Cosimo Angelini

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  • Il mondo che ha fatto – Roberto Ferrucci (La Nave di Teseo – 2025)

    Il mondo che ha fatto – Roberto Ferrucci (La Nave di Teseo – 2025)

    Era la fine dell’estate del ’22 quando Roberto Ferrucci, durante una chiacchierata che si è poi trasformata in un’intervista, annunciava l’imminente pubblicazione di Il mondo che ha fatto. Il titolo non mi fu svelato, all’epoca, ma ricordo molto bene la cartellina di dattiloscritti che tirò fuori dalla sua borsa, all’improvviso.

    A ripensarci, penso di non aver reagito come avrei voluto, né come avrei reagito oggi. Quei dattiloscritti, insieme ai ricordi, alle registrazioni e ai libri di Daniele Del Giudice, sono stati gli oggetti, le cose, il mondo su cui ha lavorato per più di un decennio Ferrucci, e che oggi, finalmente, vediamo pubblicati in volume. Quell’insieme di cose parole e memorie è diventato un libro, Il mondo che ha fatto.

    [Roberto Ferrucci]: Tu sai che io ho bisogno di materiali, di oggetti su cui poggiare la mia narrativa.

    Amici, allievi, maestri

    Può sembrare strano, e succede raramente, ma da febbraio 2025, dall’uscita del libro Il mondo che ha fatto di Roberto Ferrucci, non si potrà più parlare di Daniele Del Giudice senza parlare, anche, di un suo “allievo”: Roberto Ferrucci.

    Infatti, accade di rado che un allievo diventi indispensabile non tanto al maestro stesso, quanto alla sua memoria. E Ferrucci, nella sua continua attività di divulgazione e diffusione di coloro che ha sempre definito suoi “maestri”, è colui che più di tutti ha garantito a Del Giudice, scrittore schivo e poco prolifico, una diffusione parallela alla cosiddetta “fortuna autonoma” della sua produzione.

    Solo se pensiamo alla malattia di Del Giudice, costretto ancora giovane in una casa di cura per l’Alzheimer, capiamo veramente l’importanza di chi, come Ferrucci, ha lavorato senza sosta per la diffusione di una voce che non era più in grado di parlare.

    Ed è vitale, questo aspetto, se consideriamo anche i tempi lenti della produzione di Del Giudice, che poco si adatta all’odierno mercato librario, e la sua ritrosia nel parlare di sé e dei propri libri. Così l’attività di Ferrucci ha cementato un giudizio di valore non scontato, ma palese, sull’opera di Del Giudice.

    Ma che cos’è Il mondo che ha fatto?

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    Il mondo che ha fatto, in breve

    Questo libro voluminoso è, nonostante la mole, il condensato di una miriade di incontri, registrazioni, interviste, conferenze, articoli. È il racconto di un’amicizia, e il risultato di una grande riconoscenza che Ferrucci non ha mai smesso di provare nei confronti dei suoi maestri, come per Daniele Del Giudice. Da quando quest’ultimo, molti anni fa, prestò un sacco nero della spazzatura pieno di dattiloscritti, testi vari, appunti, articoli del suo archivio, al giovane studente Ferrucci per una tesi di laurea.

    Da quell’incontro ha cominciato a prendere forma questo libro, non facilmente classificabile in maniera tradizionale per il semplice fatto che contiene un po’ tutto. L’amicizia, appunto. Ma anche la realtà di uno scrittore che “dimentica tutte le parole, una dopo l’altra”. C’è la città di Venezia, una Venezia dove Del Giudice decide di vivere e investire tempo e fatica al punto da creare Fondamenta – Città dei Lettori (1999-2003), un festival senza eguali nella storia della città.

    [Daniele Del Giudice]: Io sono felice che Fondamenta sia qui a Venezia, di Venezia e per Venezia, anche se ovviamente aperta nazionalmente e internazionalmente. Venezia è una città eccezionale, non vi è dubbio, ma per vivere, per viverci, occorre costruire la città normale. Fondamenta è un componente normale di una città normale.

    Il mondo che ha fatto è questo e molto altro: un libro obbligatorio per coloro che hanno voglia di scoprire Daniele Del Giudice, non solo l’uomo né esclusivamente lo scrittore; un libro-guida per far capire, agli aspiranti scrittori, l’importanza della parola. Ma è anche un sistema di vetrini per microscopi, racconti di dettagli e zoomate su varie vite e varie città che, viste nel complesso, danno l’idea di qualcosa che non si può riassumere né descrivere, mai, in toto: un’opera, un mondo intero, una vita.

    Il mondo che ha fatto non è una biografia

    Come il precedente libro di Ferrucci, Storie che accadono, più che definire il genere di riferimento, è possibile indicare tutti i generi che contiene in sé, perché la sua complessità non si adatta a nessuna categoria in maniera univoca.

    Il mondo che ha fatto è, innanzitutto, l’incrocio di due biografie, Ferrucci-allievo e Del Giudice-maestro, prima; e di due amici poi, sia nel racconto generale dell’andamento di una vita, o meglio, delle due rispettive vite, sia nel ricordo biografico della vita di un amico scrittore, dei suoi modi di fare, della sua ironia e dei suoi scherzi. Ma soprattutto della sua precisione terminologica, della sua capacità di raccontare ed esprimersi a voce come se ogni discorso, ogni frase, fossero già stati preparati in anticipo, già sbobinati e corretti più volte.

    Ma se qualcuno definisse questo libro come una biografia, o come una porzione essenziale di essa, non direbbe propriamente il vero. Troppe sezioni di vita assenti, troppe intrusioni del biografo. Troppi elementi fanno di questo libro qualcosa d’altro che una biografia.

    La non importanza del genere

    Il mondo che ha fatto, nella sua rielaborazione di incontri, parole e discorsi è, in parte, ma solo in parte, un memoir. Una scrittura memoriale che inizia cronologicamente con l’incontro tra Daniele Del Giudice e un giovane Roberto Ferrucci, studente universitario col proposito di scrivere una tesi su due giovani voci letterarie italiane: Antonio Tabucchi e proprio Daniele Del Giudice.

    Ma, ancora, ridurre questo libro alla mera memorialistica significherebbe ridurlo, semplificarlo, e non rendere conto della totalità che si nasconde dietro al libro, così voluminoso e allo stesso tempo leggero, intimo e al contempo vasto, così eterogeneo e, dote sempre più rara, profondo.

    Tentare di definire cos’è Il mondo che ha fatto è forse una tendenza che accomuna ogni lettore che, per comprendere meglio un’opera, tenta delle definizioni non sempre raggiungibili. In questo caso, penso che una definizione potrebbe essere stata tentata da Ferrucci stesso. Si può ipotizzare che, come per il libro precedente, si sia chiesto, almeno una volta:

    [Roberto Ferrucci]: … e mentre la scrivevo e la scrivo, il dubbio continuo su cosa stessi o stia facendo, se stessi scrivendo una biografia (spero non un’agiografia), una testimonianza, un mémoir o un récit.

    Ma come definire tutte quelle intrusioni dello stesso Del Giudice, con estratti dai suoi libri, dai suoi discorsi, o dalle chiacchierate con lui? Non c’è spazio per citazioni feticistiche sulla vita privata, né riflessioni di poetica fini a sé stesse, ma tante parole, discorsi da ambiti diversi che, tutti assieme, compongono un ritratto, un mondo, un manuale.

