Cosimo Angelini

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  • Stig Dagerman – Autunno tedesco (Iperborea 2018)

    Stig Dagerman – Autunno tedesco (Iperborea 2018)

    Mi piacciono le coincidenze, i piccoli equivoci senza (?) importanza. Ho iniziato a leggere questo libro, Autunno tedesco di Stig Dagerman, la sera prima dello scoppio della guerra tra Russia e Ucraina. Sì, è sicuramente un caso. Eppure leggere un libro sugli esiti e sulle rovine lasciate da una guerra mondiale appena prima dello scoppio di un’altra guerra così vicina a noi, in qualche modo, spiazza.

    I reportage post-bellici di Stig Dagerman

    Di quest’autore ho già parlato non molto tempo fa. L’ho letto, l’ho amato e per questo l’ho consigliato a tutti. Da quella lettura ho deciso di continuare a leggerlo per conoscerlo meglio, e non mi sono sbagliato.

    Questo libro, Autunno tedesco, è una raccolta di reportage pubblicati su un giornale svedese nel secondo dopoguerra, dopo un viaggio durato quasi due mesi nella Germania sconfitta. Il giovane anarchico Stig Dagerman attraversa le rovine del terzo Reich, ma non si limita ad osservare: mentre osserva parla con le persone, parla col ricco e col povero, parla con gli altri reporter e legge ciò che scrivono. Non può essere d’accordo coi loro pregiudizi, con le loro conclusioni.

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    L’originalità di Dagerman sta proprio nel suo punto di vista indipendente e umano. Come dice Fulvio Ferrari nella Postfazione “la paura di cadere nell’indifferenza, il rifiuto di astrarre dal dolore concreto e tangibile, dalla fame, dal freddo, dalla malattia percorre tutta la serie di articoli che compongono Autunno tedesco“:

    La miseria toglie l’abitudine di fare i moralisti a spese altrui. Non è giusto dire, come ha fatto un paffuto cappellano militare della California mentre mangiava la sua bistecca sul Nord-Express, che la Germania è un Paese del tutto privo di morale.

    La verità è che nella Germania della miseria, la morale ha acquisito una dimensione completamente nuova, e questo fa sì che occhi non abituati non si accorgano nemmeno che esista. Secondo questa nuova morale in certe situazioni non è immorale rubare, perché in tal caso il furto significa soprattutto ridistribuire più equamente le disponibilità, e non privare qualcun altro delle sue ricchezze; allo stesso modo non sono immorali il mercato nero e la prostituzione, quando diventano l’unico mezzo di sopravvivenza.

    Dagerman entra nelle cantine abitate, unico rifugio di molti, e allagate a causa dell’autunno tedesco. Qui vivono le persone mediamente fortunate, quelle vive e con un tetto sopra la testa. E quando chiede loro se stavano meglio con Hitler, sotto quel regime così spaventoso, non si stupisce a sentire la risposta: sì. Gli altri giornalisti dicono che, per questo, il nazismo è ancora vivo in Germania. Per lui no. Non è il nazismo ad essere vivo e a parlare, ma è la fame. Ecco una lezione di giornalismo che andrebbe ricordata.

    Si chiede a qualcuno che fa la fame con due fette di pane al giorno se stava meglio quando la faceva con cinque, e senza dubbio si riceve la stessa risposta.

    L’autunno tedesco tra concretezza e metafora

    Quella delle cantine allagate è solo una delle tante immagini concrete descritte in Autunno tedesco. Non c’è alcun tentativo di impietosire il lettore con una realtà così cruda. Lo scopo unico è raccontare, e raccontare la realtà come appare a chi la incontra spogliandosi di pregiudizi e preconcetti. La distanza con la realtà narrata da quei reporter che sanno già cosa scrivere prima ancora di osservare è enorme.

    Questi sono i reporter secondo cui tante cose tra queste rovine sarebbero “indescrivibili”: il cibo che certe famiglie riescono a recuperare, di chissà che provenienza; le sofferenze patite da quei bambini, vaganti tra le macerie, ma anche di chi rimane a casa. Per non parlare della “indescrivibile” onestà mista a decadenza morale di una donna che sa di non poter essere appetibile neanche al più pietoso dei liberatori. Per alcuni, tutto è indescrivibile. Eppure Stig Dagerman descrive e racconta tutto, nei dettagli più minuscoli.

    Il suo racconto è una denuncia forte e silente. Dagerman non punta il dito, non strilla. Mostra l’autunno tedesco come periodo metaforicamente buio pur sempre migliore dell’inverno appena trascorso. Mostra i patimenti e la sofferenza. Mostra la “messinscena” della denazificazione, la fame degli ultimi e il cibo, invece, dei gerarchi nazisti ancora vivi, salvi nelle campagne tedesche. Mostra i fatti, da cui poi ciascuno trarrà le sue conclusioni.

    Autunno tedesco, approfondimenti

    Il volume si chiude con la Postfazione di Fulvio Ferrari e con un articolo di Giorgio Fontana, L’autunno di Stig. Mentre Ferrari contestualizza l’opera sia in quel particolare periodo storico, sia in relazione alla figura di Dagerman, Fontana si concentra sull’originalità del punto di vista di Stig Dagerman.

    Oltre ad essere “fra gli scrittori del Novecento uno dei più puri, dei più partecipi”, ammette che “chiunque abbia letto anche solo una sua pagina ne riconosce l’urgenza e la mancanza di compromissioni”. Non posso far altro che confermarlo. La concretezza di certe immagini, di certe fotografie su quell’attualità, sembrano dovute all’urgenza di raccontare la realtà com’era. E di denunciare gli esiti disastrosi di una guerra mondiale e inutile.

