Cosimo Angelini

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  • Il mondo che ha fatto – Roberto Ferrucci (La Nave di Teseo – 2025)

    Il mondo che ha fatto – Roberto Ferrucci (La Nave di Teseo – 2025)

    Era la fine dell’estate del ’22 quando Roberto Ferrucci, durante una chiacchierata che si è poi trasformata in un’intervista, annunciava l’imminente pubblicazione di Il mondo che ha fatto. Il titolo non mi fu svelato, all’epoca, ma ricordo molto bene la cartellina di dattiloscritti che tirò fuori dalla sua borsa, all’improvviso.

    A ripensarci, penso di non aver reagito come avrei voluto, né come avrei reagito oggi. Quei dattiloscritti, insieme ai ricordi, alle registrazioni e ai libri di Daniele Del Giudice, sono stati gli oggetti, le cose, il mondo su cui ha lavorato per più di un decennio Ferrucci, e che oggi, finalmente, vediamo pubblicati in volume. Quell’insieme di cose parole e memorie è diventato un libro, Il mondo che ha fatto.

    [Roberto Ferrucci]: Tu sai che io ho bisogno di materiali, di oggetti su cui poggiare la mia narrativa.

    Amici, allievi, maestri

    Può sembrare strano, e succede raramente, ma da febbraio 2025, dall’uscita del libro Il mondo che ha fatto di Roberto Ferrucci, non si potrà più parlare di Daniele Del Giudice senza parlare, anche, di un suo “allievo”: Roberto Ferrucci.

    Infatti, accade di rado che un allievo diventi indispensabile non tanto al maestro stesso, quanto alla sua memoria. E Ferrucci, nella sua continua attività di divulgazione e diffusione di coloro che ha sempre definito suoi “maestri”, è colui che più di tutti ha garantito a Del Giudice, scrittore schivo e poco prolifico, una diffusione parallela alla cosiddetta “fortuna autonoma” della sua produzione.

    Solo se pensiamo alla malattia di Del Giudice, costretto ancora giovane in una casa di cura per l’Alzheimer, capiamo veramente l’importanza di chi, come Ferrucci, ha lavorato senza sosta per la diffusione di una voce che non era più in grado di parlare.

    Ed è vitale, questo aspetto, se consideriamo anche i tempi lenti della produzione di Del Giudice, che poco si adatta all’odierno mercato librario, e la sua ritrosia nel parlare di sé e dei propri libri. Così l’attività di Ferrucci ha cementato un giudizio di valore non scontato, ma palese, sull’opera di Del Giudice.

    Ma che cos’è Il mondo che ha fatto?

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    Il mondo che ha fatto, in breve

    Questo libro voluminoso è, nonostante la mole, il condensato di una miriade di incontri, registrazioni, interviste, conferenze, articoli. È il racconto di un’amicizia, e il risultato di una grande riconoscenza che Ferrucci non ha mai smesso di provare nei confronti dei suoi maestri, come per Daniele Del Giudice. Da quando quest’ultimo, molti anni fa, prestò un sacco nero della spazzatura pieno di dattiloscritti, testi vari, appunti, articoli del suo archivio, al giovane studente Ferrucci per una tesi di laurea.

    Da quell’incontro ha cominciato a prendere forma questo libro, non facilmente classificabile in maniera tradizionale per il semplice fatto che contiene un po’ tutto. L’amicizia, appunto. Ma anche la realtà di uno scrittore che “dimentica tutte le parole, una dopo l’altra”. C’è la città di Venezia, una Venezia dove Del Giudice decide di vivere e investire tempo e fatica al punto da creare Fondamenta – Città dei Lettori (1999-2003), un festival senza eguali nella storia della città.

    [Daniele Del Giudice]: Io sono felice che Fondamenta sia qui a Venezia, di Venezia e per Venezia, anche se ovviamente aperta nazionalmente e internazionalmente. Venezia è una città eccezionale, non vi è dubbio, ma per vivere, per viverci, occorre costruire la città normale. Fondamenta è un componente normale di una città normale.

    Il mondo che ha fatto è questo e molto altro: un libro obbligatorio per coloro che hanno voglia di scoprire Daniele Del Giudice, non solo l’uomo né esclusivamente lo scrittore; un libro-guida per far capire, agli aspiranti scrittori, l’importanza della parola. Ma è anche un sistema di vetrini per microscopi, racconti di dettagli e zoomate su varie vite e varie città che, viste nel complesso, danno l’idea di qualcosa che non si può riassumere né descrivere, mai, in toto: un’opera, un mondo intero, una vita.

    Il mondo che ha fatto non è una biografia

    Come il precedente libro di Ferrucci, Storie che accadono, più che definire il genere di riferimento, è possibile indicare tutti i generi che contiene in sé, perché la sua complessità non si adatta a nessuna categoria in maniera univoca.

    Il mondo che ha fatto è, innanzitutto, l’incrocio di due biografie, Ferrucci-allievo e Del Giudice-maestro, prima; e di due amici poi, sia nel racconto generale dell’andamento di una vita, o meglio, delle due rispettive vite, sia nel ricordo biografico della vita di un amico scrittore, dei suoi modi di fare, della sua ironia e dei suoi scherzi. Ma soprattutto della sua precisione terminologica, della sua capacità di raccontare ed esprimersi a voce come se ogni discorso, ogni frase, fossero già stati preparati in anticipo, già sbobinati e corretti più volte.

    Ma se qualcuno definisse questo libro come una biografia, o come una porzione essenziale di essa, non direbbe propriamente il vero. Troppe sezioni di vita assenti, troppe intrusioni del biografo. Troppi elementi fanno di questo libro qualcosa d’altro che una biografia.

    La non importanza del genere

    Il mondo che ha fatto, nella sua rielaborazione di incontri, parole e discorsi è, in parte, ma solo in parte, un memoir. Una scrittura memoriale che inizia cronologicamente con l’incontro tra Daniele Del Giudice e un giovane Roberto Ferrucci, studente universitario col proposito di scrivere una tesi su due giovani voci letterarie italiane: Antonio Tabucchi e proprio Daniele Del Giudice.

    Ma, ancora, ridurre questo libro alla mera memorialistica significherebbe ridurlo, semplificarlo, e non rendere conto della totalità che si nasconde dietro al libro, così voluminoso e allo stesso tempo leggero, intimo e al contempo vasto, così eterogeneo e, dote sempre più rara, profondo.

    Tentare di definire cos’è Il mondo che ha fatto è forse una tendenza che accomuna ogni lettore che, per comprendere meglio un’opera, tenta delle definizioni non sempre raggiungibili. In questo caso, penso che una definizione potrebbe essere stata tentata da Ferrucci stesso. Si può ipotizzare che, come per il libro precedente, si sia chiesto, almeno una volta:

    [Roberto Ferrucci]: … e mentre la scrivevo e la scrivo, il dubbio continuo su cosa stessi o stia facendo, se stessi scrivendo una biografia (spero non un’agiografia), una testimonianza, un mémoir o un récit.

    Ma come definire tutte quelle intrusioni dello stesso Del Giudice, con estratti dai suoi libri, dai suoi discorsi, o dalle chiacchierate con lui? Non c’è spazio per citazioni feticistiche sulla vita privata, né riflessioni di poetica fini a sé stesse, ma tante parole, discorsi da ambiti diversi che, tutti assieme, compongono un ritratto, un mondo, un manuale.

    E il manuale, che forse è il genere che più mi piacerebbe accostare a questo libro, non deve essere inteso come manuale di poetica, né come manuale prescrittivo di ciò che è bene e di ciò che è male. Direi, forse esagerando, che la penna di Ferrucci assieme all’intrusione della voce di Daniele Del Giudice, così accurata e potente, hanno dato forma a un manuale particolare, un manuale di vita pieno di domande e con pochissime risposte.

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    Il mondo che ha fatto: infine, un romanzo (?)

    Un libro tra i più preziosi non perché parla di vita e di morte, né di amore e amicizia, anche se pure queste ci sono, ma perché ricorda sguardi diversi, differenti modi di guardare, osservare, raccontare.

    Infine, un romanzo, che nessuno è in grado di definire perché, forse, non si può definire. Ma è da un romanzo che mi aspetto una delle pagine più belle sul “rimpianto”, ed è ne Il mondo che ha fatto che l’ho trovata:

    [Roberto Ferrucci]: Da tempo erano incominciati i rimpianti. I miei. Te ne accorgi dopo, sempre, quando ormai è troppo tardi, con chiunque, hai rimandato, preso tempo, e sono di volta in volta famigliari, amori, amici, quel docente all’università o la professoressa di storia delle medie, o anche semplici conoscenti oppure persone che hai incontrato una volta soltanto e avresti voluto far loro una domanda, che ti è venuta in mente magari non subito, ma hai rimandato o cancellato o censurato e non l’hai mai fatta, né a tuo padre, né alla fidanzatina del Liceo o a Teresa, né a lui. Te ne accorgi quando è troppo tardi, perché quando ce l’hai, il tempo, ti sembra di averlo tutto, di possederlo, e aspetti il momento più opportuno, ti dici che l’occasione arriverà nel corso del tempo, che però poi smette di correre ed è finito.

    Daniele del giudice ritratto, protagonista del libro "Il mondo che ha fatto" di Roberto Ferrucci
    Daniele Del Giudice

    L’attesa di Il mondo che ha fatto, in conclusione

    Finalmente, Il mondo che ha fatto. Era il 2022, inizio autunno o fine estate quando ho incontrato Roberto Ferrucci in uno dei suoi bar preferiti di Venezia. Un luogo non appartato né silenzioso, come vorrebbero gli stereotipi sugli scrittori, ma un luogo a lui caro per scrivere. Era passato qualche anno dall’ultimo incontro e aveva da poco pubblicato in Italia Storie che accadono.

