Cosimo Angelini

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  • Oro puro – Fabio Genovesi (Mondadori, 2023)

    Oro puro – Fabio Genovesi (Mondadori, 2023)

    Quando un tuo compaesano fa qualcosa di bello, non puoi che stampare una sua foto e appenderla in camera tua. Quando un tuo compaesano è l’unico (o quasi) della zona a fare qualcosa di bello, come scrivere Oro puro, dovresti creargli un altarino e celebrarlo ogni volta che puoi. Anche stampare dei santini non sarebbe male.

    Questo è il mio altarino a Fabio Genovesi (ho già spiegato che, su di lui, non posso essere molto oggettivo). E al suo ultimo libro, Oro puro, che si stacca nettamente dalla produzione precedente, dai suoi luoghi cari, dai suoi personaggi così fortemarmini, senza però staccarsi affatto. Perché anche Oro Puro parla di mare e di marinai, anche se il mare stavolta è l’oceano, e parla di giovani e vecchi, di gioie immense e grandi dolori. Perché Oro puro, parlando della scoperta dell’America, parla di vita, parla d’amore.

    Non chiedersi niente, non sapere niente, è così che per un attimo si rischia di essere davvero felici.

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    Oro puro in breve

    Nuno è figlio di una ex prostituta ebrea di Palos, una donna senza marito che vive scrivendo lettere ai marinai di passaggio. Per questo insegna al figlio a leggere e a scrivere, che nel 1492 non è cosa da poco. Ma a circa 16 anni la madre muore, le persecuzioni contro gli ebrei raggiungono il culmine e Nuno decide di scappare.

    Per una serie di (s)fortunati eventi viene preso a bordo di una massiccia nave, la Santa Maria, che salpa per un’avventura folle, spinta dal sogno di Colombo di tracciare una nuova via per le Indie. La storia generale, poi, la conosciamo. Ma sono i personaggi creati da Fabio Genovesi a incollarci alle pagine, col suo stile divertito e divertente, eppure delicato.

    Oltre al piccolo Nuno, che parte impaurito e torna (tornerà?) uomo, ci sono un marinaio muto, e uno balbuziente. C’è Alonso, un vecchio dal canto così delicato da far venire voglia di andarlo a cercare nella realtà, uno così. E c’è Colombo stesso, dipinto nella sua pomposità di sognatore pazzo, o almeno pazzo di fede.

    Le domande davvero importanti sono così, senza una risposta. Perché siamo nati? Cosa c’è dopo la vita? Cos’è l’amore, cosa la morte? Cosa c’era prima e cosa ci sarà dopo il nostro viaggio sulla Terra? Non lo sappiamo, non lo possiamo sapere. È così, sempre, per tutti. Ma non per l’Ammiraglio Colombo.

    E poi ci sono gli indigeni, sì, perché si sa, Colombo nelle Indie non arriverà mai. Ma arriva nelle Americhe e le trama non poteva essere poi tanto diversa. O forse sì? Non importa. Gli indigeni, dicevo, accolgono gli europei come divinità. E pensano siano arrivati per loro, ma a loro degli indigeni poco importa: vogliono le pregiate spezie, vogliono l’oro.

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    Fabio Genovesi e l’amore

    Ho letto tutto quello che ha scritto Fabio Genovesi e, non so voi, ma sembra che proprio non riesca a scrivere se non d’amore. Che sia l’amore per una persona, per un paese (cosa è, se non un libro d’amore, Morte dei Marmi?), oppure l’amore per il mare, per la gente, per un ciclista come Pantani. In parte è vero che tutte le storie sono storie d’amore, e tutti i film e tutte le canzoni e tutti i libri, in qualche modo, parlano d’amore.

    Ma lui parla d’amore in un modo particolare, come se il resto non avesse senso o importanza. Va bene il viaggio alla scoperta dell’America, va bene l’avventura, la crescita, ma è di tanti amori che parla tutto il libro. L’amore di un vecchio che non fa altro che parlare della propria amata, ormai morta da tempo. L’amore impossibile, il primo, di un giovane mozzo che è stato anni a pensare che quell’amore non sarebbe mai arrivato.

    Però, è anche l’amore di un uomo per i suoi sogni e per ciò in cui crede, che sia Dio, la Madonna, o i suoi stessi sogni. È l’amore di marinai sempre in mare, lontanissimi dalla terraferma, dalle famiglie, dalle donne amate.

    Ed è, infine, l’amore di uno scrittore, un uomo, Fabio Genovesi, per l’amore in sé, come elemento che muove il mondo e gli uomini, che dà un senso all’esistenza. Perché senza non ci sarebbe motivo di muoversi, di esistere.

    Ancora adesso, nei miei silenzi, io le parlo, e Lei a me. E la gente dice che non ti dovresti mai affezionare troppo alle persone, perché oggi ci sono e domani non ci sono più. Ma non ha senso. Secondo me è meglio amarle tantissimo, perché domani potrebbero non essere lì da amare, e più le ami adesso, più resteranno con te. Se invece non ami qualcuno quanto dovresti e vorresti, l’hai già perso, molto prima che se ne vada.
    Infatti noi non ci siamo persi. Il tempo insieme è stato immenso, un’alba lunga tre anni. E poi il tramonto. Ma come il sole quando sparisce nel mare, Lei è sparita ma io so che c’è. La sento, la vedo, la sua luce è qua.

    Una volta una ragazza mi scrisse una frase che mi sono appuntato su un taccuino. Diceva: “insieme a qualcuno o da soli, o alternando, cambiando, sarà comunque un bel viaggio. La meta è sempre una: l’amore, in qualsiasi forma”. Anche Fabio Genovesi sarebbe d’accordo.

    oro puro fabio genovesi illustrazione
    Illustrazione di Lorenzo Balbo

    Risvolto di copertina

    Palos, Spagna, agosto 1492. Nuno ha sedici anni, ed è un granchio. O almeno, questo è il soprannome che gli ha dato sua madre, morta pochi mesi prima, di cui Nuno conserva un ricordo che è dolore e luce insieme. Pur vivendo sul mare, Nuno non ha mai desiderato solcarlo, e preferisce guardarlo restando aggrappato alla terra, proprio come fanno i granchi. Finchè, per una serie di circostanze tanto sfortunate quanto casuali, deve imbarcarsi su una nave di cui ignora la destinazione.

    Si tratta della Santa Maria, a bordo della quale Cristoforo Colombo scoprirà – per caso e per sbaglio – il Nuovo Mondo. Mentre Nuno si renderà conto, lui che di navigazione non sa nulla, di condividere lo smarrimento coi suoi compagni molto più esperti: tutti spaventati da quell’impresa folle e mai tentata prima.

    Avendo imparato dalla madre a leggere e scrivere, Nuno diventa lo scrivano di Colombo, e trascorrendo ore ad ascoltarlo sente crescere l’entusiasmo per i grandi sogni di questo imprevedibile esploratore visionario. Attraverso lo sguardo di Nuno, percorriamo il viaggio più importante della storia dell’umanità: i giorni infiniti prima di avvistare terra, fino alla scoperta di un mondo nuovo, una nuova umanità, una nuova, diversa possibilità di intendere la vita. In questo Paradiso Terrestre, Nuno imparerà quanta ferocia, quanta avidità possa motivare le scelte degli uomini, ma anche la forza irresistibile dell’amore, che lo travolgerà fino a sconvolgere i suoi giorni e le sue notti.

