripugnano selvaggiamente all’idea del loro fatale destino

    Ecco il brivido che ti ha scosso, il corpo che legge fatale destino e trema per una frazione di secondo, i peli che si rizzano e la pelle d’oca che non si calmerà per un po’. Ed ecco che oltre al corpo fremente, la mente e il cuore ti schizzano via dal letto e tornano a quelle ferie così turbolente e strane, così felici e tristi, a quell’ultima cena insieme al tuo amico, a quegli altrove così carichi oggi di ricordi, memorie, parole. Ti chiedi come sia possibile, per quale casuale coincidenza, si possa ricevere come consiglio o ordine di lettura un libro che parla del morire, e non della morte, proprio dopo aver perduto una persona così cara, morta all’improvviso come all’improvviso hai ricevuto quel libro. Tutto all’insaputa dell’editore che quel libro te l’ha consegnato. Ti chiedi perché non parlasse di guerra quel dannato libro, sarebbe stato più semplice, meno doloroso, ti chiedi perché sia morto, ti chiedi perché proprio quel libro e proprio in quel momento, ti chiedi un sacco di perché ma senti che il cuore accelera e devi alzarti dal letto, così ti alzi, vai nel bagnetto senza finestre a sciacquarti la faccia con l’acqua calda che esce a fine agosto dal rubinetto. Ti dici: Adesso va meglio, ma non va meglio, prendi un po’ d’aria sul terrazzo ma sai che tornerai al libro che avevi abbandonato sul letto perché vuoi capire, vuoi continuare a leggere, Magari qualche risposta ce la trovo, ti dici.

    Eppure continui a chiederti il perché di questa coincidenza, anzi di questa orribile coincidenza; e poi valuti la parola “orribile” e pensi: è solo una coincidenza, è solo un caso, un piccolo caso fra i miliardi che ci sono a questo mondo, una cosa che sta succedendo. Ma perché sta succedendo a te? Questo ti chiedi… E mentre ti chiedi questo ringrazi Tabucchi per averti prestato le parole, e ringrazi anche l’editore per averti involontariamente dato il libro giusto al momento opportuno, anche se con non poco dolore, e ringrazi Buzzati per averlo scritto anche se hai soltanto letto le prime pagine. Quindi torni in casa, riprendi il libro e lo leggi tutto in una sera, non senti più la stanchezza e invece di invogliare il sonno quella lettura, quel libro, ti tengono sveglio, ti fanno vibrare corde rotte, corde ferme da qualche settimana.

    Ti leggi tutto il libro, e scopri che è incompiuto perché anche per Buzzati è arrivato il reggimento, e il curatore ti spiega che per lui non è arrivato all’improvviso, c’è voluto del tempo, il tempo giusto per iniziare a scrivere un libro e tanti altri, ma soprattutto uno, quello che tieni in mano, un libro sul morire imminente ma non troppo, imminente perché il libro è incompiuto, ma non troppo perché la struttura c’è, l’essenziale è stato scritto, il senso passa. Buzzati, pensi, ha avuto il tempo di raccontare il morire di alcune persone note o meno, persone reali e fittizie, e chissà di quante altre avrebbe voluto scrivere, ma pensi anche che non importa, che sia andata proprio come doveva andare, un libro simile doveva rimanere incompiuto.

    Hai finito il libro ma continui a sfogliarlo, rileggi quelle pagine a cui hai piegato l’angolo, gli fai sempre l’orecchio per ricordarti i punti salienti, le parti che ti hanno toccato di più, e dopo aver sfogliato alcune pagine ricapiti sulla vicenda di Galileo Tani, quel tale che sapeva d’esser malato, eppure gli andava bene così, aspettava soltanto che arrivasse il reggimento e non faceva nulla per ritardare la chiamata, fargli cambiare rotta. Non sta bene. Da quattro mesi è malato, i medici gli dicono che deve farsi curare, raggi, catabrissara e tutto il resto. L’ordine di marcia, nel suo caso, può essere prorogato sine die. Ma lui non ne ha voglia. Dopotutto, gli conviene? Che bel risultato, per esempio, campare altri quindici anni, trovarsi di nuovo appoggiato alla balaustra guardando ancora più passivamente la strada e di là della strada il lago grigio e freddo coi motoscafi cretini. E dietro le sue spalle la casa vuota. Vuoto il letto della moglie. Così la camera della cara sorella. Così la camera del fratello minore. Così perfino la stanza degli ospiti, chi può infatti invitare, ormai? E la sera in solitudine dinanzi alla televisione. Neppure la donna, che dopo pranzo se ne va perché abita in paese. Salute di ferro. Ottantun anni. Ad majora. Che splendida speculazione. Poco fa è passata una roulotte a stelle e strisce, carica di bambini. Ora si è fermata una camionetta militare. Il sergente ha salutato, poi rispettosamente ha fatto un cenno.