    Dopo una lunga chiacchierata tira fuori dalla borsa qualcosa che non ricordo di aver avuto neanche il coraggio di toccare. Un taccuino di Del Giudice, probabilmente lo stesso di cui parlerà anche in questo nuovo libro, e un dattiloscritto. Erano già passati 11 anni dall’inizio di quel lavoro di composizione, ascolto, scrittura e ricordo che è poi diventato Il mondo che ha fatto.

    Per questo, oggi, posso solo dire: finalmente. Dopo tre anni da quell’intervista in cui aveva spacciato il libro per “prossimo alla pubblicazione”, il libro è finalmente in libreria. Ma non posso prendermela con Ferrucci: solo un piccolo scherzo, il suo, una burla che avrei dovuto individuare, conoscendo bene i tempi della sua scrittura.

    Ma la pena di quest’attesa, comunque, è stata ripagata. E malgrado la difficoltà del compito: raccontare un grande autore, un amico intimo, mancato ancor prima della morte, ricordarlo, per ringraziarlo.

    [Roberto Ferrucci]: Ecco, questi due libri (Storie che accadono e quello futuro su Del Giudice) sono un ringraziamento a due autori importanti per me e un riconoscimento di quanto i libri facciano per noi, di quanto ci diano, quanto ci formino.

    Adesso sarà necessario molto tempo per digerire questo agglomerato di idee, pensieri, discorsi che compongono Il mondo che ha fatto. E bisognerà aspettarne altrettanto, purtroppo, per leggere il prossimo mondo raccontato da Roberto Ferrucci. Quindi, aspettiamo.

    Roberto Ferrucci
    Roberto Ferrucci
    1. Presentazione Il mondo che ha fatto con Roberto Ferrucci – Guanxuinet Network (Youtube, 92 minuti)
    2. La Venezia di Daniele Del Giudice – Atlante Veneziano (Raiplay, 29 minuti)
    3. Daniele Del Giudice tra letteratura e scienza. Con Ernesto Franco e Massimo Cacciari (Youtube, 44 minuti)
    4. L’atlante dello scrittore: vita, opere e prodigi di Daniele Del Giudice (Il Foglio, 01/11/2021)
    5. Il narrare di Daniele Del Giudice (DOPPIOZERO, 20/11/2023)
  • Su Sarà assente l’autore e Achille piè veloce, ovvero di quando i romanzi criticano l’editoria

    Su Sarà assente l’autore e Achille piè veloce, ovvero di quando i romanzi criticano l’editoria

    Cos’hanno in comune Sarà assente l’autore di Giampaolo Simi (Sellerio, 2023) e Achille piè veloce di Stefano Benni (Feltrinelli, 2003)? Tenterò di spiegarvelo nelle prossime righe, concentrandomi su alcuni aspetti che leggerete a breve, più uno che è bene voi sappiate subito: entrambi i libri mi hanno divertito molto.

    Attenzione: nell’articolo potrebbero esserci dei piccoli spoiler su Sarà assente l’autore e Achille piè veloce, consistenti in qualche riferimento sulla trama. Non dovrebbero pregiudicare la lettura dei libri (che sì, vi consiglio di leggere) ma, anche se fosse, io vi ho avvertiti.

    Premessa superflua sui due libri

    Capita a volte di leggere libri non programmati, libri scelti “improvvisando”. Sono libri comprati a caso, nuovi fiammanti nella libreria del paese, o libri devastati da multipli traslochi e venduti in negozietti scalcagnati; tutti libri non necessari nell’immediato. Insomma, libri destinati ad essere incastrati nella sezione della libreria dei libri-in-attesa-di-lettura, proprio sopra al ripiano dei libri-che-non-leggerò-mai-ma-non-posso-buttare. Quando si è fortunati questi libri sono destinati a un ripiano, ma è anche vero che ogni angolo della casa è buono per depositare libri-in-attesa-di-lettura che finiranno, inesorabilmente, per venire degradati a libri-di-cui-disfarsi-senza-passare-dal-via.

    Con Sarà assente l’autore di Giampaolo Simi e Achille piè veloce di Stefano Benni è successo esattamente questo: il primo, l’ho comprato durante una brevissima permanenza in una libreria di paese. Il secondo, invece, l’ho arraffato da una bancarella improvvisata nonostante gli evidenti segni di morsi non umani sulla copertina, sul dorso, nelle pagine interne. Non ricordo perché li ho acquistati né avrebbe senso ricordarlo, anche se va detto che li ho comprati a distanza di anni l’uno dall’altro. Credo sia importante dire che, per quel caso che non esiste o per quelle assurde coincidenze che non hanno senso, li ho letti uno di seguito all’altro.

    E la coincidenza o il caso, che dir si vogliano, sta proprio qui: nello scoprire, dopo poche pagine lette del secondo libro, che i due testi sono affratellati da temi, intrecci, sviluppi. Il tutto legato da una sottile ironia che rende questa coppia di romanzi una dilogia quasi inseparabile.

    Sarà assente l’autore di Giampaolo Simi

    Da autore di libri di ricerca, destinati a una ristrettissima cerchia di studiosi e intellettuali, a ghost-writer di bestseller che spaccano le classifiche il passo è molto breve nel libro di Giampaolo Simi. Sarà assente l’autore parla infatti dell’incontro fortuito tra uno sfortunato autore di estrazione universitaria e il direttore editoriale di Idra Media Group, enorme leviatano editoriale che ha appena perso il suo autore di punta.

    I due protagonisti si salvano a vicenda: l’autore replica i pessimi libri dell’autore defunto salvando il posto di lavoro del direttore editoriale, e quest’ultimo lo ricopre di soldi. Ma questo intreccio è solo una scusa per dire tante cose (che in pochi dicono) sul mondo, sull’editoria, e sullo scrivere.

    C’è un po’ di tutto: il disastro di Trenitalia; la chiusura delle librerie; i festival di letteratura che occupano città e paesi sperduti scordandosi, talvolta, la “letteratura” per rimanere solo “festival”. E, ovviamente, c’è la costante critica alle “abiette logiche di mercato che del resto è ormai dominato da un solo, enorme, orrendo Leviatano, quell’Idra Media Group che, magari lei non lo sa, ma… come una grande cloaca ormai raccoglie qualsiasi deiezione espressiva di questo sfortunatissimo paese”.

    L’autore, tramite le vicende, riesce a criticare con ironia amara tutto ciò che non funziona nell’editoria. Ma, soprattutto, dice ciò che in pochi riescono a dire: lamentarsi dei best-seller di scarsa qualità che si vendono come il pane, e dell’editore che, per interesse economico, li alimenta, è inutile. E non è rivolto a loro questo libro perché, ne sarà conscio l’autore, non sarà questo libro a cambiare le sorti del mercato editoriale.

    La critica più feroce del libro è quella contro coloro che avrebbero le capacità di opporsi, e preferiscono rinchiudersi nella loro sempre più decadente torre d’avorio. Simi, a mio parere, punta il dito contro gli intellettuali e i professori universitari, con tutta la loro cerchia di adepti. Ma anche contro quei lettori “forti” che storcono il naso a sentir parlare di quei best-seller da spiaggia che, seppure in molti casi di scarsa qualità, sono comunque letti.

    – Voi lo potete umiliare quanto volete, uno come Lo Sospiro. Lo potete anche prendere per il culo, attaccando i romanzi di Crudeli per colpire lui, e dove gli fa più male, cioè sulle copie vendute… perché, in fondo, siete sostanzialmente dei vigliacchi. Ma tutto questo non cambierà il fatto che la letteratura cosiddetta alta, che poi oggi sarebbe rappresentata dai vostri romanzi, dai miei e da quelli dei nostri amici, discepoli o mentori… non parla a nessuno, non tocca i problemi veri di nessuno. Scrivete libri per persone che ne hanno letti già altri diecimila, ma per carità, non sarebbe neanche questo il problema… è che devono essere esattamente gli stessi diecimila che avete letto voi! Ma da quale feroce demone autoreferenziale siete posseduti?

    Tra quei lettori forti penso di rientrarci anche io. Faccio mea culpa, lo fate anche voi?

    Achille pié veloce di Stefano Benni

    Nel libro di Benni il protagonista è invece Ulisse, un giovane scrittore e lettore, pagato poco (e raramente) da una piccola casa editrice di sinistra che sgomita per resistere all’onnipresente gruppo editoriale al cui comando c’è un personaggio chiamato Duce. Anche qui un incontro ben orchestrato innesca la storia: l’amicizia con Achille, un ragazzo disabile e dall’ironia macabra, permette a Ulisse di pubblicare un nuovo romanzo e salvare le sorti di tutti.

    Ma come nell’altro libro, anche qui la trama è una piccola parte del tutto. Achille e Ulisse sono sì gli eroi protagonisti di una storia che ha un inizio e una fine ben definiti, ma tra l’inizio e la fine c’è una società intera: la società italiana. Le agitazioni sindacali per gli ingiusti licenziamenti, l’euforia consumistica da centro commerciale, la concezione della disabilità, l’amore. C’è anche l’editoria fatta di quasi monopoli (ma pure lo sfruttamento del lavoro editoriale da parte di piccoli editori che, spesso, si difendono con lo scudo della “passione”), i poteri forti che controllano tutto e l’economia del “favore”.

    E poi c’è Benni con la sua ironia e le sue invenzioni linguistiche. Solo grazie a lui è possibile vedere autobus come draghi, o notare l’uscita da certi manoscritti in attesa di lettura dei loro autori, in piccolo formato, che sbucano dalle pagine per convincere il giovane lettore editoriale a dargli una possibilità.