    E il manuale, che forse è il genere che più mi piacerebbe accostare a questo libro, non deve essere inteso come manuale di poetica, né come manuale prescrittivo di ciò che è bene e di ciò che è male. Direi, forse esagerando, che la penna di Ferrucci assieme all’intrusione della voce di Daniele Del Giudice, così accurata e potente, hanno dato forma a un manuale particolare, un manuale di vita pieno di domande e con pochissime risposte.

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    Il mondo che ha fatto: infine, un romanzo (?)

    Un libro tra i più preziosi non perché parla di vita e di morte, né di amore e amicizia, anche se pure queste ci sono, ma perché ricorda sguardi diversi, differenti modi di guardare, osservare, raccontare.

    Infine, un romanzo, che nessuno è in grado di definire perché, forse, non si può definire. Ma è da un romanzo che mi aspetto una delle pagine più belle sul “rimpianto”, ed è ne Il mondo che ha fatto che l’ho trovata:

    [Roberto Ferrucci]: Da tempo erano incominciati i rimpianti. I miei. Te ne accorgi dopo, sempre, quando ormai è troppo tardi, con chiunque, hai rimandato, preso tempo, e sono di volta in volta famigliari, amori, amici, quel docente all’università o la professoressa di storia delle medie, o anche semplici conoscenti oppure persone che hai incontrato una volta soltanto e avresti voluto far loro una domanda, che ti è venuta in mente magari non subito, ma hai rimandato o cancellato o censurato e non l’hai mai fatta, né a tuo padre, né alla fidanzatina del Liceo o a Teresa, né a lui. Te ne accorgi quando è troppo tardi, perché quando ce l’hai, il tempo, ti sembra di averlo tutto, di possederlo, e aspetti il momento più opportuno, ti dici che l’occasione arriverà nel corso del tempo, che però poi smette di correre ed è finito.

    Daniele del giudice ritratto, protagonista del libro "Il mondo che ha fatto" di Roberto Ferrucci
    Daniele Del Giudice

    L’attesa di Il mondo che ha fatto, in conclusione

    Finalmente, Il mondo che ha fatto. Era il 2022, inizio autunno o fine estate quando ho incontrato Roberto Ferrucci in uno dei suoi bar preferiti di Venezia. Un luogo non appartato né silenzioso, come vorrebbero gli stereotipi sugli scrittori, ma un luogo a lui caro per scrivere. Era passato qualche anno dall’ultimo incontro e aveva da poco pubblicato in Italia Storie che accadono.

    Dopo una lunga chiacchierata tira fuori dalla borsa qualcosa che non ricordo di aver avuto neanche il coraggio di toccare. Un taccuino di Del Giudice, probabilmente lo stesso di cui parlerà anche in questo nuovo libro, e un dattiloscritto. Erano già passati 11 anni dall’inizio di quel lavoro di composizione, ascolto, scrittura e ricordo che è poi diventato Il mondo che ha fatto.

    Per questo, oggi, posso solo dire: finalmente. Dopo tre anni da quell’intervista in cui aveva spacciato il libro per “prossimo alla pubblicazione”, il libro è finalmente in libreria. Ma non posso prendermela con Ferrucci: solo un piccolo scherzo, il suo, una burla che avrei dovuto individuare, conoscendo bene i tempi della sua scrittura.

    Ma la pena di quest’attesa, comunque, è stata ripagata. E malgrado la difficoltà del compito: raccontare un grande autore, un amico intimo, mancato ancor prima della morte, ricordarlo, per ringraziarlo.

    [Roberto Ferrucci]: Ecco, questi due libri (Storie che accadono e quello futuro su Del Giudice) sono un ringraziamento a due autori importanti per me e un riconoscimento di quanto i libri facciano per noi, di quanto ci diano, quanto ci formino.

    Adesso sarà necessario molto tempo per digerire questo agglomerato di idee, pensieri, discorsi che compongono Il mondo che ha fatto. E bisognerà aspettarne altrettanto, purtroppo, per leggere il prossimo mondo raccontato da Roberto Ferrucci. Quindi, aspettiamo.

    Roberto Ferrucci
    Roberto Ferrucci
    1. Presentazione Il mondo che ha fatto con Roberto Ferrucci – Guanxuinet Network (Youtube, 92 minuti)
    2. La Venezia di Daniele Del Giudice – Atlante Veneziano (Raiplay, 29 minuti)
    3. Daniele Del Giudice tra letteratura e scienza. Con Ernesto Franco e Massimo Cacciari (Youtube, 44 minuti)
    4. L’atlante dello scrittore: vita, opere e prodigi di Daniele Del Giudice (Il Foglio, 01/11/2021)
    5. Il narrare di Daniele Del Giudice (DOPPIOZERO, 20/11/2023)
  • Su Sarà assente l’autore e Achille piè veloce, ovvero di quando i romanzi criticano l’editoria

    Su Sarà assente l’autore e Achille piè veloce, ovvero di quando i romanzi criticano l’editoria

    Cos’hanno in comune Sarà assente l’autore di Giampaolo Simi (Sellerio, 2023) e Achille piè veloce di Stefano Benni (Feltrinelli, 2003)? Tenterò di spiegarvelo nelle prossime righe, concentrandomi su alcuni aspetti che leggerete a breve, più uno che è bene voi sappiate subito: entrambi i libri mi hanno divertito molto.

    Attenzione: nell’articolo potrebbero esserci dei piccoli spoiler su Sarà assente l’autore e Achille piè veloce, consistenti in qualche riferimento sulla trama. Non dovrebbero pregiudicare la lettura dei libri (che sì, vi consiglio di leggere) ma, anche se fosse, io vi ho avvertiti.

    Premessa superflua sui due libri

    Capita a volte di leggere libri non programmati, libri scelti “improvvisando”. Sono libri comprati a caso, nuovi fiammanti nella libreria del paese, o libri devastati da multipli traslochi e venduti in negozietti scalcagnati; tutti libri non necessari nell’immediato. Insomma, libri destinati ad essere incastrati nella sezione della libreria dei libri-in-attesa-di-lettura, proprio sopra al ripiano dei libri-che-non-leggerò-mai-ma-non-posso-buttare. Quando si è fortunati questi libri sono destinati a un ripiano, ma è anche vero che ogni angolo della casa è buono per depositare libri-in-attesa-di-lettura che finiranno, inesorabilmente, per venire degradati a libri-di-cui-disfarsi-senza-passare-dal-via.

    Con Sarà assente l’autore di Giampaolo Simi e Achille piè veloce di Stefano Benni è successo esattamente questo: il primo, l’ho comprato durante una brevissima permanenza in una libreria di paese. Il secondo, invece, l’ho arraffato da una bancarella improvvisata nonostante gli evidenti segni di morsi non umani sulla copertina, sul dorso, nelle pagine interne. Non ricordo perché li ho acquistati né avrebbe senso ricordarlo, anche se va detto che li ho comprati a distanza di anni l’uno dall’altro. Credo sia importante dire che, per quel caso che non esiste o per quelle assurde coincidenze che non hanno senso, li ho letti uno di seguito all’altro.

    E la coincidenza o il caso, che dir si vogliano, sta proprio qui: nello scoprire, dopo poche pagine lette del secondo libro, che i due testi sono affratellati da temi, intrecci, sviluppi. Il tutto legato da una sottile ironia che rende questa coppia di romanzi una dilogia quasi inseparabile.

