Cosimo Angelini

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  • Anja Trevisan – Ada brucia (Effequ, 2020)

    Anja Trevisan – Ada brucia (Effequ, 2020)

    Aggiornamento: a questo link trovate la mia intervista ad Anja Trevisan!

    Ho letto Ada brucia di Anja Trevisan su suggerimento di Eleonora, bravissima libraia, che ringrazio. E ho deciso di parlarne in questa personale, pubblica nicchia, come proposto qua. Ne scrivo perché parla d’amore, con una recensione lenta e tardiva come me. Ha anche vinto il Premio Opera Prima – POP della Fondazione Mondadori. Ma passiamo al libro.

    Ada brucia, qualche accenno di trama

    Il libro racconta la storia di un ragazzo che rapisce una neonata di cui è innamorato, la cresce e la tiene chiusa in casa. La convince a non uscire mai con un’idea geniale: la terra brucia. “Non puoi uscire senza scarpe, o morirai. Non esistono scarpe per i tuoi piedi”. E la bambina cresce, lontana dal mondo ma vicina al suo rapitore, che la ama e di cui si innamora. Non c’è alcun atto violento, dopo il rapimento, solo una storia d’amore distorta e tragicamente reciproca.

    Passano gli anni e la vita della ragazza scorre a vuoto, scandita soltanto dall’orologio che preannuncia il ritorno dell’amato Rino, il rapitore. Nel nucleo centrale del libro, si alternano i momenti di solitudine della vittima ai momenti di vita di “coppia”.

    Alert: se non hai letto il libro ma ti ho incuriosito, fermati qui o scorri fino in fondo. Potrebbero esserci degli spoiler (ma aggiungo, alla fine, una bella presentazione con l’autrice per attrarti ancor di più).

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    Oltre la recensione: alcune riflessioni

    Il libro sconvolge non solo per la tematica, ma soprattutto per il duplice punto di vista che racconta di un amore illecito. Da un lato quello del rapitore, un falegname che nonostante la consapevolezza della gravità del gesto si auto-assolve con l’attenuante dell’amore (un amore minuscolo, come da sottotitolo, ma pur sempre amore ai suoi occhi). Dall’altro quello di Ada, la rapita: Ada brucia d’amore, anche lei, perché gli insegnamenti e il calore di Rino non possono essere scacciati dalla verità di essere stata rapita.

    Ada non può che amare il suo carnefice perché con lui per la prima volta ha amato, amato davvero. Non le interessa sapere che è stata strappata a una madre e a un padre; non le importa molto del ragazzo che si è innamorato di lei dopo averla salvata. Lei non si sente salvata. Non può essere grata di essere stata portata via dal suo sogno, così distorto per gli altri (e per noi) e invece così profondo per lei.

    Tra amori minuscoli e amori giganteschi

    Quella tra Rino e Ada, come detto, è una storia d’amore distorta, surreale ma fortissima. Eppure ce n’è un’altra, forse secondaria alle azioni, ma che merita comunque attenzione: è quella di Max, il ragazzo che ha trovato Ada nella sua prigione in mezzo al bosco. Max, in opposizione all’amore minuscolo dei due protagonisti, è il simbolo dell’amore puro, ideale, quell’amore da romanzo che si pensa di trovare solo nei libri.

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    Max ama, indipendentemente da Ada. Ha sacrificato la sua vita, i suoi sogni e i suoi progetti per starle dietro, per accudirla, senza ricevere granché in cambio. Ma non gli interessa.

    “Stare con Ada è un’altalena in cui una volta non cadi ma dieci volte, invece, ti rompi qualcosa o rischi di strozzarti. Per lui, ne vale la pena.”

    Ada brucia ma non per lui. Gli vuole bene, lo ammette, ma non ricambia l’amore. Il suo pensiero fisso va sempre a Rino, alla sua vita precedente e alla sua vera casa, la prigione nel bosco. Max lo sa, eppure continua ad amarla. Perché? Beh, non c’è una risposta, quando si ama si ama e basta. E anche quando prende consapevolezza dell’impossibilità di essere ricambiato, non smette di amarla: prende forse l’unica foto che ha di lei, e la accarezza.