    In questo romanzo, Fabio Genovesi non solo ci racconta la navigazione di Colombo come mai è stato fatto prima, ma ci cala dentro una grande avventura umana, esistenziale e sentimentale, che si snoda attraverso imprese, amori, crudeltà spaventose e improvvise tenerezze, svelandoci come dietro la scoperta occidentale delle Americhe si nascondano violenze, soprusi e malintesi, ma soprattutto l’insopprimibile, eterno istinto degli uomini a prendere, consumare e distruggere tutto, persino se stessi.

    Fabio Genovesi parla di Oro puro

    Altri approfondimenti

  • Le grandi dimissioni – Francesca Coin (Einaudi, 2023)

    Le grandi dimissioni – Francesca Coin (Einaudi, 2023)

    Negli ultimi mesi ho rifiutato molte offerte di lavoro e delle “interessanti” prospettive. Alcune per motivi legati a retribuzioni degradanti, altre per offerte economiche in linea con lo sfruttamento generale. Ma certe condizioni non ero disposto più ad accettarle, e finora, forse, non sono stato in grado di spiegare il perché. Grazie a Francesca Coin e al suo libro, Le grandi dimissioni, sono riuscito a capirmi di più, a farmi capire meglio (grazie davvero).

    … perché se il mondo della cultura non è un presidio di buone pratiche, il nostro lavoro è inutile.

    Non ne vale la pena

    Se fosse possibile riassumere il libro in una sola frase, il risultato potrebbe essere più o meno questo: non ne vale la pena. Che poi è la stessa frase che ho ripetuto spessissimo, negli ultimi mesi, nel tentativo di spiegare a chi avevo attorno la mia scelta di lasciare il lavoro. Un posto di lavoro dei “sogni”, un tirocinio ottimo, “ben retribuito”, con buone prospettive. Qualcuno ha capito, qualcuno no, ma il succo era proprio questo: non ne valeva più la pena.

    Prima, però, ho lavorato per due anni in una piccola casa editrice in crisi. Purtroppo, anche per l’ambiente pseudo-familiare creatosi (che male si sposa con l’ambiente lavorativo, e Francesca Coin ne parla), il mio lavoro non è stato valorizzato, né economicamente riconosciuto. Per questo ho deciso di aggiungere un master ai lunghi anni di studio, con la speranza di veder cambiare le cose, o di aprirmi a nuove opportunità. E il master, va detto, qualche porta l’ha aperta. Ma il panorama che ci si trova di fronte, dopo un master in editoria, è poco più che desolante: tirocini anche non retribuiti, anni e anni di precariato.

    Giovani incastrati dalla “trappola della passione” che è, come spiega Francesca Coin, “il sintomo di una cultura del lavoro che si serve della passione come esca per estorcere una disponibilità completa”. Una situazione inaccettabile di per sé, ma assurda se si considera che ad approfittarsi di giovani laureati è l’industria del libro.

    Per non parlare del fatto che la capitale dell’editoria è Milano. E Milano, si sa, è ogni anno più cara. Ha senso lavorare otto, nove ore al giorno per poi essere costretti a chiedere aiuto ai genitori, per sopravvivere? Se consideriamo che nell’editoria libraria italiana un tirocinio retribuito 600/700 euro è ben retribuito, vale la pena vivere in una città che ne chiede 600/700 soltanto per una stanza in affitto? Ha senso fare tutta la trafila di tirocini a 700 euro (quando si è molto fortunati), e poi gli apprendistati a 1000 euro, se si è ancor più fortunati, per 3, 4 anni, prima di avere un contratto che permetta un minimo di autonomia? Secondo me, non ne vale la pena.

    Vale la pena di rovinarsi la salute per una paga da fame?
    Vale la pena di subire le angherie di un capo per settecento euro al mese?
    Vale la pena di andare a lavorare per poche centinaia di euro e spenderne altrettante per pagare qualcuno che si prenda cura dei figli?
    Tutte queste problematiche non possono essere ridotte a una bassa retribuzione. Ma una bassa retribuzione non offre una contropartita sufficiente a chi cerca la motivazione per sopportarle.

    Le grandi dimissioni

    Il libro di Francesca Coin ha il pregio, tra gli altri, di fare chiarezza in una situazione che accomuna e affligge più generazioni, insofferenti per un sistema in cui, indipendentemente dal “sangue” versato, dall’impegno, dalla fatica fatta, non è previsto alcun miglioramento.

    È il caso di medici e infermieri, che si sono ritrovati a operare per una sanità pubblica sventrata in favore di imprese private e gettonisti pagati il triplo. È il caso di lavoratori della ristorazione, il cui trattamento è, spesso, paragonabile allo schiavismo, con salari ridicoli (contrapposti ai ricavi dei titolari) e nessuna libertà di disporre del proprio tempo libero.

    È il caso di tanti amici, amiche, lavoratori e lavoratrici culturali. Tutti costretti ad accettare paghe degradanti per fare il “lavoro dei sogni” e seguire le proprie “passioni”. Tutte retoriche, queste, che Francesca Coin illustra e smonta col rigore di una studiosa, e con la delicatezza di chi parla di una materia viva come la vita delle persone. Persone costrette a subire vessazioni per i malumori dei superiori, con ferie non concesse, straordinari non riconosciuti, paghe non adeguate, e la continua minaccia di perdere il posto. Una normalità che molti non riescono più ad accettare.

    Il dialogo impossibile

    Sarebbe bello se gli imprenditori leggessero Le grandi dimissioni. La smetterebbero di dire che i giovani non hanno voglia di lavorare? Che il reddito di cittadinanza ha tolto la voglia di lavorare ai pochi che ce l’avevano? Probabilmente no, perché temo che sappiano già tutto, anche se continuano a fare orecchie da mercante, appunto.

    Non si tratta di abolire il lavoro per cambiare il mondo, si tratta di cercare un modo per sottrarsi a un sistema che ti divora.

    Ed è nell’interesse degli stessi imprenditori avere dipendenti più motivati, più felici. Ma a qualcuno conviene così: non cambiare niente, perché cambiare è faticoso. La situazione attuale è comunque redditizia.

    Ma questa insofferenza è destinata a crescere. Per quanto tempo basterà mischiare le carte in tavola facendo le ennesime promesse, confondendo le persone con progetti folli di ponti e funivie inutili, per distrarre l’attenzione? La gente è stanca, povera e infelice. Quindi, la gente è incazzata. Ma (sembra) verso i responsabili sbagliati.

    Le grandi dimissioni, un libro epocale

    Sono tanti i libri non abbastanza letti, non ascoltati dalle epoche passate. Spero che Le grandi dimissioni non rientri in quella lista, anche se ho paura che verrà letto soltanto da chi è già d’accordo, da chi già sa.

    Avrei voluto parlarne di più, del libro, ma non vorrei togliere a nessuno il piacere della lettura. Anche se, a dirla tutta, tanto piacevole non è. Perché quando ti spiegano i motivi che stanno dietro alle tue insicurezze, alle tue ansie e alle tue insofferenze, tanto felice non puoi esserlo. Soprattutto se le soluzioni possibili non sono affatto a portata di mano.

    Ma è la realtà a non essere piacevole. Possiamo consolarci un po’ col fatto che, nella stessa situazione, siamo in tantissimi, anche se questo non consola molto. Però è consolatorio sapere che c’è qualcuno come Francesca Coin che si prende la responsabilità di spiegare che cosa non va. E, per fortuna, quel qualcosa non siamo noi.

    La risolutezza di chi rifiuta un lavoro che rende cinquecento euro al mese non esprime un privilegio: ci dice che non possiamo permetterci di lasciarci spingere al suicidio da un sistema tossico.

