Era la fine dell’estate del ’22 quando Roberto Ferrucci, durante una chiacchierata che si è poi trasformata in un’intervista, annunciava l’imminente pubblicazione di Il mondo che ha fatto. Il titolo non mi fu svelato, all’epoca, ma ricordo molto bene la cartellina di dattiloscritti che tirò fuori dalla sua borsa, all’improvviso.
A ripensarci, penso di non aver reagito come avrei voluto, né come avrei reagito oggi. Quei dattiloscritti, insieme ai ricordi, alle registrazioni e ai libri di Daniele Del Giudice, sono stati gli oggetti, le cose, il mondo su cui ha lavorato per più di un decennio Ferrucci, e che oggi, finalmente, vediamo pubblicati in volume. Quell’insieme di cose parole e memorie è diventato un libro, Il mondo che ha fatto.
[Roberto Ferrucci]: Tu sai che io ho bisogno di materiali, di oggetti su cui poggiare la mia narrativa.
Amici, allievi, maestri
Può sembrare strano, e succede raramente, ma da febbraio 2025, dall’uscita del libroIl mondo che ha fatto di Roberto Ferrucci, non si potrà più parlare di Daniele Del Giudice senza parlare, anche, di un suo “allievo”: Roberto Ferrucci.
Infatti, accade di rado che un allievo diventi indispensabile non tanto al maestro stesso, quanto alla sua memoria. E Ferrucci, nella sua continua attività di divulgazione e diffusione di coloro che ha sempre definito suoi “maestri”, è colui che più di tutti ha garantito a Del Giudice, scrittore schivo e poco prolifico, una diffusione parallela alla cosiddetta “fortuna autonoma” della sua produzione.
Solo se pensiamo alla malattia di Del Giudice, costretto ancora giovane in una casa di cura per l’Alzheimer, capiamo veramente l’importanza di chi, come Ferrucci, ha lavorato senza sosta per la diffusione di una voce che non era più in grado di parlare.
Ed è vitale, questo aspetto, se consideriamo anche i tempi lenti della produzione di Del Giudice, che poco si adatta all’odierno mercato librario, e la sua ritrosia nel parlare di sé e dei propri libri. Così l’attività di Ferrucci ha cementato un giudizio di valore non scontato, ma palese, sull’opera di Del Giudice.
Ma che cos’è Il mondo che ha fatto?
Il mondo che ha fatto, in breve
Questo libro voluminoso è, nonostante la mole, il condensato di una miriade di incontri, registrazioni, interviste, conferenze, articoli. È il racconto di un’amicizia, e il risultato di una grande riconoscenza che Ferrucci non ha mai smesso di provare nei confronti dei suoi maestri, come per Daniele Del Giudice. Da quando quest’ultimo, molti anni fa, prestò un sacco nero della spazzatura pieno di dattiloscritti, testi vari, appunti, articoli del suo archivio, al giovane studente Ferrucci per una tesi di laurea.
Da quell’incontro ha cominciato a prendere forma questo libro, non facilmente classificabile in maniera tradizionale per il semplice fatto che contiene un po’ tutto. L’amicizia, appunto. Ma anche la realtà di uno scrittore che “dimentica tutte le parole, una dopo l’altra”. C’è la città di Venezia, una Venezia dove Del Giudice decide di vivere e investire tempo e fatica al punto da creare Fondamenta – Città dei Lettori (1999-2003), un festival senza eguali nella storia della città.
[Daniele Del Giudice]: Io sono felice che Fondamenta sia qui a Venezia, di Venezia e per Venezia, anche se ovviamente aperta nazionalmente e internazionalmente. Venezia è una città eccezionale, non vi è dubbio, ma per vivere, per viverci, occorre costruire la città normale. Fondamenta è un componente normale di una città normale.
Il mondo che ha fatto è questo e molto altro: un libro obbligatorio per coloro che hanno voglia di scoprire Daniele Del Giudice, non solo l’uomo né esclusivamente lo scrittore; un libro-guida per far capire, agli aspiranti scrittori, l’importanza della parola. Ma è anche un sistema di vetrini per microscopi, racconti di dettagli e zoomate su varie vite e varie città che, viste nel complesso, danno l’idea di qualcosa che non si può riassumere né descrivere, mai, in toto: un’opera, un mondo intero, una vita.
Il mondo che ha fatto non è una biografia
Come il precedente libro di Ferrucci, Storie che accadono, più che definire il genere di riferimento, è possibile indicare tutti i generi che contiene in sé, perché la sua complessità non si adatta a nessuna categoria in maniera univoca.
Il mondo che ha fatto è, innanzitutto, l’incrocio di due biografie, Ferrucci-allievo e Del Giudice-maestro, prima; e di due amici poi, sia nel racconto generale dell’andamento di una vita, o meglio, delle due rispettive vite, sia nel ricordo biografico della vita di un amico scrittore, dei suoi modi di fare, della sua ironia e dei suoi scherzi. Ma soprattutto della sua precisione terminologica, della sua capacità di raccontare ed esprimersi a voce come se ogni discorso, ogni frase, fossero già stati preparati in anticipo, già sbobinati e corretti più volte.
Ma se qualcuno definisse questo libro come una biografia, o come una porzione essenziale di essa, non direbbe propriamente il vero. Troppe sezioni di vita assenti, troppe intrusioni del biografo. Troppi elementi fanno di questo libro qualcosa d’altro che una biografia.
La non importanza del genere
Il mondo che ha fatto, nella sua rielaborazione di incontri, parole e discorsi è, in parte, ma solo in parte, un memoir. Una scrittura memoriale che inizia cronologicamente con l’incontro tra Daniele Del Giudice e un giovane Roberto Ferrucci, studente universitario col proposito di scrivere una tesi su due giovani voci letterarie italiane: Antonio Tabucchi e proprio Daniele Del Giudice.
Ma, ancora, ridurre questo libro alla mera memorialistica significherebbe ridurlo, semplificarlo, e non rendere conto della totalità che si nasconde dietro al libro, così voluminoso e allo stesso tempo leggero, intimo e al contempo vasto, così eterogeneo e, dote sempre più rara, profondo.
Tentare di definire cos’è Il mondo che ha fatto è forse una tendenza che accomuna ogni lettore che, per comprendere meglio un’opera, tenta delle definizioni non sempre raggiungibili. In questo caso, penso che una definizione potrebbe essere stata tentata da Ferrucci stesso. Si può ipotizzare che, come per il libro precedente, si sia chiesto, almeno una volta:
[Roberto Ferrucci]: … e mentre la scrivevo e la scrivo, il dubbio continuo su cosa stessi o stia facendo, se stessi scrivendo una biografia (spero non un’agiografia), una testimonianza, un mémoir o un récit.
Ma come definire tutte quelle intrusioni dello stesso Del Giudice, con estratti dai suoi libri, dai suoi discorsi, o dalle chiacchierate con lui? Non c’è spazio per citazioni feticistiche sulla vita privata, né riflessioni di poetica fini a sé stesse, ma tante parole, discorsi da ambiti diversi che, tutti assieme, compongono un ritratto, un mondo, un manuale.
E il manuale, che forse è il genere che più mi piacerebbe accostare a questo libro, non deve essere inteso come manuale di poetica, né come manuale prescrittivo di ciò che è bene e di ciò che è male. Direi, forse esagerando, che la penna di Ferrucci assieme all’intrusione della voce di Daniele Del Giudice, così accurata e potente, hanno dato forma a un manuale particolare, un manuale di vita pieno di domande e con pochissime risposte.
Il mondo che ha fatto: infine, un romanzo (?)
Un libro tra i più preziosi non perché parla di vita e di morte, né di amore e amicizia, anche se pure queste ci sono, ma perché ricorda sguardi diversi, differenti modi di guardare, osservare, raccontare.
Infine, un romanzo, che nessuno è in grado di definire perché, forse, non si può definire. Ma è da un romanzo che mi aspetto una delle pagine più belle sul “rimpianto”, ed è ne Il mondo che ha fatto che l’ho trovata:
[Roberto Ferrucci]: Da tempo erano incominciati i rimpianti. I miei. Te ne accorgi dopo, sempre, quando ormai è troppo tardi, con chiunque, hai rimandato, preso tempo, e sono di volta in volta famigliari, amori, amici, quel docente all’università o la professoressa di storia delle medie, o anche semplici conoscenti oppure persone che hai incontrato una volta soltanto e avresti voluto far loro una domanda, che ti è venuta in mente magari non subito, ma hai rimandato o cancellato o censurato e non l’hai mai fatta, né a tuo padre, né alla fidanzatina del Liceo o a Teresa, né a lui. Te ne accorgi quando è troppo tardi, perché quando ce l’hai, il tempo, ti sembra di averlo tutto, di possederlo, e aspetti il momento più opportuno, ti dici che l’occasione arriverà nel corso del tempo, che però poi smette di correre ed è finito.
Daniele Del Giudice
L’attesa di Il mondo che ha fatto, in conclusione
Finalmente, Il mondo che ha fatto. Era il 2022, inizio autunno o fine estate quando ho incontrato Roberto Ferrucci in uno dei suoi bar preferiti di Venezia. Un luogo non appartato né silenzioso, come vorrebbero gli stereotipi sugli scrittori, ma un luogo a lui caro per scrivere. Era passato qualche anno dall’ultimo incontro e aveva da poco pubblicato in Italia Storie che accadono.
Dopo una lunga chiacchierata tira fuori dalla borsa qualcosa che non ricordo di aver avuto neanche il coraggio di toccare. Un taccuino di Del Giudice, probabilmente lo stesso di cui parlerà anche in questo nuovo libro, e un dattiloscritto. Erano già passati 11 anni dall’inizio di quel lavoro di composizione, ascolto, scrittura e ricordo che è poi diventato Il mondo che ha fatto.
Per questo, oggi, posso solo dire: finalmente. Dopo tre anni da quell’intervista in cui aveva spacciato il libro per “prossimo alla pubblicazione”, il libro è finalmente in libreria. Ma non posso prendermela con Ferrucci: solo un piccolo scherzo, il suo, una burla che avrei dovuto individuare, conoscendo bene i tempi della sua scrittura.
Ma la pena di quest’attesa, comunque, è stata ripagata. E malgrado la difficoltà del compito: raccontare un grande autore, un amico intimo, mancato ancor prima della morte, ricordarlo, per ringraziarlo.
[Roberto Ferrucci]: Ecco, questi due libri (Storie che accadono e quello futuro su Del Giudice) sono un ringraziamento a due autori importanti per me e un riconoscimento di quanto i libri facciano per noi, di quanto ci diano, quanto ci formino.
Adesso sarà necessario molto tempo per digerire questo agglomerato di idee, pensieri, discorsi che compongono Il mondo che ha fatto. E bisognerà aspettarne altrettanto, purtroppo, per leggere il prossimo mondo raccontato da Roberto Ferrucci. Quindi, aspettiamo.
Cos’hanno in comune Sarà assente l’autore di Giampaolo Simi (Sellerio, 2023) e Achille piè veloce di Stefano Benni (Feltrinelli, 2003)? Tenterò di spiegarvelo nelle prossime righe, concentrandomi su alcuni aspetti che leggerete a breve, più uno che è bene voi sappiate subito: entrambi i libri mi hanno divertito molto.
Attenzione: nell’articolo potrebbero esserci dei piccoli spoiler su Sarà assente l’autore e Achille piè veloce, consistenti in qualche riferimento sulla trama. Non dovrebbero pregiudicare la lettura dei libri (che sì, vi consiglio di leggere) ma, anche se fosse, io vi ho avvertiti.