    Sarà assente l’autore di Giampaolo Simi

    Da autore di libri di ricerca, destinati a una ristrettissima cerchia di studiosi e intellettuali, a ghost-writer di bestseller che spaccano le classifiche il passo è molto breve nel libro di Giampaolo Simi. Sarà assente l’autore parla infatti dell’incontro fortuito tra uno sfortunato autore di estrazione universitaria e il direttore editoriale di Idra Media Group, enorme leviatano editoriale che ha appena perso il suo autore di punta.

    I due protagonisti si salvano a vicenda: l’autore replica i pessimi libri dell’autore defunto salvando il posto di lavoro del direttore editoriale, e quest’ultimo lo ricopre di soldi. Ma questo intreccio è solo una scusa per dire tante cose (che in pochi dicono) sul mondo, sull’editoria, e sullo scrivere.

    C’è un po’ di tutto: il disastro di Trenitalia; la chiusura delle librerie; i festival di letteratura che occupano città e paesi sperduti scordandosi, talvolta, la “letteratura” per rimanere solo “festival”. E, ovviamente, c’è la costante critica alle “abiette logiche di mercato che del resto è ormai dominato da un solo, enorme, orrendo Leviatano, quell’Idra Media Group che, magari lei non lo sa, ma… come una grande cloaca ormai raccoglie qualsiasi deiezione espressiva di questo sfortunatissimo paese”.

    L’autore, tramite le vicende, riesce a criticare con ironia amara tutto ciò che non funziona nell’editoria. Ma, soprattutto, dice ciò che in pochi riescono a dire: lamentarsi dei best-seller di scarsa qualità che si vendono come il pane, e dell’editore che, per interesse economico, li alimenta, è inutile. E non è rivolto a loro questo libro perché, ne sarà conscio l’autore, non sarà questo libro a cambiare le sorti del mercato editoriale.

    La critica più feroce del libro è quella contro coloro che avrebbero le capacità di opporsi, e preferiscono rinchiudersi nella loro sempre più decadente torre d’avorio. Simi, a mio parere, punta il dito contro gli intellettuali e i professori universitari, con tutta la loro cerchia di adepti. Ma anche contro quei lettori “forti” che storcono il naso a sentir parlare di quei best-seller da spiaggia che, seppure in molti casi di scarsa qualità, sono comunque letti.

    – Voi lo potete umiliare quanto volete, uno come Lo Sospiro. Lo potete anche prendere per il culo, attaccando i romanzi di Crudeli per colpire lui, e dove gli fa più male, cioè sulle copie vendute… perché, in fondo, siete sostanzialmente dei vigliacchi. Ma tutto questo non cambierà il fatto che la letteratura cosiddetta alta, che poi oggi sarebbe rappresentata dai vostri romanzi, dai miei e da quelli dei nostri amici, discepoli o mentori… non parla a nessuno, non tocca i problemi veri di nessuno. Scrivete libri per persone che ne hanno letti già altri diecimila, ma per carità, non sarebbe neanche questo il problema… è che devono essere esattamente gli stessi diecimila che avete letto voi! Ma da quale feroce demone autoreferenziale siete posseduti?

    Tra quei lettori forti penso di rientrarci anche io. Faccio mea culpa, lo fate anche voi?

    Achille pié veloce di Stefano Benni

    Nel libro di Benni il protagonista è invece Ulisse, un giovane scrittore e lettore, pagato poco (e raramente) da una piccola casa editrice di sinistra che sgomita per resistere all’onnipresente gruppo editoriale al cui comando c’è un personaggio chiamato Duce. Anche qui un incontro ben orchestrato innesca la storia: l’amicizia con Achille, un ragazzo disabile e dall’ironia macabra, permette a Ulisse di pubblicare un nuovo romanzo e salvare le sorti di tutti.

    Ma come nell’altro libro, anche qui la trama è una piccola parte del tutto. Achille e Ulisse sono sì gli eroi protagonisti di una storia che ha un inizio e una fine ben definiti, ma tra l’inizio e la fine c’è una società intera: la società italiana. Le agitazioni sindacali per gli ingiusti licenziamenti, l’euforia consumistica da centro commerciale, la concezione della disabilità, l’amore. C’è anche l’editoria fatta di quasi monopoli (ma pure lo sfruttamento del lavoro editoriale da parte di piccoli editori che, spesso, si difendono con lo scudo della “passione”), i poteri forti che controllano tutto e l’economia del “favore”.

    E poi c’è Benni con la sua ironia e le sue invenzioni linguistiche. Solo grazie a lui è possibile vedere autobus come draghi, o notare l’uscita da certi manoscritti in attesa di lettura dei loro autori, in piccolo formato, che sbucano dalle pagine per convincere il giovane lettore editoriale a dargli una possibilità.

    Che sogni terribili – pensò – non passerò mai più una notte insonne a leggere scrittodattili. Io ripeto sempre che scrivere è atto nobile nel migliore dei casi, ingenuo nel peggiore. Tranne poche eccezioni di grafomani arroganti inediti che imitano grafomani arroganti già editi, scrivere non peggiora il mondo. I libri sono firmati parola per parola. I loro pregi e tradimenti sono visibili, la loro libertà o corruzione e inutilità apparirà chiaramente, sulla pagina sterminata dei secoli. Alcuni dureranno, altri scompariranno. Ogni segno su di loro è nobile ruga di tormentata e ripetuta lettura, logorio del breve vento da una pagina all’altra, sbiadire di copertine tra amori e rifiuti, sottolineature, polvere di abbandono. Mentre inalterabili, mai scelti né respinti, mai veramente nostri, i dominanti schermi ci circondano di felicità non abitata, colpiscono ipocritamente, con falsa neutralità e velenosa indifferenza, creano parodie di sentimenti che evaporano nello spazio di una sigla. Hanno soldi, potenza, ma meno idee di una singola pagina. Scrivere nasce dal leggere e al leggere è grato. Scrivere è una delle poche cose rimaste uniche e nostre, dalla firma al romanzo, dal primo tema al testamento.”

    L’ironia e la critica: necessità assenti

    Spero che siano bastati questi brevi accenni ad affiancare, in maniera sensata, due libri per certi aspetti molto distanti. E per incuriosirvi. Per quanto sia evidente, bisogna ribadire che se qualcuno ancor’oggi “critica”, cioè mette in discussione qualcosa, significa che nonostante tutto quel qualcuno ancora osserva, si intromette, e spera in un cambiamento. Maggiore è il valore se lo fa, come nel caso di Sarà assente l’autore di Simi, un autore ormai ben noto, e soprattutto dalle fila di un editore così importante come Sellerio.

    Ma la ripetizione delle stesse critiche, a distanza di vent’anni, non può che rendere ancora più amaro il nostro sorriso. Perché in un mondo completamente diverso, iperconnesso e ipertecnologico, leggendo questi libri si potrebbe dire che non sia cambiato niente. Certo, oggi si fanno videochiamate e gli scrittodattili benniani sono diventati per lo più pdf leggibili online. La tecnologia è cambiata ma tutto il resto pare identico.

    Postilla assolutamente non superflua forse

    Questi libri sono forse per “addetti ai lavori”? Li ho apprezzati così tanto solo perché sono un ex addetto lavoratore editoriale? Questo proprio non riesco a chiarirmelo. Certo, conoscendo i gangli dell’editoria è più semplice apprezzare certe trovate, certe critiche o certi riferimenti decisamente espliciti. Ma tanti sono gli aspetti traslabili alla vita di tutti i giorni, anche di chi non legge e non scrive. Al punto che, probabilmente, mi sto fasciando la testa per niente.

