Cosimo Angelini

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  • Kallocaina – Karin Boye. L’amore, la felicità e la ragion di Stato (Iperborea, 1993)

    Kallocaina – Karin Boye. L’amore, la felicità e la ragion di Stato (Iperborea, 1993)

    Attenzione: la lettura di Kallocaina di Karin Boye mi è stata suggerita dalla cara Martina di Velleità Letterarie (seguitela sul blog e su Instagram), che ringrazio. Ne parleremo insieme, prima o poi, perché è un libro di cui bisogna parlare.

    Kallocaina e lo Stato Mondiale, la trama in breve

    Leo Kall, chimico, vive in piena devozione del suo stato, lo Stato Universale, uno stato poliziesco organizzato in isolate città produttive in cui ogni persona ha uno specifico ruolo. Durante le sue ricerche inventa un siero che, se iniettato, obbliga a dire la verità. Pensa che il siero possa risolvere gran parte dei problemi dello Stato, scoprendo chi mente e chi ha qualcosa da nascondere, cioè smascherando tutti i soggetti potenzialmente pericolosi per la vita dello Stato.

    Eppure, progressivamente, ogni sua convinzione sulla centralità dello stato si sbriciola, e iniziano a emergere dubbi e questioni che, in un vero cittadino di una simile società, neanche dovrebbero emergere.

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    ISBN 9788870918915

    Iperborea

    Collana Gli Iperborei

    Autore Karin Boye

    Traduttrice Barbara Alinei

    Pagine 256

    Genere Romanzo

    Rilegatura Brossura

    Formato 10 x 20 cm

    Prezzo 17,50€

    Sulla Kallocaina, il problema della verità

    La Kallocaina è un siero della verità che obbliga, chi interrogato, a dire la verità senza esitazione, senza torture, senza neanche insistere. Qualsiasi verità, anche quelle che implicano, dopo la confessione, la condanna a morte, dopo una piccola iniezione sono pronunciate talvolta con una tranquillità che quasi sconvolge.

    Ma la Kallocaina è soltanto una protagonista collaterale del libro, l’arma, l’oggetto magico che muove le vicende più dello stesso protagonista e voce narrante che l’ha creata. Al centro del romanzo c’è il rapporto tra ciò che si sa, di qualcuno, e ciò che quel qualcuno nasconde, cioè tra la faccia positiva e la faccia negativa.

    Se per faccia positiva si intende quel profilo che, come individui sociali, mostriamo all’esterno e in società, la faccia negativa è il profilo naturale, vero, ed è per questo che un tale spazio dell’indipendenza e dell’autodeterminazione è tenuto nascosto, è privato per evitare problemi col mondo esterno.

    In una società come quella di Kallocaina, in cui fin da piccoli i bambini sono educati a esistere in funzione di una collettività e di uno Stato che protegge dal nemico esterno, un divario troppo ampio tra faccia positiva e faccia negativa è pericolosissimo. Basta un passo falso, un discorso leggermente fraintendibile per far partire denunce, ammonimenti, e quindi per finire limitati in quelle poche libertà che i cittadini dello Stato Universale hanno.

    La cosa più importante è la capacità di abbandonare il proprio punto di vista per abbracciare quello giusto.

    La faccia negativa corrisponde alla verità personale, che solo in casi eccezionali dovrebbe essere mostrata. La Kallocaina forza questa copertura, scoperchiando una verità spesso dimenticata: tutti hanno qualcosa da nascondere. Quindi tutti hanno almeno una colpa.

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    Prima edizione Iperborea, 1993

    Le verità del protagonista, il chimico Leo Kall

    A narrare le vicende attorno alla Kallocaina è proprio il suo inventore, Leo Kall, un indefesso servitore dello Stato le cui sicurezze iniziano a sgretolarsi dopo i primi esperimenti col siero. No, non è il siero in sé a preoccuparlo, bensì il suo supervisore, Rissen, perché secondo Leo Kall stesso «certe persone, solo con il loro modo di essere, tradiscono talmente la loro concezione della vita, che sono pericolose perfino quando tacciono. Un loro sguardo, un loro gesto possono già essere di per sé veleno e contagio».