    Hai riletto questo brano varie volte, e non puoi negare di aver pianto alla scena del Tani solo, in casa, davanti alla televisione, e alla sua decisione quasi volontaria di lasciarsi andare, di abbandonarsi al reggimento. Poi hai paragonato quel morire a quello del tuo amico, Pier, e hai pianto anche pensando alla chiamata improvvisa che ha ricevuto il tuo amico dal suo, di reggimento, quel Pier che vendeva tegami e regalava sorrisi – e bicchieri di vino – sì, proprio quello che all’improvviso è morto senza dare spiegazioni a nessuno. Hai pianto ancora un po’ leggendo il morire di tutti quei personaggi di Buzzati, e in un momento di lucidità hai pensato che non si può raccontare il morire se non durante il morire stesso.

    Dopo le ultime lacrime ti sei di nuovo sciacquato la faccia, gli occhi un po’ gonfi, e ti sei accorto che le lacrime hanno reso il verde dei tuoi occhi, quel verde che nessuno nota mai perché è sempre troppo scuro e quasi marrone, insomma quel verde è diventato più vivo, brillante, così ti vedi gli occhi gonfi ma luccicanti, e sorridi leggermente. Torni a letto, giri il cuscino dalla parte non bagnata dalle lacrime, e chiudi gli occhi. Pensi a quel tuo amico che avrà sicuramente bestemmiato al ricevere la chiamata così, all’improvviso, proprio il giorno dopo aver passato una serata insieme a te e agli altri, una serata così divertente, come sempre, un rito in cui qualcosa era andato storto ma nonostante questo era andato tutto bene, tutto quasi come sempre. Pensi che quella cosa andata storta, quella campana che non aveva suonato, poteva essere un segnale della fine imminente, dell’arrivo di un reggimento, del morire di qualcuno, ma ti dici anche che ormai è successo, inutile pensarci troppo.

    Però continui a pensarci, e pensi alle bestemmie, alle urla di rabbia di chi non può accettare di esser stato così felice e poi, poco dopo, di non essere più, le urla di qualcuno a cui, di colpo, gli veniva tolto tutto. E pensando a questo un po’ piangi e un po’ ridi, non capisci e fidati, non capisco neanche io, però questo è quello che è successo. Un po’ hai pianto, un po’ hai riso, ancora, e poi ti sei addormentato, anche tu all’improvviso, come morto.

  • Due.città – J. Á. González Sainz (Helvetia, 2021)

    Due.città – J. Á. González Sainz (Helvetia, 2021)

    Tutto il mio lavoro e la mia vita scorrono sotto l’insegna del due: due paesi, due vite, due lingue, l’andare e il ritornare…

    E due sono le città italiane in cui Sainz ha vissuto più a lungo: Trieste e Venezia. Città così vicine e così lontane, con in comune lo stesso mare eppure così diverso. Due.città è una raccolta di racconti, due appunto, ambientati nelle città che ha abitato e vissuto.

    I racconti, però, sono «due racconti naufraghi», rimasugli di altrettanti progetti naufragati che non vedranno più la luce. Collegati, quindi, non solo dalla stessa penna (sarà cambiata, forse, tra le due stesure, ma potrebbe essere sempre dello stesso modello?, magari lo stesso modello di penna che scrive sullo stesso tipo di carta?) ma anche dallo stesso destino.

    Trieste, «una città che è tutte le città»

    Nel primo racconto, Una leggera differenza di espressione, un amico dell’io-narrante scompare all’improvviso senza lasciare traccia né indizi sulla sua fine. O meglio, qualche indizio lo si può trovare in alcune espressioni, in alcune riflessioni sulla città. Perché a Trieste c’era arrivato per caso, prendendo il treno sbagliato, e dopo averla vista aveva deciso di rimanerci.

