Indice
Giorno 1. Aspettative e tentazioni
Niente so di Madeira, delle sue tradizioni, della sua cultura, di come scorra essenzialmente la vita sull’isola. Sono un turista venuto con lo stesso volo carico carico di turisti in cerca di avventure, turisti che finiscono spesso (non sempre) per mangiarsi pizze nei ristoranti di pesce di un’isola portoghese in mezzo all’Oceano. Devo rassegnarmi all’idea che di Madeira, come di ogni altro luogo che visiterò da turista, non per forza col cappellino dei Lakers in testa, il calzino bianco di spugna alto quasi fino al polpaccio e una macchina fotografica ultramoderna al collo, insomma, devo accettare che un turista sono, e turista rimango, nonostante gli sforzi per allontanarmi dai giri consueti, dai gruppi organizzati, dal flusso turistico standardizzato e ben servito con l’impossibile desiderato. E da turista posso cogliere i profili delle montagne a picco sul mare, posso respirare l’umidità salina che s’incastra nelle scogliere creando una nebbia evanescente, cioè la stessa umidità che respira da sempre il pescatore intento a pescarsi la cena, quello che fotografo di soppiatto per evitare i sorrisi, le pose, le finzioni.

Potrei anche andare a mangiare con quell’uomo alla sua stessa tavola, una tavola da uomo madeirense di oggi, con le sue voglie e la sua ospitalità, con la moglie che anche se non attendeva ospiti in poco tempo ha cucinato per tutta l’isola eppure siete solo voi, tu e l’anziana coppia. Anche mangiando a quella tavola così locale, così vera, io di Madeira non saprei niente. Posso intravederla e sentirne l’odore – il profumo di salmastro che assale i sensi in uscita dalle gallerie è tutta l’isola –, ma rimarrebbe inaccessibile nonostante gli sforzi, le esperienze di realtà, le direzioni contrarie.
È quando accetti il tuo ruolo, ruolo di ospite accolto bene ma non sempre scelto e desiderato, ospite per cui tutto è cambiato, viabilità e case, prezzi delle cose e delle case stesse, cibo ed economia, ma soprattutto il ritmo, la danza dell’isola e dei suoi abitanti, come sono cambiati i sentieri ormai tutti piastrellati, i miradouro e la loro vista, ormai occupata da file infinite di villette a schiera tutte uguali o grossi condomini residence hotel resort, insomma, quando accetti ruolo e responsabilità, se non passa la voglia di viaggiare… se non passa, allora, cambia il modo. Rassegnato a non poter conoscere Madeira, perché non basta una settimana, né un mese, né forse una vita a capire certi luoghi senza esserci nati, senza averli respirati dalla nascita, questo come altri (o come tutti?) allora ti rassegni a rallentare, a farti domande, Come posso intaccare il meno possibile questi luoghi e le persone che li abitano? E l’unica risposta spontanea, per quanto dolorosa, affiora con una velocità che ti disarma: stare a casa propria. A casa, dove dovrai affrontare altre rotte turistiche, magari di diversa natura ma dagli stessi effetti. Siamo forse egoisti a voler viaggiare?, mi chiedo. Se è così forte la nostra passione per il viaggio, novelli esploratori, se questo è gran parte di ciò che riveliamo nelle bio di Tinder come nelle audizioni per il Grande Fratello, se la nostra passione principale è viaggiare, viaggiare perché è bello, perché le avventure ci tengono o ci rendono vivi, perché siamo curiosi, mi chiedo: perché ostinarsi quando il nostro viaggio straborda nella vita altrui, nelle case degli altri?
Penso alla “vera Madeira”, concetto astratto che probabilmente non è mai esistito se non ai tempi della creazione (schiocco di dita di Dio, o Big Bang?!), che anche fosse esistito oggi no, non esiste niente di vero tranne gli assalti giornalieri, compreso il mio, che ne hanno compromesso la reale natura. Non vedrò mai come si svolgeva la vita a Madeira, prima. Possono farmi vedere i terrazzamenti, frutto di un lavoro disumano eppure così umano, così vicino a me e alle mie zone, ma ciò che vedo è solo la rovina di ciò che era un tempo. Si intravedono alcune case tradizionali coi tetti spioventi di paglia, e vecchi tuguri di pescatori che venivano usati come depositi per le barche, magazzini, laboratori, ma non esiste più il giro quotidiano di persone comuni che non solo animavano l’isola, erano esse stesse Isola. Quella Madeira non esiste più. E, se esistesse, sarebbe a me inaccessibile.