    Che sogni terribili – pensò – non passerò mai più una notte insonne a leggere scrittodattili. Io ripeto sempre che scrivere è atto nobile nel migliore dei casi, ingenuo nel peggiore. Tranne poche eccezioni di grafomani arroganti inediti che imitano grafomani arroganti già editi, scrivere non peggiora il mondo. I libri sono firmati parola per parola. I loro pregi e tradimenti sono visibili, la loro libertà o corruzione e inutilità apparirà chiaramente, sulla pagina sterminata dei secoli. Alcuni dureranno, altri scompariranno. Ogni segno su di loro è nobile ruga di tormentata e ripetuta lettura, logorio del breve vento da una pagina all’altra, sbiadire di copertine tra amori e rifiuti, sottolineature, polvere di abbandono. Mentre inalterabili, mai scelti né respinti, mai veramente nostri, i dominanti schermi ci circondano di felicità non abitata, colpiscono ipocritamente, con falsa neutralità e velenosa indifferenza, creano parodie di sentimenti che evaporano nello spazio di una sigla. Hanno soldi, potenza, ma meno idee di una singola pagina. Scrivere nasce dal leggere e al leggere è grato. Scrivere è una delle poche cose rimaste uniche e nostre, dalla firma al romanzo, dal primo tema al testamento.”

    L’ironia e la critica: necessità assenti

    Spero che siano bastati questi brevi accenni ad affiancare, in maniera sensata, due libri per certi aspetti molto distanti. E per incuriosirvi. Per quanto sia evidente, bisogna ribadire che se qualcuno ancor’oggi “critica”, cioè mette in discussione qualcosa, significa che nonostante tutto quel qualcuno ancora osserva, si intromette, e spera in un cambiamento. Maggiore è il valore se lo fa, come nel caso di Sarà assente l’autore di Simi, un autore ormai ben noto, e soprattutto dalle fila di un editore così importante come Sellerio.

    Ma la ripetizione delle stesse critiche, a distanza di vent’anni, non può che rendere ancora più amaro il nostro sorriso. Perché in un mondo completamente diverso, iperconnesso e ipertecnologico, leggendo questi libri si potrebbe dire che non sia cambiato niente. Certo, oggi si fanno videochiamate e gli scrittodattili benniani sono diventati per lo più pdf leggibili online. La tecnologia è cambiata ma tutto il resto pare identico.

    Postilla assolutamente non superflua forse

    Questi libri sono forse per “addetti ai lavori”? Li ho apprezzati così tanto solo perché sono un ex addetto lavoratore editoriale? Questo proprio non riesco a chiarirmelo. Certo, conoscendo i gangli dell’editoria è più semplice apprezzare certe trovate, certe critiche o certi riferimenti decisamente espliciti. Ma tanti sono gli aspetti traslabili alla vita di tutti i giorni, anche di chi non legge e non scrive. Al punto che, probabilmente, mi sto fasciando la testa per niente.

    Perché spesso seguiamo ciò che ci porta lontano dai nostri desideri? pensò. Ci inchiniamo alla polemica del giorno, di cui capiamo la pochezza, ma a cui tutti si abbeverano. Ci accodiamo al dipanarsi della chiacchiera di cui non ricordiamo più l’inizio, al ciarlare di chi affolla la fotografia ai piedi del sovrano. E tutto intorno, c’è chi lavora, studia e coltiva idee che dureranno mille volte più di un lampo di notorietà in televisione o su un giornale. Ma tutti, spesso, abbiamo preferito quel lampo alla paziente speranza. Solo quando perdiamo queste persone, i custodi dei semi, delle idee, del giardino nascosto delle parole, ci accorgiamo che non li abbiamo ascoltati abbastanza.

    Ma imparare l’arte del guardare oltre le luci, nella penombra, nello spazio quasi invisibile tra due pagine chiuse, questa è la sfida.

    E tu cosa ne pensi? Scrivimi!

  • Oporto – Intermezzo di ritorno

    Oporto – Intermezzo di ritorno

    Anche Oporto sfavilla al sole. Te ne sei reso conto quasi subito, appena sceso dall’aereo, quando il granito della sala arrivi, ben levigato e lucidissimo, rifletteva le grandi lampade al neon i cui riflessi si muovevano al tuo passaggio. Questo tuo viaggio è un intermezzo, un respiro tra una bracciata e l’altra, una boccata d’ossigeno prima dell’apnea, prima dell’ignoto. Un viso amico accanto, un’altra città che sfavilla anche se in modo diverso dall’altra, da quella che ancora ti attende.

    Quando ti sei accostato a quel muro di pietra irregolare, quel muro antico di una chiesa in cui non siete neanche entrati, l’hai detto anche a lei, Guarda, ma qui brilla tutto!, come l’aeroporto, così i muri delle vecchie case, abbandonate anche in centro città, e i marciapiedi fatti della stessa pietra. Pure l’asfalto vecchio, che resiste col suo grigio chiaro tra le strisciate bituminose più fresche, più scure, pure l’asfalto brilla come fosse cosparso di glitter. Brilla anche lei, quando chiude gli occhi e alza la testa verso il sole, anche se lei non lo sa. Ogni tanto si ferma, chiude gli occhi e alza il mento verso il cielo, come se facesse la fotosintesi, come se senza il sole non riuscisse a vivere, così le chiedi che pianta sia. Sono un girasole, dice, Bello, rispondi, ma è un fiore, Allora sono un cactus, di quelli che fanno i fiorellini gialli, così sono sia una pianta che un fiore. Inattaccabile, come sempre.

    Non sai se dirglielo che ti senti esattamente lo stesso cactus, e che il giallo è il tuo colore preferito, ma te lo tieni per te. Vorresti anche dirle che un viaggio così non lo faresti con tutti. Piuttosto da solo, pensi, ma con lei sì, ha senso, su questo asfalto che sbrilluccica, su cui corre poco rapida quella moto che avete noleggiato.

    E quei muri vecchi, quelli lasciati con la pietra a vista che si alternano a orrendi palazzi squadrati e moderni, incastrati con cattivo gusto nella città vecchia, tra un antico palazzo e una facciata ricoperta di azulejos, su questa moto lenta che non può scappare da nessuna parte, quei muri che brillano ti fanno capire che non hai un problema solo con quell’altra città, quella tua città mai vissuta per davvero, quella città che chiama il tuo braccio sinistro, proprio il braccio più vicino al cuore, Prima o poi, ti dici, no, il problema riguarda questa nazione tutta, queste persone sorridenti e malinconiche, e anche questo fruttivendolo che schiaffeggia con dolcezza la mano dell’anziana moglie mentre sbaglia a battere lo scontrino.

    Una città che brilla, forse solo ai tuoi occhi, ti ha convinto che a brillare sei tu quando ti ritrovi accanto certe persone che non ti aspettavi, sei tu che brilli mentre guardi brillare lei, con gli occhi chiusi e la testa rivolta verso il sole, concentrata a fare la fotosintesi.


    Pensi alle cose che vi siete lasciati dietro prima di partire, alle persone che non troverete al vostro ritorno. Gli imprevisti e le false partenze, alla fine, vi hanno condotto lì insieme, in un momento di bisogno per entrambi, qualcosa vorrà pur dire. Dopo il viaggio mancato, le persone mancate, un viaggio con la persona giusta era necessario. I compagni di viaggio a volte capitano, a volte si scelgono, ma la situazione migliore, come sempre è quella che sta nel mezzo, quando scegli una compagna di viaggio che è capitata perché un po’ ti ha scelto lei, forse non inaspettata del tutto ma, a pensarci, quando mai hai pensato che sarebbe andata così bene?

    Molti pensano che un buon compagno di viaggio sia qualcuno che cammina alla tua stessa velocità. Tu l’hai sempre pensata così, almeno fino all’altro ieri, a fine viaggio, quando sull’aereo del ritorno, mentre lei dormiva raccolta a riccio sul suo sedile, tu, con gli occhi chiusi, ripercorrevi le stradine, i vicoli, le spiagge. Ti sei reso conto che eri sempre due passi dietro di lei, ogni tanto ti distraevi un attimo e lei subito si staccava, col solito passo mai frettoloso. Eppure le sue gambe sono la metà delle mie, hai pensato, sorridendo, nel dormiveglia di quel ritorno poco allegro. Allora hai capito che forse non è tanto la rapidità del passo a fare di qualcuno un buon compagno di viaggio. Forse, hai pensato, è semplicemente vedere entrambi lo stesso pertugio percorribile tra la folla, emozionarsi per lo stesso tramonto, sorridere alla dolcezza dello stesso cameriere di mezza età, un po’ sbilenco e con pochi capelli in testa, oppure, insieme, rimanere silenziosi per tutti i minuti che impiega il sole a scomparire nel mare, per tutta la via del ritorno, per tutto il tempo necessario, quando il viaggio è finito e la malinconia cresce. C’è sempre qualcuno che si ferma più spesso, col naso all’insù, a osservare la finestra aperta di un vecchio palazzo, a tentare di capire cosa trasmette quell’esemplare raro di televisore a tubo catodico. Non è poi così importante camminare alla stessa velocità se quello più lento, ogni tanto, affretta il passo mentre quello più veloce, qualche volta, in mezzo alla folla o ai bivi di strette stradine gira leggermente la testa per controllare che il compagno di viaggio ci sia ancora e non si sia perso nella calca.