    Ecco, mi raccontò che si disse, un destino che è il destino del caso, un buon risultato che è conseguenza dell’errore, una città che è tutte le città in un luogo che è tutti i luoghi e un tempo che è tutti questi ultimi tempi, il luogo di tutte le contraddizioni e di tutti gli incontri, con la montagna che prende la città alle spalle e il mare che le entra in faccia […]. Non nessuna parte, mi disse, ma tutte le parti, non niente, bensì tutto, tutto già ancora.

    Trovarsi per caso in una città che non solo è tutto, ma è «tutto già ancora», implica una fuga forse non imminente, ma già scritta, segnata. Così è stato. E solo a distanza di tempo il protagonista rilegge le parole dell’amico alla ricerca di nuove tracce, di segni che avrebbero potuto preannunciare la scomparsa. Già nell’incipit il narratore ricorda, come da titolo, l’ipotetico indizio in una peculiare differenza di espressione dello scomparso, un cambio di persona in una frase fumosa e chiarissima insieme:

    Sono appena arrivato, e devo già ripartire, mi disse: oppure, non ricordo esattamente, forse quello che disse fu che sembrava come se fossimo arrivati da pochissimo e tuttavia dovessimo già andarcene. E questa differenza, questo piccolo salto dalla prima persona singolare alla prima plurale, è diventata oggi, a sei lunghi mesi dalla sua sparizione, non tanto di vitale importanza per riuscire a sapere che cosa ne sia stato di lui, ma forse addirittura la pista più plausibile.

    Alla fine del racconto, un piccolo colpo di scena risolve i dubbi sull’incolumità dell’amico. Ma non scioglie i nodi sui perché, sui per come: il lettore trarrà le sue conclusioni.

    Venezia e la «strozzatura delle calli»

    Il secondo racconto, L’altra strada, ha come protagoniste Venezia, le sue calli e la paura di cambiare abitudini. L’io-narrante, abituato a fare tutti i giorni la stessa strada per andare al lavoro, si accorge all’improvviso di una possibile strada alternativa. Forse più breve, forse più lunga, forse senza uscita. Ma non può saperlo finché non la prova. Eppure non la vuole provare per mille e più motivi: la paura di cambiare, la paura di perdere tempo e addirittura di perdersi.

    Ma la più importante è «la paura, il timore di perdere quella sistematicità, quella minuziosità sicura e abituale» che annoia anche il protagonista, lo stufa, ma allo stesso tempo lo rassicura. E se cambiando un’abitudine così minuscola e consolidata cambiasse anche altro? E se stufassero i baci dell’amata che lo aspetta a casa? E se stufasse l’odore delle lenzuola pulite, che hanno sempre lo stesso odore, fresco e noto?

    Così quella strada continua a non prenderla mai, e si ostina a pensarci fino a preoccupare il protagonista stesso: «a volte penso che mi si possa trasformare in un’ossessione irreversibile».

    Due città, due storie, un libro da leggere

    Al lettore rimane da scoprire se la strada non presa rimarrà tale, e le varie motivazioni. E se il lettore è avveduto e vispo, non potrà non interrogarsi sulle proprie strade non prese, sulle proprie sparizioni, sulle proprie fughe.

    Forse è una e l’altra cosa, paura e precauzione nello stesso tempo, saggezza e spavento. Ma ho forse esplorato tutti gli angoli del mio percorso abituale sfruttandone – me ne sono reso conto – tutti gli anfratti del mio itinerario per poter dire che ormai lo conosco per intero e ne sono stanco o giunto alla fine?


    Il libro Due.città è stato pubblicato dalla Helvetia Editrice nella preziosa collana dei “Taccuini d’Autore”, diretta dall’amico e scrittore Roberto Ferrucci. La collana «raccoglie libri in viaggio. Testi che girano per il mondo, percorrono le frontiere della scrittura, che attraversano quest’epoca astrusa cercando tracce di significato, incontrando storie, paesaggi, personaggi. Libri che ci accompagnano nella quotidianità e nei nostri altrove».

  • Lorenza Stroppa – Cosa mi dice il mare (BEE, 2022)

    Lorenza Stroppa – Cosa mi dice il mare (BEE, 2022)

    Essere felici a volte è più difficile che lasciarsi andare.

    Cosa mi dice il mare è l’ultimo libro di Lorenza Stroppa, che ho avuto il piacere di conoscere durante uno dei corsi del Master che ho frequentato. Chi mi conosce sa quanto io ci tenga al mare, quanto mi manchi in alcuni periodi. Per questo non potevo evitare di leggere un libro che al mare è così legato. Così l’ho letto, tutto d’un fiato, e sempre di fronte al mare.

