Cosimo Angelini

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  • Su Sarà assente l’autore e Achille piè veloce, ovvero di quando i romanzi criticano l’editoria

    Su Sarà assente l’autore e Achille piè veloce, ovvero di quando i romanzi criticano l’editoria

    Cos’hanno in comune Sarà assente l’autore di Giampaolo Simi (Sellerio, 2023) e Achille piè veloce di Stefano Benni (Feltrinelli, 2003)? Tenterò di spiegarvelo nelle prossime righe, concentrandomi su alcuni aspetti che leggerete a breve, più uno che è bene voi sappiate subito: entrambi i libri mi hanno divertito molto.

    Attenzione: nell’articolo potrebbero esserci dei piccoli spoiler su Sarà assente l’autore e Achille piè veloce, consistenti in qualche riferimento sulla trama. Non dovrebbero pregiudicare la lettura dei libri (che sì, vi consiglio di leggere) ma, anche se fosse, io vi ho avvertiti.

    Premessa superflua sui due libri

    Capita a volte di leggere libri non programmati, libri scelti “improvvisando”. Sono libri comprati a caso, nuovi fiammanti nella libreria del paese, o libri devastati da multipli traslochi e venduti in negozietti scalcagnati; tutti libri non necessari nell’immediato. Insomma, libri destinati ad essere incastrati nella sezione della libreria dei libri-in-attesa-di-lettura, proprio sopra al ripiano dei libri-che-non-leggerò-mai-ma-non-posso-buttare. Quando si è fortunati questi libri sono destinati a un ripiano, ma è anche vero che ogni angolo della casa è buono per depositare libri-in-attesa-di-lettura che finiranno, inesorabilmente, per venire degradati a libri-di-cui-disfarsi-senza-passare-dal-via.

    Con Sarà assente l’autore di Giampaolo Simi e Achille piè veloce di Stefano Benni è successo esattamente questo: il primo, l’ho comprato durante una brevissima permanenza in una libreria di paese. Il secondo, invece, l’ho arraffato da una bancarella improvvisata nonostante gli evidenti segni di morsi non umani sulla copertina, sul dorso, nelle pagine interne. Non ricordo perché li ho acquistati né avrebbe senso ricordarlo, anche se va detto che li ho comprati a distanza di anni l’uno dall’altro. Credo sia importante dire che, per quel caso che non esiste o per quelle assurde coincidenze che non hanno senso, li ho letti uno di seguito all’altro.

    E la coincidenza o il caso, che dir si vogliano, sta proprio qui: nello scoprire, dopo poche pagine lette del secondo libro, che i due testi sono affratellati da temi, intrecci, sviluppi. Il tutto legato da una sottile ironia che rende questa coppia di romanzi una dilogia quasi inseparabile.

    Sarà assente l’autore di Giampaolo Simi

    Da autore di libri di ricerca, destinati a una ristrettissima cerchia di studiosi e intellettuali, a ghost-writer di bestseller che spaccano le classifiche il passo è molto breve nel libro di Giampaolo Simi. Sarà assente l’autore parla infatti dell’incontro fortuito tra uno sfortunato autore di estrazione universitaria e il direttore editoriale di Idra Media Group, enorme leviatano editoriale che ha appena perso il suo autore di punta.

    I due protagonisti si salvano a vicenda: l’autore replica i pessimi libri dell’autore defunto salvando il posto di lavoro del direttore editoriale, e quest’ultimo lo ricopre di soldi. Ma questo intreccio è solo una scusa per dire tante cose (che in pochi dicono) sul mondo, sull’editoria, e sullo scrivere.

    C’è un po’ di tutto: il disastro di Trenitalia; la chiusura delle librerie; i festival di letteratura che occupano città e paesi sperduti scordandosi, talvolta, la “letteratura” per rimanere solo “festival”. E, ovviamente, c’è la costante critica alle “abiette logiche di mercato che del resto è ormai dominato da un solo, enorme, orrendo Leviatano, quell’Idra Media Group che, magari lei non lo sa, ma… come una grande cloaca ormai raccoglie qualsiasi deiezione espressiva di questo sfortunatissimo paese”.

    L’autore, tramite le vicende, riesce a criticare con ironia amara tutto ciò che non funziona nell’editoria. Ma, soprattutto, dice ciò che in pochi riescono a dire: lamentarsi dei best-seller di scarsa qualità che si vendono come il pane, e dell’editore che, per interesse economico, li alimenta, è inutile. E non è rivolto a loro questo libro perché, ne sarà conscio l’autore, non sarà questo libro a cambiare le sorti del mercato editoriale.

    La critica più feroce del libro è quella contro coloro che avrebbero le capacità di opporsi, e preferiscono rinchiudersi nella loro sempre più decadente torre d’avorio. Simi, a mio parere, punta il dito contro gli intellettuali e i professori universitari, con tutta la loro cerchia di adepti. Ma anche contro quei lettori “forti” che storcono il naso a sentir parlare di quei best-seller da spiaggia che, seppure in molti casi di scarsa qualità, sono comunque letti.