    Perché spesso seguiamo ciò che ci porta lontano dai nostri desideri? pensò. Ci inchiniamo alla polemica del giorno, di cui capiamo la pochezza, ma a cui tutti si abbeverano. Ci accodiamo al dipanarsi della chiacchiera di cui non ricordiamo più l’inizio, al ciarlare di chi affolla la fotografia ai piedi del sovrano. E tutto intorno, c’è chi lavora, studia e coltiva idee che dureranno mille volte più di un lampo di notorietà in televisione o su un giornale. Ma tutti, spesso, abbiamo preferito quel lampo alla paziente speranza. Solo quando perdiamo queste persone, i custodi dei semi, delle idee, del giardino nascosto delle parole, ci accorgiamo che non li abbiamo ascoltati abbastanza.

    Ma imparare l’arte del guardare oltre le luci, nella penombra, nello spazio quasi invisibile tra due pagine chiuse, questa è la sfida.

    E tu cosa ne pensi? Scrivimi!

  • Lontano da Crum – Lee Maynard (Mattioli1885, 2018)

    Lontano da Crum – Lee Maynard (Mattioli1885, 2018)

    Come si può raccontare Crum, una piccola cittadina al confine tra West Virginia e Kentucky, in breve, senza farsi odiare? O si mente, oppure è impossibile. Miniere di carbone e campi come unica fonte di sostentamento, alcool e ragazzini inquieti, precoci e armati, pronti a seminare il panico per sopravvivere alla noia. Crum è questa, e poco altro. O così appare in Lontano da Crum, di Lee Maynard, che a distanza di anni ha deciso di scrivere un romanzo sulla sua città natale, attirando l’odio (e il fastidio) di chissà quante persone.

    Il cartello ai margini del paese diceva “Crum – comunità non incorporata”. Avrebbe dovuto dire “non necessaria”.

    Lontano da Crum di Lee Maynard, dove tutto sembra possibile

    Il protagonista, Jesse Stone, è uno dei tanti ragazzini del paese. È un orfano che vive nella baracca attaccata alla casa dei cugini, con pochi averi nascosti sotto al letto e condizioni di vita che oggi sembrano fantascienza. Però, a quel tempo, erano la normalità: poco da mangiare, caldo atroce d’estate, freddo gelato d’inverno. E un fucile carico, sempre pronto. Ah, gli Stati Uniti d’America!

    lontano da crum recensione lee maynard

    Il racconto procede per lo più per eventi singoli, piccole magagne, pestaggi, risse, e latrine che esplodono. Eppure, nonostante la comicità dell’assurdo, ogni tanto emerge un Lee Maynard osservatore, riflessivo, quasi romantico. Che dura poco, certo, ma c’è. E si interrompe, solitamente, parlando di sesso.

    C’erano tre cose che, nel liceo di Crum, la maggior parte dei ragazzi aveva in comune: la povertà, l’ignoranza, e il saper scopare. Eravamo poveri in canna e non sapevamo nulla di nulla di ciò che succedeva al di fuori della valle del fiume Tug, ma tutti quanti sapevamo scopare. Tutti scopavano con tutti.

    La carica sessuale, nel bene e nel male, attraversa il libro anche sotto forme assurde, inverosimili ai nostri occhi. Eppure, a Crum, tutto sembra possibile. Può esplodere la latrina dell’unico poliziotto del paese. Puoi vedere sua moglie che non tenta neanche di nascondersi per fare la pipì nel bosco. Puoi prenderti una fucilata nel petto dai vicini di stato, e solo per aver raccolto del carbone dal fiume. Puoi, persino, rubare carne fresca direttamente dal camion del fornitore, e poi sbaffartela comodamente nel bosco, insieme ai tuoi amici. Oggigiorno, qualcuno direbbe che a Crum agiva una baby-gang potentissima.

    Una provincia, tante province, la stessa fuga

    Quante Crum abbiamo avuto, in Italia? E quante ne esistono ancora? Sembra strano che possano accadere ancora oggi, da noi, certe cose. Forse è sbagliato prendere così seriamente un romanzo che non vuole essere preso troppo sul serio. Eppure, in qualche modo, lo si fa, anche tra una risata e l’altra. Ed è come se Lee Maynard, parlando di Crum, parlasse, oggi, dei quartieri periferici di Milano, dei sobborghi di Roma, delle nostre periferie in decadenza. Quelle stesse periferie dove la noia ti porta, a volte, a scappare. Altre volte, invece, a mettere un punto alla tua vita.

    Scorcio non recente di Crum, con al centro la scuola elementare.

    Per questo, tra le varie marachelle, tra le risse, e soprattutto tra i sessi di ragazzi annoiati, Jesse Stone ha solo un’idea in testa: andarsene. Come se ne va chi può farlo (e non sono molti). Come se ne vanno quasi tutti i professori del liceo, che nessuno può costringere a vivere lì durante la chiusura delle scuole.

    A volte pioveva. Non c’è niente di più lieve del rumore soffuso della pioggia in montagna, quella sensazione di tepore, armonia e ordine che viene dall’aria ripulita e messa a nuovo. Tutte le volte che mi sentivo intrappolato, giunto al limite, quando mi sembrava che se avessi dovuto sopportare la vista di Crum per altri cinque minuti, sarei finito col mettermi sdraiato sulle rotaie del treno… di solito, quando mi sentivo in quel modo, per un motivo o per l’altro pioveva. La pioggia si stringeva attorno al mio mondo, avvolgendomi con una piccola cupola grigia che si spostava con me mentre attraversavo a piedi colline e forre.

    In conclusione, perché leggerlo

    Lontano da Crum è un romanzo che si legge volentieri, che diverte facendo riflettere anche se, a volte, alcune scene possono dar fastidio. Ma è anche giusto che infastidiscano certe scene di sesso (troppo) giovanile, come è giusto che vengano raccontate: se quella era la vita a Crum, perché nascondersi dietro una foglia di fico? No, ecco, meglio fare come un caro amico del protagonista: andare davanti ad una professoressa, davanti ad una folla, e finalmente togliersi la foglia di fico per mostrare, a tutti, il proprio membro, la verità, quello che è davvero Crum.

    Approfondimenti a Fuga da Crum di Lee Maynard

  • Urla sempre, primavera – Michele Vaccari (NNE, 2021)

    Urla sempre, primavera – Michele Vaccari (NNE, 2021)

    Attenzione: Urla sempre, primavera mi è stato consigliato dalle libraie della preziosa Libreria Piena di Lisbona. Se passate di là, dovreste proprio andarle a salutare.


    Un libro, tanti libri

    Non è affatto semplice parlare di un libro che, in realtà, ne contiene almeno cinque. E dico almeno perché in Urla sempre, primavera di Michele Vaccari, oltre ai cinque libri di cui è composto l’indice, la narrazione è arricchita da voci registrate, documenti “storici” di un futuro successivo alla narrazione, sogni. Un romanzo distopico a tante voci, un romanzo che parla del nostro passato, del nostro presente e del futuro che potrebbe attenderci (o che è già qui).

    Urla sempre, primavera michele vaccari nne

    Ma partiamo da un accenno di trama: in un’Italia distopica un gruppo di anziani prende il potere in maniera “democratica” (come i fascisti, insomma) e viene imposto il divieto di fare figli: l’umanità deve estinguersi. In questo scenario, le donne scendono in piazza e tentano di resistere; molte fanno figli, ma il potere è più forte, e prende il sopravvento.