La tentazione, appena intravista tanta bellezza, sarebbe quella di accaparrarsene un pezzo. Per questo, visitando luoghi e città che vibrano in me, vado egoisticamente a controllare le case in vendita e i relativi costi. Cerco gli annunci online, spulcio le vetrine delle agenzie immobiliari, e mentre lo faccio non mi rendo conto che, anche comprandone legalmente un pezzetto, una piccola porzione di terra adibita ad orto estivo, ad esempio, anche con un atto ufficiale, un documento validato da un notaio madeirense, io comunque non ne possiederei neanche una briciola. Lo capisco scrivendo, e mi rendo conto di quanto sia forte in me l’egoismo, come forse è forte in tutti quelli che viaggiano, occupanti temporanei in terra straniera, ed è questo pensiero che nonostante la voglia di girare, esplorare, viaggiare, lo sconforto cresce, cresce il desiderio di tornare a casa, chiudersi dentro e attendere che certe voglie passino, in attesa di qualcuna meno pericolosa.
Giorno 2. Viaggiare come
C’è una soluzione alternativa a questi dubbi. Una soluzione che non risolve niente, e che vorrei tenere per me. Ma non posso far finta di non conoscerla visto che mi è apparsa oggi, mentre scappavo dalla foresta Fanal, appena in tempo per sfuggire alla calca di macchine a noleggio e bus, vomitanti persone smaniose di vedere un piccolo altopiano abitato da poche centinaia di secolari alberi di alloro. In quel momento, mentre riaccendevo la macchina (anche la mia, ovviamente, noleggiata) e tentavo di uscire dal parcheggio ormai stracolmo senza un ordine, proprio mentre riprendevo la strada principale per andare a cercare altrove la calma, obiettivo del viaggio, ho visto scendere da un bus una quantità di persone che non era possibile immaginare fossero contenute tutte all’interno, come infiniti arnesi nella borsa senza fondo di Mary Poppins. Ho subito pensato ad una sorta di allucinazione, un colpo di calore sulla testa, o peggio sul coppino, vero tallone da killer di ogni uomo contro il Dio Sole, vista la brillante idea di dimenticarmi il cappello. Insomma, mentre guardavo quella mandria di anziani, giovani, bambini e vecchi decrepiti incamminarsi verso il parco al seguito di una giovane guida e scocciatissima, mi sono reso conto che, l’alternativa a quelle turbe mentali che affollano la mente quando il ruolo di turista mi si appiccica addosso, è essere come quella mandria. Essere mandria. Entrare in quel gruppo di turisti forse ignari e inconsapevoli di ciò che sono, perché troppo impegnati a seguire le voluttuose cosce della guida, sobbalzanti ad ogni passo e ancor di più in quel parco fatto di scalini e rocce vulcaniche, e non pensare ad altro.

Forse, mi dico, dovrei fare finta di niente e seguire il flusso, il gruppo, comprare magliette e cappellini fatti in Cina con stampato il nome dell’ultima città visitata, comprare calamite brutte da regalare ai familiari e mangiare le versioni locali del cheeseburger del McDonalds, facendo una classifica del paese dai panini migliori. Sì, dovrei lasciar perdere e farmi trasportare per vedere ciò che vogliono farci vedere, cioè ciò che quel turista vuole vedere, di solito le stesse sette o otto cose imperdibili immancabili segrete nascoste essenziali da visitare assolutamente che tutti gli articoli online e gli influencer hanno già descritto e ridescritto, organizzando speciali tour virtuali tutti uguali per un turista che vuole solo ciò che si aspetta di vedere.
Quel turista che dovrei diventare per vivere meglio inizia ad essere quel turista ben prima del viaggio. Non si limita a leggere tutti i blog che parlano della destinazione desiderata, e seguire tutti i travel influencer che hanno parlato almeno una volta di quei luoghi – e no, non è necessario che ci siano stati, basterà ripetere le informazioni già digerite e ripetute da tutti gli altri per essere in grado di consigliare l’ennesimo itinerario, il solito, montare lo stesso video identico a tutti gli altri, ad eccezione della voce in sottofondo, e soddisfare il bisogno di conferma dell’imminente turista, no… non è solo questo. Quel tipo di turista che sbagliando odio, e che forse dovrei diventare per odiarmi di meno, prima ancora di essere arrivato, anzi prima ancora della partenza, anzi prima ancora di aver prenotato i biglietti per il volo e aver pagato la caparra dell’hotel, quel turista ha già visto tutto quello che la destinazione aveva da offrire.