Premessa superflua sui due libri
Capita a volte di leggere libri non programmati, libri scelti “improvvisando”. Sono libri comprati a caso, nuovi fiammanti nella libreria del paese, o libri devastati da multipli traslochi e venduti in negozietti scalcagnati; tutti libri non necessari nell’immediato. Insomma, libri destinati ad essere incastrati nella sezione della libreria dei libri-in-attesa-di-lettura, proprio sopra al ripiano dei libri-che-non-leggerò-mai-ma-non-posso-buttare. Quando si è fortunati questi libri sono destinati a un ripiano, ma è anche vero che ogni angolo della casa è buono per depositare libri-in-attesa-di-lettura che finiranno, inesorabilmente, per venire degradati a libri-di-cui-disfarsi-senza-passare-dal-via.
Con Sarà assente l’autore di Giampaolo Simi e Achille piè veloce di Stefano Benni è successo esattamente questo: il primo, l’ho comprato durante una brevissima permanenza in una libreria di paese. Il secondo, invece, l’ho arraffato da una bancarella improvvisata nonostante gli evidenti segni di morsi non umani sulla copertina, sul dorso, nelle pagine interne. Non ricordo perché li ho acquistati né avrebbe senso ricordarlo, anche se va detto che li ho comprati a distanza di anni l’uno dall’altro. Credo sia importante dire che, per quel caso che non esiste o per quelle assurde coincidenze che non hanno senso, li ho letti uno di seguito all’altro.
E la coincidenza o il caso, che dir si vogliano, sta proprio qui: nello scoprire, dopo poche pagine lette del secondo libro, che i due testi sono affratellati da temi, intrecci, sviluppi. Il tutto legato da una sottile ironia che rende questa coppia di romanzi una dilogia quasi inseparabile.
Sarà assente l’autore di Giampaolo Simi
Da autore di libri di ricerca, destinati a una ristrettissima cerchia di studiosi e intellettuali, a ghost-writer di bestseller che spaccano le classifiche il passo è molto breve nel libro di Giampaolo Simi. Sarà assente l’autore parla infatti dell’incontro fortuito tra uno sfortunato autore di estrazione universitaria e il direttore editoriale di Idra Media Group, enorme leviatano editoriale che ha appena perso il suo autore di punta.
I due protagonisti si salvano a vicenda: l’autore replica i pessimi libri dell’autore defunto salvando il posto di lavoro del direttore editoriale, e quest’ultimo lo ricopre di soldi. Ma questo intreccio è solo una scusa per dire tante cose (che in pochi dicono) sul mondo, sull’editoria, e sullo scrivere.
C’è un po’ di tutto: il disastro di Trenitalia; la chiusura delle librerie; i festival di letteratura che occupano città e paesi sperduti scordandosi, talvolta, la “letteratura” per rimanere solo “festival”. E, ovviamente, c’è la costante critica alle “abiette logiche di mercato che del resto è ormai dominato da un solo, enorme, orrendo Leviatano, quell’Idra Media Group che, magari lei non lo sa, ma… come una grande cloaca ormai raccoglie qualsiasi deiezione espressiva di questo sfortunatissimo paese”.
L’autore, tramite le vicende, riesce a criticare con ironia amara tutto ciò che non funziona nell’editoria. Ma, soprattutto, dice ciò che in pochi riescono a dire: lamentarsi dei best-seller di scarsa qualità che si vendono come il pane, e dell’editore che, per interesse economico, li alimenta, è inutile. E non è rivolto a loro questo libro perché, ne sarà conscio l’autore, non sarà questo libro a cambiare le sorti del mercato editoriale.
La critica più feroce del libro è quella contro coloro che avrebbero le capacità di opporsi, e preferiscono rinchiudersi nella loro sempre più decadente torre d’avorio. Simi, a mio parere, punta il dito contro gli intellettuali e i professori universitari, con tutta la loro cerchia di adepti. Ma anche contro quei lettori “forti” che storcono il naso a sentir parlare di quei best-seller da spiaggia che, seppure in molti casi di scarsa qualità, sono comunque letti.
– Voi lo potete umiliare quanto volete, uno come Lo Sospiro. Lo potete anche prendere per il culo, attaccando i romanzi di Crudeli per colpire lui, e dove gli fa più male, cioè sulle copie vendute… perché, in fondo, siete sostanzialmente dei vigliacchi. Ma tutto questo non cambierà il fatto che la letteratura cosiddetta alta, che poi oggi sarebbe rappresentata dai vostri romanzi, dai miei e da quelli dei nostri amici, discepoli o mentori… non parla a nessuno, non tocca i problemi veri di nessuno. Scrivete libri per persone che ne hanno letti già altri diecimila, ma per carità, non sarebbe neanche questo il problema… è che devono essere esattamente gli stessi diecimila che avete letto voi! Ma da quale feroce demone autoreferenziale siete posseduti?
Tra quei lettori forti penso di rientrarci anche io. Faccio mea culpa, lo fate anche voi?
Achille pié veloce di Stefano Benni
Nel libro di Benni il protagonista è invece Ulisse, un giovane scrittore e lettore, pagato poco (e raramente) da una piccola casa editrice di sinistra che sgomita per resistere all’onnipresente gruppo editoriale al cui comando c’è un personaggio chiamato Duce. Anche qui un incontro ben orchestrato innesca la storia: l’amicizia con Achille, un ragazzo disabile e dall’ironia macabra, permette a Ulisse di pubblicare un nuovo romanzo e salvare le sorti di tutti.
Ma come nell’altro libro, anche qui la trama è una piccola parte del tutto. Achille e Ulisse sono sì gli eroi protagonisti di una storia che ha un inizio e una fine ben definiti, ma tra l’inizio e la fine c’è una società intera: la società italiana. Le agitazioni sindacali per gli ingiusti licenziamenti, l’euforia consumistica da centro commerciale, la concezione della disabilità, l’amore. C’è anche l’editoria fatta di quasi monopoli (ma pure lo sfruttamento del lavoro editoriale da parte di piccoli editori che, spesso, si difendono con lo scudo della “passione”), i poteri forti che controllano tutto e l’economia del “favore”.
E poi c’è Benni con la sua ironia e le sue invenzioni linguistiche. Solo grazie a lui è possibile vedere autobus come draghi, o notare l’uscita da certi manoscritti in attesa di lettura dei loro autori, in piccolo formato, che sbucano dalle pagine per convincere il giovane lettore editoriale a dargli una possibilità.
Che sogni terribili – pensò – non passerò mai più una notte insonne a leggere scrittodattili. Io ripeto sempre che scrivere è atto nobile nel migliore dei casi, ingenuo nel peggiore. Tranne poche eccezioni di grafomani arroganti inediti che imitano grafomani arroganti già editi, scrivere non peggiora il mondo. I libri sono firmati parola per parola. I loro pregi e tradimenti sono visibili, la loro libertà o corruzione e inutilità apparirà chiaramente, sulla pagina sterminata dei secoli. Alcuni dureranno, altri scompariranno. Ogni segno su di loro è nobile ruga di tormentata e ripetuta lettura, logorio del breve vento da una pagina all’altra, sbiadire di copertine tra amori e rifiuti, sottolineature, polvere di abbandono. Mentre inalterabili, mai scelti né respinti, mai veramente nostri, i dominanti schermi ci circondano di felicità non abitata, colpiscono ipocritamente, con falsa neutralità e velenosa indifferenza, creano parodie di sentimenti che evaporano nello spazio di una sigla. Hanno soldi, potenza, ma meno idee di una singola pagina. Scrivere nasce dal leggere e al leggere è grato. Scrivere è una delle poche cose rimaste uniche e nostre, dalla firma al romanzo, dal primo tema al testamento.”
L’ironia e la critica: necessità assenti
Spero che siano bastati questi brevi accenni ad affiancare, in maniera sensata, due libri per certi aspetti molto distanti. E per incuriosirvi. Per quanto sia evidente, bisogna ribadire che se qualcuno ancor’oggi “critica”, cioè mette in discussione qualcosa, significa che nonostante tutto quel qualcuno ancora osserva, si intromette, e spera in un cambiamento. Maggiore è il valore se lo fa, come nel caso di Sarà assente l’autore di Simi, un autore ormai ben noto, e soprattutto dalle fila di un editore così importante come Sellerio.
Ma la ripetizione delle stesse critiche, a distanza di vent’anni, non può che rendere ancora più amaro il nostro sorriso. Perché in un mondo completamente diverso, iperconnesso e ipertecnologico, leggendo questi libri si potrebbe dire che non sia cambiato niente. Certo, oggi si fanno videochiamate e gli scrittodattili benniani sono diventati per lo più pdf leggibili online. La tecnologia è cambiata ma tutto il resto pare identico.
Postilla assolutamente non superflua forse
Questi libri sono forse per “addetti ai lavori”? Li ho apprezzati così tanto solo perché sono un ex addetto lavoratore editoriale? Questo proprio non riesco a chiarirmelo. Certo, conoscendo i gangli dell’editoria è più semplice apprezzare certe trovate, certe critiche o certi riferimenti decisamente espliciti. Ma tanti sono gli aspetti traslabili alla vita di tutti i giorni, anche di chi non legge e non scrive. Al punto che, probabilmente, mi sto fasciando la testa per niente.
Perché spesso seguiamo ciò che ci porta lontano dai nostri desideri? pensò. Ci inchiniamo alla polemica del giorno, di cui capiamo la pochezza, ma a cui tutti si abbeverano. Ci accodiamo al dipanarsi della chiacchiera di cui non ricordiamo più l’inizio, al ciarlare di chi affolla la fotografia ai piedi del sovrano. E tutto intorno, c’è chi lavora, studia e coltiva idee che dureranno mille volte più di un lampo di notorietà in televisione o su un giornale. Ma tutti, spesso, abbiamo preferito quel lampo alla paziente speranza. Solo quando perdiamo queste persone, i custodi dei semi, delle idee, del giardino nascosto delle parole, ci accorgiamo che non li abbiamo ascoltati abbastanza.
Ma imparare l’arte del guardare oltre le luci, nella penombra, nello spazio quasi invisibile tra due pagine chiuse, questa è la sfida.
EDIT: alcuni mesi dopo la pubblicazione di questo articolo, e dopo migliaia di visualizzazioni e messaggi di supporto, alcune pagine del sito Giulio Perrone Editore e alcuni loro post social, sono stati cancellati. Voi direte, embè? Già, non cambia niente, in realtà. Però, alcuni link che avevo inserito in riferimento all'articolo, porteranno a pagine inesistenti. Chapeu G.P. Sono al lavoro per aggiornarli.
Può un editore indipendente come Giulio Perrone Editore, col suo marchio Affiori, fare cattiva editoria? Lo vedremo. Ma prima, cos’è l’editoria indipendente?
L’editoria indipendente è, allo stesso tempo, resistenza e mercato. Resistenza perché deve resistere all’assalto dei grandi gruppi e delle librerie di catena non con la forza economica, ma con la forza delle idee, delle proposte. E mercato, perché deve resistere stando economicamente a galla in maniera autonoma, senza l’appoggio di finanziatori, ma solo vendendo libri. Di solito, quando ci riesce, è perché fa libri di qualità.
Come si può immaginare, non è sempre così. Tra tanti virtuosi c’è chi lo è meno, e chi non lo è affatto. Questo articolo-denuncia nasce dalla segnalazione di un amico, da una ricerca d’archivio, da una pseudo operazione di infiltrato e dalla rabbia per la scoperta di un sistema che, invece di produrre cultura e resistenza, distrugge la prima e svilisce la seconda.
Preambolo: l’editoria indipendente in Italia
Sono uno dei cosiddetti “lettori forti” e, per qualche anno, ho lavorato nel mondo dell’editoria indipendente. Penso di parlare con cognizione di causa quando affermo che l’editoria indipendente in Italia è una ricchezza che va coccolata, curata e incentivata anche se, come vedremo, non sempre è senza macchia come appare.