    Siamo arrivati a una società ideale che corrisponde a un cimitero in cui tutti sognano di essere gli unici becchini.

    Siamo a Genova, e nella città del G8 più tristemente famoso della storia si ripetono gli stessi orrori, ma più gravi, del terribile 2001. Le donne sono trucidate, e i loro bambini cadaveri con le madri o, nel migliore dei casi, cresciuti come bestie, analfabeti che parlano una lingua rotta, la Lingua Nuda.

    Una storia originale raccontata con un linguaggio preciso, scelto; un linguaggio che nelle prime pagine può sembrare sfidante, eppure rapisce il lettore e lo tiene incollato alla pagina, grazie anche ad una narrazione letteralmente avvolgente.

    Il potere dei Delfino

    La storia comincia con una coppia di giovani ribelli che riesce a scappare sulle alture di Genova. Lei è incinta, e la piccola figlia muove i primi passi su quelle alture, lontana dalla città, troppo pericolosa per le madri e per i bambini. Ma la madre sa che è solo questione di tempo. Prima o poi, le guardie, li troveranno.

    Per questo registra la sua voce con una vecchia tecnologia a cilindri, sperando che la figlia riesca a crescere e, chissà, a salvare il mondo. Sì, proprio così: Zelinda, la giovane madre, ha ereditato dal padre biologico un particolare dono, che si potenzia col procedere delle generazioni. I Delfino, infatti, riescono a entrare nei sogni altrui, a dialogare con chi sogna e, in alcuni casi, a far accadere le cose.

    Comunque andrà, abbiamo già deciso cosa fare. Io entrerò nei sogni del Presidente, cercherò di cambiarli, se ce la farò, li renderò veri. È il mio potere, nonno lo ripeteva come un monito.

    Per evitare troppi spoiler, non parlerò del padre di Zelinda. Possiamo dire soltanto che è un ex-partigiano omosessuale, protagonista di alcuni fatti eclatanti durante gli anni di piombo, e che è in prigione per questo. A lui è dedicato un intero libro, la terza sezione, e attraverso la sua figura l’autore riscrive in parte la storia del Novecento italiano.

    Gli animali e la natura

    La trama è talmente complessa (e non, mi raccomando, complicata), che non ho ancora avuto modo di spiegare a cosa faccia riferimento il titolo. Ecco, non solo le donne non possono più avere figli, ma un movimento iper-animalista ha convinto il governo a dichiarare illegali gli allevamenti e gli animali domestici, cacciando tutti gli animali nei boschi. In più, come purtroppo capita già di vedere oggi, alcune verità scientifiche vengono ribaltate. In particolare, la fotosintesi clorofilliana non esiste e gli alberi sono nemici dell’uomo perché produrrebbero soltanto anidride carbonica.

    Ed è nella natura considerata tossica che, in caso di arrivo delle guardie, troverà rifugio la piccola Egle:

    Nel 2001 non è iniziato il millennio, è finito il nostro Paese, gli hanno ammazzato il futuro.
    Per questo, abbiamo così paura.
    Abbiamo già visto cosa sono in grado di fare quando gli tocchi il potere.
    Se ci verranno a prendere, con tuo padre abbiamo deciso sarà lui a provare a lasciarti nel bosco. Io farò da diversivo, tanto è me che vogliono. Per fortuna, tutti credono che la natura sia tossica. Questa ignoranza sarà la tua salvezza.
    Gli animali ti daranno una mano, sono stati abbandonati come te.

    E sono tante le cose che andrebbero ancora dette su un libro simile. Non solo è molto voluminoso (448 pagine) e la sua struttura, come abbiamo detto, è molto complessa. Sono tante le trovate originali dell’autore, le sue invenzioni, che è bravissimo nel creare un mondo distopico e realistico, inventando anche veri e proprio dialoghi nella nuova Lingua Nuda. Ma la sua bravura maggiore consiste nell’aver creato un mondo non così inverosimile e lontano dal nostro.

    Genova in Urla sempre, primavera

    La città in cui sono ambientati i fatti non è scelta a caso. I personaggi che si trovano a correre per la città seguono percorsi particolari, vie precise, intravedono luoghi noti e meno noti di una città che, l’autore, mostra di conoscere bene (c’è nato). E questa conoscenza dà valore alla narrazione, rende verosimili gli ambienti e i personaggi che rappresentano, oltre gli stereotipi, una generazione di uomini e donne che ha perso ogni lotta, ma che non si arrende.

    E Genova rappresenta, nel libro, ciò che è realmente: la nuova capitale di un paese di vecchi. E fa sempre bene ringraziare l’autore, che ci ricorda una grande verità: quant’è vecchia la Liguria, quant’è vecchia Genova.

    dettaglio Urla sempre, primavera michele vaccari nne

    Non fa sorridere vedere Genova capitale di una società di vecchi. Ma questa, più che distopia, è la realtà.


    Se Urla sempre, primavera vi incuriosisce (nonostante il mio pessimo articolo), vi consiglio di guardare questa presentazione dell’opera con l’autore, Michele Vaccari:

  • Il libro del buio – Tahar Ben Jelloun

    Il libro del buio – Tahar Ben Jelloun

    Il racconto di una prigionia disumana, un excursus sui metodi necessari a sopravvivere (o tentare di sopravvivere) in una prigione simile. È questo Il libro del buio, opera basata sulla testimonianza di un ex detenuto della prigione di Tazmamart, prigione segreta con lo scopo di punire, rinchiudere e uccidere traditori della monarchia e detenuti politici. In primo luogo, bisogna decidere se salvaguardare la mente o il corpo: le poche energie che arrivano dall’acqua sporca e dal pane secco che le guardie forniscono vanno centellinate, misurate e distribuite nel migliore dei modi.

    Salvare la mente per salvare il corpo

    Il protagonista decide di impegnarsi per avere salva la ragione. Il corpo, inevitabilmente, si sarebbe deteriorato comunque al buio, in una cella così minuscola che pareva una fossa, una tomba, e senza servizi igienici se non un buco sul pavimento. Per quanto difficile, invece, la mente può essere salvata, e non, come ci si aspetterebbe, ricordando la vita prima, la vita fuori, che è la cosa più pericolosa. Ma dissociandosi da tutto ciò che si è vissuto in precedenza, scacciando i ricordi più felici fino ad eliminarli, se possibile. Da lì parte la salvezza:

    Resistere a ogni costo. Non cedere. Chiudere tutte le porte. Indurirsi. Dimenticare. Svuotare la propria mente del passato. Fare pulizia. Non lasciare nulla nella testa. Non guardarsi più indietro. Imparare a non ricordare più. Come fermare questa macchina? Come fare una selezione nella soffitta dell’infanzia senza perdere completamente la memoria, senza cadere nella follia? Occorre chiudere a chiave le porte anteriori al 10 luglio 1971. Non solo non bisogna più aprirle, ma è imperativo dimenticare quello che nascondono.
    La vita prima di quel giorno fatale non doveva più riguardarmi.