    – Voi lo potete umiliare quanto volete, uno come Lo Sospiro. Lo potete anche prendere per il culo, attaccando i romanzi di Crudeli per colpire lui, e dove gli fa più male, cioè sulle copie vendute… perché, in fondo, siete sostanzialmente dei vigliacchi. Ma tutto questo non cambierà il fatto che la letteratura cosiddetta alta, che poi oggi sarebbe rappresentata dai vostri romanzi, dai miei e da quelli dei nostri amici, discepoli o mentori… non parla a nessuno, non tocca i problemi veri di nessuno. Scrivete libri per persone che ne hanno letti già altri diecimila, ma per carità, non sarebbe neanche questo il problema… è che devono essere esattamente gli stessi diecimila che avete letto voi! Ma da quale feroce demone autoreferenziale siete posseduti?

    Tra quei lettori forti penso di rientrarci anche io. Faccio mea culpa, lo fate anche voi?

    Achille pié veloce di Stefano Benni

    Nel libro di Benni il protagonista è invece Ulisse, un giovane scrittore e lettore, pagato poco (e raramente) da una piccola casa editrice di sinistra che sgomita per resistere all’onnipresente gruppo editoriale al cui comando c’è un personaggio chiamato Duce. Anche qui un incontro ben orchestrato innesca la storia: l’amicizia con Achille, un ragazzo disabile e dall’ironia macabra, permette a Ulisse di pubblicare un nuovo romanzo e salvare le sorti di tutti.

    Ma come nell’altro libro, anche qui la trama è una piccola parte del tutto. Achille e Ulisse sono sì gli eroi protagonisti di una storia che ha un inizio e una fine ben definiti, ma tra l’inizio e la fine c’è una società intera: la società italiana. Le agitazioni sindacali per gli ingiusti licenziamenti, l’euforia consumistica da centro commerciale, la concezione della disabilità, l’amore. C’è anche l’editoria fatta di quasi monopoli (ma pure lo sfruttamento del lavoro editoriale da parte di piccoli editori che, spesso, si difendono con lo scudo della “passione”), i poteri forti che controllano tutto e l’economia del “favore”.

    E poi c’è Benni con la sua ironia e le sue invenzioni linguistiche. Solo grazie a lui è possibile vedere autobus come draghi, o notare l’uscita da certi manoscritti in attesa di lettura dei loro autori, in piccolo formato, che sbucano dalle pagine per convincere il giovane lettore editoriale a dargli una possibilità.

    Che sogni terribili – pensò – non passerò mai più una notte insonne a leggere scrittodattili. Io ripeto sempre che scrivere è atto nobile nel migliore dei casi, ingenuo nel peggiore. Tranne poche eccezioni di grafomani arroganti inediti che imitano grafomani arroganti già editi, scrivere non peggiora il mondo. I libri sono firmati parola per parola. I loro pregi e tradimenti sono visibili, la loro libertà o corruzione e inutilità apparirà chiaramente, sulla pagina sterminata dei secoli. Alcuni dureranno, altri scompariranno. Ogni segno su di loro è nobile ruga di tormentata e ripetuta lettura, logorio del breve vento da una pagina all’altra, sbiadire di copertine tra amori e rifiuti, sottolineature, polvere di abbandono. Mentre inalterabili, mai scelti né respinti, mai veramente nostri, i dominanti schermi ci circondano di felicità non abitata, colpiscono ipocritamente, con falsa neutralità e velenosa indifferenza, creano parodie di sentimenti che evaporano nello spazio di una sigla. Hanno soldi, potenza, ma meno idee di una singola pagina. Scrivere nasce dal leggere e al leggere è grato. Scrivere è una delle poche cose rimaste uniche e nostre, dalla firma al romanzo, dal primo tema al testamento.”

    L’ironia e la critica: necessità assenti

    Spero che siano bastati questi brevi accenni ad affiancare, in maniera sensata, due libri per certi aspetti molto distanti. E per incuriosirvi. Per quanto sia evidente, bisogna ribadire che se qualcuno ancor’oggi “critica”, cioè mette in discussione qualcosa, significa che nonostante tutto quel qualcuno ancora osserva, si intromette, e spera in un cambiamento. Maggiore è il valore se lo fa, come nel caso di Sarà assente l’autore di Simi, un autore ormai ben noto, e soprattutto dalle fila di un editore così importante come Sellerio.

    Ma la ripetizione delle stesse critiche, a distanza di vent’anni, non può che rendere ancora più amaro il nostro sorriso. Perché in un mondo completamente diverso, iperconnesso e ipertecnologico, leggendo questi libri si potrebbe dire che non sia cambiato niente. Certo, oggi si fanno videochiamate e gli scrittodattili benniani sono diventati per lo più pdf leggibili online. La tecnologia è cambiata ma tutto il resto pare identico.

    Postilla assolutamente non superflua forse

    Questi libri sono forse per “addetti ai lavori”? Li ho apprezzati così tanto solo perché sono un ex addetto lavoratore editoriale? Questo proprio non riesco a chiarirmelo. Certo, conoscendo i gangli dell’editoria è più semplice apprezzare certe trovate, certe critiche o certi riferimenti decisamente espliciti. Ma tanti sono gli aspetti traslabili alla vita di tutti i giorni, anche di chi non legge e non scrive. Al punto che, probabilmente, mi sto fasciando la testa per niente.