    Oggi più che mai certi libri sono letture utili e necessarie. L’autunno, stavolta europeo, è iniziato con una guerra sui propri confini. Ascoltiamo chi ci racconta, da laggiù, le sofferenze e le vittime. Ascoltiamolo, e non troveremo grandi differenze tra la situazione dell’Ucraina e l’autunno tedesco.


    Contenuti aggiuntivi

    Se vi interessa il libro, a questo link potete leggere l’incipit del libro. Qui sotto, invece, potete ascoltare la puntata di un podcast di Iperborea dedicato in particolare ad Autunno tedesco.

  • Riflessioni a partire da Stig Dagerman su vita e scrittura

    Riflessioni a partire da Stig Dagerman su vita e scrittura

    Stig Dagerman (1923-1954). Un nome noto in Italia soprattutto grazie all’attività di Iperborea, estremamente attenta – e direi da molto ormai indispensabile – a portare voci, parole e pensieri di autori e pensatori lontani. Si potrebbe discutere sul problema della lontananza: sono gli autori stranieri lontani da noi (fisicamente), oppure siamo noi italiani ancora chiusi dentro i nostri confini naturali? Lasciamo da parte questa provocazione, e torniamo a Stig Dagerman.

    Con Stig Dagerman un incontro fortuito

    “Mia cugina”, trovatasi di fronte all’imperdibile occasione di ricevere gratuitamente un taccuino Iperborea con l’acquisto di un solo volume del loro catalogo, ha deciso di comprare un libro. “Tanto dell’Iperborea mi piace tutto” pensava. Così ha messo un filtro al catalogo dell’editore, per vedere i libri ordinati secondo il prezzo di copertina: ed ha scelto il più economico disponibile, infatti. Proprio lui, Dagerman. E ricordatevi, “mia cugina”.

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    A quel punto, ha deciso di cogliere l’occasione di qualche festività per regalarmi il volume, ancora nuovo. Pensava fosse un romanzo breve, e invece si è trovata di fronte ad un lascito testamentario, «un vero e proprio testamento spirituale» come recita il risvolto di copertina. Ma precoce, inconsapevole, visto che anticipava la morte dell’autore ben prima della sua morte. E inconsapevole era anche lei, mia cugina, del fatto che quel libro mi avrebbe colpito e segnato.

    Il nostro bisogno di consolazione

    Ma non ho ancora citato il titolo di questo libricino tradotto da Fulvio Ferrari: Il nostro bisogno di consolazione. Un titolo universale, direi, perché tocca tutti. E fin dalla prima pagina l’impatto con queste sottili e pesantissime riflessioni ha scavato, in me, un solco:

    Mi manca la fede e non potrò mai, quindi, essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa […]. Non oso dunque gettare pietre sulla donna che crede in cose di cui io dubito o sull’uomo che venera il suo dubbio come se non fosse anch’esso circondato dalle tenebre. Quelle pietre colpirebbero me stesso, perché di una cosa sono convinto: che il bisogno di consolazione che ha l’uomo non può essere soddisfatto.

    La desolazione di un uomo che pensa, che non vede alcuna consolazione se non temporanea, alcuna libertà se non rinchiusa all’interno delle gabbie della società. Però crede, va detto, al potere delle sue stesse parole e, infine, alla morte stessa come libertà totale. Perché è la morte che lo accompagna ad ogni angolo, al punto da affermare che «non potrò mai liberarmi dal pensiero che la morte segue i miei passi, e tanto meno negare la sua realtà». Stig Dagerman morì suicida nel 1954 a 31 anni.

    La maturità di Dagerman mi stupisce. Una vivacità di pensiero così precoce e, beninteso, una tale profondità del dolore sono riversate nelle pagine di questo libro come un diario per i posteri, per tutti, come un manifesto. Non ha caso è riportata nel volumetto anche l’epigrafe da lui pensata per la sua stessa tomba:

    QUI RIPOSA
    UNO SCRITTORE SVEDESE
    CADUTO PER NIENTE
    SUA COLPA FU L’INNOCENZA
    DIMENTICATELO SPESSO

    Oggi, noi e Dagerman

    Non credo di essere abbastanza abile a raccontare Stig Dagerman come meriterebbe veramente. Sicuramente è una lettura necessaria per tutti quelli che, come lui, come me, alla nostra età soffrono e faticano alla ricerca di un senso che potrebbe non esserci. La sua soluzione, la sua affermazione di libertà è stata la più radicale, certo. Ma noi, eredi in qualche modo di una situazione simile, quali alternative proponiamo? Quali proposte?

    Ancora una volta, è Stig Dagerman a rispondere alle nostre domande.

    Nessuno è in grado di enumerare tutti i casi in cui la consolazione è una necessità. Nessuno sa quando cala l’oscurità, e la vita non è un problema che possa essere risolto dividendo la luce per tenebra e i giorni per le notti, è invece un viaggio pieno di imprevisti tra luoghi inesistenti.

    Ecco perché sento l’autore così vicino. Seppur di un’altra epoca, la società è la stessa, la vita pure: e il giovane vaga tra la luce e la tenebra alla ricerca di consolazione. Per Dagerman, alla fine, l’unica risposta dopo la scrittura fu la morte. E la nostra consolazione, invece?


    Se vi ho minimamente incuriosito, dovreste leggere Stig Dagerman delle bellissime Edizioni Iperborea. Qui troverete la pagina dell’editore a lui dedicata.

    Ma non vanno dimenticati anche i libri dell’autore editi dalle Edizioni Via del Vento, prezioso editore che propone inediti o testi rarissimi dei grandi di ogni nazione. Qui il loro sito gloriosamente vintage.


    P.S: Non ho cugine.