Ma partiamo dalla base. Un editore indipendente è un editore che non ha legami e non appartiene a gruppi editoriali. Indipendente, quindi, da influenze esterne o superiori. Teoricamente agisce perseguendo una linea editoriale dettata solo da sé stesso. Questo gli permette una ampia libertà di movimento ma, come contropartita, non ha solitamente una grande stabilità economica in quanto non ha le spalle coperte al pari di marchi appartenenti a grandi gruppi editoriali.
Però, in un mondo editoriale sovraffollato di libri, di ristampe e riscoperte, ma anche di ri-ristampe e di ri-riscoperte, lo scrittore esordiente è proprio all’editoria indipendente che si affaccia per cercare il proprio posto al sole. Le altre finestre sono tutte chiuse.
I dolori di un esordiente non sempre giovane
Quando si custodisce il famoso libro nel cassetto, la prima cosa che si fa è cercare uno sbocco nella grande editoria. Tra invii di manoscritti sospesi e pagine di contatti inesistenti, lo scrittore esordiente non sa da che parte sbattere la testa. Senza risposte né idee, disperato, si lancia. E si lancia anche in concorsi letterari intitolati ai grandi autori del comune più periferico della provincia più remota del Regno di Molto Molto Lontano. Il risultato, ovviamente, è nullo.
Talvolta, l’esordiente invia inediti a studi e agenzie editoriali che, esausti dall’invio ininterrotto di testi spesso scorretti e non leggibili, hanno iniziato da un po’ di tempo a questa parte a chiedere un compenso per la lettura degli inediti. Nei limiti delle loro risorse, sono un filtro importantissimo per le case editrici che lavorano seriamente.
In alcuni casi, gli aspiranti scrittori optano per l’autopubblicazione, un fenomeno in continua crescita e che, nella massa di titoli pubblicati che non sono proprio capolavori (come se lo fossero, poi, quelli dell’editoria ufficiale), ha i suoi lati positivi.
Il tasto dolente dell’editoria: EAP – Editoria a Pagamento
I più sfortunati, invece, incappano nell’editoria a pagamento. Sotto questo nome si raggruppano gli editori che dell’editore portano solo il nome. Questi, solitamente, chiedono un contributo economico all’autore per la stampa, con la promessa di una grande tiratura e di una intensa promozione, che spesso finisce in una stampa poco curata di poche copie, una promozione ridicola e qualche pernacchia.
L’autore esordiente, a parte una manciata di copie del suo libro in mano e le tasche più leggere, rimane scottato. L’editore, che non accetta il suo ruolo negandosi il rischio della sua stessa impresa (quindi, scommettere su un libro), vince sempre. Da qualche tempo, però, questa potrebbe non essere la fine più sfortunata per un esordiente.
La storia: Affiori e la pubblicazione di un inedito
Qualche mese fa, ho ricevuto la chiamata euforica di un amico che mi annunciava: “una casa editrice indipendente vuole pubblicare il mio romanzo”. Dopo alcuni momenti di gioia e incredulità multipla (non sapevo avesse anche lui un libro nel cassetto, né che lo stesse proponendo), sapendo che avevo lavorato in casa editrice, mi chiede informazioni sul marchio intenzionato a pubblicarlo.
Del marchio editoriale Affiori, di proprietà di Giulio Perrone Editore, non avevo mai sentito parlare. Inizio a indagare e, all’inizio, sembra tutto bello. Forse troppo bello. Affiori, marchio nato verso aprile 2023, nel primo post su Instagram si annuncia come “un luogo di scoperta e di nascita, uno spazio in cui esplorare i nuovi talenti e le nuove voci“. Bel progetto grafico, belle copertine, essenziale ma tutto ben curato.
E ancora “vuole essere un trampolino da cui partire e osservare la realtà e il mondo, mettendo in primo piano l’incontro tra l’autore e libro e il suo pubblico, creando un modo partecipativo di fare cultura attraverso incontri e presentazioni, sempre all’insegna dello scambio e della crescita”.
Ho sempre avuto paura dei grandi annunci. Sarà che ho praticato rugby per molto tempo, e dei giocatori più robusti (come me) si dice sempre: più sono grossi, più rumore fanno quando cadono. Ecco, nelle belle parole ho iniziato subito a sentire della puzza, anche se l’aura che imputavo più o meno giustamente alla casa madre, la Giulio Perrone Editore, mi tranquillizzava.
Più scavavo, però, più sentivo puzza. E non ho dovuto andare in profondità per capire che qualcosa proprio non tornava.
Il sistema Affiori
1) Pubblicazioni a valanga
Affiori ha pubblicato il suo primo libro ad aprile 2023. Ad oggi, ottobre 2024, in circa un anno e mezzo, i i titoli pubblicati sono 151. Nello stesso periodo di tempo, sotto il marchio Giulio Perrone Editore sono stati pubblicati circa 35 titoli. Una differenza abissale.
Se poi consideriamo che le pubblicazioni di Affiori sono per lo più di autori esordienti o emergenti, con i relativi problemi legati al lancio e alla promozione di un autore sconosciuto, i conti tornano ancora meno. Come può un marchio appena nato pubblicare così tanti titoli? Come può fare un editing vero – perché tutti i libri hanno bisogno di editing – e curarne la promozione? Viene da pensare che, probabilmente, Affiori non faccia niente di tutto ciò. Ma proseguiamo.
A questo punto, come in ogni indagine che si rispetti, il colpo di scena! Sulla pagina Instagram di Giulio Perrone Editore appare un annuncio che ha mandato in fibrillazione l’intero ecosistema degli esordienti fatto di blog, forum, booktoker e così via. Cosa può scatenare un simile putiferio? Soltanto una cosa: una call per inediti.
2) L’infiltrato incredulo
Solo dopo aver fatto notare le prime scoperte al mio amico, è stata pubblicata questa call per esordienti. Nonostante i dubbi, ero ancora propenso a trovare una spiegazione ragionevole e positiva. Ma c’era un solo modo per capirci qualcosa di più, senza fare domande indiscrete: infiltrarsi.
Io, un ridicolo 007, ho risposto a quella call inviando un mio inedito. Devo essere sincero: è un testo di difficile lettura, che probabilmente non vale la pena né leggere né pubblicare (anche se scriverlo, almeno, mi è stato utile), ma su cui nutrivo in passato qualche sogno di gloria. Insomma, un testo che è sempre rimasto chiuso nel cassetto per degli ottimi motivi. Però, vista la call, l’ho inviato comunque, con poche speranze di ricevere risposte.
Eppure, non ho dovuto aspettare neanche due settimane per ricevere l’insperata risposta:
Gentile Cosimo, le scriviamo perché la sua proposta ci è sembrata interessante e potremmo inserirla nella programmazione Affiori della seconda parte del 2024.
I campanelli d’allarme in punti:
Dopo alcuni attimi di euforia, leggo tutta la mail e la gioia cala. Sono molti i punti interessanti:
Il rifiuto dell’editoria a pagamento. Dopo l’interessamento, il mittente della mail ha sottolineato che Affiori è contraria “a qualsiasi forma di editoria a pagamento quindi a nessun titolo le saranno mai richiesti soldi”. Positivo, ma alla luce dei fatti emersi in seguito, questa è alta arte retorica: noi non siamo quelli là.
Il nodo della distribuzione. Proseguendo, il mittente afferma che Affiori non ha modo di entrare nella distribuzione delle grandi librerie di catena, ma è promossa “nel circuito di librerie indipendenti con le quali abbiamo rapporti commerciali diretti (circa 130 in tutta Italia)”. La questione distributiva, in editoria, è tutto. Senza distribuzione, un libro non ha vita. Perché questi libri non possono seguire la stessa filiera della casa editrice madre?
La richiesta all’autore. All’autore, però, rimane un compito importante: “aiutarci nella promozione del volume immaginando insieme delle presentazioni le prime due delle quali avvengano fuori dalla libreria”. L’autore dovrà aiutare nell’organizzazione di presentazioni (in numero maggiore di due, si deduce), con una aggravante: “ovviamente è opportuno, almeno all’inizio, organizzare presentazioni in luoghi dove l’autore abbia la possibilità di convogliare un minimo di pubblico”.
L’imminente pubblicazione. I tempi tecnici di pubblicazione di un inedito sono molto lunghi. Sia perché un lavoro sul testo è sempre necessario, sia perché la programmazione delle pubblicazioni è sul lungo termine. Sentirmi dire che il testo potrebbe essere pubblicato entro pochi mesi mi ha fatto storcere il naso.
Le pessime intenzioni, la buona educazione
Il tutto sarebbe regolato da un contratto di edizione che non è allegato, in attesa di un ulteriore contatto telefonico. Ma, rimanendo alla conoscenza attuale delle cose, se mettiamo insieme un minimo di conoscenza del mondo editoriale a questa mail, la cosa migliore da fare è scappare. Niente di illecito, anzi. La proposta è mostrata in maniera gentile, ma dai risvolti poco seri.
L’indagine poteva finire qui. Però, noi lettori, sotto sotto… pensiamo che ci sia del buono in ognuno di noi. Per questo ho dato ancora una chance al mittente della mail per dimostrarmi di essere veramente interessato alla pubblicazione. Durante la chiamata conoscitiva, purtroppo, il libro non è stato mai citato. Anzi: alla mia richiesta di informazioni su un ipotetico editing, il responsabile ha ammesso che l’editing verrà fatto solo se ci sarà bisogno di farlo.
In compenso, è stato ribadito l’impegno richiesto all’autore per l’organizzazione delle presentazioni. E, poco dopo, su mia richiesta, è arrivato il contratto di edizione.
3) Il contratto con Affiori. Tratto da una storia vera
I contratti di edizione sono contratti tramite i quali un autore cede vari diritti (tra cui quello di stampare una sua opera) ad un editore. L’editoria si basa sul rispetto di questi contratti perché chiariscono ogni condizioni: royalties, gli eventuali anticipi, la durata del diritto di stampa e le eventuali ristampe, ma anche la tiratura e tanto altro.
In questo particolare contratto, basterà citare un punto per perdere tutta la buona fede che stiamo trattenendo coi denti nei confronti dell’editore e del marchio Affiori. Oltre a cedere qualsiasi tipo di diritto all’editore (e, diciamolo, per autori esordienti potrebbe anche non esserci niente di male), si prevede che la prima edizione dell’opera si stamperà in non meno di 150 copie. Quindi, l’editore si impegna a stamparne almeno 150. Tralasciando la mia opinione secondo cui un libro stampato in 150 copie, oggi, non esiste (se non in casi particolari), questa cifra, viste le tante pubblicazioni di Affiori, pare irrealistico.
Inoltre, l’autore ha diritto a due copie omaggio, uno sconto del 30% sul prezzo di copertina per l’acquisto diretto, e una royalty dell’8% “sul prezzo di copertina defiscalizzato (cioè al netto dell’Iva)”. Però, “l’editore provvederà al pagamento dei compensi spettanti all’autore entro il 30 Settembre di ogni anno riferito al 31 dicembre”. Quindi, per un libro venduto a gennaio 2024, l’autore potrebbe dover aspettare settembre 2025 per vedere qualche spicciolino.
Come ciliegina sulla torta, bisogna aggiungere che non è previsto alcun anticipo, neanche simbolico, per l’acquisizione dei diritti. Insomma, bastano due copie omaggio per acquistare i diritti di un’opera. Ci sono degli illeciti nel contratto? Non mi pare, ma con un simile contratto il libro nasce morto.