    “Ada gli ha rovinato la vita e forse Max non le è servito proprio a niente se non per portarle il cibo, le bottiglie d’acqua, il succo per fare colazione. Voleva ripararle il cuore, colmarle le crepe e ricucirla per poter viverla nel mondo, poi si è accorto che il mondo, per lei, non andava bene. Se n’è accorto quando già l’amava […].
    Si sarebbe dovuto rendere conto che alcuni amori sono impossibili e non si compiranno mai, e che c’è sempre un momento in cui devi dire addio, devi lasciar andare, altrimenti è peggio e le cose si distruggono con più lentezza e più strazio […].
    Prende da una mensola la cornice argentata in cui tiene una foto dei suoi genitori. Dopo aver tolto il retro accarezza una fotografia più piccola, quasi la metà di quella in cui i suoi sorridono, ancora giovani. Nella foto nascosta, Ada è seduta sotto la veranda della sua vecchia casa, ha un occhio aperto e uno chiuso per i capelli che ci sono finiti dentro, le gambe incrociate e sorride nel modo meno naturale che Max abbia mai visto.”

    Altre opinioni personali su scrittura e stile

    Il libro, per quanto disturbante (e forse proprio per questo), coinvolge molto. Mi sono trovato più volte a oscillare tra il disgusto per quell’amore illecito e il rispetto per quello stesso amore, da un lato davvero puro. La scrittura è semplice, e la bravura dell’autrice sta nella modalità del racconto: narra andando dritta al nocciolo della questione. Brava. Quindi sì, questo libro va letto. Fatemi sapere cosa ne pensate!


    Vi lascio, adesso, una presentazione telematica con l’autrice. Tanti spunti interessanti, sicuramente più delle mie parole.

    Ecco alcuni articoli interessanti sul libro, e una bella intervista podcast:


  • Luigi Barzini – Gli italiani. 53 milioni di protagonisti (Arnoldo Mondadori Editore, 1965)

    Luigi Barzini – Gli italiani. 53 milioni di protagonisti (Arnoldo Mondadori Editore, 1965)

    Premessa

    Questa non sarà una critica sull’opera in questione, che già chiamarla opera è un atto eccezionalmente generoso. Non è il libro in sé che mi interessa, né tantomeno il suo autore, se non come bagaglio culturale (di cui potrei però fare a meno); ma questo libro mi è utile per parlare d’altro, e quindi lo sfrutto senza neanche averlo letto tutto.

    Se poi non siete d’accordo sull’interrompere a metà i libri (anche se ho smesso molto prima della metà), vi rispondo dicendo che è un mio diritto. Sono un tifoso dei dieci diritti del lettore di Daniel Pennac, e proprio il terzo è questo: il diritto di non finire il libro. Quindi leggetevi Pennac, che è sempre una lettura divertente.

    Luigi barzini chi?

    Di Luigi Barzini (1908-1984), grande inviato del Corriere della Sera ai tempi del fascismo, basti dire che fu mandato al confino nel 1940, e poco dopo Mussolini in persona trasformò la pena in una diffida. Questo per introdurre il tema della mancata epurazione, di cui si parla troppo poco. In parole povere, con la caduta del fascismo non caddero anche tutti quegli adepti o gerarchi che del fascismo erano le fondamenta, giornalisti in primis.

    L’accenno al fascismo serve per contestualizzare la figura di Barzini, e del suo libro (del 1964); e per definirlo meglio bisognerà aggiungere che è cresciuto e si è formato negli Stati Uniti; per questo il libro è scritto in inglese, per un pubblico americano, e solo successivamente tradotto in italiano.