Per essere certi che il tour ottimamente preconfezionato fosse di suo gradimento, ha fatto una pre-visita ad ogni luogo di quella famosa lista che tutti, chi più chi meno, blogger influencer scrittori guide, propongono. Ha già visto le foto della foresta spettrale di cui rimarrà deluso – al suo arrivo, infatti, un sole accecante e nessuna traccia di foschia fiabesca. È rimasto affascinato dai video di quell’altissima cascata a picco sul mare e dal rumore continuo dello scroscio, anche se dal vivo, in quella stagione, la poderosa cascata assomiglia più ad un getto scomposto e irregolare, una pisciata di cane verso la fine dell’atto. Bella sfiga, pensa lui. Per non parlare poi delle centinaia di tramonti fotografici a cui ha abituato l’occhio, uno più contrastato dell’altro, talmente ritoccati che anche di fronte al tramonto più suggestivo della sua vita sente qualche nota amara nel fondo della bocca, confermata dai video che riguarderà una volta tornato in hotel per ribadire, come se ce ne fosse bisogno, la delusione.

Eppure, nonostante tutto, quel turista è contento di tutto, anche nella lamentela continua su ciò che non l’ha soddisfatto, o peggio su ciò che in realtà era così simile a quella cascata dietro casa, a quella chiesa storica del suo paese, o a quel famoso tramonto visto dalle vie di casa sua, sul suo mare fronte palazzi in costruzione e col cimitero in secondo piano.
Sì, dovrei essere uno di loro per riuscire a non pensare al danno che faccio anche solo venendo qui, su un’isola che resiste prendendo dal turismo il denaro da tasche più gonfie delle sue, senza accorgersi però di star perdendo l’isola, che sprofonda piano piano sotto le gomme degli aerei in atterraggio. Dovrei essere quel turista per non pensare che anche io, col mio passo non proprio leggero, presto il mio denaro senza ritorno, condannando l’isola a sprofondare, a diventare qualcosa che non è.

Giorno 3. La paura del tracciato
Avrei voluto parlare di Madeira in questo racconto, della sua stramba conformazione, delle sue salite ripidissime a picco sul mare, piene di tornanti stretti e pericolosi, e avrei voluto parlare dei madeirensi incontrati e dei loro modi ostili e accoglienti insieme, ma devo constatare che in alcuni momenti della scrittura è la penna a scrivere, e sono i personaggi della storia a muoverla ben prima che l’autore si decida su come proseguire il discorso. È proprio questo il caso, anche se personaggi in vista non ce ne sono, perché avrei voluto parlare di certe cose, ma la penna fa resistenza all’intenzione come se, personaggio, preferisse parlar d’altro, perché alla fine a Madeira sono appena arrivato e già intravedo il giorno della partenza, ed è quasi come se, resistendo, mi volesse dire qualcosa, Fermo, dice, Non insistere, per il ballo c’è sempre tempo, ora è il momento di parlare del resto.
Non posso far altro che darle retta. Altrimenti non potrei continuare a scrivere niente, la pagina rimarrebbe bianca e il vuoto della pagina bianca mi fa paura. Per non parlare della notte, di come mi sarei rigirato nel letto per qualche ora chiedendomi cosa non abbia funzionato, in cosa avrei sbagliato per non essere stato in grado di scrivere, senza riconoscere (ne sono certo) che il problema non sono io, ma la penna talvolta contraria a seguire l’intenzione della mano, che diligente segue il flusso dettato dalla mente.
Così, dopo una giornata di trekking su creste rocciose e sentieri lastricati, quando mi ero deciso di parlare del bello e del buono per non pensare alla fatica della giornata, al dislivello positivo in cifre, alle braccia bruciate dal sole nonostante la crema solare, ho accettato di cedere alle insistenze della penna – che, tra l’altro, neanche ha ringraziato per essere stata ascoltata, probabilmente il primo caso nella storia dell’umanità – e quindi ho accettato di parlare di certe altre brutture, col rischio (di cui ero ben consapevole prima dell’impuntatura della penna) di passare per un detrattore dell’isola, forse non la più bella del mondo ma sicuramente la più bella che io abbia mai visitato.