    Lei dorme ancora, e ti sembra che non abbia mai problemi a dormire. Si mette in posizioni assurde, posizioni in cui le tue giunture resisterebbero tre secondi prima di dislocarsi per l’eternità. La parte bella del non dormire molto è che pensi tanto. La parte brutta del non dormire molto, però, è che pensi troppo. Infatti, mentre lei dorme alla tua destra e la ragazza alla tua sinistra emana un lieve profumo di fiori, mentre questa sfoglia il suo romanzo in portoghese di una qualche Antunes di cui non sai niente, tu pensi. Non pensi ai viaggi passati né ai viaggi mancati. Per la prima volta da quando hai iniziato a scrivere ti accorgi che i tuoi lettori più affezionati non ci sono più. Pensi al suo commento ricevuto su quel maledetto e meraviglioso viaggio, quel Belin che ti ha detto per telefono dopo mezz’ora dall’avergli girato il link, Belin, disse, mi hai fatto commuovere. Forse è per cose così che non smetti di scrivere: la terapia d’urto di mostrare parole assemblate da te, la fatica e il dolore del ricordare certi viaggi, certe lei, certe cose, tutto ripagato da un Belin, da una lacrima scesa durante la sua lettura, sul divano, dopo averti aspettato per una settimana, dopo tutte le lacrime, le tue, scese durante la scrittura.


    Stavi attraversando in moto delle enormi dune di sabbia quando hai accettato che il problema era non una città, ma tutto il Portogallo. La strada schivava le dune più alte girandogli attorno, sviando negli avvallamenti tra una e l’altra, quando ti sei accorto che la pendenza iniziava ad aumentare. Sempre con la vista coperta, a destra e a sinistra, da altissime dune di sabbia, dune come non le avevi mai viste, la strada in salita si è fatta discesa. Di fronte a te, oltre quella collinetta, un’enorme distesa di dune e stoppa e piccoli arbusti stentati e, in mezzo, la tua strada, la vostra strada. Una lunghissimo rettilineo che ti sembra non avere fine, in mezzo ad un paesaggio che giureresti di non aver neanche mai immaginato prima. Forse, pensi, sono le stesse piante che crescono in quelle misere dune rimaste di fronte al tuo mare, due di numero e circondate da cemento, da ville, da residenze estive, circondate da stronzi. Qui, invece, una steppa desolata, rare macchine che la attraversano senza fermarsi e neanche un rudere in vista nel raggio di chilometri. Sai che dove andrai non ci sarà alcuna folla, non ci sarà da sgomitare per un posto al sole, non dovrai scostare altre persone per poter stendere il tuo telo mignon su una spiaggia mangiata dal mare e dall’uomo.

    Ti aspetti spiagge senza fine, un vento ininterrotto che sembra dire, Ecco, qui comando io, e poi il mare sempre arrabbiato perché non è più mare ma oceano, acqua rabbiosa non adatta a famiglie, alla massa, al caos umano. Questo ti aspetti di trovare. E come ogni cosa che ti aspetti prima di arrivare in qualsiasi posto, pensi che sarà peggiore, o comunque diversa. È sempre così, per qualsiasi nuova destinazione, per qualsiasi nuovo incontro, Tranne che per questo dannato paese, pensi. Infatti, quando scendi dalla moto e ti incammini verso la spiaggia, la vedi migliore di come l’avevi immaginata. Più grande, più spaziosa, più bianca. E speri che diventi realtà quel libro pazzo in cui tutta la penisola iberica si stacca dalla vecchia Europa e inizia a navigare nell’Oceano, roteando e cambiando direzione ogni tanto, ma magari con un finale diverso, senza mai fare ritorno, così da avere una scusa per rimanere lì.

    La spiaggia che vedi è più grande, più spaziosa, più bianca di quella che avevi immaginato. E anche la spiaggia brilla, più delle spiagge che conosci. Sei appena arrivato e vorresti già rimanere, non hai neanche aperto lo zainetto e già senti la malinconia del dover ripartire entro qualche giorno. Vedi le casette bianche tutte appiccicate a proteggersi l’un l’altra dal vento, tutte di fronte al tramonto che inizia a intravedersi, e sogni una vita lì, seduto su questa panchina davanti alla tua casetta, sulla scogliera vista spiaggia, a guardare il tramonto coi tuoi amici.


    Quando trovi qualcuno che come te ha un problema coi tramonti niente può andare male. Neanche la folla di persone vocianti sedute in questo giardino fronte fiume, spacciato come il miglior punto panoramico per osservare il tramonto in città. Il chiosco della Sagres ha una fila infinita ma scorrevole, e mentre lei tiene il posto sull’erba rada te attendi il tuo turno, scorri i messaggi in attesa di una tua risposta, ti chiedi dove siano quelli che non senti più, e speri che stiano bene almeno quanto stai bene tu, adesso che la coda è finita e tieni nella mano destra una sangria bianca e una birra ghiacciata nell’altra.

    Quando torni da lei il sole è calato molto, è quasi l’ora che aspettavi e lo spazio di verde tra le persone accampate è sempre più ristretto. Venditori ambulanti di bibite e snack camminano tra la folla schivando le gambe stese, le mani d’appoggio dietro la schiena. Portano grandi scatole di polistirolo stracolme di ghiaccio e birre e vino, e anche loro, anche in mezzo a quel casino di stranieri che invadono uno dei posti più belli della loro città, nonostante la fatica e tutto il resto anche loro sorridono.

    Il sole è diventato arancione, le vostre bevande sono finite e inizia a fare fresco. Anche tu lo senti: il sole scalda sempre meno e il vento, quello che ti ha coccolato tutto il giorno facendoti sentire a casa, come fosse il vento di quell’altra città, casa tua, anche il vento senti che non ti dà più sollievo, ma ti suscita qualche brivido. Ti metti la felpa mentre lei, già con la sua giacca abbottonata fino al collo, prende la tua giacchetta e la usa come coperta per le gambe, mentre attorno a voi turisti troppo svestiti iniziano ad andarsene coi loro abiti troppo corti per la stagione. Riesci addirittura a vedere la pelle d’oca sulla ragazza che hai accanto, una biondissima nord-europea che al freddo dovrebbe esserci abituata.

    Lei ti presta una delle sue cuffie, e capisci subito che sarà uno di quei tramonti davanti al quale si piange per togliersi qualche peso. Niente pianti folli, niente drammi né disperazione, solo una lacrima per ogni amico che non c’è più, per il freddo che si sente dentro, ogni tanto, anche nelle giornate più calde. Col freddo dentro ci si può far poco, però lei nota che inizi a sentirlo anche fuori, il sole è ormai calato sotto al profilo della città, e ti cede un po’ della tua giacca, che diventa così una coperta per due, una coperta caldissima.

    Pensi a quando scaldavi la sua parte di letto mentre si lavava i denti, chissà quanti anni fa, chissà dov’è adesso, per poi cederglielo pochi attimi prima che ci si infilasse, quasi saltando, nascondendosi nelle coperte e rimboccandosele fino al naso, in attesa che tu, col tuo braccio, la sigillassi nel letto, appiccicata a te per combattere il freddo di quella casa nuova, in costruzione, ancora senza arredi, senza oggetti, senza casa. Chissà come sta, pensi, e la immagini ancora più bella dell’ultima volta che l’hai vista.

    A quella lei pensi mentre lei, adesso, ti posa la tua giacca sulle gambe, grazie a questa coperta resistete ancora un po’, e nulla vieta di prendere le vostre cose e andarvene, ma pensi che ci sia ancora tempo per un’ultima canzone, e ti sembra che lei pensi lo stesso perché nonostante il freddo fuori e il freddo dentro, sceglie altre canzoni che parlano di qualcosa che non abbiamo, di qualcuno che non c’è, di cose che non proviamo da un po’.

    Lo so che è tardi,
    che sei partita,
    ma questa estate
    non è iniziata e non è finita

    Vorrei che fossi
    su questo tutto
    su quella spiaggia
    sull’orizzonte di questo letto
    su questo letto

    Finisce l’ultima canzone, non è rimasto più nessuno su quel prato in lieve pendenza, non le persone e non la luce del sole, ormai solo le luci della città, i riflessi sul fiume, i chioschi sono tutti chiusi, e le televisioni delle case portoghesi stanno trasmettendo la fine di una partita di calcio. Capite senza dirvelo che è l’ora di andare, è il momento di asciugarsi la faccia e ingoiare il groppo che si è creato in gola.

    Lei si mette addosso la giacca che vi ha fatto da coperta. Adesso le fa da vestito e le sta davvero bene, ma stai pensando a tante altre cose. Ti senti più leggero anche se, con le sue canzoni, è riuscita a farti versare qualche lacrima. Ma ti ha fatto bene, se ti senti più leggero è proprio perché non piangi da un po’, e piangere in compagnia fa sempre bene. Così, dopo il pianto collettivo, ti alzi in piedi con gli occhi un po’ gonfi ma le gambe leggere, la testa leggera, il respiro leggero, la gola che si scioglie piano piano di quel nodo accumulato nel tempo. Giusto il tempo di ricacciare indietro le lacrime rimaste a metà strada, bere un sorso d’acqua, ed è già l’ora di tornare.

  • Tempo di bilanci, e buoni propositi per l’anno che verrà

    Tempo di bilanci, e buoni propositi per l’anno che verrà

    Di solito, a Dicembre, si fanno i bilanci. Si calcolano i cocci raccolti, i cocci sparsi, le persone incontrate, le persone perse, tutti i sorrisi e, una per una, ogni lacrima. Sommando tutto tenti di capire se questa sensazione che ti porti addosso, dentro, questa particolare malinconia che non si stacca da te, cerchi di capire, insomma, se sia dovuta al risultato di quel grande calcolo, Oppure, pensi, Sono io, proprio io. Speri sempre che sia una mera questione matematica: Dodici giorni felici, ti dici, undici giorni tristi, tante giornate medie, poi, ho perso due persone, ne ho trovate tre, aspetta che prendo la calcolatrice che i conti a mente non li so più fare, eccoci, il risultato, sembra in positivo, ho vinto. Non funziona proprio così.

    Dei giorni felici rimane il ricordo, il ricordo del profumo di quel ripido sentiero ricoperto di foglie, del rumore dell’acqua che scorre a lato mentre siete seduti sul letto della cascata in secca, rimane il leggero peso di quella testa incastrata tra il tuo braccio e il tuo petto, la prima notte insieme.