    Comune di Genova, a latere: il lavoro non va retribuito

    Circa sei mesi fa, il Comune di Genova aprì un bando per la ricerca di un volontario per 6 mesi di lavoro, quattro ore al giorno per massimo quattro giorni a settimana, con possibilità di rinnovo. La figura, doveva supportare l’organizzazione di “eventi correlati ai temi migratori presso i musei afferenti l’istituzione Mu.Ma”, cioè il Museo del Mare. Inoltre, era richiesta una “ottima conoscenza della lingua inglese (preferibilmente madrelingua o comunque perfettamente bilingue”. Ovviamente, fu polemica.

    È di questi giorni, invece, la notizia che sempre il Comune di Genova sia alla ricerca di giovani sotto i 35 anni che “desiderino promuoversi di fronte ad un pubblico vario, avendo gratuitamente a disposizione un palcoscenico prestigioso come quello della Sala Verde e antistante terrazza monumentale del Museo di Archeologia Ligure, sito all’interno di Villa Pallavicini di Pegli”. Ovviamente, “non sono previsti compensi” perché, da come risulta evidente dall’avviso pubblico, il lavoro sarebbe pagato in visibilità.

    Scoppia la polemica, e la risposta del sindaco non si fa attendere: “non vedo il motivo della polemica, è ridicolo questo modo di pensare”. E ancora: “questo non è lavoro, è un’opportunità”.

    Dopo aver letto Le grandi dimissioni, sentire certe parole da un sindaco, fa quasi venire nausea. Ma si sa chi è il Sindaco. E questa è Genova, questa è l’Italia. Per quanto ancora, lo sarà?

    P.S: adieu

    Lo so, lo so. Potrei non lavorare più in editoria dopo questo articolo. Potrebbe bastare che lo leggesse una sola persona, più o meno importante, e il mio incerto futuro acquisirebbe una certezza: l’editoria non fa parte del mio futuro.

    Se così fosse, adieu editoria, adieu colleghi. Ci vediamo su teams, al bar, nei gruppi di lettura, nelle librerie. Da questi posti non possono cacciarmi.

    Approfondimenti

  • Urla sempre, primavera – Michele Vaccari (NNE, 2021)

    Urla sempre, primavera – Michele Vaccari (NNE, 2021)

    Attenzione: Urla sempre, primavera mi è stato consigliato dalle libraie della preziosa Libreria Piena di Lisbona. Se passate di là, dovreste proprio andarle a salutare.


    Un libro, tanti libri

    Non è affatto semplice parlare di un libro che, in realtà, ne contiene almeno cinque. E dico almeno perché in Urla sempre, primavera di Michele Vaccari, oltre ai cinque libri di cui è composto l’indice, la narrazione è arricchita da voci registrate, documenti “storici” di un futuro successivo alla narrazione, sogni. Un romanzo distopico a tante voci, un romanzo che parla del nostro passato, del nostro presente e del futuro che potrebbe attenderci (o che è già qui).

    Urla sempre, primavera michele vaccari nne

    Ma partiamo da un accenno di trama: in un’Italia distopica un gruppo di anziani prende il potere in maniera “democratica” (come i fascisti, insomma) e viene imposto il divieto di fare figli: l’umanità deve estinguersi. In questo scenario, le donne scendono in piazza e tentano di resistere; molte fanno figli, ma il potere è più forte, e prende il sopravvento.

    Siamo arrivati a una società ideale che corrisponde a un cimitero in cui tutti sognano di essere gli unici becchini.

    Siamo a Genova, e nella città del G8 più tristemente famoso della storia si ripetono gli stessi orrori, ma più gravi, del terribile 2001. Le donne sono trucidate, e i loro bambini cadaveri con le madri o, nel migliore dei casi, cresciuti come bestie, analfabeti che parlano una lingua rotta, la Lingua Nuda.

    Una storia originale raccontata con un linguaggio preciso, scelto; un linguaggio che nelle prime pagine può sembrare sfidante, eppure rapisce il lettore e lo tiene incollato alla pagina, grazie anche ad una narrazione letteralmente avvolgente.

    Il potere dei Delfino

    La storia comincia con una coppia di giovani ribelli che riesce a scappare sulle alture di Genova. Lei è incinta, e la piccola figlia muove i primi passi su quelle alture, lontana dalla città, troppo pericolosa per le madri e per i bambini. Ma la madre sa che è solo questione di tempo. Prima o poi, le guardie, li troveranno.

    Per questo registra la sua voce con una vecchia tecnologia a cilindri, sperando che la figlia riesca a crescere e, chissà, a salvare il mondo. Sì, proprio così: Zelinda, la giovane madre, ha ereditato dal padre biologico un particolare dono, che si potenzia col procedere delle generazioni. I Delfino, infatti, riescono a entrare nei sogni altrui, a dialogare con chi sogna e, in alcuni casi, a far accadere le cose.

    Comunque andrà, abbiamo già deciso cosa fare. Io entrerò nei sogni del Presidente, cercherò di cambiarli, se ce la farò, li renderò veri. È il mio potere, nonno lo ripeteva come un monito.

    Per evitare troppi spoiler, non parlerò del padre di Zelinda. Possiamo dire soltanto che è un ex-partigiano omosessuale, protagonista di alcuni fatti eclatanti durante gli anni di piombo, e che è in prigione per questo. A lui è dedicato un intero libro, la terza sezione, e attraverso la sua figura l’autore riscrive in parte la storia del Novecento italiano.

    Gli animali e la natura

    La trama è talmente complessa (e non, mi raccomando, complicata), che non ho ancora avuto modo di spiegare a cosa faccia riferimento il titolo. Ecco, non solo le donne non possono più avere figli, ma un movimento iper-animalista ha convinto il governo a dichiarare illegali gli allevamenti e gli animali domestici, cacciando tutti gli animali nei boschi. In più, come purtroppo capita già di vedere oggi, alcune verità scientifiche vengono ribaltate. In particolare, la fotosintesi clorofilliana non esiste e gli alberi sono nemici dell’uomo perché produrrebbero soltanto anidride carbonica.

    Ed è nella natura considerata tossica che, in caso di arrivo delle guardie, troverà rifugio la piccola Egle:

    Nel 2001 non è iniziato il millennio, è finito il nostro Paese, gli hanno ammazzato il futuro.
    Per questo, abbiamo così paura.
    Abbiamo già visto cosa sono in grado di fare quando gli tocchi il potere.
    Se ci verranno a prendere, con tuo padre abbiamo deciso sarà lui a provare a lasciarti nel bosco. Io farò da diversivo, tanto è me che vogliono. Per fortuna, tutti credono che la natura sia tossica. Questa ignoranza sarà la tua salvezza.
    Gli animali ti daranno una mano, sono stati abbandonati come te.

    E sono tante le cose che andrebbero ancora dette su un libro simile. Non solo è molto voluminoso (448 pagine) e la sua struttura, come abbiamo detto, è molto complessa. Sono tante le trovate originali dell’autore, le sue invenzioni, che è bravissimo nel creare un mondo distopico e realistico, inventando anche veri e proprio dialoghi nella nuova Lingua Nuda. Ma la sua bravura maggiore consiste nell’aver creato un mondo non così inverosimile e lontano dal nostro.

    Genova in Urla sempre, primavera

    La città in cui sono ambientati i fatti non è scelta a caso. I personaggi che si trovano a correre per la città seguono percorsi particolari, vie precise, intravedono luoghi noti e meno noti di una città che, l’autore, mostra di conoscere bene (c’è nato). E questa conoscenza dà valore alla narrazione, rende verosimili gli ambienti e i personaggi che rappresentano, oltre gli stereotipi, una generazione di uomini e donne che ha perso ogni lotta, ma che non si arrende.