    Ma anche nel gruppo si trova, più che in se stessi, la forza di resistere. Nonostante le celle siano singole e minuscole, i detenuti riescono a comunicare, a mantenere unito il gruppo, al punto che ognuno ha assunto un compito diverso. C’è chi tiene il tempo, un uomo che inspiegabilmente riesce a dire sempre l’ora esatta, e così il giorno, il mese, l’anno. C’è chi sa tutto il Corano a memoria, e oltre ad intonare il canto nei funerali riempie i vuoti, i silenzi accecanti del buio con parole note a tutti.

    il libro del buio einaudi tahar ben jelloun

    Il compito del narrare ne Il libro del buio

    Anche il protagonista ha un ruolo. Figlio di un amico del re, una via di mezzo tra buffone e poeta di corte, anche lui ha avuto modo di leggere, di studiare e, come il padre rinnegato, ha appreso molte poesie a memoria, molte storie. Il suo ruolo, nel gruppo di detenuti, è quello del narratore. Un ruolo invocato spesso dagli altri perché le storie, soprattutto quelle che non parlano di te, possono farti viaggiare, possono farti uscire dalla fossa in cui sei rinchiuso e farti diventare, talvolta, anche Marlon Brando.

    Io ne ho bisogno. Sogno di sentire delle parole e di farmele entrare nella testa, di vestirle di immagini, di farle girare come una giostra, di conservarle al caldo, e di ripassare il film quando sto male, quando ho paura di precipitare nella follia. Dài, non essere avaro, racconta, su, inventa se vuoi, ma dammi un po’ della tua immaginazione.
    Non è più per passare il tempo, è per non crepare, sì, ho il presentimento che se non sentirò più le tue storie, deperirò.

    il libro del buio tahar ben jelloun la nave di teseo delfini

    L’esempio della madre

    Eppure, nonostante tutte le tecniche solitarie e di gruppo per sopravvivere alla follia, è un pensiero ricorrente che dà al protagonista la forza di vivere: il pensiero della madre, delle sue fatiche, della sua stoicità di fronte ad un marito assente e disinteressato. È per lei, e grazie a lei, che il prigioniero trova forze che non sa di avere.

    Eri grandiosa. Cacciavi quell’uomo con fermezza. Non cedevi né vacillavi mai. La tua forza di carattere era la tua libertà. La tua volontà di vivere con dignità ti rendeva più bella, più forte.
    O mamma, ti sento triste. Pensa che sono in viaggio, scopro un mondo insondabile, scopro me stesso, imparo, ogni giorno che passa, di che stoffa mi hai fatto. E te ne sono grato.

    Il libro del buio, un libro mai vecchio

    La capacità di Tahar Ben Jelloun di descrivere un simile stato di deprivazione è, al contrario, difficilmente descrivibile. Alcune scene, alcune considerazioni, fanno immaginare di essere noi stessi, i lettori, rinchiusi dentro ad un buco.

    Di prigioni simili ne esistono ancora, e forse non smetteranno mai di esistere. Per questo Il libro del buio, nonostante l’inguaribile mania tutta italiana di modificare a proprio personale gusto i titoli di film e libri, è un libro da leggere, da diffondere, un libro denso su cui non smettere mai di discutere.

    Cette aveuglante absence de lumière tahar ben jelloun

    “Silenzio” di Tahar Ben Jelloun

    Per finire, ecco una poesia in versi liberi contenuta all’interno de Il libro del buio.

    In realtà c’erano diversi tipi di silenzi:
    quello della notte. Ci era necessario;

    quello del compagno che ci lasciava piano;
    quello che osservavamo in segno di lutto;
    quello del sangue che circola lento;
    quello che ci ragguagliava sugli spostamenti degli scorpioni;

    quello delle immagini che ci passavamo e ripassavamo nella mente;
    quello delle guardie che tradiva stanchezza e routine;
    quello dell’ombra dei ricordi bruciati;
    quello del cielo plumbeo di cui non ci perveniva quasi nessun segno;
    quello dell’assenza, l’accecante assenza della vita.

    Il silenzio più duro, più insopportabile, era quello della luce.
    Un silenzio potente e molteplice.
    C’era il silenzio della notte, sempre uguale,
    e poi c’erano i silenzi della luce.
    Una lunga e interminabile assenza.

  • Due.città – J. Á. González Sainz (Helvetia, 2021)

    Due.città – J. Á. González Sainz (Helvetia, 2021)

    Tutto il mio lavoro e la mia vita scorrono sotto l’insegna del due: due paesi, due vite, due lingue, l’andare e il ritornare…

    E due sono le città italiane in cui Sainz ha vissuto più a lungo: Trieste e Venezia. Città così vicine e così lontane, con in comune lo stesso mare eppure così diverso. Due.città è una raccolta di racconti, due appunto, ambientati nelle città che ha abitato e vissuto.

    I racconti, però, sono «due racconti naufraghi», rimasugli di altrettanti progetti naufragati che non vedranno più la luce. Collegati, quindi, non solo dalla stessa penna (sarà cambiata, forse, tra le due stesure, ma potrebbe essere sempre dello stesso modello?, magari lo stesso modello di penna che scrive sullo stesso tipo di carta?) ma anche dallo stesso destino.

    Trieste, «una città che è tutte le città»

    Nel primo racconto, Una leggera differenza di espressione, un amico dell’io-narrante scompare all’improvviso senza lasciare traccia né indizi sulla sua fine. O meglio, qualche indizio lo si può trovare in alcune espressioni, in alcune riflessioni sulla città. Perché a Trieste c’era arrivato per caso, prendendo il treno sbagliato, e dopo averla vista aveva deciso di rimanerci.

    Ecco, mi raccontò che si disse, un destino che è il destino del caso, un buon risultato che è conseguenza dell’errore, una città che è tutte le città in un luogo che è tutti i luoghi e un tempo che è tutti questi ultimi tempi, il luogo di tutte le contraddizioni e di tutti gli incontri, con la montagna che prende la città alle spalle e il mare che le entra in faccia […]. Non nessuna parte, mi disse, ma tutte le parti, non niente, bensì tutto, tutto già ancora.

    Trovarsi per caso in una città che non solo è tutto, ma è «tutto già ancora», implica una fuga forse non imminente, ma già scritta, segnata. Così è stato. E solo a distanza di tempo il protagonista rilegge le parole dell’amico alla ricerca di nuove tracce, di segni che avrebbero potuto preannunciare la scomparsa. Già nell’incipit il narratore ricorda, come da titolo, l’ipotetico indizio in una peculiare differenza di espressione dello scomparso, un cambio di persona in una frase fumosa e chiarissima insieme:

    Sono appena arrivato, e devo già ripartire, mi disse: oppure, non ricordo esattamente, forse quello che disse fu che sembrava come se fossimo arrivati da pochissimo e tuttavia dovessimo già andarcene. E questa differenza, questo piccolo salto dalla prima persona singolare alla prima plurale, è diventata oggi, a sei lunghi mesi dalla sua sparizione, non tanto di vitale importanza per riuscire a sapere che cosa ne sia stato di lui, ma forse addirittura la pista più plausibile.

    Alla fine del racconto, un piccolo colpo di scena risolve i dubbi sull’incolumità dell’amico. Ma non scioglie i nodi sui perché, sui per come: il lettore trarrà le sue conclusioni.

    Venezia e la «strozzatura delle calli»

    Il secondo racconto, L’altra strada, ha come protagoniste Venezia, le sue calli e la paura di cambiare abitudini. L’io-narrante, abituato a fare tutti i giorni la stessa strada per andare al lavoro, si accorge all’improvviso di una possibile strada alternativa. Forse più breve, forse più lunga, forse senza uscita. Ma non può saperlo finché non la prova. Eppure non la vuole provare per mille e più motivi: la paura di cambiare, la paura di perdere tempo e addirittura di perdersi.