    Gli italiani: 53 milioni di protagonisti

    Per arrivare al libro (ma ce ne distaccheremo subito), bisogna partire dal titolo: il libro vuole concentrarsi sugli italiani, rendendoli a parole tutti protagonisti, senza tracciare una storia d’Italia. Bravo, in questo, a riconoscere di non essere uno storico; meno bravo, Barzini, a tentare comunque la storia d’Italia e dei suoi costumi. È evidente, nel suo goffo tentativo, l’impronta nazionalista che non è stata affatto scalfita dalla caduta del regime. E forse la gravità non sta nel fatto che ancora negli anni ’60 qualche idea di un presunto “carattere italiano” resistesse, ma che fosse proposta da quegli esponenti del “carattere italico” che mai sono stati messi in discussione dopo il crollo di Mussolini.

    Ecco perché oggi i nazionalismi hanno grande fortuna: semplicemente, non l’hanno mai persa. Eppure, qualcuno poteva considerare Barzini più americano che italiano. Per questo dedica lacrimose pagine agli “illustri stranieri che, in ogni secolo, vi si sentirono moralmente a casa loro” in Italia. E continua con un’affermazione che rompe, già nelle prime pagine, qualsiasi impianto nazionalista, anche se solo per la durata d’un respiro: “essere italiani, in tal senso, non è la conseguenza di una coincidenza geografica ma piuttosto una scelta, una vocazione, un grado di maturità dello spirito.” Questa affermazione, presa con le dovute cautele, e riadattata, può e deve essere valida: la cittadinanza va oltre la coincidenza geografica e ha a che fare con la scelta, la vocazione.

    e quindi?

    Quindi, Barzini e gli eredi non me ne vogliano se ho rivangato il passato, che fatichiamo a ricordare. Se l’ho fatto, è per un discorso diverso dal triste moralismo e dalla predica acre. Se l’ho fatto, è per dire che essere italiani, oggi, vuol dire sentirsi italiani. E chi non lo capisce, probabilmente, ha letto pochi, pochissimi libri.

    Cosimo Benzi Angelini

  • Fabio Genovesi – Cadrò, sognando di volare (Mondadori)

    Fabio Genovesi – Cadrò, sognando di volare (Mondadori)

    Premessa  

    Fabio Genovesi è di Forte dei Marmi; io sono di Forte dei Marmi; e tutti i suoi libri sanno di Versilia: sanno di salmastro, di Alpi Apuane, di marmo e di ignoranza. Perché “in Versilia c’è abbondanza di rena e d’ignoranza”. Eppure quest’ultima, come nella realtà, è da noi dolce e quasi antica. L’ignoranza dei vecchi che ti bestemmiano contro (che essi siano preti, bagnini o avvocati poco importa), e lo fanno però con l’amore nel cuore. Non ti trattano male per odio, ma per natura. Quella particolare natura, e rude, che rende i protagonisti dei libri di Genovesi (anche se mi verrebbe da dire Fabio, per tutte le volte che si vedeva pescare al pontile del Forte) così veri, insomma, così rassomiglianti alla realtà.

    Ma la questione è un’altra: questa vicinanza con l’autore, con i suoi luoghi (che sono un po’ anche i miei luoghi), non mi permette di essere obiettivo. E se non lo sono mai, perché un giudizio o un tentativo di critica sono necessariamente influenzati da una soggettività, oggi lo sarò ancor meno.

    Pantani, uno sfigato e un prete dal passato focoso

    La trama del libro è semplice, e non ve la dirò. Leggetevelo, oppure leggetevi qualche recensione (che più di recensire un libro, certi testi narrano la trama con orpelli barocchi e vomitevoli bellissimo emozionante indimenticabile).

    La bravura dell’autore sta, in questo libro, nella capacità di intrecciare con armonia l’invenzione alla realtà, la storia dei personaggi strambi e inventati (lo sfigatello di nome Fabio, il prete missionario che ha fatto l’amore con chissà quante donne, la bambina che finge di essere una gallina etc. etc.) con quella dell’eroe mitico ma reale (cioè Pantani, il Pirata). E tra la storia di Fabio e quella di Pantani sussiste un mondo intero di corrispondenze: l’amore mancato, la tragedia, le cadute che però sono ricompensate da vittorie, da sogni realizzati.