    Dei giorni felici rimangono generiche sensazioni, immagini nitide, sì, ma che non puoi toccare. Puoi tentare, con non poca fatica, di ricordare il calore di quell’abbraccio, il brivido provato per quella carezza, la prima, magari, e puoi tentare di rievocare il peso esatto di quella testa, l’odore dei capelli in cui il tuo naso era immerso, ma è faticoso, appunto, e fittizio.

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    Dei giorni tristi, invece, oltre alle immagini, ai profumi sentiti per l’ultima volta, alle voci mai più riascoltate, rimane soprattutto quel taglio, quel malessere che anche se è tutto passato, anche se hai archiviato da un po’, ogni tanto torna e non devi sforzarti molto per sentire il pulsare di quella ferita, il vuoto che si è creato attorno ai lembi un po’ sfrangiati. Ti sembra una ferita reale, un vuoto nascosto da qualche parte dentro di te, il respiro si fa pesante, faticoso, mentre la mente, senza impegnarsi troppo, ti sbatte in faccia tutto ciò che è stato e non è più.

    Per fortuna, però, quest’anno hai già fatto il tuo bilancio. Qualche mese fa hai riavvolto l’anno passato, con tutti i suoi stravolgimenti, e li hai semplicemente messi al loro posto, quel grande archivio sparso tra la tua testa, il tuo album di foto, e i tuoi taccuini. Non hai mai pensato che si possa fare ordine in certe cose, ci sono vuoti che non si riempiono, mali che non si tengono a bada, dolori che non si curano, ma tu, piano piano, hai fatto ordine, ti sei preso il tuo tempo e il tuo spazio per mettere le cose al loro posto, ogni cosa nella sua scatola con una bella etichetta sopra. Hai archiviato così, una alla volta, le faccende dell’ultimo anno. E non hai neanche provato a sigillarle, le scatole, né hai tentato di cacciarle nel ripiano più oscuro della stanza più remota della torre più alta. Non serve a niente, lo sai.

    Hai tenuto le scatole appena socchiuse, e vicine, così da averle sempre a portata di mano. Per prenderne il contenuto al bisogno, certo, ma senza fare altri calcoli, solo per pensare, riflettere, togliere un po’ di polvere e poi, di nuovo, chiudere la scatola. Per questo, adesso che è dicembre, non ti serve alcuna calcolatrice, non hai bisogno di fermarti a guardare indietro.

    Tutto quello che è stato è lì accanto a te, ogni cosa nella sua scatola, tutto in ordine, ad eccezione di qualche coriandolo sparso, qualche cosa appesa, nascosta in un libro o appoggiata sul comodino. Per non parlare, poi, delle cose che ogni tanto prendono vita propria, escono di soppiatto dalla scatola per comparire davanti ai tuoi occhi, nei tuoi sogni, notte e giorno. A parte queste eccezioni, e qualche coccio che continui a raccogliere in giro, a parte qualche quadro un po’ storto nonostante il ricordo di averlo raddrizzato poche ore prima, ormai non serve fare altri bilanci per capire che un po’ sei tu, quello malinconico, e un po’ è l’annata a non essere stata proprio beata.

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    Ma visto che è dicembre e non devi più fare bilanci, puoi pensare solamente all’anno che viene, ai giorni che arrivano. Ci sarà la neve?, ti chiedi. Anche se dovresti pensare agli obiettivi, a chi sei ora rispetto a quello che vuoi diventare, anche se dovresti scrivere una bella lista di buoni propositi, ti viene da chiederti soltanto una cosa non così rilevante, Ci sarà la neve? Ti scordi dei bilanci, ti scordi dei propositi su cui dovresti ragionare, finisci col pensare quasi solo alla neve.

    Insieme alla neve pensi alla casina, perché viverci quando è tutto bianco, quando la stradina si riempie di ghiaccio e devi parcheggiare lontano, sulla strada in salita, è tutt’altra cosa. Non migliore, né peggiore, semplicemente una cosa diversa, una cosa, però, che ti piace tanto. E insieme alla neve pensi alle altre piccole cose di cui ci si scorda sempre, perché si è troppo concentrati a fare bilanci, a stilare liste di pro e contro, liste di buoni propositi che sappiamo non rispetteremo, per accorgerci che, in casa, c’è il camino acceso, e la cantinetta è piena di vino, e dalla trave maestra del soffitto che regge la camera da letto pende una coppa piacentina, talmente bella, lì appesa, che non ti viene neanche voglia di mangiarla.

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    Sei stato per così tanto tempo così impegnato a riflettere sui viaggi non fatti, sui propositi vani, che ti sei perso, a volte, quei viaggi che avevi fatto, quei propositi che avevi rispettato – contro ogni aspettativa, senza quasi accorgertene. E non ti sei accorto, tante volte, che quel poco che ti serviva ce l’avevi già. Non intendi tanto il tetto, la casa, e neanche pensi alla cantinetta piena di vino, comunque sempre presente, ma intendi gli amici belli e sparsi che ti aspettano, che tu aspetti, quelle persone per cui hai fatto chilometri e chilometri e che hanno fatto, per te, chilometri e chilometri.

    Pensi a tutti i letti, i divani, i materassini in cui hai dormito, pensi a tutte le porte e le braccia che si sono aperte, per te, per accoglierti senza chiedere niente in cambio. Sei sempre stato troppo concentrato su ciò che hai perso per renderti conto di tutto ciò che avevi. Ma ora che ci ragioni su, anche se ti sembrano frasi da Baci Perugina, Solo quelle so scrivere, pensi, ora che guardi le luci di Natale sui balconi della città, sotto di te, non senti più il bisogno di fare bilanci, di scrivere buoni propositi.

    Un anno fantastico, pensi, è stato un anno fantastico, con tutte quelle braccia aperte, con tutte quelle porte che si aprivano per farmi entrare, senza chiedere chi fosse a bussare e perché stesse bussando in orari notturni, nelle pause pranzo, e nei giorni di festa.

    Ti rimane solo da salutare l’anno e ringraziare, nonostante tutto, come hai fatto nei ringraziamenti di quella tesi, quella che ora bruceresti dall’inizio alla fine, ad eccezione dell’ultima pagina, l’unica salvabile, quella dei ringraziamenti:

    Ringrazio chi c’è.

    Ringrazio chi c’è stato.

    Ringrazio chi non c’è più.

    Ringrazio chi non c’è potuto essere.


    racconto di un anno passato e bilanci per l'anno nuovo
  • Il cuscino tra le gambe

    Il cuscino tra le gambe

    È mai possibile, ti chiedi, non dormire per tre giorni di fila? Ti ricordi di un film in cui le persone si ammalano di una malattia bizzarra che toglie il sonno, e dopo cinque giorni senza sonno iniziano a impazzire, uccidersi, morire. Qualcuno direbbe che ti preoccupi per niente, che sei facilmente suggestionabile, ma non è così, è solo la prima volta che ti trovi a non dormire, realmente, per così tanti giorni. Hai sempre sofferto d’insonnia: il cervello che lavora troppo quando gli occhi si chiudono e la testa, appoggiata al cuscino, non riesce a trovare pace, mentre il corpo è stanco, i muscoli dolenti, gli occhi bruciano, e tu non riesci a dormire per i pensieri, i pensieri, intangibili e così presenti da togliere pure il sonno, il fiato, la pace, e allora non potendo rimanere immobile per troppo tempo nella stessa posizione ti rigiri nel letto, cambi fianco, continuamente, addirittura nei momenti peggiori ti ritrovi con la faccia affogata nel cuscino, qualche lacrima che tenti invano di soffocare lo bagna, e sai che non ti addormenterai mai in quella posizione per te così innaturale, scomoda, ma le hai provate tutte, non sai che altro fare per dormire e mettere in pausa quel flusso di immagini ricordi castelli che si mischiano nel dormiveglia, flusso in cui non riesci neanche a distinguere il reale dall’irreale, il sogno dalla realtà, il fatto accaduto dal fatto che speri accada, eppure sei sveglio, lucidissimo nel tuo girarti e rigirarti trasformando le lenzuola in una matassa, un groviglio da cui a malapena riesci a uscire per andare a bere un bicchier d’acqua, sdraiarti sul divano e provare a dormire lì, in salotto, pensando che il problema sia la stanza, il letto, e non quello che c’hai vissuto in quella stanza e in quel letto, ma sai che non è così, e appena lo capisci torni in camera dandoti dello stupido, più e più volte, finché solitamente riesci, prima o poi, magari poco prima dell’alba, ad addormentarti. Che poi è quello che ti sta accadendo da tre giorni, con un piccolo dettaglio discordante, e cioè che l’alba la vedi arrivare da sveglio, la vedi passare e cedere l’attimo al mattino, e vedi tutto questo perché sei sveglio, da ore, da tre giorni anzi, e ogni volta che chiudi gli occhi il cervello non si spegne, mai, e rimani come mummia viva, imbacuccato sotto le coperte tirate fino al mento, eppure senti freddo lo stesso, tu, che il freddo non lo senti mai, e non riesci a dormire, da tre giorni, per questo inizi a preoccuparti.

    Non sai neanche se possa essere colpa delle medicine, colpa del malanno stagionale, colpa della febbre leggera ma insistente, insomma non sai alcunché, e il non sapere ti preoccupa, tutto sommato, come preoccuperebbe chiunque, non che tu sia poi così speciale, è che senza saperlo sei tu, oggi, il protagonista, e non un tu qualunque, ma proprio tu, tu che hai un malanno medio, una febbre nella norma, eppure una carenza da sonno non normalissima, resa sempre più evidente dai tuoi pensieri, che non mostri, certo, ma che ti deformano la faccia sia quando cammini avanti e indietro tra il letto e il divano, sia quando inutilmente chiudi gli occhi con la testa appoggiata a uno dei tanti cuscini che hai provato stasera.