    Perché spesso seguiamo ciò che ci porta lontano dai nostri desideri? pensò. Ci inchiniamo alla polemica del giorno, di cui capiamo la pochezza, ma a cui tutti si abbeverano. Ci accodiamo al dipanarsi della chiacchiera di cui non ricordiamo più l’inizio, al ciarlare di chi affolla la fotografia ai piedi del sovrano. E tutto intorno, c’è chi lavora, studia e coltiva idee che dureranno mille volte più di un lampo di notorietà in televisione o su un giornale. Ma tutti, spesso, abbiamo preferito quel lampo alla paziente speranza. Solo quando perdiamo queste persone, i custodi dei semi, delle idee, del giardino nascosto delle parole, ci accorgiamo che non li abbiamo ascoltati abbastanza.

    Ma imparare l’arte del guardare oltre le luci, nella penombra, nello spazio quasi invisibile tra due pagine chiuse, questa è la sfida.

    E tu cosa ne pensi? Scrivimi!

  • Nick Cave – E l’asina vide l’angelo (SUR, 2020)

    Nick Cave – E l’asina vide l’angelo (SUR, 2020)

    Una nuova edizione del romanzo d’esordio di Nick Cave, con la nuova traduzione di Francesca Pe’, offre il libro a nuovi lettori, nuovi punti di vista e nuove riflessioni. Ne vorrei proporre una anch’io, perché il Nick Cave narratore merita, senza dubbio, un riconoscimento più ampio e capillare.

    La trama schizofrenica di un libro allucinato

    Un unico gemello è sopravvissuto al parto di un’alcolizzata, accoppiatasi con un vagabondo dal sangue “sporco”. Il bambino è Euchrid Eucrow. È il protagonista a tratti angelico, a tratti demoniaco, di una storia perturbante ambientata in una valle a tratti florida, a tratti marcia. Euchrid è un ragazzo muto cresciuto tra rovi e sterco, lontano dalla città “civile” Ukulore, che di civile ha molto poco.

    Ukulore è gestita da una setta religiosa alla continua ricerca di mali da estirpare; una società basata su un profeta atipico, sulla diffidenza e sull’ipocrisia. Ed è proprio su quest’ultimo aspetto che si innesta la parallela vicenda di Beth, figlia di una prostituta linciata dalla popolazione (ma gli abitanti non lo sanno) che, con la sua apparizione “divina” diventa simbolo della rinascita della valle, un dono del cielo.

    Una trama convulsa, strutturalmente divisa tra il passato episodico (rievocato da Euchrid) e il presente: Euchrid sta affondando nelle fangose sabbie mobili della palude, e nella discesa – discesa agli inferi, o salita in cielo? – racconta le vicende che lo hanno portato al presente del racconto. Un percorso che accompagna il lettore dalla nascita di Euchrid alla sua morte, raccontata in parte da lui stesso.

    Vita e morte, rinascite e morti plurime (“Se ci fosse una spina per ogni volta che sono morto oggi (…) il mondo sarebbe una sola grande distesa di rovi”) attraversano il romanzo: la città rinasce grazie alla morte violenta della prostituta – che dà vita ad una bambina assunta come miracolo divino; e poi, con la morte di questa ormai ragazza – e la conseguente distruzione di qualsivoglia speranza – è la nascita di un invisibile neonato, suo e di “Dio”, a dare di nuovo speranza ai fanatici cittadini.

    Nick Cave e la narrazione schizofrenica

    Come già accennato, il gravoso compito di narrare è diviso tra un tradizionale narratore onnisciente, e il protagonista stesso, in segmenti tra loro ben distinti. Anche se, un dubbio sulla presunta esteriorità del primo narratore, arriva nelle pagine finali del libro: la narrazione si fa più concitata e sezioni narrate in terza persona, evidenziate col corsivo, si intersecano all’io-narrante del protagonista che continua a sprofondare. Ad un certo punto, però, il primo narratore si “confonde”:

    Ad alcuni bastò un’occhiata al cielo per cogliere la minaccia in arrivo. Abbassarono subito lo sguardo e la loro furia si riaccese all’istante, perché la pioggia l’avevo portata io, l’avevo portata io; perché, dopotutto, la pioggia l’aveva portata LUI.

    La schizofrenia della storia aiuta l’autore a far passare questa confusione come strutturale e necessaria alla storia stessa. È forse troppo affermare che il narratore esterno non sia mai esistito? Che, forse, sia sempre stata una diversa voce del folle protagonista? Una tesi simile trova, in questo estratto, un argomento a favore. Ed è confermata altrove, in piccoli punti sparsi per il romanzo, in cui si trova il protagonista sul punto di rivelare la natura delle voci che gli rimbombano nella testa; e mai riesce a rivelarle (bloccato dalle voci stesse?). Tra le tante voci, una può essere quella che imita il narratore tradizionale.nick cave scrivere

    L’alternanza serrata è introdotta da una pagina, in un certo senso, modernista: l’io-narrante si rivolge direttamente ai lettori, iniziando a dubitare della bontà di questi “spettatori silenziosi e sinistri”:

    Non posso fare a meno di pensare che state aspettando qualcosa. (…)
    Siete degli informatori? Delle spie? Avete fornito informazioni preziose ai miei nemici? (…) Ci sono io e ci sono loro, ma che mi dite di voi? Che mi dite di voi, mio ambiguo terzo incomodo? Cosa ci fate voi qui?