    E Genova rappresenta, nel libro, ciò che è realmente: la nuova capitale di un paese di vecchi. E fa sempre bene ringraziare l’autore, che ci ricorda una grande verità: quant’è vecchia la Liguria, quant’è vecchia Genova.

    dettaglio Urla sempre, primavera michele vaccari nne

    Non fa sorridere vedere Genova capitale di una società di vecchi. Ma questa, più che distopia, è la realtà.


    Se Urla sempre, primavera vi incuriosisce (nonostante il mio pessimo articolo), vi consiglio di guardare questa presentazione dell’opera con l’autore, Michele Vaccari:

  • Il libro del buio – Tahar Ben Jelloun

    Il libro del buio – Tahar Ben Jelloun

    Il racconto di una prigionia disumana, un excursus sui metodi necessari a sopravvivere (o tentare di sopravvivere) in una prigione simile. È questo Il libro del buio, opera basata sulla testimonianza di un ex detenuto della prigione di Tazmamart, prigione segreta con lo scopo di punire, rinchiudere e uccidere traditori della monarchia e detenuti politici. In primo luogo, bisogna decidere se salvaguardare la mente o il corpo: le poche energie che arrivano dall’acqua sporca e dal pane secco che le guardie forniscono vanno centellinate, misurate e distribuite nel migliore dei modi.

    Salvare la mente per salvare il corpo

    Il protagonista decide di impegnarsi per avere salva la ragione. Il corpo, inevitabilmente, si sarebbe deteriorato comunque al buio, in una cella così minuscola che pareva una fossa, una tomba, e senza servizi igienici se non un buco sul pavimento. Per quanto difficile, invece, la mente può essere salvata, e non, come ci si aspetterebbe, ricordando la vita prima, la vita fuori, che è la cosa più pericolosa. Ma dissociandosi da tutto ciò che si è vissuto in precedenza, scacciando i ricordi più felici fino ad eliminarli, se possibile. Da lì parte la salvezza:

    Resistere a ogni costo. Non cedere. Chiudere tutte le porte. Indurirsi. Dimenticare. Svuotare la propria mente del passato. Fare pulizia. Non lasciare nulla nella testa. Non guardarsi più indietro. Imparare a non ricordare più. Come fermare questa macchina? Come fare una selezione nella soffitta dell’infanzia senza perdere completamente la memoria, senza cadere nella follia? Occorre chiudere a chiave le porte anteriori al 10 luglio 1971. Non solo non bisogna più aprirle, ma è imperativo dimenticare quello che nascondono.
    La vita prima di quel giorno fatale non doveva più riguardarmi.

    Ma anche nel gruppo si trova, più che in se stessi, la forza di resistere. Nonostante le celle siano singole e minuscole, i detenuti riescono a comunicare, a mantenere unito il gruppo, al punto che ognuno ha assunto un compito diverso. C’è chi tiene il tempo, un uomo che inspiegabilmente riesce a dire sempre l’ora esatta, e così il giorno, il mese, l’anno. C’è chi sa tutto il Corano a memoria, e oltre ad intonare il canto nei funerali riempie i vuoti, i silenzi accecanti del buio con parole note a tutti.

    il libro del buio einaudi tahar ben jelloun

    Il compito del narrare ne Il libro del buio

    Anche il protagonista ha un ruolo. Figlio di un amico del re, una via di mezzo tra buffone e poeta di corte, anche lui ha avuto modo di leggere, di studiare e, come il padre rinnegato, ha appreso molte poesie a memoria, molte storie. Il suo ruolo, nel gruppo di detenuti, è quello del narratore. Un ruolo invocato spesso dagli altri perché le storie, soprattutto quelle che non parlano di te, possono farti viaggiare, possono farti uscire dalla fossa in cui sei rinchiuso e farti diventare, talvolta, anche Marlon Brando.

    Io ne ho bisogno. Sogno di sentire delle parole e di farmele entrare nella testa, di vestirle di immagini, di farle girare come una giostra, di conservarle al caldo, e di ripassare il film quando sto male, quando ho paura di precipitare nella follia. Dài, non essere avaro, racconta, su, inventa se vuoi, ma dammi un po’ della tua immaginazione.
    Non è più per passare il tempo, è per non crepare, sì, ho il presentimento che se non sentirò più le tue storie, deperirò.

    il libro del buio tahar ben jelloun la nave di teseo delfini

    L’esempio della madre

    Eppure, nonostante tutte le tecniche solitarie e di gruppo per sopravvivere alla follia, è un pensiero ricorrente che dà al protagonista la forza di vivere: il pensiero della madre, delle sue fatiche, della sua stoicità di fronte ad un marito assente e disinteressato. È per lei, e grazie a lei, che il prigioniero trova forze che non sa di avere.

    Eri grandiosa. Cacciavi quell’uomo con fermezza. Non cedevi né vacillavi mai. La tua forza di carattere era la tua libertà. La tua volontà di vivere con dignità ti rendeva più bella, più forte.
    O mamma, ti sento triste. Pensa che sono in viaggio, scopro un mondo insondabile, scopro me stesso, imparo, ogni giorno che passa, di che stoffa mi hai fatto. E te ne sono grato.

    Il libro del buio, un libro mai vecchio

    La capacità di Tahar Ben Jelloun di descrivere un simile stato di deprivazione è, al contrario, difficilmente descrivibile. Alcune scene, alcune considerazioni, fanno immaginare di essere noi stessi, i lettori, rinchiusi dentro ad un buco.

    Di prigioni simili ne esistono ancora, e forse non smetteranno mai di esistere. Per questo Il libro del buio, nonostante l’inguaribile mania tutta italiana di modificare a proprio personale gusto i titoli di film e libri, è un libro da leggere, da diffondere, un libro denso su cui non smettere mai di discutere.

    Cette aveuglante absence de lumière tahar ben jelloun

    “Silenzio” di Tahar Ben Jelloun

    Per finire, ecco una poesia in versi liberi contenuta all’interno de Il libro del buio.

    In realtà c’erano diversi tipi di silenzi:
    quello della notte. Ci era necessario;

    quello del compagno che ci lasciava piano;
    quello che osservavamo in segno di lutto;
    quello del sangue che circola lento;
    quello che ci ragguagliava sugli spostamenti degli scorpioni;

    quello delle immagini che ci passavamo e ripassavamo nella mente;
    quello delle guardie che tradiva stanchezza e routine;
    quello dell’ombra dei ricordi bruciati;
    quello del cielo plumbeo di cui non ci perveniva quasi nessun segno;
    quello dell’assenza, l’accecante assenza della vita.

    Il silenzio più duro, più insopportabile, era quello della luce.
    Un silenzio potente e molteplice.
    C’era il silenzio della notte, sempre uguale,
    e poi c’erano i silenzi della luce.
    Una lunga e interminabile assenza.

  • Il viaggiatore – Daren Simkin (Consigli di lettura)

    Il viaggiatore – Daren Simkin (Consigli di lettura)

    il viaggiatore daren simkin fazi editore

    ISBN 9788864110561

    Fazi Editore

    Autore Daren Simkin

    Illustratori Daniel e Daren Simkin

    Pagine 48 pp.

    Anno 2009

    Genere Illustrato

    Rilegatura Rilegato

    Prezzo 8,50€


    Gli amici parlavano di tutte le cose meravigliose con le quali avevano passato il proprio tempo: belle foreste, deserti ventosi e oceani scintillanti, lavori, libri, film e musica, hobby, sport, lingue e meraviglie.
    Ma Charlie, che se le era fatte tutte sfuggire, non disse nulla.
    Perché sono qui?, pensava.
    Tutti gli altri hanno utilizzato il proprio tempo.
    Io no.