    Cosa mi dice il mare parla di difficoltà, traumi, problemi familiari. E lo fa con un occhio sempre rivolto verso il mare, a volte solo sfondo scenico, spesso però protagonista delle vicende.

    In breve, Corinne è madre di un ragazzo particolare con la mania per i numeri, e un giorno decide di scappare di casa. Vuole tornare sui propri passi, andare a ritroso nella sua vita per affrontare problemi mai risolti e mai sopiti. Tra questi, la morte misteriosa della sua più cara amica d’infanzia. Abbandonando casa, però, complica la situazione del figlio che viene mandato dal padre a casa dei nonni materni, praticamente degli sconosciuti con cui Corinne aveva tagliato tutti i ponti.

    In tutto questo, il mare parla sempre. A volte restituendo oggetti, cose, altre volte semplicemente col rumore delle onde. Ma a parlare è anche il silenzio che accompagna per qualche secondo l’entrata in acqua dopo un tuffo da una grande altezza, un silenzio lenitivo e pacifico.

    La bravura di Lorenza Stroppa consiste nell’aver ascoltato il mare molte volte. Per questo dimostra di conoscerlo davvero, il mare, e quindi di saperlo raccontare. Poi, il romanzo racconta vicende così complesse e umane da racchiudere tutto: i problematici rapporti tra genitori e figli, il lutto, l’amore giovanile e quello più maturo. Ma anche il tema della fuga di fronte alla difficoltà di certi ostacoli, e soprattutto l’amicizia.

    La bellezza di questo libro sta nell’incontro tra le vicende della madre con quelle del figlio: casualmente, il passato della madre che ancora la tormenta si scontra e si incrocia con le avventure del figlio nella casa dei nonni materni, nelle zone dove la madre è cresciuta. Tutto si intreccia, complicandosi, fino allo scioglimento definitivo dei nodi più antichi grazie al ritorno alla casa materna.

    Siamo a casa solo dove il cuore è in pace.

    Cosa mi dice il mare è un libro da leggere di fronte al mare, con le onde che si infrangono sugli scogli, o che si adagiano con meno fragore sulle battigie sabbiose. Ma in realtà è anche un libro da leggere quando dal mare si è lontani, qualsiasi stagione sia. Insomma, è il libro perfetto per quando il mare ci manca e non ne sentiamo più la voce da tanto, troppo tempo.

  • L’odore dei libri e delle librerie

    L’odore dei libri e delle librerie

    Ci sono poche cose a cui i bibliofili non riescono a sottrarsi: annusare l’odore dei libri è una di queste. Ci sono bibliofili più o meno raffinati, anche per quanto riguarda il gusto olfattivo, ma per la maggior parte non c’è distinzione: tutti i libri devono essere annusati. Non importa che siano edizioni tascabili ed economiche di poco conto, o vecchi libri ricoperti di muffe bianchicce e pelose. Non importa che siano libri nuovissimi – tra l’altro dall’odore per lo più sgradevole – o libri passati di mano in mano. I bibliofili, i libri, li devono annusare.

    E così io, quando inizio un libro, lo annuso sempre. Prima lo guardo: la copertina, i risvolti, gli eventuali inserti che sporgono dalle pagine. Cerco l’ultima pagina, senza leggere il finale, per vedere quante pagine mi aspettano. Poi lo apro a caso e leggo qualcosa, a caso; strano a dirsi, ma quel qualcosa ha sempre un significato importante. Infine, mentre con la mano destra tengo il libro per la costa, con la sinistra faccio sfogliare velocemente le pagine. Si crea così un refolo artificiale che porta con sé l’odore totale delle pagine, della carta, l’odore della libreria che ha conservato il libro per chissà quanto tempo.

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    Una volta colto l’odore generale, arriva però il momento che più fa specie al non-bibliofilo: l’immersione. Si chiama così quel momento in cui si apre il libro circa alla metà e si immerge letteralmente, il più a fondo possibile, il naso, quasi a toccare, talvolta, la legatura del libro. Di pari passo con l’immersione si inspira molto profondamente, quasi si sniffa alla ricerca dell’odore del libro. Alla ricerca della sua anima.