    Ed è lo stesso Rissen che, volente o nolente, agisce da untore e instilla il dubbio in Leo Kall, dopo i primi esperimenti, e lo fa cercando forse un alleato, qualcuno che come lui avesse una faccia negativa molto diversa da quella positiva:

    “Lei sembra avere una coscienza insolitamente solida”, disse Rissen seccamente. “Oppure fa soltanto finta di averla? La mia esperienza, al contrario, è che nessun cittadino sopra i quarant’anni ha davvero la coscienza tranquilla. In gioventù forse qualcuno, ma dopo… Del resto lei magari non li ha ancora passati i quarant’anni?”
    “No, non ancora”, risposi con la maggior calma possibile. Per fortuna ero rivolto verso la nuova cavia e potevo evitare di guardare in faccia Rissen.

    La solidità di Leo Kall dura quasi quarant’anni, appunto, poi inizia a vacillare. Finché non sarà lui stesso preoccupato di finire sotto gli effetti della sua invenzione.

    Amore e felicità ai tempi della distopia comunitaria

    Forse, non sarebbe bastata la creazione della Kallocaina e le sue conseguenze a smuovere la «coscienza insolitamente solida» di Leo Kall. I primi pensieri divergenti, infatti, provengono dai problemi con la moglie e dalla sua presunta infedeltà.

    In realtà, in quest’opera i matrimoni esistono in quanto necessari allo Stato per sfornare nuovi servitori, e anzi non sono definitivi. Eppure, nonostante Leo Kall sia consapevole dello scopo della sua unione, ha un tarlo che lo perseguita, forse tra i tarli il più umano e pericoloso: la gelosia. Crede che la moglie abbia una relazione col suo supervisore, Rissen, e questo gli fa avere pensieri che un servitore dello Stato non dovrebbe avere.

    Capiamo e approviamo che lo Stato è tutto, il singolo niente (…). Quel che resta è l’istinto di conservazione, e il conseguente bisogno di un sistema militare e poliziesco sempre più sviluppato. Questa è l’essenza dell’esistenza dello Stato. Tutto il resto è marginale.

    Certi tarli, per quanto socialmente marginali, si sa, non si mettono a tacere tanto facilmente. Per questo, solo dopo mesi di dubbi trova il coraggio di parlare alla moglie, oscurando l’occhio e l’orecchio dello Stato presenti in ogni casa, e le chiede direttamente se è stato tradito o meno. La risposta è negativa, ma come può fidarsi? Il tarlo scava, scava e scava, ma c’è un modo per conoscere la assoluta verità: la Kallocaina.

    La moglie, anche sotto l’effetto del siero della verità, non ammette alcun tradimento. Anzi, dice di provare, talvolta, il desiderio di uccidere il marito, perché vede in lui, in parte, la causa della sua infelicità, che è soprattutto mancanza di senso.

    Sai che è invidiabile essere giovani e amare senza speranza, anche se al momento non lo si capisce? Una ragazza giovane crede che ci sia qualcos’altro, una libertà che deve venire con l’amore, un rifugio che troverà nell’uomo che ama, una sorta di calore e di riposo – qualcosa che non esiste. Un amore infelice, che dà quella confortante disperazione di non aver avuto fortuna con la persona amata, ma lasciando la convinzione che altri possano averla avuta, e che esiste, e che non si può avere. Cerca di capire: quando c’è tanta felicità nel mondo e la nostalgia ha un suo scopo, non è così angosciante essere infelici. Non è disperato. Ma un amore così conduce al vuoto.

    Il senso di vivere

    Se tentiamo di mettere assieme il problema della verità con quello della felicità, viene fuori, in qualche modo, un assunto simile a questo: finché credi veramente nella verità che ti propongono, la felicità non è assicurata ma l’infelicità è evitabile. Appena crolla la verità, e quindi il senso, la felicità diventa un miraggio e, la costrizione all’infelicità, porta a un desiderio di morte.