    Un libro illustrato per giovani adulti

    Il viaggiatore dei fratelli Daren e Daniel Simkin è, a tutti gli effetti, un libro per giovani adolescenti, piccoli adulti, e cioè per tutte quelle persone che hanno tanto tempo di fronte a sé. Non che gli anziani non possano apprezzare un libretto simile, ma è uno di quei libri che andrebbe letti in una età precisa, e cioè in quell’età in cui il tempo, invece di sfruttarlo, lo si butta via.

    il viaggiatore daren simkin fazi editore

    A chi regalare questo libro?

    A chi ama i libri illustrati.
    Ai giovani inquieti.
    Ai perdigiorno.
    A chi dice di non avere mai tempo per leggere.
    A tutti quelli che conosci.

    Quarta di copertina

    il viaggiatore daren simkin fazi editore

  • Quaderno genovese, un diario del 1917 – Eugenio Montale (Consigli di lettura)

    Quaderno genovese, un diario del 1917 – Eugenio Montale (Consigli di lettura)

    quaderno genovese diario eugenio montale genova canneto editore

    ISBN 9791280239020

    il canneto editore

    Autore Eugenio Montale

    Curatrice Laura Barile

    Pagine 208

    Genere Diaristico

    Rilegatura Brossura

    Prezzo 18,00€


    Se nella mia vita non scocca – e presto – una scintilla, io sono un uomo finito.
    Ma quale scintilla?


    Un diario giovanile di un giovane speciale

    Il Quaderno genovese di Eugenio Montale è l’opera perfetta per entrare nella mente e nella gioventù di un poeta ancora da farsi. I suoi incontri, le sue letture, e anche singoli pensieri slegati dal resto che riflettono già la peculiare sensibilità di quello che sarà uno dei più grandi poeti del nostro Novecento.

    Già edito nel 1983, in questa nuova edizione sono state riproposte le appendici della prima edizione, col risvolto di copertina di Gianfranco Contini e uno scritto di Sergio Solmi.

    A chi regalare questo libro?

    A chi ama la poesia.
    A chi ama Montale.
    A chi è incuriosito dalla persona che sta dietro ad un’opera.
    A chi è incuriosito dalla vita di un poeta prima che diventasse tale.

    Quarta di copertina

    “Questo quaderno è dunque testimone dell’intensa, vitalissima formazione di Montale ventenne: le sue letture, dai grandi simbolisti francesi ai minori più recenti, i romanzi russi e le novelle; le musiche che ascoltava, le opere e le operette, il teatro; la sua inquietudine e la sua sete religiosa; le chiacchiere di filosofia e religione con la sorella Marianna e il gesuita padre Trinchero, ma anche di estetica, di paesismo e di simbolismo con Mario Bonzi.”


  • Kallocaina – Karin Boye. L’amore, la felicità e la ragion di Stato (Iperborea, 1993)

    Kallocaina – Karin Boye. L’amore, la felicità e la ragion di Stato (Iperborea, 1993)

    Attenzione: la lettura di Kallocaina di Karin Boye mi è stata suggerita dalla cara Martina di Velleità Letterarie (seguitela sul blog e su Instagram), che ringrazio. Ne parleremo insieme, prima o poi, perché è un libro di cui bisogna parlare.

    Kallocaina e lo Stato Mondiale, la trama in breve

    Leo Kall, chimico, vive in piena devozione del suo stato, lo Stato Universale, uno stato poliziesco organizzato in isolate città produttive in cui ogni persona ha uno specifico ruolo. Durante le sue ricerche inventa un siero che, se iniettato, obbliga a dire la verità. Pensa che il siero possa risolvere gran parte dei problemi dello Stato, scoprendo chi mente e chi ha qualcosa da nascondere, cioè smascherando tutti i soggetti potenzialmente pericolosi per la vita dello Stato.

    Eppure, progressivamente, ogni sua convinzione sulla centralità dello stato si sbriciola, e iniziano a emergere dubbi e questioni che, in un vero cittadino di una simile società, neanche dovrebbero emergere.

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    ISBN 9788870918915

    Iperborea

    Collana Gli Iperborei

    Autore Karin Boye

    Traduttrice Barbara Alinei

    Pagine 256

    Genere Romanzo

    Rilegatura Brossura

    Formato 10 x 20 cm

    Prezzo 17,50€

    Sulla Kallocaina, il problema della verità

    La Kallocaina è un siero della verità che obbliga, chi interrogato, a dire la verità senza esitazione, senza torture, senza neanche insistere. Qualsiasi verità, anche quelle che implicano, dopo la confessione, la condanna a morte, dopo una piccola iniezione sono pronunciate talvolta con una tranquillità che quasi sconvolge.

    Ma la Kallocaina è soltanto una protagonista collaterale del libro, l’arma, l’oggetto magico che muove le vicende più dello stesso protagonista e voce narrante che l’ha creata. Al centro del romanzo c’è il rapporto tra ciò che si sa, di qualcuno, e ciò che quel qualcuno nasconde, cioè tra la faccia positiva e la faccia negativa.

    Se per faccia positiva si intende quel profilo che, come individui sociali, mostriamo all’esterno e in società, la faccia negativa è il profilo naturale, vero, ed è per questo che un tale spazio dell’indipendenza e dell’autodeterminazione è tenuto nascosto, è privato per evitare problemi col mondo esterno.

    In una società come quella di Kallocaina, in cui fin da piccoli i bambini sono educati a esistere in funzione di una collettività e di uno Stato che protegge dal nemico esterno, un divario troppo ampio tra faccia positiva e faccia negativa è pericolosissimo. Basta un passo falso, un discorso leggermente fraintendibile per far partire denunce, ammonimenti, e quindi per finire limitati in quelle poche libertà che i cittadini dello Stato Universale hanno.

    La cosa più importante è la capacità di abbandonare il proprio punto di vista per abbracciare quello giusto.

    La faccia negativa corrisponde alla verità personale, che solo in casi eccezionali dovrebbe essere mostrata. La Kallocaina forza questa copertura, scoperchiando una verità spesso dimenticata: tutti hanno qualcosa da nascondere. Quindi tutti hanno almeno una colpa.

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    Prima edizione Iperborea, 1993

    Le verità del protagonista, il chimico Leo Kall

    A narrare le vicende attorno alla Kallocaina è proprio il suo inventore, Leo Kall, un indefesso servitore dello Stato le cui sicurezze iniziano a sgretolarsi dopo i primi esperimenti col siero. No, non è il siero in sé a preoccuparlo, bensì il suo supervisore, Rissen, perché secondo Leo Kall stesso «certe persone, solo con il loro modo di essere, tradiscono talmente la loro concezione della vita, che sono pericolose perfino quando tacciono. Un loro sguardo, un loro gesto possono già essere di per sé veleno e contagio».

    Ed è lo stesso Rissen che, volente o nolente, agisce da untore e instilla il dubbio in Leo Kall, dopo i primi esperimenti, e lo fa cercando forse un alleato, qualcuno che come lui avesse una faccia negativa molto diversa da quella positiva:

    “Lei sembra avere una coscienza insolitamente solida”, disse Rissen seccamente. “Oppure fa soltanto finta di averla? La mia esperienza, al contrario, è che nessun cittadino sopra i quarant’anni ha davvero la coscienza tranquilla. In gioventù forse qualcuno, ma dopo… Del resto lei magari non li ha ancora passati i quarant’anni?”
    “No, non ancora”, risposi con la maggior calma possibile. Per fortuna ero rivolto verso la nuova cavia e potevo evitare di guardare in faccia Rissen.