    Speriamo di dormire, stanotte, pensi quando metti a scaldare l’acqua per il tè, senti che la gola non fa più così male, il cerchio alla testa stringe sempre meno e anche se è solo mattina non avrai altro pensiero che quello della sera che arriverà, penserai tutto il giorno a stancarti il più possibile per arrivare preparato al momento in cui dovrai appoggiare la guancia sul cuscino, rimboccarti da solo le coperte e, dopo un grande sbadiglio che ti avverte del sonno in arrivo, addormentarti. Cerchi di visualizzare la scena sperando di chiamarla, di avvicinarla in qualche modo, perché hai finito le armi a tua disposizione, le hai provate tutte le tisane, le camomille, le melatonine, e pure le camomille con le melatonine dentro, e stronzate simili che invece di annichilirti come vorresti ti agitano, ti tengono desto, e anche questo non hai mai capito a cosa sia dovuto ma pensi sia colpa del tuo particolare cervello, di quel flusso che lo attraversa come attraversa quello di tutti, si intende, ma il tuo in particolare, che spesso non riesce a fermarsi, stopparsi, non sente stanchezze né dolori fisici, rimane lì aggrappato alla veglia a molestarti, e tu rimani sveglio, anzi, ti svegli sempre di più, impotente, finché non sei preso dallo sfinimento a cui ti portano certi pensieri ricorrenti, pensieri che fanno il nido e al proprio nido ci tornano sempre, e sfinito, di solito, ti addormenti, ma non questa volta.

    I giorni, senza la notte a scandire il tempo e a concedere un po’ di riposo, sono lunghissimi, e li passi guardando film che non ti interessano, mangiando quel poco che la tua gola riesce a tollerare, e neanche riesci a leggere perché il mal di testa te lo impedisce, e le parole sono troppo piccole, il cervello non riesce a concentrarsi se non su pensieri ossessivi, quelli che fanno il nido e ritornano, e così ti abbuffi di film, non puoi fare altro, capita anche che tenti di chiudere gli occhi in pieno giorno, appoggiandoti la copertina di pile sulla pancia, coprendo bene i piedi, eppure è un tentativo inutile, rimani sveglio e non sai perché, il tuo corpo ha bisogno di dormire eppure non ne vuole proprio sapere, di dormire, e anche se gli occhi ti si chiudono quasi da soli, rimani sveglio. E quando cala la sera del terzo giorno, senti che il sonno è più forte dei giorni precedenti, non devi sbagliare né anticipare i tempi perché basta un solo errore a mandare a monte una notte di sonno, e non puoi permettertelo, non stavolta. Così ceni con calma, ti guardi un film abbastanza lungo con tutte le luci accese, e solo quando è mezzanotte e sono finiti i titoli di coda spegni le luci, ti lavi i denti e, dopo aver abbassato a metà le tapparelle, ti infili a letto. Senti qualcosa di diverso rispetto alle sere precedenti, come se il letto fosse più comodo, il piumone più morbido, allora ti sbrighi a scegliere il fianco migliore su cui dormire, infili il tuo solito cuscino tra le gambe e abbracci un terzo cuscino, quello che non usi mai se non in rare occasioni, ma questa sera, lo sai, deve essere tutto perfettamente accomodato. È così che ti addormenti, senza quasi neanche rendertene conto, all’istante. Eppure non te ne accorgi perché stai dormendo.

    Non sai che sono passate soltanto due ore da quando ti sei addormentato, e non sai neanche che ti sei addormentato, ma te ne rendi conto soltanto adesso mentre ti svegli di soprassalto, forse per un brutto sogno, sei tutto sudato e fatichi a capire dove sei anche se dalle tapparelle filtra della luce lunare che illumina un po’ la stanza, e ci metti qualche secondo a capire che va tutto bene, che sei nel tuo letto e che sì, finalmente, ti sei addormentato, ma per qualche motivo sei di nuovo sveglio, e vorresti vedere l’ora ma una visione ti blocca: c’è una persona alla finestra di cui vedi solo la sagoma, la luce che gli arriva dalle spalle (o di fronte?, non lo capisci) ne evidenzia contorni, e ti sembra sia proprio rivolta verso di te. Per qualche attimo ti sembra proprio lei, quella che non può essere, il cuore aumenta i suoi battiti e il sudore ricomincia a inzupparti la fronte, fredda, Non può essere lei, pensi, allora ti giri verso il comodino, prendi gli occhiali, e ci metti poco a capire che no, ovviamente non è lei, ma è solo l’accappatoio attaccato alla maniglia che, un po’ storto, al buio, sembrava una figura umana. Il cuore si tranquillizza, anche se qualche pensiero di non riuscire a riaddormentarti, dopo questa visione e tutti i pensieri che ne derivano, c’è, e l’unico modo che trovi per scacciare i pensieri e per tentare, di nuovo, di dormire, è riderci su, così ridi degli scherzetti che ti fa la mente, che non solo non ti fa capire che stai dormendo nel tuo letto, ma oltretutto ti fa vedere figure umane in accappatoi appesi, ed è ridendo che ti rimetti a letto, un cuscino tra le gambe mentre abbracci il terzo, e anche questa volta non te ne accorgi ma ci metti poco ad addormentarti, solo pochi minuti, giusto il tempo di pensare a lei che non c’è, al letto che è troppo grande, e pensando a questo stringi di più il cuscino tra le braccia, come se servisse a qualcosa, poi, e ti addormenti.

    Non sei del tutto cosciente quando inizi, dopo qualche ora, ad accarezzare il cuscino. Ti ricorda la sua schiena, piatta, quando la accarezzi piano percorrendola tutta con la mano, dal collo all’osso sacro, così piatta e sottile da percepire la spina dorsale, le scapole, la pelle liscissima, e quando ti rendi conto che quello è solo un cuscino e non è lei, che sta dormendo in un’altra città, puoi solo riderci su, anche questa volta, sia perché ti sei addormentato (e non è cosa da poco), sia perché appena prima di dormire hai desiderato in tutti i modi di sognarla, lei, e lei è apparsa in sogno. Ed è stato un sogno strano, sì, perché hai sognato di essere a casa tua, in quella casa, in quello stesso letto in cui sei, e nel sogno stai dormendo quando senti la porta di camera che si apre, e dalla porta entrava proprio lei, un po’ ubriaca dalla serata, e dopo averti dato un bacio si infilava nel letto, dietro di te, e ti abbracciava. Un sogno simile non ha senso, è tutto assurdo, ti dici, è assurdo che lei torni a casa tua, dopo essere stata in giro senza di te, nella tua città, ma è anche assurdo che torni ubriaca, lei, che è cosa rara, quasi mai vista, ma si sa che la cosa più assurda è che lei si metta a fare il cucchiaio grande, con te che sei il doppio di lei, se non di più, e ripensando al sogno capisci perché quel cuscino ti è sembrato lei, forse l’hai accarezzato per tutto il tempo del sogno, e anche se è un po’ ridicolo va bene così, perché ti manca, e quando ti manca qualcuno è accettabile abbracciare anche un cuscino, accarezzarlo fingendo che sia la schiena di quel preciso qualcuno, e se per altri questo non è accettabile, sei comunque tranquillo, Sarà la febbre, puoi sempre rispondere, e pensando a queste ipotetiche difese torni a dormire, sorridendo. Appoggi la guancia al cuscino, infili il secondo cuscino tra le gambe, e il terzo, invece che stringerlo, lo tieni steso accanto a te, e, come se fosse la schiena di lei, cominci ad accarezzarlo.


  • Quegli occhietti strizzati che non vedrai più

    Quegli occhietti strizzati che non vedrai più

    Sei sceso dal treno, ti hanno dato un passaggio a casa e proprio lì, in quella casa dove sei cresciuto, dove hai preso a testate gli armadi e urlato e pianto, tanti anni fa, in quella casa non trovi chi è sempre stato lì ad aspettarti. Capitava spesso che, tornando, tu trovassi solo lei, placida sulla sua brandina, lei che ti scodinzolava come se ogni volta fosse l’ultima, lei che si strusciava e ti metteva quel muso animale da tutte le parti. Di certo non si aspettava di vederti, e forse neanche si ricordava chi fossi, ma eri qualcuno di buono, e questo a lei bastava.

    Spesso, tornando, ti sei ritrovato solo, a parte quel cane. Così, invece di aspettare il ritorno di nonni, genitori, fratelli, coccolavi un po’ quel cane così felice di vederti, prendevi la macchina e uscivi di nuovo, alla ricerca di quelle bricioline di rapporti lasciate un mese prima o due, rintracciare gli amici mai persi, quelli che la distanza avvicina, non allontana, e ti trovavi spesso al bar di quell’amico che non c’era verso di pagarglielo, il caffè. Ma soprattutto ti trovavi seduto nel retrobottega di quel negozietto così pittoresco, sì, proprio pittoresco, quella bottega sulla via Aurelia con le padelle appese al muro esterno, a salutare i passanti.