    La differenza, tra i due, è una sola: Pantani muore quando forse, Fabio, inizia a vivere davvero.

    Bravo, Fabio. E grazie

    Ma c’è una cosa, forse evidente e banale che però non mi si scolla dalla mente. Tutta l’opera di Fabio (che non riesco più a chiamarlo per cognome) è una grande lezione di scrittura. Non basta saper scrivere bene, né avere la capacità di inventare storie avvincenti. A volte basta amare ciò di cui si scrive, per essere grandi scrittori. Così Fabio, quando scrive dei suoi luoghi (e dei miei, come il bar La Gazzella) e dei suoi eroi (come Pantani, che ho imparato ad amare troppo tardi), ecco quando scrive di ciò che ama lui è un grande scrittore.

    E io lo dico: oggi Fabio Genovesi è un grande scrittore. E sono sicuro che non serva esser cresciuti al Forte per poterlo dire. Quindi grazie per parlare del mio paese a tutta l’Italia, e grazie di farlo con quello stile così limpido ma caratteristico che ti distingue, e fa dire a noi lettori “eccolo! È Fabio. Eccolo. Mi è mancato”.

     

    Cosimo Benzi Angelini

     

  • Douglas Coupland – Dio odia il Giappone (Isbn Edizioni)

    Capita di comprare libri ad un prezzo irrisorio, perché scarti di magazzino o avanzi di case editrici fallite. Libri scaduti insomma. È proprio questo il caso di Dio odia il Giappone, che nella prima pagina viene definito come un “romanzo per immagini folgorante e comico, radicale e profetico”; una definizione, lo vedremo, per lo più azzeccata.

    Leggere questo libro mi ha divertito, e credo ci sia poco altro da dire. Soffermandomi spesso su pesanti tomi di letteratura e per necessità e per masochismo, qualche volta sento il bisogno di staccare dalla routine di studio e riflessione, per dedicarmi a letture più leggere. Letture che facciano vivere storie belle e folli, vite fuori dalla (mia) normalità. E questo libro, forse, è arrivato al momento giusto. Dopo essere scaduto, e svenduto come qualsiasi vestito fuori moda, mi è precipitato addosso. Ed io ringrazio.

    Hiro Tanaka è un giovane giapponese la cui età aumenta, ma non matura mai. Il suo hobby, o meglio il suo “segno particolare”, consiste nello scaraventarsi contro le vetrine per attirare l’attenzione, o per sentirsi vivo. Per fortuna, la sua mole non è sufficiente a rompere le vetrine. Ma non è questo il punto… una follia simile non desta stupore se a farla è il nostro caro Hiro. E tanto meno stupisce la sua scelta di dedicarsi completamente alla moda per fare colpo, spendendo tutti i soldi che ha nelle marche più blasonate. E ancor meno stupiscono le lettere, che compongono capitoli a sé stanti, dedicate al suo “clone”; un clone che secondo lui assorbirà la sua anima qualche decennio dopo la sua morte. Non ci si può stupire di niente, in questo libro; perché, altrimenti, ci si dovrebbe stupire di tutto: come di quando Hiro, vestito da coniglio su una pista da sci in Canada, viene investito da uno slittino pieno di bambini. Si rompe due caviglie, nell’urto; e viene da ridere e piangere insieme, perché ‘guarda che sfigato questo Hiro’ ma anche ‘poveraccio, però se lo merita’.

    Si merita tutto, Hiro, di ciò che accade. Forse non si merita i genitori che, dietro ad una parvenza di normalità, entrano in una setta di sciroccati antisistema antitutto. Ma anche questo, forse, non importa. Ciò che davvero conta è che pure Hiro, nonostante tutto, forse riuscirà a cambiare. E se ciò accade non è per la morale fatta da qualche bravo autore travestito da narratore intradiegetico onnisciente, no. Hiro crescerà, prima o poi, solo grazie ad un ultimo lancio contro una vetrina.