    La solidità di Leo Kall dura quasi quarant’anni, appunto, poi inizia a vacillare. Finché non sarà lui stesso preoccupato di finire sotto gli effetti della sua invenzione.

    Amore e felicità ai tempi della distopia comunitaria

    Forse, non sarebbe bastata la creazione della Kallocaina e le sue conseguenze a smuovere la «coscienza insolitamente solida» di Leo Kall. I primi pensieri divergenti, infatti, provengono dai problemi con la moglie e dalla sua presunta infedeltà.

    In realtà, in quest’opera i matrimoni esistono in quanto necessari allo Stato per sfornare nuovi servitori, e anzi non sono definitivi. Eppure, nonostante Leo Kall sia consapevole dello scopo della sua unione, ha un tarlo che lo perseguita, forse tra i tarli il più umano e pericoloso: la gelosia. Crede che la moglie abbia una relazione col suo supervisore, Rissen, e questo gli fa avere pensieri che un servitore dello Stato non dovrebbe avere.

    Capiamo e approviamo che lo Stato è tutto, il singolo niente (…). Quel che resta è l’istinto di conservazione, e il conseguente bisogno di un sistema militare e poliziesco sempre più sviluppato. Questa è l’essenza dell’esistenza dello Stato. Tutto il resto è marginale.

    Certi tarli, per quanto socialmente marginali, si sa, non si mettono a tacere tanto facilmente. Per questo, solo dopo mesi di dubbi trova il coraggio di parlare alla moglie, oscurando l’occhio e l’orecchio dello Stato presenti in ogni casa, e le chiede direttamente se è stato tradito o meno. La risposta è negativa, ma come può fidarsi? Il tarlo scava, scava e scava, ma c’è un modo per conoscere la assoluta verità: la Kallocaina.

    La moglie, anche sotto l’effetto del siero della verità, non ammette alcun tradimento. Anzi, dice di provare, talvolta, il desiderio di uccidere il marito, perché vede in lui, in parte, la causa della sua infelicità, che è soprattutto mancanza di senso.

    Sai che è invidiabile essere giovani e amare senza speranza, anche se al momento non lo si capisce? Una ragazza giovane crede che ci sia qualcos’altro, una libertà che deve venire con l’amore, un rifugio che troverà nell’uomo che ama, una sorta di calore e di riposo – qualcosa che non esiste. Un amore infelice, che dà quella confortante disperazione di non aver avuto fortuna con la persona amata, ma lasciando la convinzione che altri possano averla avuta, e che esiste, e che non si può avere. Cerca di capire: quando c’è tanta felicità nel mondo e la nostalgia ha un suo scopo, non è così angosciante essere infelici. Non è disperato. Ma un amore così conduce al vuoto.

    Il senso di vivere

    Se tentiamo di mettere assieme il problema della verità con quello della felicità, viene fuori, in qualche modo, un assunto simile a questo: finché credi veramente nella verità che ti propongono, la felicità non è assicurata ma l’infelicità è evitabile. Appena crolla la verità, e quindi il senso, la felicità diventa un miraggio e, la costrizione all’infelicità, porta a un desiderio di morte.

    Così è anche per il primo “volontario” vittima della Kallocaina, un servitore dello Stato tra i più fedeli che, appena iniettata la sostanza, erutta come un vulcano tutte le sue paure, le sue insicurezze, e la percezione di una totale mancanza di senso della sua esistenza:

    Mi piacerebbe morire. Se non si può avere più niente dalla vita, resta sempre quello.

    Ma la stessa incertezza, più avanti, si troverà più volte nelle parole dello stesso Leo Kall, che sente venir meno quella certezza, la fiducia nello Stato, che gli permetteva di vivere in relativa tranquillità nonostante il matrimonio che «anche se corrisposto, era comunque infelice». E ogni pensiero divergente, per quanta cognizione avesse della sua divergenza, era impossibile da scacciare:

    Sapevo che era una maniera falsa e malsana di vedere le cose, e cercavo di convincermene con ogni possibile argomento. Ma quel vuoto che sentivo ingrandirsi come un deserto dentro di me, non aveva altro nome che mancanza di senso.

    Distopia tra Orwell e Huxley

    In conclusione, alcune note generali essenziali: Kallocaina di Karin Boye è stato pubblicato per la prima volta in svedese nel 1940, anche se in Italia è apparso soltanto nel 1993 grazie alla prima edizione di Iperborea. La data di pubblicazione, in questo caso, è importantissima perché i due libri a cui spesso questo viene collegato, sono di molto successivi: 1984 di George Orwell è del 1949, mentre Il mondo nuovo di Aldous Huxley è del 1932.

    Senza girarci attorno, le differenze tra i tre libri sono molteplici, ma ci sono indiscutibili punti di contatto che la critica ha già evidenziato. Kallocaina si pone al centro di questa triade, e solo la lingua in cui è stato scritto spiega la difficoltà che ha avuto per molti decenni a entrare nel nostro paese.

    Un libro che andrebbe letto, consigliato e riproposto. E, se possibile, affiancato ai già citati mostri sacri, letto assieme ad essi, messi magari sullo stesso scaffale, perché nessuno è subalterno all’altro.

    Approfondimento: Kallocaina e Karin Boye

  • Antonio Tabucchi e un Notturno indiano matto

    Antonio Tabucchi e un Notturno indiano matto

    Ti capita mai di cercare un libro per mesi nelle bancarelle, nei negozietti di libri usati, nei mercatini, e di non riuscire a trovarlo? No, non parlo di rarità, parlo di libri normali, libri importanti ma pur sempre comuni, diffusi, libri bestseller, ecco, ah, no?, trovi sempre tutto?, beata te. Io cerco da mesi il Notturno indiano di Antonio Tabucchi, sì, non è un libro raro, potresti farmi notare che basterebbe entrare in libreria per trovarlo nuovo fiammante, luccicante, però lo vorrei usato perché l’ho già letto, ma non ce l’ho. Sono passati tanti anni e credo d’averlo letto su consiglio di qualche amico che me l’aveva prestato, chi lo sa?

    Adesso Tabucchi è rientrato nella mia vita con una grande prepotenza, un po’ per colpa di qualche conoscente, qualche amico, un po’ per colpa di qualche amore platonico, anche se non ho mai capito bene cosa voglia dire, amore platonico, e anche un po’ per colpa di Tabucchi stesso, dei suoi equivoci, delle sue tanto care coincidenze. Per questo non posso non tornare su quel libro che, lo ammetto, all’epoca mi scivolò via come qualcosa di mal digerito. Ricordavo, di quella lettura, solo un vago fastidio. Ero giovane, poco più che un ragazzo, e si sa che l’adolescenza è scema, un periodo proprio scemo in cui fai cose senza senso e anche tu, in qualche modo, non hai un senso. Ecco, quel libro dovevo proprio recuperarlo.

    E pensavo di esserci quasi riuscito quando, due settimane fa, l’ho incrociato su una piletta nella mia libreria dell’usato di fiducia. Stava per essere messo in vendita, dalla scrivania della libraia allo scaffale, quando l’ho visto, Questo è mio, dissi, e me lo presi senza neanche sfogliarlo. L’edizione non è rara, ma è molto curata: si tratta di una seconda edizione del 1989 della collana «Il castello» Sellerio, con sovra-copertina in carta vergata marrone e, come immagine, la miniatura di una bellissima donna indiana. Non potevo chiedere di meglio.