    Ma la più importante è «la paura, il timore di perdere quella sistematicità, quella minuziosità sicura e abituale» che annoia anche il protagonista, lo stufa, ma allo stesso tempo lo rassicura. E se cambiando un’abitudine così minuscola e consolidata cambiasse anche altro? E se stufassero i baci dell’amata che lo aspetta a casa? E se stufasse l’odore delle lenzuola pulite, che hanno sempre lo stesso odore, fresco e noto?

    Così quella strada continua a non prenderla mai, e si ostina a pensarci fino a preoccupare il protagonista stesso: «a volte penso che mi si possa trasformare in un’ossessione irreversibile».

    Due città, due storie, un libro da leggere

    Al lettore rimane da scoprire se la strada non presa rimarrà tale, e le varie motivazioni. E se il lettore è avveduto e vispo, non potrà non interrogarsi sulle proprie strade non prese, sulle proprie sparizioni, sulle proprie fughe.

    Forse è una e l’altra cosa, paura e precauzione nello stesso tempo, saggezza e spavento. Ma ho forse esplorato tutti gli angoli del mio percorso abituale sfruttandone – me ne sono reso conto – tutti gli anfratti del mio itinerario per poter dire che ormai lo conosco per intero e ne sono stanco o giunto alla fine?


    Il libro Due.città è stato pubblicato dalla Helvetia Editrice nella preziosa collana dei “Taccuini d’Autore”, diretta dall’amico e scrittore Roberto Ferrucci. La collana «raccoglie libri in viaggio. Testi che girano per il mondo, percorrono le frontiere della scrittura, che attraversano quest’epoca astrusa cercando tracce di significato, incontrando storie, paesaggi, personaggi. Libri che ci accompagnano nella quotidianità e nei nostri altrove».

  • Lorenza Stroppa – Cosa mi dice il mare (BEE, 2022)

    Lorenza Stroppa – Cosa mi dice il mare (BEE, 2022)

    Essere felici a volte è più difficile che lasciarsi andare.

    Cosa mi dice il mare è l’ultimo libro di Lorenza Stroppa, che ho avuto il piacere di conoscere durante uno dei corsi del Master che ho frequentato. Chi mi conosce sa quanto io ci tenga al mare, quanto mi manchi in alcuni periodi. Per questo non potevo evitare di leggere un libro che al mare è così legato. Così l’ho letto, tutto d’un fiato, e sempre di fronte al mare.

    Cosa mi dice il mare parla di difficoltà, traumi, problemi familiari. E lo fa con un occhio sempre rivolto verso il mare, a volte solo sfondo scenico, spesso però protagonista delle vicende.

    In breve, Corinne è madre di un ragazzo particolare con la mania per i numeri, e un giorno decide di scappare di casa. Vuole tornare sui propri passi, andare a ritroso nella sua vita per affrontare problemi mai risolti e mai sopiti. Tra questi, la morte misteriosa della sua più cara amica d’infanzia. Abbandonando casa, però, complica la situazione del figlio che viene mandato dal padre a casa dei nonni materni, praticamente degli sconosciuti con cui Corinne aveva tagliato tutti i ponti.

    In tutto questo, il mare parla sempre. A volte restituendo oggetti, cose, altre volte semplicemente col rumore delle onde. Ma a parlare è anche il silenzio che accompagna per qualche secondo l’entrata in acqua dopo un tuffo da una grande altezza, un silenzio lenitivo e pacifico.

    La bravura di Lorenza Stroppa consiste nell’aver ascoltato il mare molte volte. Per questo dimostra di conoscerlo davvero, il mare, e quindi di saperlo raccontare. Poi, il romanzo racconta vicende così complesse e umane da racchiudere tutto: i problematici rapporti tra genitori e figli, il lutto, l’amore giovanile e quello più maturo. Ma anche il tema della fuga di fronte alla difficoltà di certi ostacoli, e soprattutto l’amicizia.

    La bellezza di questo libro sta nell’incontro tra le vicende della madre con quelle del figlio: casualmente, il passato della madre che ancora la tormenta si scontra e si incrocia con le avventure del figlio nella casa dei nonni materni, nelle zone dove la madre è cresciuta. Tutto si intreccia, complicandosi, fino allo scioglimento definitivo dei nodi più antichi grazie al ritorno alla casa materna.

    Siamo a casa solo dove il cuore è in pace.

    Cosa mi dice il mare è un libro da leggere di fronte al mare, con le onde che si infrangono sugli scogli, o che si adagiano con meno fragore sulle battigie sabbiose. Ma in realtà è anche un libro da leggere quando dal mare si è lontani, qualsiasi stagione sia. Insomma, è il libro perfetto per quando il mare ci manca e non ne sentiamo più la voce da tanto, troppo tempo.

  • Vitaliano Trevisan – Works (Einaudi, 2022) – Recensione

    Vitaliano Trevisan – Works (Einaudi, 2022) – Recensione

    “Dopo trent’anni nello stesso posto sarei anche io un vecchio rimbambito esattamente come loro. Brivido lungo la schiena. No, mi dicevo, perché un giorno inizierò a scrivere; non so ancora quando, né come, ma un giorno inizierò e sarà finita. Per ora scrittore che non scrive, ma comunque scrittore. Un pensiero che mi rincuorava sempre molto.”

    I lavori di una vita in Work di Vitaliano Trevisan

    Una vita intera vista in funzione del lavoro, o meglio: i lavori di una vita che raccontano la storia di un uomo, Vitaliano Trevisan, dal desiderio adolescenziale di una bicicletta tutta sua al parziale successo letterario, passando per una miriade di incontri, personaggi, storie.

    È questo Works di Vitaliano Trevisan, uno degli scrittori del Nordest, scomparso agli inizi del 2022. Pubblicato per la prima volta nel 2016 dopo 6 anni di scrittura, è stato ripubblicato a un mese dalla morte dell’autore con l’aggiunta di un racconto inedito “per espresso volere dell’autore”.

    Il libro è un corposo romanzo autobiografico che ripercorre la vita sempre in bilico di Trevisan, passata soprattutto nel suo Nordest, nella provincia vicentina di zone industriali e magazzini decadenti. Pochi i cambi di scena: a parte alcuni viaggi giovanili ad Amsterdam per rifornirsi di droghe, la principale fuga fu in Germania, dove fece il gelataio per una stagione.

    Il Veneto, il Nordest e Trevisan

    Il resto è tutto lì, nel suo Veneto, nella sua periferia diffusa che tanto ha odiato ma che alla fine è sempre stata la sua periferia. Il suo paesaggio, la sua casa. Luogo dove tutto è iniziato e dove tutto, inesorabilmente, si è concluso.

    E quel paesaggio, che è sì sfondo ma sfondo co-protagonista, in questo memoir lascia il ruolo di attore principale ad altro: al lavoro. Anzi, ai lavori. Una sequela di lavori diversi, spesso opposti; lavori d’ufficio o manuali, al chiuso o all’aperto, ben retribuiti (pochi) o in nero e senza garanzie (tanti). Ed è con i lavori che narra la sua vita perché quelli, forse più di ogni altra cosa, l’hanno determinata. L’hanno definita come una vita non ordinaria, una vita volutamente non regolare.