    Leggete il libro e divertitevi. Nonostante le brutte immagini (ahimè, qualche critico dovrà spiegarmele), vi divertirete.

     

    Cosimo Benzi Angelini

  • Guillaume Musso – La vita segreta degli scrittori

    Guillaume Musso – La vita segreta degli scrittori

    Di libri che parlano di libri, della scrittura e degli scrittori, ce ne sono tanti. Non per questo si devono bocciare in partenza; essendo però la tradizione così ampia, non è poi difficile smontarli uno ad uno. Ma, calmiamoci. Prima di stroncare o promuovere un libro bisogna averlo letto. Poi, dopo aver abbozzato qualche prima impressione a caldo, si deve riflettere sul libro appena letto. Questo, almeno, se il libro si è riusciti a finirlo.

    Il romanzo di Musso è un libro decente. E come si dice nel libro stesso, un giudizio simile può avvicinarsi sia alla stroncatura sia all’elogio. In questo caso, credo che il giudizio sia letteralmente “decente”: né molto bello, né molto brutto. Insomma, non il miglior libro dell’anno, ma lungi dall’essere il peggiore. E tutto questo, perché?

    La trama è interessante. Una particolare isola immaginaria della Francia, che potrebbe esistere davvero, è scossa da un omicidio; sull’isola abita un grande scrittore che da vent’anni non scrive né rilascia dichiarazioni, e un aspirante autore accetta un lavoro nella libreria del paese con l’intenzione di conoscere l’autore, il suo idolo, per avere un giudizio sul proprio manoscritto. Questo è l’inizio dell’intreccio, che poi si complica (il che è positivo, perché da apparentemente banale si dota di qualche spunto di originalità). I personaggi principali sono ben abbozzati: Nathan Fawles, vincitore del premio pulitzer che vive una vita isolata in una casa “da scrittori”, è ciò che molti aspiranti scrittori vorrebbero diventare. Per questo il giovane Raphael Bataille, manoscritto alla mano, vuole conoscere il suo idolo; vuole diventare come lui, nonostante le sue stranezze e i misteri che lo avvolgono. Perché nonostante le nefandezze di cui un autore si può macchiare, i libri restano puliti; o almeno, secondo alcuni personaggi.

    Tralasciando gli altri personaggi (tra oscuri librai e una giornalista folle che rinsavisce), c’è qualcosa che non va nel libro. Sembra che l’intenzione di parlare della scrittura sia una motivazione forzosa del romanzo; cioè la trama del romanzo e la riflessione sul romanzo, che il libro propone, potrebbero essere scisse. Cosa rimane delle innumerevoli citazioni colte a tema scrittura, alla fine della lettura? Rimane un epilogo in cui un autore si traveste da autore-narratore Altro per spiegare le motivazioni del proprio libro (come se fosse scritto da un omonimo), e le sue riflessioni ultime sulla scrittura. È un romanzo attraversato da riflessioni sulla scrittura; ripeto, attraversato. Certe riflessioni attraversano il romanzo e passano oltre, quindi esso potrebbe esistere anche senza certe riflessioni. E forse, trasformandosi in un thriller puro, poteva essere classificato come “ottimo thriller”. O forse no. Ma analizzando ciò che è, senza considerare l’infinito mondo dell’immaginabile, qualcosa a me stona.

    Se anche riuscissi a far passare le infiltrazioni riflessive, non riesco ad accettare le numerose strizzatine d’occhio rivolte al lettore. Si dice pure nel libro: “è vero, il lettore è importante. Si scrive per lui, siamo d’accordo, ma cercare di piacergli è il miglior modo per far sì che non ti legga”. Musso, in questo libro, propone l’idea che non si debba scrivere per piacere al lettore; eppure, nella pratica, fa quasi sempre l’opposto. Dico quasi, perché solitamente non muoiono certi protagonisti e per fortuna, in questo libro qualcuno muore. Ma in generale, certe “strizzatine” percorrono tutto il libro e sì, lo fanno apparire meno bello di quello che, forse, è.

    In conclusione: il libro è piacevole, con tanti “ma”.