    E in quel retrobottega c’era sempre una persona ad aspettarti, sempre la stessa e sempre diversa, un giorno patito della bicicletta e il giorno dopo impazzito per il puntinismo, e quella persona era una certezza, quella bottega una casa a cui tornare. E per te c’era sempre quel bicchiere di vino pronto, che quasi ti commuove il pensiero. E dopo quel bicchiere di vino non potevi andartene, c’era da parlare di come andavano le cose, E Tizio che fine ha fatto? E Caio?, No, lasciamo perdere, sto così bene qui per conto mio, Sempre più palude?, Sempre di più, sempre di più, però qui ci sto bene, qui respiro, almeno un po’, e così continuavano i discorsi, i ricordi del passato, i piccoli dettagli che ogni tanto spuntavano fuori.

    retrobottega occhietti strizzati solo ritorno solitudine

    Poi non potevi mica andartene, sai?, dovevi rimanere e aspettare che chiudesse perché a pranzo si mangiava tutti insieme al ristorante lì accanto, con tre o quattro lavoratori della zona, geometri marmisti ingegneri banchieri, e tavolate così varie non le ho mai viste, e tu nemmeno, e compagnie così felici neanche. Però prima del pranzo c’era l’aperitivo, il bicchierino di pessimo vino del bar accanto all’osteria, e giù di briscola e discorsi su discorsi, e risate, e sigarette girate con la macchinetta che le gira da sola. Quella macchinetta gliel’hai regalata tu, tra l’altro, e lui ne era così felice.

    Lo diceva a tutti, Questa me l’ha regalata lui, guarda che belle sigarette, e in effetti venivano proprio bene, o almeno meglio di quelle che faceva lui, almeno sembravano sigarette perché le sue, girate a mano con le sua gigantesche mani, sembravano grandi cannoni deformati, che lui fumava lo stesso, ridendo e strizzando gli occhietti dal troppo ridere, strizzandoli come solo lui sapeva fare.

    Dopo l’aperitivo ci si sedeva tutti assieme, al ristorante, lo Chef ogni tanto spuntava dalla cucina per farci compagnia, almeno nei giorni migliori, e la cucina funzionava anche grazie alle padelle di quella piccola bottega di altri tempi. E le pareti erano zeppe di quadretti a puntini più o meno grandi, opera sua, ma più di tutto c’era lui, lui che legava e faceva legare, lui che metteva d’accordo vacche e buoi, lui che, comunque andasse, gli volevi bene perché era così, perché era lui, ciclista o puntinista non importava.

    E tornando a casa, adesso, non hai trovato nessuno ad aspettarti. Non un cane, appunto. Di lei rimane solo un’ombra marroncina sul muretto a cui era appoggiata la brandina. E rimane la brandina un po’ sfondata, rimane il ricordo di un cane che, piano piano, se n’è andato. Allora, anche sei sei appena tornato, non hai potuto far altro che uscire di casa, prendere la macchina e andare, non importa dove, comunque andare, e senza volerlo, o senza saperlo, ti sei ritrovato lì, davanti a quella vecchia bottega d’altri tempi, e l’hai trovata chiusa, e non hai pianto soltanto perché stavi parlando al telefono, altrimenti…

    La verità è che hai pianto anche se stavi parlando al telefono, Scusami, devo andare e hai riattaccato nonostante le proteste, hai riattaccato proprio mentre scendeva la prima lacrima, e accostando la macchina alla vetrina hai letto i cartelli “Chiusi per ferie”. In quel momento hai compreso che non c’era più lui ad aspettarti nel retrobottega, perché sotto Natale faceva metà dell’incasso e no, mai avrebbe chiuso sotto Natale, fosse stato vivo.

    Ma il cane non c’è più, lui non c’è più, e ti sembra che questa zolla di terra tra il mare e i monti sia ormai deserta e disabitata nonostante la folla impazzita per i regali di Natale. Gente ovunque eppure sei solo, non puoi più berti quel pessimo vinello prima di mangiare con lui, non puoi più stringere quel cane quando senti che non hai niente e nessuno da stringere, e soprattutto non puoi più vedere quegli occhietti strizzati dal troppo ridere. E la solitudine non è solo una sensazione vaga, ma è proprio questo: non avere un cane, una persona, un bicchiere di vino da cui tornare.

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  • La gomma pane

    La gomma pane

    Ti sei alzato male, ricordi?, dopo non aver quasi dormito, dopo aver pensato a tutti quei problemi, quelle scelte forse sbagliate o forse no, dopo tutto questo ti sei alzato e ti sei messo lì, davanti alla finestra, a guardare le luci della città dall’alto. Il sole non si è ancora fatto vedere e la città, spianata di fronte a te, è un brulichio di luci a intermittenza, una danza psichedelica di led natalizi gialli bianchi rossi blu, e l’illuminazione delle strade non la noti neanche.

    Hai immaginato per un attimo di cancellarla con una gomma pane, la città, tirando giù palazzi e vite e strade, come succede sempre più spesso in questo paese senza neanche usare l’immaginazione, ma tu lo fai perché sogni sempre di vederla com’era una volta, com’era prima del tuo arrivo e dell’arrivo dei tuoi nonni, insomma com’era prima che qualcuno la costruisse e le desse un nome. Ti chiedi che forma avesse la costa, in quel tempo antico, e di che tipo fossero le spiagge che oggi non esistono più, e ti chiedi se abbia un senso chiedersi tutto questo quando i problemi sono ben altri, e belli grossi.

    Di certe cose, a volte, non sai con chi parlare, così finisci col parlare al soffitto, quel soffitto che di inquilini ne ha visti tanti e chissà quanti ne vedrà, ed è lui che ti rivolge la parola proprio quando ti ributti un po’ a lettoH.

    Ho sentito dire, dice, che passare le giornate a letto, in casa, nonostante le scadenze e gli impegni, non è pigrizia ma ansia, e tu non sai che rispondere perché se sei finito a parlare col soffitto tanto bene non devi stare. Eppure stai al gioco, Complimenti allo scopritore dell’acqua calda, caro Soffitto mio, ma poi dove l’avresti sentita questa?, Sei un cretino, sono solo una voce nella tua testa, quindi lo dovresti sapere tu, Ah, già… ma senti una cosa, è normale che una voce nella mia testa mi dia del cretino?, Solo se è quello che pensi di te, Allora è tutto nella norma, però ci sentiamo in un altro momento che ora ho da fare, e così dicendo torni a guardare fuori.

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    Dopo la tua ultima frase hai sentito una risata provenire dal soffitto, ma quella risata si sovrapponeva perfettamente a quella nella tua testa, e l’unica cosa che hai potuto fare è stata ridere, anche tu, insieme alla voce nella tua testa, insieme allo sconosciuto al piano di sopra, perché in certi momenti o ridi, o ti fai ricoverare.

    Hai ripensato alla gomma pane, e perché tra tutte hai ripensato a quella proprio quella non lo sai, forse perché è una gomma divertente, si trasforma, non buca i fogli come le gomme normali e tu non vuoi bucare la città, le persone, le strade, vuoi solo cancellarle per un attimo senza far soffrire nessuno, e quindi un colpo di gomma pane e via, tutto nuovo, tutto com’era una volta.

    In realtà la gomma pane è un ricordo di infanzia, uno di quegli oggetti sacri che ti ha accompagnato per tutte le scuole anche se, alla fin fine, l’hai usata solo due o tre volte. Poi, proprio settimana scorsa, dopo decenni di oblio ti è stato di nuovo ricordato quando lui, quel tipo, te l’ha consigliata per ripulire un disegno che ti aveva regalato, Si sa, nei viaggi si crea qualche sbavatura della matita colorata, qualche sfumatura non voluta, ecco, usa la gomma pane e risolvi.

    E tu, pacifico, ti eri rassegnato a rituffarti nei ricordi del liceo acquistando quella gomma pane che compravi all’epoca, sempre la stessa, la gomma incartata in una plastica trasparente tappezzata di loghi blu Pelikan, e i bordi aperti. Però non hai fatto in tempo a comprarla perché, proprio prima di tornare, la sera prima di prendere il treno per ritornare qui, in questa casa, di fronte a questa finestra, te l’hanno praticamente tirata addosso. Con dolcezza, si intende.

    Lei, di fronte alla birra, ti ha passato un sacchetto di carta tipico delle vecchie cartolerie, bianco e blu, e dentro c’erano non una, ma due gomme pane. Per questo hai iniziato a sorridere mentre lei ti spiegava i collegamenti tra te e la gomma pane, te morbido e in continua evoluzione proprio come la gomma pane, e poi il riferimento al recente soprannome che sempre lui, quel tipo della gomma pane, ti aveva affibbiato.

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    Lei non ha capito subito perché o percome ridessi, ma quando le hai raccontato tutto, i collegamenti, i nessi casuali, la pura coincidenza, ha iniziato a sorridere anche lei, gli occhi socchiusi, un po’ lucidi, le fossette attorno alla bocca, ed è lì che le hai ripetuto quella verità sentita altrove, verità in cui hai potuto mettere le dita come fosse stata una piaga da convalidare, e le hai detto quello che pensavi, Le coincidenze accadono sempre, sta a te decidere se farci caso o meno. Lei ha riflettuto un attimo, il volto serio all’improvviso, Credo sia proprio così, ha risposto, ed è tornata a sorridere.

  • Cronache genovesi – La vista dal terrazzino

    Cronache genovesi – La vista dal terrazzino

    Anche oggi, come tutti gli altri giorni, le ho mandato la foto del tramonto dal terrazzino. Ho provato a spiegarle che ogni giorno è diverso, ogni giorno la luce cambia, cambiano i colori, la forma delle nuvole, le rifrazioni, i riflessi sul mare, i toni di azzurro giallo e rosa del cielo. Ogni giorno il panorama è diverso pur rimanendo sempre lo stesso: a destra la collina che somiglia a una montagna, al centro la città con sopra il mare, a sinistra gli alberi che coprono la vista. Sopra a tutto il cielo di colore diverso ogni giorno, ogni ora, ogni momento.

    Quando cala il sole non si fa in tempo a inviare un messaggio, a bere un bicchier d’acqua che la luminosità del quadro è cambiata. Così cambia la vista stessa, il panorama, quasi cambia anche città. E ogni giorno, come oggi, le mando la foto della vista dal terrazzino sempre alla stessa ora, dalla stessa posizione, per farle capire che sì, il terrazzino è lo stesso, la città sotto e i monti a destra sono sempre gli stessi, eppure sono sempre diversi.

