Cosimo Angelini

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  • Cronache genovesi – Il virus ha colpito anche me?

    Cronache genovesi – Il virus ha colpito anche me?

    Non ho mai pensato di essere invincibile. Forte sì, ma non invincibile. E quando ho iniziato a stare male, dopo aver scritto “il virus non esiste”… ecco, quando ho iniziato a stare male mi sono sentito meno invincibile del solito. È arrivata la febbre, poi la tosse, la stanchezza generale, i dolori sparsi, la perdita totale del gusto e dell’olfatto. E spargevo tranquillità in giro nella speranza di auto-convincermi di stare bene. Ma la realtà era ben diversa: mi stavo cacando sotto.

    Dopo due giorni in quella condizione, la febbre è sparita. “Sono guarito!” ho pensato. E invece dopo due giorni ancora la febbre è tornata. “Sono fottuto!” ho pensato, mentre facevo finta di stare benino. Poi, ancora tre giorni di febbre, ed è passato quasi tutto. Oggi è il quarto giorno senza febbre, e mi tartassa ancora una tosse cattiva e la totale assenza del gusto: quest’ultima è una vera tragedia. La tosse? Una benedizione.

    Non so perché, ma questa tosse si presenta soltanto nel momento in cui apro la bocca per dire qualcosa. Come se, per una strana legge del contrappasso, io abbia detto troppe cose “in vita” e sia adesso costretto a tacere. E il silenzio non ci appartiene, a noi nati a cavallo del ventesimo secolo. Noi e la contemplazione siamo così distanti. Per questo è un’esperienza davvero strana non poter dire niente, né ridere di qualcosa. Non apro più la bocca. Ed è una fortuna, perché spesso la bocca si apre mentre il cervello langue atrofizzato nella calotta cranica. Con la bocca sigillata, invece, il cervello dovrebbe funzionare di più, e meglio, non distratto dalle parole che emette un’altra parte del corpo, troppo spesso da lui scollegata.

    Così sto in silenzio, leggo studio e soprattutto ascolto. Non ho l’agenda piena di video-chiamate, perché non posso parlare; e non mi piacciono i monologhi. Ma ci sono infiniti film da vedere, e concerti, e nuovi dischi e libri e… quante cose da fare. Perché dovrei uscire di casa? Ho troppi libri che aspettano di essere annusati, per quando l’olfatto mi sarà tornato.

    Perché non prolunghiamo la quarantena? Mi basta un mese ancora, non chiedo molto. Giusto per… sì, per leggere e guardare film e ascoltare musica. Perché a casa, alla fine, si sta bene se si ha qualcosa da fare, e io ho tante cose da fare. Ma poi, la quarantena dovrebbe durare di più soprattutto perché ho paura di uscire. Che sia un’influenza o poco più, la gente muore. E io preferisco leggere libri, che morire. Ma in quanti, davvero, la pensiamo così?


    Che cosa importa se il temporale disperderà domani per i poggi i fiori profumati? Scrisse Ibsen.

    Io resto a casa. Fatelo anche voi. O il temporale non vi risparmierà…

    Cosimo Benzi Angelini

  • Cronache genovesi – 10/03/2020

    Cronache genovesi – 10/03/2020

    Chissà se il virus salirà fino al quarto piano. In Via di Prè, dove abito, arriva tutto. E lo smog, a differenza di altre città, si sente raramente. Al suo posto, odori di cibi etnici mischiati al salmastro pungente dei giorni ventosi. Eppure, salirà anche il virus? Qui, un virus simile è la cosa migliore che ti possa capitare; tra drogati, prostitute e spacciatori può accaderti di tutto. In qualsiasi momento. Ma a questo non ci penso mai.

    Lo spacciatore delle 8 di mattina ha capito che non deve offrirmi niente, non compro (o non da lui?). Quello di mezzogiorno mi fa sempre complimenti su come vesto, anche quando indosso solo un jeans e qualche vecchio maglione. La sera la situazione è più critica perché arriva presto l’ora degli acquisti: allora vedi relitti d’uomini trafficare con le monetine per la dose serale. E poi vedi qualche rissa, che gli spacciatori riescono a sedare in fretta: la pace è amica degli affari. Il vicolo poi si fa deserto nella notte. Rimangono le urla degli ubriachi o di chi non c’è proprio riuscito a elemosinare gli ultimi spiccioli per un “panino”.

    Il virus, in questa via, non esiste. Anzi c’è, ma è di tutt’altro genere: è più una peste, che ha corroso lo Stato (che passa, ogni tanto, per guardare a testa bassa ed andarsene). Lo Stato non c’è, perché guarda e passa e non si cura; sguardo basso a osservare le punte lucide degli stivali, mentre calpestano siringhe usate che non vedono. Così come non vedono le prostitute, che stanno sedute negli ingressi dei loro bugigattoli nelle traverse di questa via; e se camminando ti capitasse di guardare queste minuscole traverse, vedresti una selva di gambe spuntare dai muri della città. Dove esiste un altro posto simile? E perché dovrei andarmene, da una città così?


    Forse dovrei tornare da dove sono venuto. Chiudermi tra quattro mura robuste, circondato da siepi e muretti che delimitano minuscoli territori di minuscole persone. C’è il richiamo, lo ammetto; la strada battuta è proprio dietro di me, ma qual è la strada che verrà? Intravedo una via possibile, ma non riesco a capire cosa ci sia in fondo. Un bivio? Un virus? Un burrone?

    Camminando tra i vicoli di Genova mi accorgo che il virus non esiste. La gente non esce di casa e le mascherine iniziano a vedersi, ma il virus siamo noi. Sarebbe così bello poter credere ad una punizione divina: noi, maledetti umani, ce lo siamo meritato! Sarebbe così bello.

    A volte, quando posso, mi rifugio ad Oregina. Un quartiere popolare sulle prime alture di Genova, una vista emozionante della città e del mare che sembra non finire mai. Eppure è un quartiere popolare, a tratti povero. Poveri, vero, ma con terrazzino vista infinito: ecco che da quassù, vedo tutto. Ed è evidente che, virus o non virus, questa città rimarrà uguale a prima. Con qualche ferita in più e con qualche persona in meno. Ma la vista, da quassù, rimarrà la stessa.



    Cosimo Benzi Angelini