    Ma questa forma di meta-narrazione, che consiste nel rompere la “quarta parete”, è solo una delle caratteristiche del libro. E si inserisce in un filone ben preciso che attraversa tutte le arti: da Diderot a Fowles, da Pirandello a Brecht, fino ai nostri giorni con Tolo tolo di Checco Zalone. Ambiti molto diversi, livelli e gradi lontanissimi tra loro che usano la stessa “tecnica”.

    Tono e senso

    Difficile riassumere tutti i significati che Nick Cave ha incastrato tra le righe. Alcuni, però, non si possono evitare: il profondo odio per le chiese come istituzioni contrapposto alla pura fede delle “donne pie”; la certezza della sofferenza e della violenza terrena contrapposta all’impossibilità di coglierne il senso profondo.

    Infine, ciò che anima la riflessione dell’autore è ciò che assilla l’essere umano: l’opposizione tra Bene e Male. Eppure, questa opposizione si complica nella vita terrena perché, a volte, non si capisce cosa sia il Bene e cosa il Male. Se Euchrid, nella sua follia, crede di dover compiere una missione (uccidere Beth) affidatagli da Gesù stesso, lui tenterà di ucciderla pensando di agire nel Bene. Eppure, gli abitanti considerano Euchrid il Male in persona, da uccidere come la prostituta.

    Forse sono proprio i valligiani la chiave di questo conflitto secolare tra le due forze. Pii perché fortemente credenti e disposti a tutto pur di soddisfare il volere di Dio, sono allo stesso tempo dei folli fanatici che uccidono una prostituta secondo loro “colpevole” di aver attirato le ire divine su quella valle. Non c’è il Bene, né il Male: convivono sempre, senza che mai uno possa annientare l’altro.

    Un simile senso, allora, è evocato anche dall’ambientazione e dal tono cupi dell’opera di Nick Cave: la valle così rigogliosa, pia, è devastata per alcuni anni da una pioggia continua, un Diluvio Universale a tutti gli effetti, che fa marcire oggetti e, soprattutto, abitanti:

    Tra le donne accalcate sulla veranda si vedeva che era cambiato qualcosa, o meglio, che mancava qualcosa. (…) Qualcosa che era radicato a fondo nei cuori di quelle anime pie, e che prima brillava nei loro occhi, adesso era svanito. Di certo l’effluvio della calma non c’era più, e nemmeno l’aria di sicurezza interiore, la convinzione di appartenere a una cerchia esclusiva; la tranquilla fiducia in un destino celeste non colorava più la loro espressione.
    Il Dio che abitava dentro di loro se n’era andato.
    Al suo posto era comparsa un’aria di rassegnazione, di sconfitta, di vergogna; una mollezza del volto che rispecchiava la mollezza dell’anima.

    Insomma, la soluzione è una sola: non c’è soluzione. La morale, allora? La morale è morta sotto strati di fango. Un mondo in cui anche gli innocenti soffrono, e senza motivo, forse è un mondo che fa schifo. La speranza non è morta, certo; è viva, ma grazie alla nascita della nipote di una prostituta.

    nick cave e l'asina vide l'angelo


    Se il libro vi incuriosisce, vi consiglio l’ottima recensione di Marco Petrelli su ilmanifesto.it.

    Se non vi interessano i libri, forse non siete arrivati fin qua a leggere. Ma, se ci siete arrivati, qui ci sono altre cose che potrebbero interessarti.

     

  • Matteo Marchesini – Atti mancati (Voland, 2013)

    Matteo Marchesini – Atti mancati (Voland, 2013)

    Premessa

    Ho conosciuto Matteo Marchesini a Padova, più di tre anni fa: era stato invitato a tenere una conferenza all’Università, per il corso di Letteratura italiana contemporanea. Una conferenza fulminante, in cui il delectare accompagnava il movere e viceversa, in una tensione continua di riflessioni profonde e risate. Lui, così giovane, ce l’aveva fatta; e dicendo che pochi anni prima era uno di noi, come noi, ci spronava a seguire la nostra strada. Quale? Qualsiasi, avrebbe detto Robert Frost. Ma sicuramente, sì, seguirne una.

    Questa premessa è necessaria perché, a partire da quella conferenza, non ho mai smesso di seguire digitalmente Marchesini; e non ho mai smesso di apprezzarlo. Per questo, se su Atti mancati potrei essere più severo, probabilmente non lo sarò. D’altronde, non sono un critico.

    copertina libro atti mancati marchesini voland

    Critici/scrittori e scrittori/critici

    Posso affermare con relativa tranquillità che tutti i critici letterari hanno trattato, almeno una volta nella loro vita, la questione del romanzo: cos’è, e cosa no? Possiamo dire, poi, che molti scrittori hanno riflettuto sullo stesso tema; ma non tutti.