La scoperta: L’Erudita, la recidiva e il Modus Operandi
L’internet è un posto meraviglioso di cui noi, utenti medi, conosciamo solo la superficie e non sfruttiamo mai a pieno le potenzialità. Basta fare richieste più specifiche al motore di ricerca per addentrarci in un mondo di recensioni, di opinionisti da forum, un mondo parallelo che non ha niente di oscuro, se non i nickname. Ad esempio, nel topic dedicato a L’eruditaEdizioni un tale che si fa chiamare Cheguevara scrive:
non ho mai avuto a che fare con questo gruppo editoriale, ma ho un’analoga, spiacevole esperienza con una piccola CE “costola” di un gruppo di medie dimensioni. Mandi il manoscritto e ti risponde un’altra CE collegata. In genere, significa che la cosiddetta “capogruppo” ha un accordo con un’altra CE, sempre piccola e non particolarmente affidabile, cui “sbologna” gli esordienti.
Sempre in genere, la piccola CE collegata non fa selezione, né editing, né promozione, ma pubblica in un anno centinaia di titoli a costo vicino a zero, trattandosi in genere di print on demand, guadagnando sulle copie che ogni novello autore piazzerà a parenti, amici, conoscenti e follower vari. Non è detto che con Perrone funzioni proprio così, ma ci sono buone probabilità. Se mi sbaglio, ne sono contento.
Un sistema, come iniziamo a intravedere, esiste già. Ma cos’è L’Erudita? Da brevi ricerche, si scopre che L’Erudita è un altro marchio della Giulio Perrone Editore. E dai forum, in cui gli stessi autori commentano le loro esperienze, pare che il modus operandi sia lo stesso descritto dal caro Cheguevara: i manoscritti inviati alla casa editrice madre, in questo caso la Giulio Perrone Editore, venivano dirottati verso questa “costola”, che chiedeva l’organizzazione in proprio di presentazioni per far promuovere il libro all’autore stesso, senza alcun aiuto. Alcuni dicono di aver “vinto” dei concorsi promossi dalla Perrone, per poi vedersi reindirizzati verso L’Erudita.
L’amo della pubblicazione
Tra i libri pubblicati negli ultimi due anni di vita del marchio, appare anche un titolo del 2022 con la prefazione di Nadia Terranova. “Con carta e inchiostro”, infatti, è un’antologia di racconti che “nasce dal Corso di Scrittura della Giulio Perrone Editore, durante il quale i partecipanti si sono messi alla prova nella stesura di un racconto. A guidarli la scrittrice Nadia Terranova che ha condotto gli autori in tutte le tappe di questo percorso: dallo sviluppo dell’idea alla struttura del testo, dalla prima stesura alla conclusione”.
Nella presentazione del corso, si prometteva anche “la pubblicazione di un’antologia con i racconti di tutti i partecipanti”, ma non si specificava che non sarebbe stata pubblicata a marchio Giulio Perrone Editore. Questo libro ne è il risultato.
Le opinioni su L’Erudita, però, non sono positive. Promozione totalmente a carico degli autori, dubbio diffuso del print on demand, editing nullo e correzione di bozze superficiale. L’utente Idris, che ammette di aver pubblicato per l’Erudita nel 2021, dice:
Il punto dolente, secondo me e secondo anche un altro ragazzo che ha pubblicato con loro, è l’editing, che è praticamente assente. Il mio testo non aveva tantissimi refusi, ma me ne hanno corretti solo due e gli altri sette o otto (non ricordo quanti fossero) sono stati trovati dai miei attentissimi lettori ahah
Altre note negative sono il prezzo generalmente alto e la mancanza dell’ebook.
I numeri de l’Erudita
Non è facile capire quanti titoli abbia pubblicato il marchio L’Erudita. La pagina dedicata sul sito della Giulio Perrone Editore, a differenza della neonata Affiori, non esiste. Ma esisteva. Andando sulla Pagina Facebook del marchio L’Erudita, nella sezione “Informazioni” il link rimanda ad una pagina del sito ufficiale della Perrone che non esiste più:
Un libro pubblicato, però, non può sparire in tempi brevi. Per pubblicarlo bisogna registrare un codice ISBN, che verrà trasmesso ai vari marketplace con le vetrine di novità sempre aggiornate. Si possono cancellare alcune delle sue tracce, ma è complicato farlo sparire completamente. Per questo, interrogando la ricerca di IBS con la parola “erudita”, l’ottavo risultato sarà uno dei tanto agognati libri dello scomparso marchio L’erudita.
A questo punto, cliccando sul marchio, si filtrerà ulteriormente la ricerca selezionando solo i titoli de L’erudita. E, per essere precisini, spuntando IBS come unico venditore verranno mostrati solamente i titoli nuovi, evitando doppioni di librerie che vendono libri usati. Il risultato è sconcertante: 515 titoli pubblicati dal 2014 al 2023, ma con un solo titolo pubblicato nel 2014, 8 titoli nel 2016, e pubblicazioni massive negli altri anni. Quindi, dal 2017 al 2023, una media di 72 titoli all’anno. Una valanga, appunto.
Senza perder troppo tempo di fronte all’evidenza, aggiungiamo un particolare. La già citata pagina Facebook del marchio L’erudita, pare attivissima per molti anni. Improvvisamente, a giugno 2023, dopo anni di pubblicazione intensa e inesorabile di contenuti, cala il silenzio.
Domande retoriche sull’Affaire Affiori
Ora vi sottopongo alcuni quesiti che mi faranno assomigliare ad Adam Kadmon e alle sue puntate di Mistero. Mi dispiace, dobbiamo riderci su, ma le domande sorgono spontanee. Perché cancellare un marchio così, dall’oggi al domani? Secondo voi, è una coincidenza che l’ultimo post della pagina Facebook de L’Erudita sia del giugno 2023, proprio due mesi dopo la prima pubblicazione ufficiale di Affiori?
E soprattutto, perché Perrone crea marchi che non promuove, su cui non investe e pubblicando titoli a valanga, di cui non sembra prendersi cura, per poi cancellare il marchio?
Affiori-Perrone, che combinate?
Anche questa domanda è spontanea, e penso sia lecita. Ma non sappiamo se riceveremo mai una risposta. Però, con i dati ottenuti, qualche conclusione possiamo trarla. Se finora hanno pubblicato 151 libri con questo nuovo marchio, e per ogni titolo si sono impegnati da contratto a stampare 150 copie ciascuno, dovrebbero avere stampato 22.650 copie in meno di due anni. Sono tantissime.
Se ipotizziamo, ragionando per assurdo e per eccesso (perché siamo buoni), che ogni autore è riuscito a organizzare cinque presentazioni per ciascun titolo, e a vendere 5 copie ogni volta, risulterebbe la vendita di 3775 libri. Ovviamente è una stima molto ottimistica. Se a questi 3775 libri aggiungiamo le copie omaggio (due per ogni autore), si arriva alla cifra di 4077, che sono i libri da sottrarre al totale dei libri stampati. Il calcolo è presto fatto:
22.650 – 4.077 = 18.573 libri
Questi 18.573 libri dovrebbero essere i libri contenuti nel magazzino della Affiori. Se lo stesso calcolo fosse possibile farlo con gli oltre 500 titoli L’erudita, poi, il risultato sarebbe folle.
A me pare irrealistico che un marchio “autonomo e indipendente” si ingolfi con un tale magazzino. E, se anche avesse lo spazio fisico per contenerli, e le economie per mantenerlo, come potrebbe permettersi un tale investimento? Se iniziassimo a parlare di rapporto costi-ricavi, considerando i costi di stampa dei libri di esordienti che rimangono spesso invenduti anche nella grande editoria, il print on demand mi pare l’unica risposta. Ma una domanda rimane: perché?
Giulio Perrone. Bruciare gli esordienti per far cassa
Perché? La risposta è una sola: far cassa. Un editore, che esso sia un commerciante, un fattucchiero, un intellettuale, o tutte e tre le cose insieme, deve rientrare almeno dei costi. C’è chi sta a galla a malapena, chi ci guadagna abbondantemente, e chi invece è costretto a chiudere. L’insistenza con cui pare sia portata avanti questa attività da quasi dieci anni da Perrone, anche con la creazione di un nuovo marchio “pulito” e accattivante come Affiori, dimostra che quest’operazione, evidentemente, non solo sostiene i suoi costi, ma li supera. Altrimenti, a che pro rischiare di sporcarsi l’immagine a questo modo?
Non a caso, la pubblicazione a valanga viene fatta sfruttando marchi secondari: prima L’Erudita, oggi Affiori. Forse L’Erudita era diventata troppo nota, ed essendosi “bruciata” è stata cancellata. Per poi creare un nuovo marchio, con una grafica più accattivante e pop, per ricominciare ad accalappiare nuovi autori. Forse, non lo so.
Le conseguenze dell’Affaire Affiori
Le conseguenze, però, sono molto gravi per quei tanti che sognano di diventare scrittori e per l’editoria in sé. Pubblicare una miriade di esordienti satura ancora di più un mercato già esausto. Sposta potenziali autori interessanti dalle case editrici serie (quelle che investono davvero sugli autori, assumendosi il rischio d’impresa come accade in ogni investimento in ambito imprenditoriale)in cambio di due copie omaggio col proprio nome scritto sulla copertina. Si fa credere loro che sia questa l’editoria, ma non è così.
Ma ha anche conseguenze sulle agenzie editoriali, che hanno il ruolo di filtrare le proposte agevolando un percorso (comunque tortuoso) verso le case editrici. Con la pubblicazione indiscriminata di inediti questo filtro decade e viene sminuito il lavoro delle agenzie. Mettiamoci per un attimo nei panni di un esordiente. Perché dovrei pagare un’agenzia editoriale, per capire se il mio libro è pubblicabile o no, quando senza alcun costo me lo stampa una casa editrice figlia di Giulio Perrone Editore?
Ha conseguenze sui lettori, perché se un libro dalla grafica accattivante è pieno di errori, con una trama banale, ed è stampato da una casa editrice indipendente, il lettore sarà tentato dal rifugiarsi nelle solite letture dei soliti grandi marchi.
Affiori, alias una delusione editoriale
Insomma, illude gli autori, annoia i lettori, e scoccia pure i librai, che sono sempre più asfissiati dalle infinite e poco rilevanti novità. Ma la cosa peggiore, secondo me, è la figura barbina che fa un editore più o meno blasonato come Perrone verso tutti quelli che ruotano attorno all’editoria, verso quelli che la vivono, da dentro o sul margine. Verso quelli che leggono il più possibile case editrici indipendenti. Verso quelli che ci lavorano. Tutto, soltanto, per far cassa.
Leggere, studiare e boicottare
Se hai letto fino a qui probabilmente sei Giulio Perrone in persona. Oppure sei un lavoratore dell’editoria. Oppure ancora sei un aspirante scrittore. Nel primo caso, sono aperto a qualsiasi risposta. Sono deluso, ma non ce l’ho con voi. Nel secondo caso, sono aperto a qualsiasi suggestione.
Se invece sei un aspirante scrittore e ti stai chiedendo come fare a sopravvivere nel mondo dell’editoria, la risposta è solo una: diffida, leggi, non fidarti, studia, informati. Pubblicare un libro è come un incontro di boxe. Tu,da solo e con le mani legate, devi sconfiggere allo stesso tempo Mike Tyson e Primo Carnera: la probabilità di perdere è abbastanza alta, come puoi immaginare. Ma puoi provare almeno a sopravvivere.
Studia come funziona il mondo dell’editoria, e le bastonate che riceverai (perché sì, le riceverai) saranno più leggere, faranno meno male, e forse (forse…) qualcuna riuscirai anche a schivarla. Altrimenti, occhio ai ganci sinistri di Mike Tyson e di Primo Carnera. Carnera, col sinistro, ha ucciso un uomo (e non dubito che Tyson possa fare lo stesso).