    Così è anche per il primo “volontario” vittima della Kallocaina, un servitore dello Stato tra i più fedeli che, appena iniettata la sostanza, erutta come un vulcano tutte le sue paure, le sue insicurezze, e la percezione di una totale mancanza di senso della sua esistenza:

    Mi piacerebbe morire. Se non si può avere più niente dalla vita, resta sempre quello.

    Ma la stessa incertezza, più avanti, si troverà più volte nelle parole dello stesso Leo Kall, che sente venir meno quella certezza, la fiducia nello Stato, che gli permetteva di vivere in relativa tranquillità nonostante il matrimonio che «anche se corrisposto, era comunque infelice». E ogni pensiero divergente, per quanta cognizione avesse della sua divergenza, era impossibile da scacciare:

    Sapevo che era una maniera falsa e malsana di vedere le cose, e cercavo di convincermene con ogni possibile argomento. Ma quel vuoto che sentivo ingrandirsi come un deserto dentro di me, non aveva altro nome che mancanza di senso.

    Distopia tra Orwell e Huxley

    In conclusione, alcune note generali essenziali: Kallocaina di Karin Boye è stato pubblicato per la prima volta in svedese nel 1940, anche se in Italia è apparso soltanto nel 1993 grazie alla prima edizione di Iperborea. La data di pubblicazione, in questo caso, è importantissima perché i due libri a cui spesso questo viene collegato, sono di molto successivi: 1984 di George Orwell è del 1949, mentre Il mondo nuovo di Aldous Huxley è del 1932.

    Senza girarci attorno, le differenze tra i tre libri sono molteplici, ma ci sono indiscutibili punti di contatto che la critica ha già evidenziato. Kallocaina si pone al centro di questa triade, e solo la lingua in cui è stato scritto spiega la difficoltà che ha avuto per molti decenni a entrare nel nostro paese.

    Un libro che andrebbe letto, consigliato e riproposto. E, se possibile, affiancato ai già citati mostri sacri, letto assieme ad essi, messi magari sullo stesso scaffale, perché nessuno è subalterno all’altro.

    Approfondimento: Kallocaina e Karin Boye

  • Nick Cave – E l’asina vide l’angelo (SUR, 2020)

    Nick Cave – E l’asina vide l’angelo (SUR, 2020)

    Una nuova edizione del romanzo d’esordio di Nick Cave, con la nuova traduzione di Francesca Pe’, offre il libro a nuovi lettori, nuovi punti di vista e nuove riflessioni. Ne vorrei proporre una anch’io, perché il Nick Cave narratore merita, senza dubbio, un riconoscimento più ampio e capillare.

    La trama schizofrenica di un libro allucinato

    Un unico gemello è sopravvissuto al parto di un’alcolizzata, accoppiatasi con un vagabondo dal sangue “sporco”. Il bambino è Euchrid Eucrow. È il protagonista a tratti angelico, a tratti demoniaco, di una storia perturbante ambientata in una valle a tratti florida, a tratti marcia. Euchrid è un ragazzo muto cresciuto tra rovi e sterco, lontano dalla città “civile” Ukulore, che di civile ha molto poco.

    Ukulore è gestita da una setta religiosa alla continua ricerca di mali da estirpare; una società basata su un profeta atipico, sulla diffidenza e sull’ipocrisia. Ed è proprio su quest’ultimo aspetto che si innesta la parallela vicenda di Beth, figlia di una prostituta linciata dalla popolazione (ma gli abitanti non lo sanno) che, con la sua apparizione “divina” diventa simbolo della rinascita della valle, un dono del cielo.

    Una trama convulsa, strutturalmente divisa tra il passato episodico (rievocato da Euchrid) e il presente: Euchrid sta affondando nelle fangose sabbie mobili della palude, e nella discesa – discesa agli inferi, o salita in cielo? – racconta le vicende che lo hanno portato al presente del racconto. Un percorso che accompagna il lettore dalla nascita di Euchrid alla sua morte, raccontata in parte da lui stesso.