Tutti i pensieri negativi che avevo accantonato per parlare del bello hanno iniziato ad affiorare proprio durante il primo trekking programmato: una programmazione ferrea, va detto, perché è necessario prenotare uno slot orario per il percorso e, se non si gioca d’anticipo, si potrebbe correre il rischio di non trovare alcuno slot libero. Certo, i controlli sono rari, ma quando mi è stato detto che per salire su una montagna avrei dovuto non solo prenotare un orario, cosa che potrei razionalmente comprendere per la gestione dei flussi e la sicurezza e blablabla, va bene, ma quando ho capito che la prenotazione aveva un costo, solo lì ho compreso che, per quanto sensazionale, unico e incredibile, quel posto non faceva per me. Sono abituato a pagare i biglietti per andare ai concerti, a teatro, una volta addirittura per entrare in un ippodromo su un’altra isola, quella in cui scoppiano bombe che ammazzano i giornalisti (e sottolineo isola, non penisola), e non ho mai pensato che un giorno avrei dovuto pagare un biglietto per salire su una montagna coi miei amatissimi piedi. Sto invecchiando, vero?
Mi è mancato il respiro quando ho visto la conferma della prenotazione. Ho pensato alle mie montagne, quelle a cui più sono affezionato, quelle che mi accolgono appena metto il naso fuori di casa perché vivo in mezzo a loro, mie perché mio orizzonte quotidiano, mio panorama, mie vicine di casa. Ho immaginato un futuro di montagne a pagamento, di vie chiuse da piccoli prepotenti, di sentieri cementati e lastricati con corde a delimitare il percorso e frecce stradali disegnate a terra ad indicare la direzione, tutto per impedire di uscire dal tracciato, fosse anche solo per osservare meglio uno scorcio, un fiore particolarmente colorato, una roccia dalla strana forma, o semplicemente perché ci va. Ho immaginato un sentiero tracciato per ogni destinazione, come binari del Bruco Mela con dossi e curve programmate, sempre uguali.
Lo ammetto, ho avuto paura.
Giorno 4. Madeira, due isole
Oggi, per la prima volta, ho visto Madeira. L’ho vista negli occhi sdegnati di una signora anziana, addetta al pagamento di un parcheggio sorvegliato che, dopo aver pagato al mio posto alla cassa automatica, con i miei contanti, mi ha richiuso la mano che avevo teso per offrirgli ciò che avanzava, qualche euro. Lei, penso, si è sentita offesa, ed io, da subito, tremendamente in colpa. Che abbia scambiato la mancia offerta non per gentilezza, ma per pietà? Oppure sono io ad aver scambiato la mia stessa mancia pietosa per un atto gentile nei confronti di una anziana signora? Non lo so, ma non riesco a smettere di pensarci, e sono costretto a sciogliere il nodo se voglio avvicinarmi un poco ancora a quest’isola, che si offre in parte, in una parte costruita appositamente per essere presa e assaggiata, ma che non si lascia cogliere in alcun modo nella sua essenza. È vero, spesso idealizzo, ma quando ho provato a dare la mancia alla signora, lei mi ha richiuso la mano, mi ha fatto segno di andarmene e ha borbottato qualcosa che non ho capito, né ho colto il sentimento della frase dal tono, se non un piccolo fastidio e una piccola offesa che potrebbero essere anche il frutto della mia immaginazione. Forse è vero che le ho dato quella mancia per pietà, perché tutta curva mi ricordava una nonna negli ultimi giorni, e nei movimenti e nel taglio di capelli mi ricordava la mia, di nonna, quella viva, e immaginandola lavorare a ottant’anni forse sì, un po’ di pietà l’ho percepita e l’offerta della mancia, da gesto benevolo, si è trasformato in qualcos’altro tra la pietà e la compassione.
Non so per quanto l’offesa durerà nella signora, e non so neanche se sia una cosa che le accade tutti i giorni, oppure un evento raro, e per questo sconvolgente. So però che prima di uscire dal parcheggio con la macchina bollente dopo ore di esposizione al sole, ho rallentato mentre passavo davanti alla sua postazione, un gabbiottino di dimensioni ridicole, ma non c’era. Solo una volta uscito ho notato che non se n’era andata: era dietro al gabbiottino, seduta su una panchina improvvisata al centro di un’aiuola alberata, accanto a quello che doveva essere il suo anziano marito, anche lui ricurvo per l’età, con una camicia a quadri da pastore, e una coppola grigia in testa.