    Marchesini è critico e scrittore. E poeta (le sue poesie sono ben degne di considerazione). Eppure, anche in questo suo primo romanzo, è il critico che comanda, perché la storia d’amore tradizionale serve solo da supporto alla riflessione sul romanzo (e sul ruolo della critica): la trama, quindi, serve a sostenere delle considerazioni che il critico/scrittore (e non, credo, scrittore/critico) ha elaborato. Per questo, il protagonista Marco, nonché io-narrante, è ovviamente un alter-ego di Marchesini: è allo stesso tempo portavoce delle sue intenzioni e vittima, ahimè, della sua trama.

    Ma tornando al romanzo, che senso può avere nel nuovo secolo? I protagonisti di Marchesini offrono alcune risposte. Il maturo Pagi, scrittore e intellettuale, è stufo: basta romanzi! Dice. Marco ha un parere simile:

    Si gonfia invece a dismisura, fino a una ipertrofia letale, la schiera di coloro che vogliono buttarsi sul carro dei vincitori. E questo carro si chiama romanzo. Ma il romanzo (…) non è più insomma un genere letterario, ma, come ha detto qualcuno, un genere editoriale.

    E alla luce di questo frammento capiamo, come altri hanno fatto notare, che Bernando Pagi è Alfonso Berardinelli (si legga il libro “Non incoraggiate il romanzo. Sulla narrativa italiana”) e che Marco/Matteo lo cita.

    Lo cita, lo accetta, e lo mette in discussione con l’atto stesso di creare il romanzo. Perché?

    Una serie di atti mancati

    Marchesini, nell’atto stesso di scrivere il romanzo, ammette di credere nel romanzo. Nonostante la massa di affabulatori che si buttano sul “carro dei vincitori”, cioè il romanzo, c’è spazio per romanzieri veri. Ma sono le teorie sugli atti mancati, forse, che spiegano la sua riflessione sul romanzo.

    Matteo doveva consegnare due manoscritti a Pagi, uno suo e uno dell’amico Ernesto. Invece consegnò solo il suo, e non quello dell’amico. Questo è l’atto mancato più evidente e pesante dell’opera; se Matteo avesse consegnato entrambi i manoscritti, avrebbe Pagi, con una chiamata ad entrambi, evitato la morte di Ernesto? Non è ovviamente l’atto mancato ad aver causato la morte dell’amico. Ma, forse, l’atto avrebbe potuto evitarla.

    Allo stesso modo, con una traslazione coraggiosa e forse sbagliata, il romanzo potrebbe morire. Se tutti i romanzi fossero monchi (come quelli dei nostri personaggi), l’atto mancato (della scrittura) potrebbe non impedire la morte del romanzo. Ecco la chiave! Matteo (e non, adesso, Marco) scrive per impedire la morte del romanzo. È ben consapevole del fatto che il romanzo potrebbe morire lo stesso, e non è il suo scrivere o non scrivere a causare l’azione delle Parche sul filo della vita del romanzo.

    Eppure, il fiducioso Marchesini scrive anche per evitare di avere i rimorsi, e i rimpianti, del suo protagonista. E forse è proprio questa intenzione che rende la sua scrittura così piacevole nonostante alcune pagine “troppo virtuose” ma pur sempre belle.

    Sì, a volte finire un libro è solo questo: prendere atto.

    Prendere atto dei limiti e delle possibilità, della mancanza di fede e della possibilità di ritrovarla; dei rischi di morte del romanzo, a lungo paventati, e delle capacità salvifica che hanno scrittori come Marchesini, stavolta critico/scrittore, per la penna fine e il Senso che impregna gli spazi bianchi tra le righe.

    La critica

    Sul ruolo della critica, possiamo sorvolare. È un tema molto interessante che potrebbe occupare uno scritto nella sezione Riflessioni a partire da. Ci basti, per il momento, questo frammento:

    Comunque, Jacopetti mi assilla e dice che vuole che ritorni a fare il critico militante. Per lui militante vuol dire che dovrei recensire un autore italiano alla settimana. È pazzo. Non gli passa neanche per la testa che proprio questo non è militante, ammesso che la parola abbia ancora un senso, e che oggi un critico militante non può essere un critico giornaliero, pena la costrizione di dare l’onore delle armi a un sacco di paccottiglia… Sui non-autori bisogna solo stare zitti, a meno che non rappresentino un caso sociale. Allora sì vanno stroncati. Ma ormai io sono troppo stanco… qualcuno però deve pur farlo!

     

    Cosimo Benzi Angelini

  • Luigi Barzini – Gli italiani. 53 milioni di protagonisti (Arnoldo Mondadori Editore, 1965)

    Luigi Barzini – Gli italiani. 53 milioni di protagonisti (Arnoldo Mondadori Editore, 1965)

    Premessa

    Questa non sarà una critica sull’opera in questione, che già chiamarla opera è un atto eccezionalmente generoso. Non è il libro in sé che mi interessa, né tantomeno il suo autore, se non come bagaglio culturale (di cui potrei però fare a meno); ma questo libro mi è utile per parlare d’altro, e quindi lo sfrutto senza neanche averlo letto tutto.