Come si può raccontare Crum, una piccola cittadina al confine tra West Virginia e Kentucky, in breve, senza farsi odiare? O si mente, oppure è impossibile. Miniere di carbone e campi come unica fonte di sostentamento, alcool e ragazzini inquieti, precoci e armati, pronti a seminare il panico per sopravvivere alla noia. Crum è questa, e poco altro. O così appare in Lontano da Crum, di Lee Maynard, che a distanza di anni ha deciso di scrivere un romanzo sulla sua città natale, attirando l’odio (e il fastidio) di chissà quante persone.
Il cartello ai margini del paese diceva “Crum – comunità non incorporata”. Avrebbe dovuto dire “non necessaria”.
Lontano da Crum di Lee Maynard, dove tutto sembra possibile
Il protagonista, Jesse Stone, è uno dei tanti ragazzini del paese. È un orfano che vive nella baracca attaccata alla casa dei cugini, con pochi averi nascosti sotto al letto e condizioni di vita che oggi sembrano fantascienza. Però, a quel tempo, erano la normalità: poco da mangiare, caldo atroce d’estate, freddo gelato d’inverno. E un fucile carico, sempre pronto. Ah, gli Stati Uniti d’America!
Il racconto procede per lo più per eventi singoli, piccole magagne, pestaggi, risse, e latrine che esplodono. Eppure, nonostante la comicità dell’assurdo, ogni tanto emerge un Lee Maynard osservatore, riflessivo, quasi romantico. Che dura poco, certo, ma c’è. E si interrompe, solitamente, parlando di sesso.
C’erano tre cose che, nel liceo di Crum, la maggior parte dei ragazzi aveva in comune: la povertà, l’ignoranza, e il saper scopare. Eravamo poveri in canna e non sapevamo nulla di nulla di ciò che succedeva al di fuori della valle del fiume Tug, ma tutti quanti sapevamo scopare. Tutti scopavano con tutti.
La carica sessuale, nel bene e nel male, attraversa il libro anche sotto forme assurde, inverosimili ai nostri occhi. Eppure, a Crum, tutto sembra possibile. Può esplodere la latrina dell’unico poliziotto del paese. Puoi vedere sua moglie che non tenta neanche di nascondersi per fare la pipì nel bosco. Puoi prenderti una fucilata nel petto dai vicini di stato, e solo per aver raccolto del carbone dal fiume. Puoi, persino, rubare carne fresca direttamente dal camion del fornitore, e poi sbaffartela comodamente nel bosco, insieme ai tuoi amici. Oggigiorno, qualcuno direbbe che a Crum agiva una baby-gang potentissima.
Una provincia, tante province, la stessa fuga
Quante Crum abbiamo avuto, in Italia? E quante ne esistono ancora? Sembra strano che possano accadere ancora oggi, da noi, certe cose. Forse è sbagliato prendere così seriamente un romanzo che non vuole essere preso troppo sul serio. Eppure, in qualche modo, lo si fa, anche tra una risata e l’altra. Ed è come se Lee Maynard, parlando di Crum, parlasse, oggi, dei quartieri periferici di Milano, dei sobborghi di Roma, delle nostre periferie in decadenza. Quelle stesse periferie dove la noia ti porta, a volte, a scappare. Altre volte, invece, a mettere un punto alla tua vita.
Scorcio non recente di Crum, con al centro la scuola elementare.
Per questo, tra le varie marachelle, tra le risse, e soprattutto tra i sessi di ragazzi annoiati, Jesse Stone ha solo un’idea in testa: andarsene. Come se ne va chi può farlo (e non sono molti). Come se ne vanno quasi tutti i professori del liceo, che nessuno può costringere a vivere lì durante la chiusura delle scuole.
A volte pioveva. Non c’è niente di più lieve del rumore soffuso della pioggia in montagna, quella sensazione di tepore, armonia e ordine che viene dall’aria ripulita e messa a nuovo. Tutte le volte che mi sentivo intrappolato, giunto al limite, quando mi sembrava che se avessi dovuto sopportare la vista di Crum per altri cinque minuti, sarei finito col mettermi sdraiato sulle rotaie del treno… di solito, quando mi sentivo in quel modo, per un motivo o per l’altro pioveva. La pioggia si stringeva attorno al mio mondo, avvolgendomi con una piccola cupola grigia che si spostava con me mentre attraversavo a piedi colline e forre.
In conclusione, perché leggerlo
Lontano da Crum è un romanzo che si legge volentieri, che diverte facendo riflettere anche se, a volte, alcune scene possono dar fastidio. Ma è anche giusto che infastidiscano certe scene di sesso (troppo) giovanile, come è giusto che vengano raccontate: se quella era la vita a Crum, perché nascondersi dietro una foglia di fico? No, ecco, meglio fare come un caro amico del protagonista: andare davanti ad una professoressa, davanti ad una folla, e finalmente togliersi la foglia di fico per mostrare, a tutti, il proprio membro, la verità, quello che è davvero Crum.
Quando un tuo compaesano fa qualcosa di bello, non puoi che stampare una sua foto e appenderla in camera tua. Quando un tuo compaesano è l’unico (o quasi) della zona a fare qualcosa di bello, come scrivere Oro puro, dovresti creargli un altarino e celebrarlo ogni volta che puoi. Anche stampare dei santini non sarebbe male.
Questo è il mio altarino a Fabio Genovesi (ho già spiegato che, su di lui, non posso essere molto oggettivo). E al suo ultimo libro, Oro puro, che si stacca nettamente dalla produzione precedente, dai suoi luoghi cari, dai suoi personaggi così fortemarmini, senza però staccarsi affatto. Perché anche Oro Puro parla di mare e di marinai, anche se il mare stavolta è l’oceano, e parla di giovani e vecchi, di gioie immense e grandi dolori. Perché Oro puro, parlando della scoperta dell’America, parla di vita, parla d’amore.
Non chiedersi niente, non sapere niente, è così che per un attimo si rischia di essere davvero felici.
Oro puro in breve
Nuno è figlio di una ex prostituta ebrea di Palos, una donna senza marito che vive scrivendo lettere ai marinai di passaggio. Per questo insegna al figlio a leggere e a scrivere, che nel 1492 non è cosa da poco. Ma a circa 16 anni la madre muore, le persecuzioni contro gli ebrei raggiungono il culmine e Nuno decide di scappare.
Per una serie di (s)fortunati eventi viene preso a bordo di una massiccia nave, la Santa Maria, che salpa per un’avventura folle, spinta dal sogno di Colombo di tracciare una nuova via per le Indie. La storia generale, poi, la conosciamo. Ma sono i personaggi creati da Fabio Genovesi a incollarci alle pagine, col suo stile divertito e divertente, eppure delicato.
Oltre al piccolo Nuno, che parte impaurito e torna (tornerà?) uomo, ci sono un marinaio muto, e uno balbuziente. C’è Alonso, un vecchio dal canto così delicato da far venire voglia di andarlo a cercare nella realtà, uno così. E c’è Colombo stesso, dipinto nella sua pomposità di sognatore pazzo, o almeno pazzo di fede.
Le domande davvero importanti sono così, senza una risposta. Perché siamo nati? Cosa c’è dopo la vita? Cos’è l’amore, cosa la morte? Cosa c’era prima e cosa ci sarà dopo il nostro viaggio sulla Terra? Non lo sappiamo, non lo possiamo sapere. È così, sempre, per tutti. Ma non per l’Ammiraglio Colombo.
E poi ci sono gli indigeni, sì, perché si sa, Colombo nelle Indie non arriverà mai. Ma arriva nelle Americhe e le trama non poteva essere poi tanto diversa. O forse sì? Non importa. Gli indigeni, dicevo, accolgono gli europei come divinità. E pensano siano arrivati per loro, ma a loro degli indigeni poco importa: vogliono le pregiate spezie, vogliono l’oro.
Fabio Genovesi e l’amore
Ho letto tutto quello che ha scritto Fabio Genovesi e, non so voi, ma sembra che proprio non riesca a scrivere se non d’amore. Che sia l’amore per una persona, per un paese (cosa è, se non un libro d’amore, Morte dei Marmi?), oppure l’amore per il mare, per la gente, per un ciclista come Pantani. In parte è vero che tutte le storie sono storie d’amore, e tutti i film e tutte le canzoni e tutti i libri, in qualche modo, parlano d’amore.
Ma lui parla d’amore in un modo particolare, come se il resto non avesse senso o importanza. Va bene il viaggio alla scoperta dell’America, va bene l’avventura, la crescita, ma è di tanti amori che parla tutto il libro. L’amore di un vecchio che non fa altro che parlare della propria amata, ormai morta da tempo. L’amore impossibile, il primo, di un giovane mozzo che è stato anni a pensare che quell’amore non sarebbe mai arrivato.
Però, è anche l’amore di un uomo per i suoi sogni e per ciò in cui crede, che sia Dio, la Madonna, o i suoi stessi sogni. È l’amore di marinai sempre in mare, lontanissimi dalla terraferma, dalle famiglie, dalle donne amate.
Ed è, infine, l’amore di uno scrittore, un uomo, Fabio Genovesi, per l’amore in sé, come elemento che muove il mondo e gli uomini, che dà un senso all’esistenza. Perché senza non ci sarebbe motivo di muoversi, di esistere.
Ancora adesso, nei miei silenzi, io le parlo, e Lei a me. E la gente dice che non ti dovresti mai affezionare troppo alle persone, perché oggi ci sono e domani non ci sono più. Ma non ha senso. Secondo me è meglio amarle tantissimo, perché domani potrebbero non essere lì da amare, e più le ami adesso, più resteranno con te. Se invece non ami qualcuno quanto dovresti e vorresti, l’hai già perso, molto prima che se ne vada. Infatti noi non ci siamo persi. Il tempo insieme è stato immenso, un’alba lunga tre anni. E poi il tramonto. Ma come il sole quando sparisce nel mare, Lei è sparita ma io so che c’è. La sento, la vedo, la sua luce è qua.
Una volta una ragazza mi scrisse una frase che mi sono appuntato su un taccuino. Diceva: “insieme a qualcuno o da soli, o alternando, cambiando, sarà comunque un bel viaggio. La meta è sempre una: l’amore, in qualsiasi forma”. Anche Fabio Genovesi sarebbe d’accordo.
Illustrazione di Lorenzo Balbo
Risvolto di copertina
Palos, Spagna, agosto 1492. Nuno ha sedici anni, ed è un granchio. O almeno, questo è il soprannome che gli ha dato sua madre, morta pochi mesi prima, di cui Nuno conserva un ricordo che è dolore e luce insieme. Pur vivendo sul mare, Nuno non ha mai desiderato solcarlo, e preferisce guardarlo restando aggrappato alla terra, proprio come fanno i granchi. Finchè, per una serie di circostanze tanto sfortunate quanto casuali, deve imbarcarsi su una nave di cui ignora la destinazione.
Si tratta della Santa Maria, a bordo della quale Cristoforo Colombo scoprirà – per caso e per sbaglio – il Nuovo Mondo. Mentre Nuno si renderà conto, lui che di navigazione non sa nulla, di condividere lo smarrimento coi suoi compagni molto più esperti: tutti spaventati da quell’impresa folle e mai tentata prima.
Avendo imparato dalla madre a leggere e scrivere, Nuno diventa lo scrivano di Colombo, e trascorrendo ore ad ascoltarlo sente crescere l’entusiasmo per i grandi sogni di questo imprevedibile esploratore visionario. Attraverso lo sguardo di Nuno, percorriamo il viaggio più importante della storia dell’umanità: i giorni infiniti prima di avvistare terra, fino alla scoperta di un mondo nuovo, una nuova umanità, una nuova, diversa possibilità di intendere la vita. In questo Paradiso Terrestre, Nuno imparerà quanta ferocia, quanta avidità possa motivare le scelte degli uomini, ma anche la forza irresistibile dell’amore, che lo travolgerà fino a sconvolgere i suoi giorni e le sue notti.