    Aspetti non secondari sono le regolari crisi depressive, cicliche, poi le droghe, l’irrequietezza, e finalmente lo stress per le scadenze con le case editrici. A tutto ciò si aggiungono i problemi familiari e i problemi di coppia, ma non meno importanti sono i problemi con se stesso:

    “[…] e di come mi vergognassi di me stesso e della mia situazione, cioè di avere quasi quarant’anni e non aver compiuto nulla. Scrittura compresa, pensavo seduto su un muletto abbandonato in disparte.”

    Works è il manifesto di una vita e di una generazione intera. Ma è anche testimonianza di uno status quo che non vuol cambiare, immobile allora come oggi. Per questo, il libro è anche una denuncia non in rapporto all’autore, che ha deciso per conto suo l’irregolarità di una vita ai margini, ma in rapporto a quelli che volevano e vogliono garanzie lavorative che non potranno mai avere. Né allora, né oggi.


    Approfondimenti

    Vitaliano Trevisan è uno dei pochi autori italiani nati nel secondo ‘900 che, secondo me, rimarranno. Per questo vi lascio alcuni approfondimenti, tra cui la bella conferenza tenuta per l’uscita della prima edizione di Works nel 2016:


    Ed ecco alcuni link utili per conoscerlo meglio:

    Per concludere, un ringraziamento va a quel professore di Geografia Culturale che me l’ha fatto scoprire un po’ casualmente molti anni fa.

  • Stig Dagerman – Autunno tedesco (Iperborea 2018)

    Stig Dagerman – Autunno tedesco (Iperborea 2018)

    Mi piacciono le coincidenze, i piccoli equivoci senza (?) importanza. Ho iniziato a leggere questo libro, Autunno tedesco di Stig Dagerman, la sera prima dello scoppio della guerra tra Russia e Ucraina. Sì, è sicuramente un caso. Eppure leggere un libro sugli esiti e sulle rovine lasciate da una guerra mondiale appena prima dello scoppio di un’altra guerra così vicina a noi, in qualche modo, spiazza.

    I reportage post-bellici di Stig Dagerman

    Di quest’autore ho già parlato non molto tempo fa. L’ho letto, l’ho amato e per questo l’ho consigliato a tutti. Da quella lettura ho deciso di continuare a leggerlo per conoscerlo meglio, e non mi sono sbagliato.

    Questo libro, Autunno tedesco, è una raccolta di reportage pubblicati su un giornale svedese nel secondo dopoguerra, dopo un viaggio durato quasi due mesi nella Germania sconfitta. Il giovane anarchico Stig Dagerman attraversa le rovine del terzo Reich, ma non si limita ad osservare: mentre osserva parla con le persone, parla col ricco e col povero, parla con gli altri reporter e legge ciò che scrivono. Non può essere d’accordo coi loro pregiudizi, con le loro conclusioni.

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    L’originalità di Dagerman sta proprio nel suo punto di vista indipendente e umano. Come dice Fulvio Ferrari nella Postfazione “la paura di cadere nell’indifferenza, il rifiuto di astrarre dal dolore concreto e tangibile, dalla fame, dal freddo, dalla malattia percorre tutta la serie di articoli che compongono Autunno tedesco“:

    La miseria toglie l’abitudine di fare i moralisti a spese altrui. Non è giusto dire, come ha fatto un paffuto cappellano militare della California mentre mangiava la sua bistecca sul Nord-Express, che la Germania è un Paese del tutto privo di morale.

    La verità è che nella Germania della miseria, la morale ha acquisito una dimensione completamente nuova, e questo fa sì che occhi non abituati non si accorgano nemmeno che esista. Secondo questa nuova morale in certe situazioni non è immorale rubare, perché in tal caso il furto significa soprattutto ridistribuire più equamente le disponibilità, e non privare qualcun altro delle sue ricchezze; allo stesso modo non sono immorali il mercato nero e la prostituzione, quando diventano l’unico mezzo di sopravvivenza.

    Dagerman entra nelle cantine abitate, unico rifugio di molti, e allagate a causa dell’autunno tedesco. Qui vivono le persone mediamente fortunate, quelle vive e con un tetto sopra la testa. E quando chiede loro se stavano meglio con Hitler, sotto quel regime così spaventoso, non si stupisce a sentire la risposta: sì. Gli altri giornalisti dicono che, per questo, il nazismo è ancora vivo in Germania. Per lui no. Non è il nazismo ad essere vivo e a parlare, ma è la fame. Ecco una lezione di giornalismo che andrebbe ricordata.

    Si chiede a qualcuno che fa la fame con due fette di pane al giorno se stava meglio quando la faceva con cinque, e senza dubbio si riceve la stessa risposta.

    L’autunno tedesco tra concretezza e metafora

    Quella delle cantine allagate è solo una delle tante immagini concrete descritte in Autunno tedesco. Non c’è alcun tentativo di impietosire il lettore con una realtà così cruda. Lo scopo unico è raccontare, e raccontare la realtà come appare a chi la incontra spogliandosi di pregiudizi e preconcetti. La distanza con la realtà narrata da quei reporter che sanno già cosa scrivere prima ancora di osservare è enorme.

    Questi sono i reporter secondo cui tante cose tra queste rovine sarebbero “indescrivibili”: il cibo che certe famiglie riescono a recuperare, di chissà che provenienza; le sofferenze patite da quei bambini, vaganti tra le macerie, ma anche di chi rimane a casa. Per non parlare della “indescrivibile” onestà mista a decadenza morale di una donna che sa di non poter essere appetibile neanche al più pietoso dei liberatori. Per alcuni, tutto è indescrivibile. Eppure Stig Dagerman descrive e racconta tutto, nei dettagli più minuscoli.

    Il suo racconto è una denuncia forte e silente. Dagerman non punta il dito, non strilla. Mostra l’autunno tedesco come periodo metaforicamente buio pur sempre migliore dell’inverno appena trascorso. Mostra i patimenti e la sofferenza. Mostra la “messinscena” della denazificazione, la fame degli ultimi e il cibo, invece, dei gerarchi nazisti ancora vivi, salvi nelle campagne tedesche. Mostra i fatti, da cui poi ciascuno trarrà le sue conclusioni.

    Autunno tedesco, approfondimenti

    Il volume si chiude con la Postfazione di Fulvio Ferrari e con un articolo di Giorgio Fontana, L’autunno di Stig. Mentre Ferrari contestualizza l’opera sia in quel particolare periodo storico, sia in relazione alla figura di Dagerman, Fontana si concentra sull’originalità del punto di vista di Stig Dagerman.

    Oltre ad essere “fra gli scrittori del Novecento uno dei più puri, dei più partecipi”, ammette che “chiunque abbia letto anche solo una sua pagina ne riconosce l’urgenza e la mancanza di compromissioni”. Non posso far altro che confermarlo. La concretezza di certe immagini, di certe fotografie su quell’attualità, sembrano dovute all’urgenza di raccontare la realtà com’era. E di denunciare gli esiti disastrosi di una guerra mondiale e inutile.

    Oggi più che mai certi libri sono letture utili e necessarie. L’autunno, stavolta europeo, è iniziato con una guerra sui propri confini. Ascoltiamo chi ci racconta, da laggiù, le sofferenze e le vittime. Ascoltiamolo, e non troveremo grandi differenze tra la situazione dell’Ucraina e l’autunno tedesco.


    Contenuti aggiuntivi

    Se vi interessa il libro, a questo link potete leggere l’incipit del libro. Qui sotto, invece, potete ascoltare la puntata di un podcast di Iperborea dedicato in particolare ad Autunno tedesco.