    Tornai a casa contento dell’acquisto e iniziai a leggerlo subito. Era sera quando mi accorsi che qualcosa non andava. Mi sembrava di star rileggendo cose già lette. Forse avevo riletto la stessa pagina due volte? Ci sta, ero stanco. Allora salto la pagina, Ecco, dove eravamo rimasti?, e proseguii la lettura. Ma qualcosa, ancora, non andava. Stavolta mancava un pezzo, ne ero sicuro. Misi il segnalibro a pagina 69 e chiusi il libro. Mi preparai una tazza di tè, stavo forse impazzendo?, e sedendomi alla scrivania iniziai a controllare i numeri di pagina.

    1-2-3-4… 64-65-66-69-68-69. Ma come, cazzo, questo libro è ubriaco, mi dico. Continuo a sfogliarlo e vedo che alcune pagine sono doppie, alcune mancano, e mi bevo il tè ridendo perché neanche capisco come sia possibile questo casino. Eppure lo so come si fanno i libri, come si assemblano, quartino per quartino, ottavo per ottavo, insomma, dipende.

    antonio tabucchi notturno indiano sellerio fallato bancarelle librerie dell'usato libri

    Mi rassicurò sapere che non ero io quello impazzito. Continuai a sfogliare. 68-73-72-73-72-77. Va bene, è più grave del previsto. Continuavo a ridere nel vedere quelle pagine così incasinate. E non era finita. 76-77-76-81-80-81-80. Fine. Niente colophon, solo l’ultima pagina non era numerata e conteneva l’elenco dei titoli della stessa collana.

    Non avrei finito il libro, per quella sera, e non a causa mia, ma credo che neanche la sua vera conclusione fosse una vera conclusione. Era forse questo che mi aveva infastidito, da ragazzo?, l’idea di qualcuno che cerca qualcosa, o qualcun altro, senza arrivare mai? Non ricordo. E pensare che oggi cerco proprio quello, nei libri, il vago e l’incongruo, conclusioni che non concludono, non chiudono ma aprono, appunto, e così anche nella vita, storie che accadono, che non si esauriscono, libere. Già il libro in sé, sempre per l’estensore, dovrebbe “servire da guida per amanti di percorsi incongrui”. Ma questa copia in particolare è molto di più, è l’emblema dell’incongruo.

    Mi chiedo se sia l’unica copia fallata così, in questo strano modo. Mi chiedo cosa gli sia preso al tipografo quando ha dovuto mettere insieme i fogli, nel 1989, quando li ha messi insieme un po’ a caso, come venivano, altrimenti non si spiega. Forse aveva fretta, anzi sicuramente, e allora ha preso una manciata di fogli e via, tutti assieme, a caso, tanto chissenefrega, il libro lo vendono lo stesso. E aggiungerei che lo ri-vendono, se è arrivato fino alla libreria dell’usato, per poi finire nelle mie mani.

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    Mi chiedo se sia mai stata letta, questa copia, se non ha incuriosito il vecchio proprietario. Perché liberarsi di un libro così speciale?, mi chiedo, Che senso ha?, e la risposta è sempre la solita, quel vento gelido che ti prende e ti porta via, e oltre a portarti via ti toglie la possibilità di disporre delle tue cose, della tua roba, Ci penseranno i tuoi figli, ti dice mentre ti fa passare il suo braccio vuoto attorno alle spalle, per accompagnarti dove ti meriti, e te non hai altra scelta che lasciarti prendere e farti accompagnare, osservi i tuoi libri mentre vai via e sai che, comunque vada, qualunque sia la sorte di quei libri, non è più affar tuo.

    Allora ti metti l’anima in pace, perché quella è l’unica cosa che ti rimane, almeno credo, o spero, ripensi un po’ ai libri letti e anche tu speri, un domani, dopo le questioni burocratiche almeno, speri di poterne leggere ancora un po’, dei tuoi libri, e speri di riuscire a leggere il finale di quel libro fallato che mai, mai hai voluto ricomprare, perché ti piaceva così, forse unico, sicuramente incongruo.


  • La gioia avvenire – Stella Poli (Mondadori, 2023)

    La gioia avvenire – Stella Poli (Mondadori, 2023)

    Ci sono libri di cui non vorrei parlare. Di solito sono gli stessi libri di cui vorrei parlare a tutti, consigliarli, vorrei pure regalarli, in blocco, a tutte le persone care. Sempre, poi, appartengono a quel grande ma non grandissimo gruppo di “libri preferiti”, classifica non numerata in espansione inesorabile e inesorabilmente lenta. La gioia avvenire rientra in questa categoria.

    E c’è entrata più o meno dalla prima pagina, dopo poche righe, anzi, ad esser precisi dalla settima riga, «una cosa raccontata è tracotante: esige, estorce quasi», che dopo averla letta mi sono dovuto fermare, e col lapis in mano ho segnato un piccolo puntino nel bordo bianco accanto alla frase, e per ricordarmi la pagina (che assurdità, era la prima), ho fatto l’orecchio alla pagina, in alto. E sono pochi pochi i libri così, in cui mi sento obbligato a fermare la lettura lì, alla prima pagina, dopo poche righe, alla settima appena, per fare subito un segno a matita e un orecchio alla pagina.

    Di libri così vorrei parlare a tutti per dire quello che hanno lasciato a me, per quello che in me hanno smosso, sperando che smuovano qualcosa anche a chi lo consiglio, a chi lo regalo. Però, allo stesso tempo, non vorrei parlarne proprio perché di certi libri non mi sento in grado di, come forse direbbe l’autrice, capite?, non mi sento all’altezza. Come spiego lo scombussolamento, gli occhi lucidi, la percezione del dolore provato soltanto dalla lettura di un po’ di inchiostro su pagina, e come spiego la cognizione, sì, soprattutto la cognizione di una Voce? Non credo, davvero, di esserne in grado.

    Per questo su certi libri non mi vedrete mai scrivere una recensione, una critica, niente di strutturato insomma. Ciò che posso fare è solo tentare di intessere anch’io, come posso, alla meno peggio, qualcosa attorno al libro, evidenziando certi particolari che di un testo, di una Voce, toccano e fanno vibrare certe corde, di me, spesso immobili.

    In La gioia avvenire tante sono le cose che avrei dovuto dire, come tante (se non tutte) sono le pagine a cui avrei dovuto fare l’orecchio, dopo aver messo un puntino a qualche passaggio significativo, denso. Mi sono dovuto trattenere, come quando al liceo sottolinei le parti più importanti del libro di storia, e ti accorgi che finisci per sottolineare sempre tutto tranne avverbi e congiunzioni. Insomma, questo libro è, per me, un libro importante, e Stella Poli è, per me, un’autrice importante. Per quanto il mio giudizio sia valido solo nelle mie stanzette, nei miei rifugi, sono contento che ci siano, nella mia vita, un nuovo libro importante, una nuova scrittrice importante.

    Per iniziare: La gioia avvenire e un suo fratello libro

    Diciamolo subito: vedo così tante somiglianze di spirito tra La gioia avvenire di Stella Poli e Parla, mia paura di Simona Vinci che, anche se le Voci (e non semplici voci) sono diverse, l’ispirazione, quella sì, è la stessa. Un’ispirazione che non è uno spirito santo che casca dal cielo e ti colpisce, ignaro, mentre passeggi sui monti col tuo cagnetto giubbotto-dotato. No, qui l’ispirazione è lavoro dovuto all’urlo silenzioso di una necessità, necessità di elaborare e digerire un trauma… come se fosse possibile digerirle, certe cose, no, mi correggo: necessità di redenzione, quella di chi non ha detto no ma non ha mai pensato al sì, sì a cosa, poi?