In questo romanzo, Fabio Genovesi non solo ci racconta la navigazione di Colombo come mai è stato fatto prima, ma ci cala dentro una grande avventura umana, esistenziale e sentimentale, che si snoda attraverso imprese, amori, crudeltà spaventose e improvvise tenerezze, svelandoci come dietro la scoperta occidentale delle Americhe si nascondano violenze, soprusi e malintesi, ma soprattutto l’insopprimibile, eterno istinto degli uomini a prendere, consumare e distruggere tutto, persino se stessi.
È arrivato il momento di raccogliere le macerie, ammucchiare i pezzi in un angolo e metterli, piano piano, uno alla volta, dentro al sacchetto della spazzatura. Non si può usare la paletta, in certi casi, né nessuno può aiutarti. Sei in quel momento della vita in cui devi pulire, tu, da solo, a mani nude, fare manutenzione, trovare l’equilibrio. Come in una partita di tennis, o di qualsiasi altro sport, quando stai vincendo e puoi decidere se osare, tentando di allungare il vantaggio ma rischiando di sbagliare, oppure mantenere, buttarla di là senza strafare, tenendo alta la qualità dello scambio ma con moderazione, senza eccessi.
A dire il vero la realtà è un po’ diversa, perché invece di star vincendo hai già perso tutto, e stai semplicemente tenendo alto il livello, tu, che ormai hai perso, e lo fai per non dargliela vinta, per fargli vedere che giochi, sei vivo, oggi perdi e domani gli morderai il collo all’avversario, alla vita. E forse non morderai il collo di quella ragazza, quella che non vedi più e a cui piaceva tanto, ma ne arriveranno altre a cui piacerà lo stesso. Non perdere la dignità, ti sei ripetuto prima di incontrarla per l’ultima volta, e quando ti ha ridato le chiavi, Eccole, come stai?, chiese, Bene, tu?, Bene. Poche parole di cortesia, fredde, sguardi bassi che stentavano a incrociarsi, una stretta al petto, il tuo, del suo non sai più niente, e poi, Se questo è quanto, disse, Ciao, e tu subito a ripeterlo, Ciao, neanche un addio, anche se lo era. E se n’è andata.
Tutto è in frantumi, mia Cara, i frammenti sono volati da una parte all’altra e mi è impossibile raccoglierli se non in questo circolo forzato in cui continuo a girare fino alla nausea e all’idiozia, finchè esso non si aprirà in un punto ignoto. Che però non sarà quello di un’altra vita, ma di questa. Perchè non è dall’altra parte che ti sto parlando ma da questa, anche se essa appartiene insospettabilmente ad un’orbita diversa dalla tua.
Poi ti sei incamminato anche tu, iniziando da subito a raccogliere a mano nuda i pezzi sparsi, i frammenti di castello costruiti in due, insieme, ma distrutto da lei. E ora, dopo mesi, non hai ancora finito di raccogliere i pezzi, perché li puoi raccogliere soltanto tu, da solo. E mentre ti pieghi per prenderli ogni giorno, ogni mattina appena sveglio, ad ogni pranzo osservando le sedie vuote, ogni sera guardando il letto sfatto solo per metà, mentre ti pieghi a prendere quel frammento di cui ti sei accorto il giorno o la sera prima, pensando al domani, Domani tocca a te, caro mio, ecco che chinandoti ti accorgi di qualche coccio rotto sotto a quello appena recuperato, frammenti che non avevi visto in precedenza.
E così ogni mattina, ogni giorno, ogni sera, ogni volta che ti abbassi a raccogliere un pezzetto di castello per metterlo via, ne appare un altro, grosso o piccolo che sia, e sta andando avanti da così tanti mesi che finisci per pensare di star sbagliando qualcosa. Più pulisco più è sporco, pensi, e pensi che non renda l’idea visto che non c’è niente da pulire, c’è solo da liberare la strada dal castello imploso, perché prima di prenderne altre, anche opposte, bisogna comunque liberare quella, prima, non vale rigirarsi, far finta di nulla, non si lasciano le cose a metà, perché quando ci provi finisce sempre che altre frane, altri crolli invadano quella stessa strada che hai trascurato. Allora il dolore è doppio, la fatica anche, e tu, ancora, solo.
Ci pensi mentre guidi la moto, il corpo che si inclina leggermente a destra e poi subito a sinistra per seguire la doppia curva della strada di montagna, una strada che è una, unica, o vai avanti e sali o torni indietro e scendi, non ci sono biforcazioni, bivi, solo quella strada, la stessa, una strada in cui sembra di non potercisi perdere ma smarrirsi, quello sì, è semplicissimo. E se dovesse esserci una frana, un castello imploso lungo la via, puoi tentare forse di tornare indietro, oppure ripulire tutto. Ma sai che non hai scelta.
Speri di non trovare una frana oltre alla prossima curva, oltre alla nebbia che la oscura in parte, la velocità è elevata e rischieresti di finirci contro, cadere e nel migliore dei casi farti molto male. Per questo decidi di rallentare, scali marcia, e cerchi di goderti quello che vedi attorno, adesso che vai più piano è tutto più nitido, tutto più chiaro, anche se i pensieri, a quella velocità, sono più presenti, pensati a voce più alta, ma mantieni l’andatura, senza strafare, solo tu e la moto, quella che sogni da quando hai letto quel libro che non hai più.
Qualcuno direbbe che ti è stato rubato, sottratto, e in realtà lo dici anche te, ma più che furto è un prestito volutamente non restituito. Che è un furto, in pratica, a pensarci bene, e di quelli peggiori, quei furti che non puoi denunciare perché sai chi è il colpevole, avresti anche le prove, ma semplicemente non ci puoi far niente perché per loro, per lei, è soltanto un libro, mentre per te, e per pochi altri, quello è Quel libro. E poi, comunque sia, i libri si ridanno ai proprietari, in mano o per posta, il modo lo si trova sempre per evitare di lasciare certe cose in sospeso, tu lo sai bene visto che devi spedirne ancora uno, per chiudere una faccenda, ma questa è un’altra storia.
Pensando al furto, o quel che è, prendi una curva troppo stretta, la chiudi in anticipo e ti accorgi, imprecando, di occupare totalmente la corsia opposta. Per fortuna non sta arrivando nessuno, pensi, però è pericoloso, dico io, stavolta è andata bene ma se dovessi trovarti di fronte, che so, un camion carico di scaglie di marmo bianco di Carrara, o un camper pieno di giovani tedeschi in gita sui monti, beh, puff, fine di tutto, davvero.
Ecco risolto in un attimo il problema del furto, pensi. E invece no, non ci sono camion, nessun camper, e hai tutto il tempo di rimetterti nella corsia giusta, alzare la visiera del casco per prendere un po’ d’aria fresca in viso, e pensare alla cazzata che hai appena fatto, Per uno stupido libro, pensi. Ma era Quel libro, ancora, e come quello anche altri sono spariti, sottratti?, rubati?, non lo sai. Sai che gliene hai prestati un po’, una piletta scelta di libri più o meno importanti, e quando hai sentito sbattere una porta anche se eri altrove, quando hai capito che se n’era andata, sei andato a raccogliere i primi resti.
Hai trovato la stanza vuota, svuotata, solo piccole macerie come il materasso in vista, senza lenzuola, un biglietto che le avevi scritto tempo prima, la piletta di libri vistosamente più piccola di quella che avevi lasciato. Hai cominciato col raccogliere i libri rimasti, per metterli al loro posto nella tua libreria, e osservando rapidamente le copertine c’hai messo poco a capire che i libri rimasti non erano Quei libri, ma libri secondari, non così importanti per te, né per voi. E finito il lavoro hai osservato la tua libreria, il tuo ordine che capisci solo tu, e hai visto gli spazi che chiunque potrebbe vedere, i vuoti risultanti da un furto.
Pensando a quei vuoti potresti rischiare, di nuovo, di sbagliare una curva, invadere la corsia opposta in un momento meno fortunato, così pensi ai libri che invece ti sono rimasti, a quelli che per qualche motivo rileggi una volta all’anno, come minimo, a quelli che lei si è portata via senza però portarsi via quello che a te hanno lasciato, dentro, quei libri, ai sogni che ti hanno fatto fare le notti in cui sei riuscito a dormire. Pensi ai sogni, sì, a quei sogni che ti hanno riempito le giornate, hanno eretto e addobbato castelli, sogni a cui non vuoi rinunciare perché, ogni tanto, riempiono anche i vistosi vuoti di uno scaffale.
A volte una soluzione sembra plausibile solo in questo modo: sognando. Forse perché la ragione è pavida, non riesce a riempire i vuoti fra le cose, a stabilire la completezza, che è una forma di semplicità, preferisce una complicazione piena di buchi, e allora la volontà affida la soluzione al sogno
E anche se non si può vivere da una parte e dall’altra, nel sogno e nella realtà, al primo bisogna cedere, ogni tanto, affinché il resto fili liscio, acquisti valore, magari senza farsi trasportare troppo dalle immagini mentre si è alla guida. E potresti dire di essere quasi contento di raccogliere quelle macerie, anzi, di tutte quelle raccolte in tutta la vita, perché ci sono detriti quando si è in grado di sognare qualcosa. E la vita, senza il sogno, è soltanto una triste, vuota passeggiata. Ma a te piace la moto.
Negli ultimi mesi ho rifiutato molte offerte di lavoro e delle “interessanti” prospettive. Alcune per motivi legati a retribuzioni degradanti, altre per offerte economiche in linea con lo sfruttamento generale. Ma certe condizioni non ero disposto più ad accettarle, e finora, forse, non sono stato in grado di spiegare il perché. Grazie a Francesca Coin e al suo libro, Le grandi dimissioni, sono riuscito a capirmi di più, a farmi capire meglio (grazie davvero).
… perché se il mondo della cultura non è un presidio di buone pratiche, il nostro lavoro è inutile.
Non ne vale la pena
Se fosse possibile riassumere il libro in una sola frase, il risultato potrebbe essere più o meno questo: non ne vale la pena. Che poi è la stessa frase che ho ripetuto spessissimo, negli ultimi mesi, nel tentativo di spiegare a chi avevo attorno la mia scelta di lasciare il lavoro. Un posto di lavoro dei “sogni”, un tirocinio ottimo, “ben retribuito”, con buone prospettive. Qualcuno ha capito, qualcuno no, ma il succo era proprio questo: non ne valeva più la pena.
Prima, però, ho lavorato per due anni in una piccola casa editrice in crisi. Purtroppo, anche per l’ambiente pseudo-familiare creatosi (che male si sposa con l’ambiente lavorativo, e Francesca Coin ne parla), il mio lavoro non è stato valorizzato, né economicamente riconosciuto. Per questo ho deciso di aggiungere un master ai lunghi anni di studio, con la speranza di veder cambiare le cose, o di aprirmi a nuove opportunità. E il master, va detto, qualche porta l’ha aperta. Ma il panorama che ci si trova di fronte, dopo un master in editoria, è poco più che desolante: tirocini anche non retribuiti, anni e anni di precariato.
Giovani incastrati dalla “trappola della passione” che è, come spiega Francesca Coin, “il sintomo di una cultura del lavoro che si serve della passione come esca per estorcere una disponibilità completa”. Una situazione inaccettabile di per sé, ma assurda se si considera che ad approfittarsi di giovani laureati è l’industria del libro.