    Ha ragione Matteo Codignola quando scrive, nel Catalogo 2009-2019 delle edizioni Henry Beyle, che vorrebbe rinchiudere i bibliofili in campi di lavoro «dove fossero costretti magari a leggerli, i libri: e in edizioni orribili, volte a scoraggiare tutte le annusate, i palpeggi, gli osceni studi in controluce cui indulgono in privato, e ahimè soprattutto in pubblico». Ha ragione in particolare sulla totale mancanza di pudore del bibliofilo, che non ha problemi ad annusare i libri altrui, i libri in pubblico, i libri delle biblioteche o i libri abbandonati su tristi panchine. E ha ragione quando dice che bibliofili, ogni tanto, dovrebbero anche leggerli i libri.

    Ma come si fa, rispondo io, ad avere il tempo di leggerli tutti? Per ogni libro letto, immancabilmente, ne compriamo due, tre, cinque. E anche se leggiamo tutto il tempo, tutti i giorni della nostra vita, comunque non riusciamo a tenere il passo degli acquisti.

    Su una cosa, invece, il Codignola ha torto, e cioè sul considerare una tortura annusare (e leggere) edizioni orribili. Ha torto solo in parte, ovviamente. Ci sono bibliofili con gusti raffinatissimi, elitari, magari con tasche più gonfie (beati loro!): quello è il bibliofilo che non potrò mai diventare da amante della vecchia Bur e della vecchia Barion sempre sfatta. Quel bibliofilo che stimo comunque, che ammiro e invidio, ecco, non sono io. Io voglio sentire l’odore di tutti i libri.


    Tornando all’odore dei libri, mi è da poco accaduta una cosa che merita di essere raccontata. Ho trovato, tra gli scaffali di una cara libreria antiquaria e dell’usato, un libro di Giorgio Faletti che non avevo ancora letto: Tre atti e due tempi. Per chi ancora non lo sa, Faletti è stato una delle mie prime fisse di giovane lettore. Aspettavo sempre la nuova uscita, lo guardavo in televisione, ascoltavo le sue canzoni (alcune, ancora, bellissime, e per questo ve ne lascio una alla fine dell’articolo). Poi è morto, e non mi sono fissato più con nessuno per molto tempo, fino a scoprire Fabio Genovesi, conterraneo simbolo.

    Non so se rileggendo oggi i suoi libri proverei lo stesso piacere di allora, però sono ancora tutti lì, fieri, nella mia libreria personale. E quando sono capitato da Eleonora, libraia della bellissima Libreria Ex Libris di Genova, ho trovato un suo titolo che non conoscevo. L’ho comprato senza neanche leggere la trama. L’ho comprato, è vero, senza annusarlo. Volevo aspettare di essere a casa, seduto comodo sulla sedia imbottita del mio terrazzo.

    Una volta a casa, ho seguito tutti i procedimenti descritti sopra. L’ho osservato, ho annusato il fiato d’aria emesso dallo sfogliare veloce delle pagine. Lì mi sono bloccato: un profumo noto. Poi ho fatto l’immersione e ho capito… è l’odore della libreria. Non c’avevo mai fatto troppo caso, ma ogni libreria ha un suo odore e quella la Ex Libris di Genova uno particolarissimo. È un misto di carta umida e aria stantia, come tante librerie dell’usato, ma con una nota particolare che non riesco a descrivere.

    Vedete, la libreria si trova nel centro storico di Genova e, precisamente, sotto il livello della bellissima Via Garibaldi. Come un vino cambia a seconda dell’esposizione al sole, dei componenti del terreno, della siccità, anche le librerie secondo me hanno odori che variano a seconda di tantissimi fattori. Quello Ex Libris sa di buono, sa di cantina della nonna, e così tutti i suoi libri.

    Per confermare quest’ipotesi, ho racimolato alcuni acquisti fatti da Eleonora. Li ho impilati tutti sul tavolo da pranzo e, uno a uno, li ho passati in rassegna col mio naso. Libri anche di secoli diversi, di editori opposti, di formati strampalati. Eppure, l’odore dei libri era lo stesso per tutti.


    Non so se la mia libreria, un giorno, accomunerà tutti i libri con un profumo unico. Se così fosse non avrebbe neanche bisogno di exlibris particolari. Non avrebbe senso firmarli come facevo da ragazzo, con accanto al nome e cognome anche la data di lettura. Non so dove andranno quei libri, un giorno. Ma so che, fino alla fine, immergerò il mio naso nelle pagine di tutta la vita.