    Era come avessi dato un tacito assenso. (Non sapevo a cosa, questo è il punto, un punto strano da pensare, ora, che sono cresciuta, che faccio l’amore. Eppure non sapevo che facessero, due, in una macchina grande, nella campagna slavata della bassa. Non me l’ero domandata, peccando di confidenza. Di incoscienza, proprio, piena e maledetta.)

    Sento, paragonando i due libri, la stessa pala che scava e scava a cercare un fondo che non c’è e che quindi continua, sempre più in profondità, a scavare, per trovare il punto giusto in cui fissare la messa a terra. E sento la stessa urgenza, che sappiamo essere cosa buona e giusta, nella scrittura, anzi forse l’unica cosa buona e giusta, l’urgenza di raccontare una storia, anche se, l’abbiamo capito, «una cosa raccontata è tracotante: esige, estorce quasi», però «la racconto perché non voglio affezionarmi al mio dolore».

    Infine, e non è poco, sento l’urgenza di scavare in quella storia che necessita di essere raccontata, di quei personaggi che senza questa storia scritta, senza questo libro fatto di pagine bianche macchiate qui e là di nero, esisterebbero solo nella mente di chi ha vissuto certe cose, mentre così, accessibili a tutti, esistono per tutti. E se poi i personaggi sono pochi, e potrebbero anche non esistere, quattro o cinque?, quante storie simili, invece, esistono?

    Basterebbe questo, comunque, a convincervi di leggerlo, il libro.

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    Di spazi bianchi, necessità e contemporanei

    Stella Poli in questo libro dimostra di non essere una scrittrice emergente, almeno non nel senso stretto. Una scrittura così matura e precisa non è una scrittura emergente. Con uno stile asciutto, cesellato, essenziale ma molto ricercato (nel senso di una ricerca della parola adeguata) dimostra inoltre di sapere quanto siano importanti le parole, appunto, il tessuto formato dal loro susseguirsi, le frasi, gli spazi bianchi.

    Ecco, una riflessione sui frequenti spazi tra i paragrafi andrebbe fatta. Perché c’è così tanto bianco in queste pagine? Io credo, con non pochi ragionevoli dubbi, che quegli spazi rispondano a una necessità plurima. In primis, alla necessità di chi scrive di far riposare l’animo, e non tanto la mano, perché a scrivere son bravi tutti, anzi no, ma comunque scrivere una storia simile, la testimonianza di un trauma, la sua messa a terra, anche se “soltanto” immaginato, richiede spazio, aria, e lo spazio bianco è l’aria, l’ossigeno necessario a riprendersi dopo aver descritto il lembo sfrangiato e pulsante di una vecchissima ferita.

    Poi, non secondario, quegli spazi sono una necessità per il lettore, per digerire (lui sì) certe verità, certe frasi che come schegge lo infilzano quasi senza che lui se ne accorga, e lo fanno sanguinare, metaforicamente, e lo fanno piangere, talvolta, questo per davvero, eppure sono solo schegge, minuscole, leggere e così pesanti…

    Ma c’è anche un lettore particolare che potrebbe essere costretto a fermarsi più spesso, per lo più una lettrice, purtroppo, che ha vissuto «quasi» la stessa storia, ha ferite aperte della stessa fattezza, e così quegli spazi, quei vuoti non sono solo aree libere in cui rifiatare, ma tanti appigli a cui appendere momentaneamente la lettura, e nella pausa controllare le proprie, di ferite, riflettere alla luce di quelle paroline che precedono il bianco, dopo aver messo un puntino a bordo pagina, segnata con un piccolo orecchio in alto, e poi ricominciare a leggere e magari fermarsi, di nuovo, poco più in là, perché qualcuno il libro l’ha letto in un viaggio in treno (anche se, vi assicuro, lo rileggerà, lo sta già rileggendo con la calma che necessita, dopo aver placato l’urgenza di una fine), ma qualcuno, magari qualcuna, ci metterà settimane, mesi a finirlo.

    Che poi, di nuovo, è quello che potrebbe succedere col libro già citato di Simona Vinci, e se ripeto il paragone è solo perché la Vinci rientra tra le mie autrici contemporanee preferite, adesso proprio lì, sullo stesso scaffale sopra al comodino dove c’è già lo spazio per La gioia avvenire di Stella Poli, altra ormai preferita. E sono pochissime, pochissimi, ve lo assicuro, i contemporanei che stimo, di cui vorrei parlare a tutti e non parlarne proprio, perché accanto a loro due, sullo stesso scaffale, per qualche motivo c’è Torquato Tasso, nessun altro, a buon intenditor.

    (Sofferenza tra parentesi)

    Vorrei anche parlare di dolore, ma mi rendo conto che ha già detto tutto lei, l’autrice, io non ho altro da aggiungere, vostro onore, dovrebbe proprio leggerlo questo libro, sa?, dovrebbe, si fidi di un nessuno. Mi sforzo di aggiungere qualcosa, perché forse qualcosa potrei essere in grado di dirla, ma quando ci si sforza alla fine si fa solo peggio, così non aggiungo niente, tento solo di evidenziare una piccolezza, una frasina:

    (Non serve veramente a un cazzo di niente, soffrire, aveva ragione Pavese.)

    Piccola frasina fra parentesi, eppure lapidaria, urlata in sordina, se forse fosse possibile urlare in sordina, e non si può dire che il libro sia tutto qui, altrimenti non avrebbe poi molto senso leggerlo dopo aver letto questa frase, però tanto del libro e dei suoi protagonisti è lì, in quella frase tra parentesi sospesa tra due spazi bianchi.

    La gioia che verrà, chiudere ed aprire

    Non entrerei nel merito della poesia di Fortini che presta il suo titolo a questo libro, anche se si dovrebbe. Lo lascio fare a voi, per questo ve la lascio in fondo all’articolo, nel caso ci fossero lettori curiosi. Prima, però, un accenno alle note del libro:

    Il titolo del romanzo è il titolo di una poesia di Franco Fortini, che chiude Foglio di via (Einaudi, Torino, 1946) e riapre, in exergo, Poesia ed errore (Feltrinelli, Milano, 1959).

    La gioia avvenire è una poesia che chiude una raccolta e ne riapre un’altra, la successiva. Una poesia che chiude e apre. Come la storia che ne porta il titolo, che chiude idealmente con l’accettazione di una redenzione impossibile e riapre, in conclusione al romanzo stesso, con una risata. Che forse non significa niente, ma per me, in un libro simile, con un simile titolo, significa tutto. La gioia che verrà, la gioia che deve venire, La gioia avvenire.

    La gioia avvenire di Franco Fortini

    Potrebbe essere un fiume grandissimo
    Una cavalcata di scalpiti un tumulto un furore
    Una rabbia strappata uno stelo sbranato
    Un urlo altissimo

    Ma anche una minuscola erba per i ritorni
    Il crollo d’una pigna bruciata nella fiamma
    Una mano che sfiora al passaggio
    O l’indecisione fissando senza vedere


    Qualcosa comunque che non possiamo perdere
    Anche se ogni altra cosa è perduta
    E che perpetuamente celebreremo
    Perché ogni cosa nasce da quella soltanto

    Ma prima di giungervi

    Prima la miseria profonda come la lebbra
    E le maledizioni imbrogliate e la vera morte
    Tu che credi dimenticare vanitoso
    O mascherato di rivoluzione
    La scuola della gioia è piena di pianto e sangue
    Ma anche di eternità
    E dalle bocche sparite dei santi
    Come le siepi del marzo brillano le verità.