Per non parlare del fatto che la capitale dell’editoria è Milano. E Milano, si sa, è ogni anno più cara. Ha senso lavorare otto, nove ore al giorno per poi essere costretti a chiedere aiuto ai genitori, per sopravvivere? Se consideriamo che nell’editoria libraria italiana un tirocinio retribuito 600/700 euro è ben retribuito, vale la pena vivere in una città che ne chiede 600/700 soltanto per una stanza in affitto? Ha senso fare tutta la trafila di tirocini a 700 euro (quando si è molto fortunati), e poi gli apprendistati a 1000 euro, se si è ancor più fortunati, per 3, 4 anni, prima di avere un contratto che permetta un minimo di autonomia? Secondo me, non ne vale la pena.
Vale la pena di rovinarsi la salute per una paga da fame? Vale la pena di subire le angherie di un capo per settecento euro al mese? Vale la pena di andare a lavorare per poche centinaia di euro e spenderne altrettante per pagare qualcuno che si prenda cura dei figli? Tutte queste problematiche non possono essere ridotte a una bassa retribuzione. Ma una bassa retribuzione non offre una contropartita sufficiente a chi cerca la motivazione per sopportarle.
Le grandi dimissioni
Il libro di Francesca Coin ha il pregio, tra gli altri, di fare chiarezza in una situazione che accomuna e affligge più generazioni, insofferenti per un sistema in cui, indipendentemente dal “sangue” versato, dall’impegno, dalla fatica fatta, non è previsto alcun miglioramento.
È il caso di medici e infermieri, che si sono ritrovati a operare per una sanità pubblica sventrata in favore di imprese private e gettonisti pagati il triplo. È il caso di lavoratori della ristorazione, il cui trattamento è, spesso, paragonabile allo schiavismo, con salari ridicoli (contrapposti ai ricavi dei titolari) e nessuna libertà di disporre del proprio tempo libero.
È il caso di tanti amici, amiche, lavoratori e lavoratrici culturali. Tutti costretti ad accettare paghe degradanti per fare il “lavoro dei sogni” e seguire le proprie “passioni”. Tutte retoriche, queste, che Francesca Coin illustra e smonta col rigore di una studiosa, e con la delicatezza di chi parla di una materia viva come la vita delle persone. Persone costrette a subire vessazioni per i malumori dei superiori, con ferie non concesse, straordinari non riconosciuti, paghe non adeguate, e la continua minaccia di perdere il posto. Una normalità che molti non riescono più ad accettare.
Il dialogo impossibile
Sarebbe bello se gli imprenditori leggessero Le grandi dimissioni. La smetterebbero di dire che i giovani non hanno voglia di lavorare? Che il reddito di cittadinanza ha tolto la voglia di lavorare ai pochi che ce l’avevano? Probabilmente no, perché temo che sappiano già tutto, anche se continuano a fare orecchie da mercante, appunto.
Non si tratta di abolire il lavoro per cambiare il mondo, si tratta di cercare un modo per sottrarsi a un sistema che ti divora.
Ed è nell’interesse degli stessi imprenditori avere dipendenti più motivati, più felici. Ma a qualcuno conviene così: non cambiare niente, perché cambiare è faticoso. La situazione attuale è comunque redditizia.
Ma questa insofferenza è destinata a crescere. Per quanto tempo basterà mischiare le carte in tavola facendo le ennesime promesse, confondendo le persone con progetti folli di ponti e funivie inutili, per distrarre l’attenzione? La gente è stanca, povera e infelice. Quindi, la gente è incazzata. Ma (sembra) verso i responsabili sbagliati.
Le grandi dimissioni, un libro epocale
Sono tanti i libri non abbastanza letti, non ascoltati dalle epoche passate. Spero che Le grandi dimissioni non rientri in quella lista, anche se ho paura che verrà letto soltanto da chi è già d’accordo, da chi già sa.
Avrei voluto parlarne di più, del libro, ma non vorrei togliere a nessuno il piacere della lettura. Anche se, a dirla tutta, tanto piacevole non è. Perché quando ti spiegano i motivi che stanno dietro alle tue insicurezze, alle tue ansie e alle tue insofferenze, tanto felice non puoi esserlo. Soprattutto se le soluzioni possibili non sono affatto a portata di mano.
Ma è la realtà a non essere piacevole. Possiamo consolarci un po’ col fatto che, nella stessa situazione, siamo in tantissimi, anche se questo non consola molto. Però è consolatorio sapere che c’è qualcuno come Francesca Coin che si prende la responsabilità di spiegare che cosa non va. E, per fortuna, quel qualcosa non siamo noi.
La risolutezza di chi rifiuta un lavoro che rende cinquecento euro al mese non esprime un privilegio: ci dice che non possiamo permetterci di lasciarci spingere al suicidio da un sistema tossico.
Comune di Genova, a latere: il lavoro non va retribuito
Circa sei mesi fa, il Comune di Genova aprì un bando per la ricerca di un volontario per 6 mesi di lavoro, quattro ore al giorno per massimo quattro giorni a settimana, con possibilità di rinnovo. La figura, doveva supportare l’organizzazione di “eventi correlati ai temi migratori presso i musei afferenti l’istituzione Mu.Ma”, cioè il Museo del Mare. Inoltre, era richiesta una “ottima conoscenza della lingua inglese (preferibilmente madrelingua o comunque perfettamente bilingue”. Ovviamente, fu polemica.
È di questi giorni, invece, la notizia che sempre il Comune di Genova sia alla ricerca di giovani sotto i 35 anni che “desiderino promuoversi di fronte ad un pubblico vario, avendo gratuitamente a disposizione un palcoscenico prestigioso come quello della Sala Verde e antistante terrazza monumentale del Museo di Archeologia Ligure, sito all’interno di Villa Pallavicini di Pegli”. Ovviamente, “non sono previsti compensi” perché, da come risulta evidente dall’avviso pubblico, il lavoro sarebbe pagato in visibilità.
Scoppia la polemica, e la risposta del sindaco non si fa attendere: “non vedo il motivo della polemica, è ridicolo questo modo di pensare”. E ancora: “questo non è lavoro, è un’opportunità”.
Dopo aver letto Le grandi dimissioni, sentire certe parole da un sindaco, fa quasi venire nausea. Ma si sa chi è il Sindaco. E questa è Genova, questa è l’Italia. Per quanto ancora, lo sarà?
P.S: adieu
Lo so, lo so. Potrei non lavorare più in editoria dopo questo articolo. Potrebbe bastare che lo leggesse una sola persona, più o meno importante, e il mio incerto futuro acquisirebbe una certezza: l’editoria non fa parte del mio futuro.
Se così fosse, adieu editoria, adieu colleghi. Ci vediamo su teams, al bar, nei gruppi di lettura, nelle librerie. Da questi posti non possono cacciarmi.
Attenzione: Urla sempre, primavera mi è stato consigliato dalle libraie della preziosa Libreria Piena di Lisbona. Se passate di là, dovreste proprio andarle a salutare.
Un libro, tanti libri
Non è affatto semplice parlare di un libro che, in realtà, ne contiene almeno cinque. E dico almeno perché in Urla sempre, primavera di Michele Vaccari, oltre ai cinque libri di cui è composto l’indice, la narrazione è arricchita da voci registrate, documenti “storici” di un futuro successivo alla narrazione, sogni. Un romanzo distopico a tante voci, un romanzo che parla del nostro passato, del nostro presente e del futuro che potrebbe attenderci (o che è già qui).
Ma partiamo da un accenno di trama: in un’Italia distopica un gruppo di anziani prende il potere in maniera “democratica” (come i fascisti, insomma) e viene imposto il divieto di fare figli: l’umanità deve estinguersi. In questo scenario, le donne scendono in piazza e tentano di resistere; molte fanno figli, ma il potere è più forte, e prende il sopravvento.
Siamo arrivati a una società ideale che corrisponde a un cimitero in cui tutti sognano di essere gli unici becchini.
Siamo a Genova, e nella città del G8 più tristemente famoso della storia si ripetono gli stessi orrori, ma più gravi, del terribile 2001. Le donne sono trucidate, e i loro bambini cadaveri con le madri o, nel migliore dei casi, cresciuti come bestie, analfabeti che parlano una lingua rotta, la Lingua Nuda.
Una storia originale raccontata con un linguaggio preciso, scelto; un linguaggio che nelle prime pagine può sembrare sfidante, eppure rapisce il lettore e lo tiene incollato alla pagina, grazie anche ad una narrazione letteralmente avvolgente.
Il potere dei Delfino
La storia comincia con una coppia di giovani ribelli che riesce a scappare sulle alture di Genova. Lei è incinta, e la piccola figlia muove i primi passi su quelle alture, lontana dalla città, troppo pericolosa per le madri e per i bambini. Ma la madre sa che è solo questione di tempo. Prima o poi, le guardie, li troveranno.
Per questo registra la sua voce con una vecchia tecnologia a cilindri, sperando che la figlia riesca a crescere e, chissà, a salvare il mondo. Sì, proprio così: Zelinda, la giovane madre, ha ereditato dal padre biologico un particolare dono, che si potenzia col procedere delle generazioni. I Delfino, infatti, riescono a entrare nei sogni altrui, a dialogare con chi sogna e, in alcuni casi, a far accadere le cose.
Comunque andrà, abbiamo già deciso cosa fare. Io entrerò nei sogni del Presidente, cercherò di cambiarli, se ce la farò, li renderò veri. È il mio potere, nonno lo ripeteva come un monito.
Per evitare troppi spoiler, non parlerò del padre di Zelinda. Possiamo dire soltanto che è un ex-partigiano omosessuale, protagonista di alcuni fatti eclatanti durante gli anni di piombo, e che è in prigione per questo. A lui è dedicato un intero libro, la terza sezione, e attraverso la sua figura l’autore riscrive in parte la storia del Novecento italiano.
Gli animali e la natura
La trama è talmente complessa (e non, mi raccomando, complicata), che non ho ancora avuto modo di spiegare a cosa faccia riferimento il titolo. Ecco, non solo le donne non possono più avere figli, ma un movimento iper-animalista ha convinto il governo a dichiarare illegali gli allevamenti e gli animali domestici, cacciando tutti gli animali nei boschi. In più, come purtroppo capita già di vedere oggi, alcune verità scientifiche vengono ribaltate. In particolare, la fotosintesi clorofilliana non esiste e gli alberi sono nemici dell’uomo perché produrrebbero soltanto anidride carbonica.
Ed è nella natura considerata tossica che, in caso di arrivo delle guardie, troverà rifugio la piccola Egle:
Nel 2001 non è iniziato il millennio, è finito il nostro Paese, gli hanno ammazzato il futuro. Per questo, abbiamo così paura. Abbiamo già visto cosa sono in grado di fare quando gli tocchi il potere. Se ci verranno a prendere, con tuo padre abbiamo deciso sarà lui a provare a lasciarti nel bosco. Io farò da diversivo, tanto è me che vogliono. Per fortuna, tutti credono che la natura sia tossica. Questa ignoranza sarà la tua salvezza. Gli animali ti daranno una mano, sono stati abbandonati come te.
E sono tante le cose che andrebbero ancora dette su un libro simile. Non solo è molto voluminoso (448 pagine) e la sua struttura, come abbiamo detto, è molto complessa. Sono tante le trovate originali dell’autore, le sue invenzioni, che è bravissimo nel creare un mondo distopico e realistico, inventando anche veri e proprio dialoghi nella nuova Lingua Nuda. Ma la sua bravura maggiore consiste nell’aver creato un mondo non così inverosimile e lontano dal nostro.