Non ho potuto far altro che rallentare, salutarli entrambi con la mano urlando boa tarde con la mia maccheronica pronuncia, per poi stupirmi del loro saluto caloroso, e del sorriso di lei, forse non dimentica dell’offesa ma certo in pace. Il loro saluto è durato fino a quando ho svoltato nella prima strada a destra, e immagino che abbiano continuato a scuotere in aria le mani aperte, anche se non ci credo veramente, come si faceva nei film del passato quando qualcuno partiva col treno per non tornare, e si rimaneva per interi minuti a sventolare un fazzoletto bianco umido di lacrime ben oltre la scomparsa del treno all’orizzonte. L’offesa sì, era passata, ma la colpa rimaneva.
Unisco i pezzi del mosaico, questo mosaico che è l’isola, e mi pare di capire che Madeira è donna, in quel senso tutt’altro che pittoresco con cui molti affermano che qualcosa è donna – la poesia, la luna, la storia – piuttosto nel significato che una delle voci narranti di Saramago riferisce delle donne e della loro libertà di sfingi, donne sfingi a cui, di fronte all’uomo, impossessatosi di tutto, di ogni conoscenza, di ogni sapere, di ogni potere, è bastato erigere in silenzio i muri dell’ultimo rifiuto per dimostrare chi è vinto e vincitore. L’isola è quell’anziana di Madeira che ha opposto alla mia arroganza di colono (inconscia?) il suo rifiuto. Un rifiuto, ora l’ho capito, senza l’offesa che mi pesava immaginare, ma con l’indifferenza del campione mondiale di scacchi di fronte all’ultimo dei principianti. Ma neanche questo rende l’idea, e temo di non essere capace a descriverlo se non con le parole di qualcun altro, che al momento però non trovo. Si dice spesso che solo ciò che è veramente compreso si può spiegare, forse è questo l’inghippo: se di Madeira conosco solo la superficie, come posso spiegare il gesto di un’anziana che la rappresenta?
La signora Madeira, la chiamerò così, è anche quella donna che questa mattina, mentre ci preparavamo un caffè solubile, è apparsa in strada dalla finestra della cucina, vestita in abiti tradizionali e con una zappa in spalla. Una donna dall’età indecifrabile per la faccia rotta da tanti soli e dal tanto lavoro. Mentre noi ci preparavamo per uscire, verso le sette del mattino, lei si chinava nell’orto estivo di insalate e zucchine, e la immagino passare così le giornate di tutto l’anno, tutti i giorni la stessa alzataccia, senza pensare alla voglia e ai desideri, ma solo all’orto, alle bestie da governare, alle scorte da preparare per l’inverno. E mi chiedo se questa Madeira esista ancora, se resiste in qualche località remota tra orti e piantagioni, oppure se questa signora Madeira è solo il fantasma di ciò che a lungo è stata l’isola, e che è destinata a scomparire a poco a poco. Mi immagino anche la signora del parcheggio negli stessi abiti, con la stessa zappa appoggiata sulla spalla, ma molto più giovane, fresca di matrimonio, china col marito sul proprio orticello dietro casa. Li immagino costretti a cambiare abiti, un giorno lontano a quell’immagine ma vicina ad oggi, perché proprio di oggi si parla, e indossare abiti cittadini, una pettorina gialla catarifrangente, per assistere i turisti come me nel corretto pagamento del parcheggio.
Si può dire che la Madeira di oggi è anche questa Madeira qui, o che è totalmente diversa, al punto da dover considerare due isole? Una, l’isola del passato idealizzato e mitico, e l’altra del presente trasformato al servizio del mio turismo? O forse siamo solo in una fase di passaggio inarrestabile tra la prima Madeira e la seconda? Cerco risposte che non trovo, e forse non esistono, e ad alcune domande mal poste forse è meglio non trovare alcuna risposta. Ma se fosse troppo tardi?