    Se poi non siete d’accordo sull’interrompere a metà i libri (anche se ho smesso molto prima della metà), vi rispondo dicendo che è un mio diritto. Sono un tifoso dei dieci diritti del lettore di Daniel Pennac, e proprio il terzo è questo: il diritto di non finire il libro. Quindi leggetevi Pennac, che è sempre una lettura divertente.

    Luigi barzini chi?

    Di Luigi Barzini (1908-1984), grande inviato del Corriere della Sera ai tempi del fascismo, basti dire che fu mandato al confino nel 1940, e poco dopo Mussolini in persona trasformò la pena in una diffida. Questo per introdurre il tema della mancata epurazione, di cui si parla troppo poco. In parole povere, con la caduta del fascismo non caddero anche tutti quegli adepti o gerarchi che del fascismo erano le fondamenta, giornalisti in primis.

    L’accenno al fascismo serve per contestualizzare la figura di Barzini, e del suo libro (del 1964); e per definirlo meglio bisognerà aggiungere che è cresciuto e si è formato negli Stati Uniti; per questo il libro è scritto in inglese, per un pubblico americano, e solo successivamente tradotto in italiano.

    Gli italiani: 53 milioni di protagonisti

    Per arrivare al libro (ma ce ne distaccheremo subito), bisogna partire dal titolo: il libro vuole concentrarsi sugli italiani, rendendoli a parole tutti protagonisti, senza tracciare una storia d’Italia. Bravo, in questo, a riconoscere di non essere uno storico; meno bravo, Barzini, a tentare comunque la storia d’Italia e dei suoi costumi. È evidente, nel suo goffo tentativo, l’impronta nazionalista che non è stata affatto scalfita dalla caduta del regime. E forse la gravità non sta nel fatto che ancora negli anni ’60 qualche idea di un presunto “carattere italiano” resistesse, ma che fosse proposta da quegli esponenti del “carattere italico” che mai sono stati messi in discussione dopo il crollo di Mussolini.

    Ecco perché oggi i nazionalismi hanno grande fortuna: semplicemente, non l’hanno mai persa. Eppure, qualcuno poteva considerare Barzini più americano che italiano. Per questo dedica lacrimose pagine agli “illustri stranieri che, in ogni secolo, vi si sentirono moralmente a casa loro” in Italia. E continua con un’affermazione che rompe, già nelle prime pagine, qualsiasi impianto nazionalista, anche se solo per la durata d’un respiro: “essere italiani, in tal senso, non è la conseguenza di una coincidenza geografica ma piuttosto una scelta, una vocazione, un grado di maturità dello spirito.” Questa affermazione, presa con le dovute cautele, e riadattata, può e deve essere valida: la cittadinanza va oltre la coincidenza geografica e ha a che fare con la scelta, la vocazione.

    e quindi?

    Quindi, Barzini e gli eredi non me ne vogliano se ho rivangato il passato, che fatichiamo a ricordare. Se l’ho fatto, è per un discorso diverso dal triste moralismo e dalla predica acre. Se l’ho fatto, è per dire che essere italiani, oggi, vuol dire sentirsi italiani. E chi non lo capisce, probabilmente, ha letto pochi, pochissimi libri.

    Cosimo Benzi Angelini

  • Marco Missiroli – Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli Editore)

    Marco Missiroli – Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli Editore)


    Marco Missiroli è uno scrittore disonesto

    “Atti osceni in luogo privato” di Missiroli mi ha fatto nascere un sospetto sull’onestà dello scrittore. Ora proverò a spiegare il perché, ma se anche non ci riuscissi sappiate che qualcuno (più bravo di me) sarà in grado di argomentare la mia tesi; o di distruggerla, secondo i gusti. Per fare un esempio, Newton non fu il primo uomo nella storia a cui cadde una mela in testa: qualcuno (forse?) prima di lui subì la stessa esperienza, e pensò (forse?) che la caduta della mela fosse causata da qualcosa, una forza (o magia?); comunque, quel qualcuno non era in grado di spiegare il fenomeno. Così Newton, riflettendo sullo stesso problema (cioè la caduta delle mele), formulò la legge di gravità.

    Ma torniamo al libro, e al suo autore. Di cui parlerò come se non avesse vinto lo Strega Giovani nel 2019 (per la gioia del portafogli); come se non avesse frequentato la Scuola Holden (si, perché oggi la scrittura si insegna come la matematica e la storia dell’arte). Parlerò di lui come se questo fosse il suo libro d’esordio, pronto per essere stroncato o acclamato da aspiranti critici o pseudo-intellettuali provincialoidi (sinonimo: “pirla”, come me).