Genova in Urla sempre, primavera
La città in cui sono ambientati i fatti non è scelta a caso. I personaggi che si trovano a correre per la città seguono percorsi particolari, vie precise, intravedono luoghi noti e meno noti di una città che, l’autore, mostra di conoscere bene (c’è nato). E questa conoscenza dà valore alla narrazione, rende verosimili gli ambienti e i personaggi che rappresentano, oltre gli stereotipi, una generazione di uomini e donne che ha perso ogni lotta, ma che non si arrende.
E Genova rappresenta, nel libro, ciò che è realmente: la nuova capitale di un paese di vecchi. E fa sempre bene ringraziare l’autore, che ci ricorda una grande verità: quant’è vecchia la Liguria, quant’è vecchia Genova.
Non fa sorridere vedere Genova capitale di una società di vecchi. Ma questa, più che distopia, è la realtà.
Se Urla sempre, primavera vi incuriosisce (nonostante il mio pessimo articolo), vi consiglio di guardare questa presentazione dell’opera con l’autore, Michele Vaccari:
Ci sono libri di cui non vorrei parlare. Di solito sono gli stessi libri di cui vorrei parlare a tutti, consigliarli, vorrei pure regalarli, in blocco, a tutte le persone care. Sempre, poi, appartengono a quel grande ma non grandissimo gruppo di “libri preferiti”, classifica non numerata in espansione inesorabile e inesorabilmente lenta. La gioia avvenire rientra in questa categoria.
E c’è entrata più o meno dalla prima pagina, dopo poche righe, anzi, ad esser precisi dalla settima riga, «una cosa raccontata è tracotante: esige, estorce quasi», che dopo averla letta mi sono dovuto fermare, e col lapis in mano ho segnato un piccolo puntino nel bordo bianco accanto alla frase, e per ricordarmi la pagina (che assurdità, era la prima), ho fatto l’orecchio alla pagina, in alto. E sono pochi pochi i libri così, in cui mi sento obbligato a fermare la lettura lì, alla prima pagina, dopo poche righe, alla settima appena, per fare subito un segno a matita e un orecchio alla pagina.
Di libri così vorrei parlare a tutti per dire quello che hanno lasciato a me, per quello che in me hanno smosso, sperando che smuovano qualcosa anche a chi lo consiglio, a chi lo regalo. Però, allo stesso tempo, non vorrei parlarne proprio perché di certi libri non mi sento in grado di, come forse direbbe l’autrice, capite?, non mi sento all’altezza. Come spiego lo scombussolamento, gli occhi lucidi, la percezione del dolore provato soltanto dalla lettura di un po’ di inchiostro su pagina, e come spiego la cognizione, sì, soprattutto la cognizione di una Voce? Non credo, davvero, di esserne in grado.
Per questo su certi libri non mi vedrete mai scrivere una recensione, una critica, niente di strutturato insomma. Ciò che posso fare è solo tentare di intessere anch’io, come posso, alla meno peggio, qualcosa attorno al libro, evidenziando certi particolari che di un testo, di una Voce, toccano e fanno vibrare certe corde, di me, spesso immobili.
In La gioia avvenire tante sono le cose che avrei dovuto dire, come tante (se non tutte) sono le pagine a cui avrei dovuto fare l’orecchio, dopo aver messo un puntino a qualche passaggio significativo, denso. Mi sono dovuto trattenere, come quando al liceo sottolinei le parti più importanti del libro di storia, e ti accorgi che finisci per sottolineare sempre tutto tranne avverbi e congiunzioni. Insomma, questo libro è, per me, un libro importante, e Stella Poli è, per me, un’autrice importante. Per quanto il mio giudizio sia valido solo nelle mie stanzette, nei miei rifugi, sono contento che ci siano, nella mia vita, un nuovo libro importante, una nuova scrittrice importante.
Per iniziare: La gioia avvenire e un suo fratello libro
Diciamolo subito: vedo così tante somiglianze di spirito tra La gioia avvenire di Stella Poli e Parla, mia paura di Simona Vinci che, anche se le Voci (e non semplici voci) sono diverse, l’ispirazione, quella sì, è la stessa. Un’ispirazione che non è uno spirito santo che casca dal cielo e ti colpisce, ignaro, mentre passeggi sui monti col tuo cagnetto giubbotto-dotato. No, qui l’ispirazione è lavoro dovuto all’urlo silenzioso di una necessità, necessità di elaborare e digerire un trauma… come se fosse possibile digerirle, certe cose, no, mi correggo: necessità di redenzione, quella di chi non ha detto no ma non ha mai pensato al sì, sì a cosa, poi?
Era come avessi dato un tacito assenso. (Non sapevo a cosa, questo è il punto, un punto strano da pensare, ora, che sono cresciuta, che faccio l’amore. Eppure non sapevo che facessero, due, in una macchina grande, nella campagna slavata della bassa. Non me l’ero domandata, peccando di confidenza. Di incoscienza, proprio, piena e maledetta.)
Sento, paragonando i due libri, la stessa pala che scava e scava a cercare un fondo che non c’è e che quindi continua, sempre più in profondità, a scavare, per trovare il punto giusto in cui fissare la messa a terra. E sento la stessa urgenza, che sappiamo essere cosa buona e giusta, nella scrittura, anzi forse l’unica cosa buona e giusta, l’urgenza di raccontare una storia, anche se, l’abbiamo capito, «una cosa raccontata è tracotante: esige, estorce quasi», però «la racconto perché non voglio affezionarmi al mio dolore».
Infine, e non è poco, sento l’urgenza di scavare in quella storia che necessita di essere raccontata, di quei personaggi che senza questa storia scritta, senza questo libro fatto di pagine bianche macchiate qui e là di nero, esisterebbero solo nella mente di chi ha vissuto certe cose, mentre così, accessibili a tutti, esistono per tutti. E se poi i personaggi sono pochi, e potrebbero anche non esistere, quattro o cinque?, quante storie simili, invece, esistono?
Basterebbe questo, comunque, a convincervi di leggerlo, il libro.
Di spazi bianchi, necessità e contemporanei
Stella Poli in questo libro dimostra di non essere una scrittrice emergente, almeno non nel senso stretto. Una scrittura così matura e precisa non è una scrittura emergente. Con uno stile asciutto, cesellato, essenziale ma molto ricercato (nel senso di una ricerca della parola adeguata) dimostra inoltre di sapere quanto siano importanti le parole, appunto, il tessuto formato dal loro susseguirsi, le frasi, gli spazi bianchi.
Ecco, una riflessione sui frequenti spazi tra i paragrafi andrebbe fatta. Perché c’è così tanto bianco in queste pagine? Io credo, con non pochi ragionevoli dubbi, che quegli spazi rispondano a una necessità plurima. In primis, alla necessità di chi scrive di far riposare l’animo, e non tanto la mano, perché a scrivere son bravi tutti, anzi no, ma comunque scrivere una storia simile, la testimonianza di un trauma, la sua messa a terra, anche se “soltanto” immaginato, richiede spazio, aria, e lo spazio bianco è l’aria, l’ossigeno necessario a riprendersi dopo aver descritto il lembo sfrangiato e pulsante di una vecchissima ferita.
Poi, non secondario, quegli spazi sono una necessità per il lettore, per digerire (lui sì) certe verità, certe frasi che come schegge lo infilzano quasi senza che lui se ne accorga, e lo fanno sanguinare, metaforicamente, e lo fanno piangere, talvolta, questo per davvero, eppure sono solo schegge, minuscole, leggere e così pesanti…
Ma c’è anche un lettore particolare che potrebbe essere costretto a fermarsi più spesso, per lo più una lettrice, purtroppo, che ha vissuto «quasi» la stessa storia, ha ferite aperte della stessa fattezza, e così quegli spazi, quei vuoti non sono solo aree libere in cui rifiatare, ma tanti appigli a cui appendere momentaneamente la lettura, e nella pausa controllare le proprie, di ferite, riflettere alla luce di quelle paroline che precedono il bianco, dopo aver messo un puntino a bordo pagina, segnata con un piccolo orecchio in alto, e poi ricominciare a leggere e magari fermarsi, di nuovo, poco più in là, perché qualcuno il libro l’ha letto in un viaggio in treno (anche se, vi assicuro, lo rileggerà, lo sta già rileggendo con la calma che necessita, dopo aver placato l’urgenza di una fine), ma qualcuno, magari qualcuna, ci metterà settimane, mesi a finirlo.
Che poi, di nuovo, è quello che potrebbe succedere col libro già citato di Simona Vinci, e se ripeto il paragone è solo perché la Vinci rientra tra le mie autrici contemporanee preferite, adesso proprio lì, sullo stesso scaffale sopra al comodino dove c’è già lo spazio per La gioia avvenire di Stella Poli, altra ormai preferita. E sono pochissime, pochissimi, ve lo assicuro, i contemporanei che stimo, di cui vorrei parlare a tutti e non parlarne proprio, perché accanto a loro due, sullo stesso scaffale, per qualche motivo c’è Torquato Tasso, nessun altro, a buon intenditor.
(Sofferenza tra parentesi)
Vorrei anche parlare di dolore, ma mi rendo conto che ha già detto tutto lei, l’autrice, io non ho altro da aggiungere, vostro onore, dovrebbe proprio leggerlo questo libro, sa?, dovrebbe, si fidi di un nessuno. Mi sforzo di aggiungere qualcosa, perché forse qualcosa potrei essere in grado di dirla, ma quando ci si sforza alla fine si fa solo peggio, così non aggiungo niente, tento solo di evidenziare una piccolezza, una frasina:
(Non serve veramente a un cazzo di niente, soffrire, aveva ragione Pavese.)
Piccola frasina fra parentesi, eppure lapidaria, urlata in sordina, se forse fosse possibile urlare in sordina, e non si può dire che il libro sia tutto qui, altrimenti non avrebbe poi molto senso leggerlo dopo aver letto questa frase, però tanto del libro e dei suoi protagonisti è lì, in quella frase tra parentesi sospesa tra due spazi bianchi.
La gioia che verrà, chiudere ed aprire
Non entrerei nel merito della poesia di Fortini che presta il suo titolo a questo libro, anche se si dovrebbe. Lo lascio fare a voi, per questo ve la lascio in fondo all’articolo, nel caso ci fossero lettori curiosi. Prima, però, un accenno alle note del libro:
Il titolo del romanzo è il titolo di una poesia di Franco Fortini, che chiude Foglio di via (Einaudi, Torino, 1946) e riapre, in exergo, Poesia ed errore (Feltrinelli, Milano, 1959).
La gioia avvenire è una poesia che chiude una raccolta e ne riapre un’altra, la successiva. Una poesia che chiude e apre. Come la storia che ne porta il titolo, che chiude idealmente con l’accettazione di una redenzione impossibile e riapre, in conclusione al romanzo stesso, con una risata. Che forse non significa niente, ma per me, in un libro simile, con un simile titolo, significa tutto. La gioia che verrà, la gioia che deve venire, La gioia avvenire.
La gioia avvenire di Franco Fortini
Potrebbe essere un fiume grandissimo Una cavalcata di scalpiti un tumulto un furore Una rabbia strappata uno stelo sbranato Un urlo altissimo
Ma anche una minuscola erba per i ritorni Il crollo d’una pigna bruciata nella fiamma Una mano che sfiora al passaggio O l’indecisione fissando senza vedere
Qualcosa comunque che non possiamo perdere Anche se ogni altra cosa è perduta E che perpetuamente celebreremo Perché ogni cosa nasce da quella soltanto
Ma prima di giungervi
Prima la miseria profonda come la lebbra E le maledizioni imbrogliate e la vera morte Tu che credi dimenticare vanitoso O mascherato di rivoluzione La scuola della gioia è piena di pianto e sangue Ma anche di eternità E dalle bocche sparite dei santi Come le siepi del marzo brillano le verità.