Giorno 5. Il vino di Madeira non mi piace
La stanchezza è troppa. Ho assaggiato il vino dell’isola, e non mi è piaciuto. Non era cattivo, ma mi ha dato fastidio come quando si mangia e beve qualcosa di troppo diverso da quello a cui si è abituati. Un’americana del nostro gruppo hasemplicemente detto che faceva schifo, e non mi sono mai fidati così tanto di una statunitense. Mi dico che va bene lo stesso, almeno ha aumentato il torpore, e questa notte sarà una lunga notte di sonno.

Giorno 6. Dov’è Madeira?
Se sto amando così tanto Madeira è perché, nella sua unicità, ha sparsi dei tratti che mi sono noti, spazi in cui rivedo casa mia e i miei luoghi. La vicinanza tra mare e montagna, le strade secondarie che ricordano quelle dei nostri paesi abbarbicati tra i monti, i baretti di paese che a seconda del tipo di cliente, se è un locale oppure un turista di passaggio, applica un tariffario diverso. Senza poi considerare che è un’isola del Portogallo, un paese che ricorda l’Italia di qualche anno fa ma meglio, ed è proprio in questo il paese più bello del mondo.
Bevo una caneca ghiacciata sulla spiaggia pensando già al ritorno, e mi accorgo di non riuscire a sentire alcuna voce portoghese. Una coppia di italiani ha appena preso un cocktail chiamato muaythai, Senti che bomba, dice lei, Tacchente, risponde lui. Una famiglia francese dalla pelle viola per il sole ha lasciato crescere i propri figli allo stato brado, e ora ne raccogliamo tutti i frutti, cioè le urla che superano in decibel e in fastidio le sirene accese di una comitiva di ambulanze recluse in galleria, e le corse sopra i bagnanti ignari (tipo me) che rischiano, se non la vita, un piccolo piedino in faccia nell’unica settimana di relax dell’anno. Un gruppo di ragazzi tedeschi – nel frattempo è arrivata un’altra coppia di amici degli italiani e, ancora, Oh, sentite che bomba questo muaythai –, insomma, i tedeschi parlano una lingua incomprensibile ma comprensibile è il tono litigioso, mentre la tonalità sfida i bambini bradi francesi. E mi chiedo: dov’è Madeira?
Giorno 7. Museu de Fotografia da Madeira – Atelier Vicente’s

Mancano meno di ventiquattro ore al volo di ritorno, e posso confermare che, per quanti chilometri abbia fatto con la macchina a noleggio, per quanti passi abbia percorso l’isola dalle montagne alle spiagge, penso di non aver capito niente di Madeira. Ma tutto può cambiare da un momento all’altro, sarebbe sufficiente un colpo di penna, una spruzzata di polvere magica ed eccomi, l’analista, il reporter di viaggio, l’illuminazione che fa capire tutta l’isola in poche righe, permette di spiegarla a tutti con chiarezza e semplicità. E invece no.
Semplicemente, i dubbi sono aumentati proprio prima di partire, quando ho deciso di visitare il Museu de Fotografia da Madeira, un piccolo museo ricavato in un ex studio fotografico di Funchal. Lì ho trovato l’attrazione che più mi ha fatto capire quanto non avessi capito un cazzo: un semplice documentario, una sorta di film pubblicitario d’epoca in cui si decantavano le bellezze e le attrazioni dell’isola. A parte il bianco e nero, sorvolando sul taglia e cuci e sulla voce narrante alla Istituto Luce di età nostalgica, poco si differenziava dai reel degli influencer di oggi. Cento anni fa, non c’era più la Madeira incontaminata dei miei sogni idealizzati, ma già turisti e turisti e turisti. Turisti ricchi, molto ricchi.
Ho capito che Madeira è quella che è anche a causa (e grazie) alle mandrie che per decenni l’anno invasa, anche a causa (e grazie) a me. L’aereo sta arrivando, e quei dieci minuti di video, oltre a confermare il confermato, mi hanno fatto sentire meno in colpa. Uscito dal museo ho preso un gelato italianissimo, sono andato a bere birra di fronte ad un megaschermo in cui proiettavano una partita del mondiale, e ho aspettato il buio del ritorno. Parto senza la colpa che mi ha accompagnato per tutto il viaggio, e con l’idea che forse, capire un luogo, sia solo un altro atto di egoismo come tanti.
Contenuti bonus
Rimango sempre incredulo quando scopro che qualcuno è arrivato fino a qua. Per questo ho pensato a due piccoli contenuti bonus per te: un film promozionale degli anni 50, e una galleria estesa di fotografie su Madeira, in bianco e nero.
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