    Una trama del c***o

    Per dirla in breve, l’autore racconta la storia di un giovane e la sua crescita progressiva, particolarmente legata al suo membro/pisello sempre pronto a spingere sulla zip dei pantaloni. Il protagonista è quindi raccontato nel suo farsi, nella sua impazienza di raggiungere la maturità sessuale, nelle sue peripezie sessuali tra quotidiane delusioni e soddisfazioni. Ma non c’è approfondimento psicologico, o meglio: vorrebbe esserci ma quando la situazione diventa delicata ci ritroviamo immancabilmente un protagonista col membro in mano. Cosa che, badate bene, non è sbagliata in assoluto (sarei disonesto pure io, se affermassi una cosa simile): però non è così che funziona.

    Il protagonista rappresenta, per metà, ciò che i ragazzi sono davvero, e per l’altra metà ciò che i ragazzi vorrebbero essere e non sono mai (o quasi). I ragazzi, infatti, pensano realmente alle stesse cose a cui anche il protagonista (di nome Libero…) pensa; ma gli esiti della vita quotidiana non hanno niente a che fare con la vita di Libero. Libero è una costruzione perfettamente coerente e lineare: ciò che vuole, lo ottiene. E ciò che gli sta stretto, lo perde. E il problema non è che sia irreale, o sia poco verosimile: lungi da me dal difendere il realismo della narrazione, ché l’800 è passato. La questione sta nell’eccessiva coerenza del protagonista, che non ha nel cervello tutti quei problemi dell’adolescente né del giovane universitario.

    Libero è una costruzione poco onesta e poco riuscita di un giovane nel pieno delle sue esplosioni ormonali (queste sì giustificate e reali). Insomma, l’autore ha cercato di assemblare ciò che ricorda della sua gioventù distorcendo ciò che la gioventù è (quindi, dando prova di disonestà). E il riconoscimento che un lettore riscontra nei confronti di Libero, è continuamente messo in discussione non solo dalla sua coerenza, ma dalle stesse riflessioni del protagonista (che, a ben 12 oggi, pensa cose del tipo “ansia atavica” o “attività onanistica”, per dirne due soltanto che sono nella stessa pagina).

    Maledetta Scuola Holden

    Un altro punto dolente è lo stile: Missiroli, come tanti altri promettenti giovani della generazione Scuola Holden, non ha uno stile. Cosa che, per uno scrittore, è anche più grave del non saper scrivere. Questo libro di Missiroli potrebbe essere stato scritto da Baricco stesso, o da Davide Longo, o da Giorgio Vasta etc etc. Non me ne vogliano, questi, che sono anche buoni scrittori (come, in parte, l’imputato Missiroli). Ma tra grandi scrittori e buoni scrittori c’è un’abisso, che né la Scuola Holden né altre entità simili colmeranno.

    E per concludere col botto: Missiroli è retorico e pedagogico (nel senso peggiore dei termini). Invece di lasciare al lettore le conclusioni (perchè le conclusioni non spettano solo all’autore), e lasciargli la possibilità di immaginarsi come andranno le vicende in qualche momento culmine del libro, Missiroli dice tutto. Accompagna il lettore con il guinzaglio ad annusare i deretani degli altri cani, indicando (cosa che, sappiamo, non si fa!) ciò che il lettore deve vedere bene: come se, nelle svolte della narrazione, ci fosse una freccia gigante ad indicare di prestare attenzione. Lascia libero il lettore di leggere ciò che i suoi occhi vedono (e non ciò che i suoi occhi, secondo te, dovrebbero vedere), e sarai uno scrittore migliore.

    Quindi, caro Marco, non odiarmi. Che ti serva, questa umile critica (forse sbagliata, forse meno), come spunto di riflessione.

     

    Cosimo Benzi Angelini

  • “Misery”. Di William Goldman da Stephen King

    “Misery”. Di William Goldman da Stephen King

     

    Si discute spesso della torre d’avorio degli intellettuali, in cui si recludono per prendere le distanze dalla cultura bassa, “sporca”, per immergersi nell’aulico valore della letteratura e della poesia “alta”. Una cosa, a prima vista, orrenda; ma stavolta vorrei spezzare una lancia in loro favore, e rinchiudermi con essi nella torre che non mi merito. Ma su questo tornerò dopo.

    (Foto di Alice Pavesi)

    Il 16 novembre ho visto lo spettacolo teatrale “Misery”, e sono rimasto impressionato da tre cose: dalla bellezza dello spettacolo in generale, dalla bravura degli interpreti (Arianna Scommegna, Filippo Dini e Carlo Orlando) e dalla “stupidità del pubblico” (BOOM). Sulle prime due, c’è poco da dire: nello spazio ristretto del Teatro Duse, studenti dell’Accademia Ligustica di Belle Arti mi dicono che la scelta di una scenografia rotante è quasi obbligata. Se così fosse, cambia poco: la scenografia della casa, dalla prospettiva deformata e perturbante, è semplice ma curata. L’uso delle luci per rendere il passare del tempo è intelligente. E gli attori, nonostante la difficoltà di certi personaggi, sono interpreti per cui vale il prezzo del biglietto; di qualsiasi biglietto. Lo spettacolo, insomma, è stato (a mio avviso) un successo.