    Lei mica capisce, sai? Non la biasimo. Che discorsi! La città è sempre quella, e il monte brullo con le antenne dei ripetitori mica si sposta, mica cambia. Eppure… Mettiamola così: quando sentiamo per la prima volta una canzone che ci piace molto, tendiamo ad ascoltarla sempre di più, sempre più di frequente. La ascoltiamo così tanto che, dopo un po’, finisce per annoiarci. E la dimentichiamo. Ecco, per il panorama dal terrazzino la situazione è diversa: lo guardi tutti i giorni, ne vuoi sempre di più, e quello non annoia mai.

    Come mai non annoia? Perché cambia. Tutti i giorni, tutte le ore, tutti i momenti. E sto cercando di farglielo capire con le foto, ma come si può capire senza esserci? Non si può capire il cambiamento perenne di luci, toni, riflessi, senza averlo davanti. E lo si capisce solo fissandolo per qualche minuto e poi distogliendo gli occhi per un solo secondo. Basta chiuderli un secondo e, una volta riaperti, avremo di fronte un nuovo panorama. La stessa città, le stesse montagne, lo stesso mare, e allo stesso tempo una città diversa, diverse le montagne e il mare. Però bisogna esserci.

    Le ho mandato una foto anche oggi, come tutti gli altri giorni, ma so che fin quando non verrà qua non potrà capire. Dovrà venire qua e starci un po’, qualche giorno almeno, per convincersi che il panorama è vivo e cambia in continuazione. Perché se anche la luce fosse sempre la stessa, se anche le nuvole i riflessi le rifrazioni fossero sempre identiche, il mare è vivo e non si può mai osservare la stessa onda per due volte.

    Eppure la luce non è mai la stessa. È la luce che cambia più di ogni cosa, ogni frazione di secondo col calare imperterrito del sole. E cambiando quella, cambia tutto. Cambia anche il mare. A volte si confonde col cielo, a volte la linea dell’orizzonte è netta e divide due distinte tonalità, due cose (cose?) così diverse, due elementi fondamentali insomma, l’aria e l’acqua.

    Ho provato a spiegarle che non è solo un bel panorama, ma è un panorama vivo. È come se, alzandoci al mattino, trovassimo alla finestra un paesaggio diverso ogni giorno. È come essere sempre altrove e sempre qui. Non capisce, ma come potrebbe? Non è mai venuta a vedere tutto questo di persona. Però l’ho invitata, sai? L’ho fatto. Solo per farle comprendere tutto questo. E la aspetto. Peccato che, ogni momento di assenza, è un panorama perduto per sempre.

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    Finalmente è venuta, e credo abbia capito quello che intendo. Penso anzi che ne abbia colto l’essenza più di quanto abbia fatto io in questi anni, perché dopo essere rimasta da sola sul terrazzino per un’ora, da sola, è rientrata borbottando, Il panorama cambia sempre anche perché noi siamo sempre diversi. Non c’avevo mai pensato, però è così ovvio, oggi sono d’umore nero e il terrazzino può anche confortarmi, un po’, ma il sole è malinconico. Mentre quello stesso sole, o qualche sole simile, in altre giornate felici è più colorato, più sorridente, più felice anch’esso.

    Forse, cambiando ogni momento anche io, arriverà il giorno in cui quella vista non mi cullerà più, non mi darà più alcun calore. Forse nessun terrazzino, nessun panorama, nessuna persona, nessuna casa, un giorno, mi darà calore. Ma ha senso vivere col pensiero fisso che un giorno, all’improvviso, non sentirò più niente?

  • Stig Dagerman – Autunno tedesco (Iperborea 2018)

    Stig Dagerman – Autunno tedesco (Iperborea 2018)

    Mi piacciono le coincidenze, i piccoli equivoci senza (?) importanza. Ho iniziato a leggere questo libro, Autunno tedesco di Stig Dagerman, la sera prima dello scoppio della guerra tra Russia e Ucraina. Sì, è sicuramente un caso. Eppure leggere un libro sugli esiti e sulle rovine lasciate da una guerra mondiale appena prima dello scoppio di un’altra guerra così vicina a noi, in qualche modo, spiazza.

    I reportage post-bellici di Stig Dagerman

    Di quest’autore ho già parlato non molto tempo fa. L’ho letto, l’ho amato e per questo l’ho consigliato a tutti. Da quella lettura ho deciso di continuare a leggerlo per conoscerlo meglio, e non mi sono sbagliato.

    Questo libro, Autunno tedesco, è una raccolta di reportage pubblicati su un giornale svedese nel secondo dopoguerra, dopo un viaggio durato quasi due mesi nella Germania sconfitta. Il giovane anarchico Stig Dagerman attraversa le rovine del terzo Reich, ma non si limita ad osservare: mentre osserva parla con le persone, parla col ricco e col povero, parla con gli altri reporter e legge ciò che scrivono. Non può essere d’accordo coi loro pregiudizi, con le loro conclusioni.

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    L’originalità di Dagerman sta proprio nel suo punto di vista indipendente e umano. Come dice Fulvio Ferrari nella Postfazione “la paura di cadere nell’indifferenza, il rifiuto di astrarre dal dolore concreto e tangibile, dalla fame, dal freddo, dalla malattia percorre tutta la serie di articoli che compongono Autunno tedesco“:

    La miseria toglie l’abitudine di fare i moralisti a spese altrui. Non è giusto dire, come ha fatto un paffuto cappellano militare della California mentre mangiava la sua bistecca sul Nord-Express, che la Germania è un Paese del tutto privo di morale.

    La verità è che nella Germania della miseria, la morale ha acquisito una dimensione completamente nuova, e questo fa sì che occhi non abituati non si accorgano nemmeno che esista. Secondo questa nuova morale in certe situazioni non è immorale rubare, perché in tal caso il furto significa soprattutto ridistribuire più equamente le disponibilità, e non privare qualcun altro delle sue ricchezze; allo stesso modo non sono immorali il mercato nero e la prostituzione, quando diventano l’unico mezzo di sopravvivenza.

    Dagerman entra nelle cantine abitate, unico rifugio di molti, e allagate a causa dell’autunno tedesco. Qui vivono le persone mediamente fortunate, quelle vive e con un tetto sopra la testa. E quando chiede loro se stavano meglio con Hitler, sotto quel regime così spaventoso, non si stupisce a sentire la risposta: sì. Gli altri giornalisti dicono che, per questo, il nazismo è ancora vivo in Germania. Per lui no. Non è il nazismo ad essere vivo e a parlare, ma è la fame. Ecco una lezione di giornalismo che andrebbe ricordata.

    Si chiede a qualcuno che fa la fame con due fette di pane al giorno se stava meglio quando la faceva con cinque, e senza dubbio si riceve la stessa risposta.

    L’autunno tedesco tra concretezza e metafora

    Quella delle cantine allagate è solo una delle tante immagini concrete descritte in Autunno tedesco. Non c’è alcun tentativo di impietosire il lettore con una realtà così cruda. Lo scopo unico è raccontare, e raccontare la realtà come appare a chi la incontra spogliandosi di pregiudizi e preconcetti. La distanza con la realtà narrata da quei reporter che sanno già cosa scrivere prima ancora di osservare è enorme.

    Questi sono i reporter secondo cui tante cose tra queste rovine sarebbero “indescrivibili”: il cibo che certe famiglie riescono a recuperare, di chissà che provenienza; le sofferenze patite da quei bambini, vaganti tra le macerie, ma anche di chi rimane a casa. Per non parlare della “indescrivibile” onestà mista a decadenza morale di una donna che sa di non poter essere appetibile neanche al più pietoso dei liberatori. Per alcuni, tutto è indescrivibile. Eppure Stig Dagerman descrive e racconta tutto, nei dettagli più minuscoli.

    Il suo racconto è una denuncia forte e silente. Dagerman non punta il dito, non strilla. Mostra l’autunno tedesco come periodo metaforicamente buio pur sempre migliore dell’inverno appena trascorso. Mostra i patimenti e la sofferenza. Mostra la “messinscena” della denazificazione, la fame degli ultimi e il cibo, invece, dei gerarchi nazisti ancora vivi, salvi nelle campagne tedesche. Mostra i fatti, da cui poi ciascuno trarrà le sue conclusioni.

    Autunno tedesco, approfondimenti

    Il volume si chiude con la Postfazione di Fulvio Ferrari e con un articolo di Giorgio Fontana, L’autunno di Stig. Mentre Ferrari contestualizza l’opera sia in quel particolare periodo storico, sia in relazione alla figura di Dagerman, Fontana si concentra sull’originalità del punto di vista di Stig Dagerman.

    Oltre ad essere “fra gli scrittori del Novecento uno dei più puri, dei più partecipi”, ammette che “chiunque abbia letto anche solo una sua pagina ne riconosce l’urgenza e la mancanza di compromissioni”. Non posso far altro che confermarlo. La concretezza di certe immagini, di certe fotografie su quell’attualità, sembrano dovute all’urgenza di raccontare la realtà com’era. E di denunciare gli esiti disastrosi di una guerra mondiale e inutile.

    Oggi più che mai certi libri sono letture utili e necessarie. L’autunno, stavolta europeo, è iniziato con una guerra sui propri confini. Ascoltiamo chi ci racconta, da laggiù, le sofferenze e le vittime. Ascoltiamolo, e non troveremo grandi differenze tra la situazione dell’Ucraina e l’autunno tedesco.


    Contenuti aggiuntivi

    Se vi interessa il libro, a questo link potete leggere l’incipit del libro. Qui sotto, invece, potete ascoltare la puntata di un podcast di Iperborea dedicato in particolare ad Autunno tedesco.