    Però, il pubblico… Per ovvie ragioni un giornalista, o un critico, non potrebbe scrivere un’affermazione come quella che io ho osato scrivere poco sopra: “stupidità del pubblico”. Pena, probabilmente, la perdita del posto e della simpatia degli “innumerevoli” (ironia) lettori. Ma io non sono né un giornalista né un critico, quindi posso dire ciò che voglio, se non infrango la legge. Posso dire, quindi, che il pubblico di ieri era per la maggioranza stupido: come si può ridere sguaiatamente nelle scene in cui la protagonista pazza, l’infermiera Annie Wilkes, perde il senno urlando e strepitando rivolta verso il pubblico? Io vedevo la tragedia di uno scrittore, recluso da una sconosciuta folle e impossibilitato a scappare; e non ridevo. Qualcuno, evidentemente, vedeva una persona che si atteggiava da pazza; è ovvio che nella piazza di una capitale una scena simile farebbe ridere. Ma non a teatro, e non per uno spettacolo di questo genere..

    Io non ridevo. O meglio, non ridevo spesso come molti altri. In alcune sezioni, con un clima meno teso e l’apparente complicità tra carcerato e carceriere, la risata non era solo spontanea, ma richiesta dalle circostanze: affinché lo spavento e il coinvolgimento sia massimo, gli interpreti ci portano su un’altalena che oscilla tra la paura, all’ironia (ma sempre dolceamara, sempre contenuta vista la situazione).

    Il pubblico, però, rideva. Durante la cena “romantica” tra i due protagonisti, c’è sul tavolo un cartone di vino rosso. Tra il pubblico, qualcuno, dice: “ma è Tavernello!”; per poi esplodere in una sonora rista. Questo, intendo, è il pubblico stupido. E mi fa venir voglia di rinchiudermi con gli intellettuali in una torre; anche come cameriere, visto che non sono un intellettuale. O come fochista, che lassù tra le nuvole farà freddo.

    https://teatronazionalegenova.it/spettacolo/misery/

     

    Cosimo Benzi Angelini

     

  • Sorj Chalandon – Chiederò perdono ai sogni (Keller Editore)

    Sorj Chalandon – Chiederò perdono ai sogni (Keller Editore)

    Un nazionalista/terrorista dell’Ira si trova a dover prendere la decisione più difficile della sua vita. Tradire oppure no? Cede, non per debolezza ma perché convinto che sia la scelta migliore.

    Il romanzo storico di Chalandon ha il suo nucleo centrale proprio nella possibilità di scelta: a volte si può scegliere; altre no. Non si sceglie la famiglia di nascita, il paese, la religione dei propri genitori. Quindi se nasci cattolico, in terra d’Irlanda, devi scegliere: lottare o nasconderti? Tyrone Meehan decide di combattere, e lo fa in maniera così realistica che a volte il lettore si chiede: ma è accaduto? Ma è vero? Si sa, questo non conta. Ma la bravura dell’autore, in questo caso, è di conoscere ciò di cui sta scrivendo. È per questo che tutto sembra così verosimile. Grazie, Chalandon. (E se vi sembra che questa affermazione sia banale, vi basti ricordare che oggi tanti si credono scrittori e tentano la via della fama letteraria. Serva, questa affermazione banale, come punto di partenza forse scontato, ma necessario, per certi sognatori pazzi.)

    Il libro è un buon libro: coerente nella sua struttura narrativa, coinvolgente. La narrazione alterna il presente dell’io-narrante, del traditore nonché ex-eroe nazionale intenzionato a lasciare una traccia della sua verità, ai flashback della sua “verità” personalissima: quella di un convinto nazionalista che decide di collaborare con i sudditi della Regina, e della Thatcher, per limitare i danni di una guerra impossibile da vincere; insomma, per limitare i morti. Non diminuiscono, forse, ma ciò poco importa.

    Con un salto molto azzardato, possiamo ricordare una delle poesie più famose di Robert Frost, The road not taken. Tyrone, come il poeta, ha due strade davanti a sé: una in apparenza semplice, più battuta e luminosa, e l’altra quasi invasa dalla foresta, oltre che oscura. Astraendo dalla poesia e dai suoi significati, possiamo dire che Tyrone, quando deve prendere quella decisione, ha due strade: collaborare rischiando di essere scoperto e di finire nelle mani poco tolleranti dell’Ira; oppure rimanere fedele ai propri compagni e, quasi sicuramente, morire in battaglia. Ebbene, se nella poesia chi vede le strade non sa cosa gli aspetta dopo, cioè vede solo l’inizio delle “two roads”, Tyrone ha chiaro quale sia l’esito di entrambe le sue possibilità: morire. Ecco che si spiega la scelta più infamante, a mio avviso più difficile: “se io devo morire, e i miei sogni nazionalistici con me, tanto vale che provo a salvare qualcuno”.

    Questo è ciò che ho capito da una lettura rilassante del romanzo. E forse, sono solo sofismi inutili su un romanzo storico che è bello perché narra una bella storia, in maniera pulita e con rari fronzoli. Nella guerra, infatti, non ci poteva esser tempo per i fronzoli.

    Cosimo Benzi Angelini