    Vita e morte, rinascite e morti plurime (“Se ci fosse una spina per ogni volta che sono morto oggi (…) il mondo sarebbe una sola grande distesa di rovi”) attraversano il romanzo: la città rinasce grazie alla morte violenta della prostituta – che dà vita ad una bambina assunta come miracolo divino; e poi, con la morte di questa ormai ragazza – e la conseguente distruzione di qualsivoglia speranza – è la nascita di un invisibile neonato, suo e di “Dio”, a dare di nuovo speranza ai fanatici cittadini.

    Nick Cave e la narrazione schizofrenica

    Come già accennato, il gravoso compito di narrare è diviso tra un tradizionale narratore onnisciente, e il protagonista stesso, in segmenti tra loro ben distinti. Anche se, un dubbio sulla presunta esteriorità del primo narratore, arriva nelle pagine finali del libro: la narrazione si fa più concitata e sezioni narrate in terza persona, evidenziate col corsivo, si intersecano all’io-narrante del protagonista che continua a sprofondare. Ad un certo punto, però, il primo narratore si “confonde”:

    Ad alcuni bastò un’occhiata al cielo per cogliere la minaccia in arrivo. Abbassarono subito lo sguardo e la loro furia si riaccese all’istante, perché la pioggia l’avevo portata io, l’avevo portata io; perché, dopotutto, la pioggia l’aveva portata LUI.

    La schizofrenia della storia aiuta l’autore a far passare questa confusione come strutturale e necessaria alla storia stessa. È forse troppo affermare che il narratore esterno non sia mai esistito? Che, forse, sia sempre stata una diversa voce del folle protagonista? Una tesi simile trova, in questo estratto, un argomento a favore. Ed è confermata altrove, in piccoli punti sparsi per il romanzo, in cui si trova il protagonista sul punto di rivelare la natura delle voci che gli rimbombano nella testa; e mai riesce a rivelarle (bloccato dalle voci stesse?). Tra le tante voci, una può essere quella che imita il narratore tradizionale.nick cave scrivere

    L’alternanza serrata è introdotta da una pagina, in un certo senso, modernista: l’io-narrante si rivolge direttamente ai lettori, iniziando a dubitare della bontà di questi “spettatori silenziosi e sinistri”:

    Non posso fare a meno di pensare che state aspettando qualcosa. (…)
    Siete degli informatori? Delle spie? Avete fornito informazioni preziose ai miei nemici? (…) Ci sono io e ci sono loro, ma che mi dite di voi? Che mi dite di voi, mio ambiguo terzo incomodo? Cosa ci fate voi qui?

    Ma questa forma di meta-narrazione, che consiste nel rompere la “quarta parete”, è solo una delle caratteristiche del libro. E si inserisce in un filone ben preciso che attraversa tutte le arti: da Diderot a Fowles, da Pirandello a Brecht, fino ai nostri giorni con Tolo tolo di Checco Zalone. Ambiti molto diversi, livelli e gradi lontanissimi tra loro che usano la stessa “tecnica”.

    Tono e senso

    Difficile riassumere tutti i significati che Nick Cave ha incastrato tra le righe. Alcuni, però, non si possono evitare: il profondo odio per le chiese come istituzioni contrapposto alla pura fede delle “donne pie”; la certezza della sofferenza e della violenza terrena contrapposta all’impossibilità di coglierne il senso profondo.

    Infine, ciò che anima la riflessione dell’autore è ciò che assilla l’essere umano: l’opposizione tra Bene e Male. Eppure, questa opposizione si complica nella vita terrena perché, a volte, non si capisce cosa sia il Bene e cosa il Male. Se Euchrid, nella sua follia, crede di dover compiere una missione (uccidere Beth) affidatagli da Gesù stesso, lui tenterà di ucciderla pensando di agire nel Bene. Eppure, gli abitanti considerano Euchrid il Male in persona, da uccidere come la prostituta.

    Forse sono proprio i valligiani la chiave di questo conflitto secolare tra le due forze. Pii perché fortemente credenti e disposti a tutto pur di soddisfare il volere di Dio, sono allo stesso tempo dei folli fanatici che uccidono una prostituta secondo loro “colpevole” di aver attirato le ire divine su quella valle. Non c’è il Bene, né il Male: convivono sempre, senza che mai uno possa annientare l’altro.

    Un simile senso, allora, è evocato anche dall’ambientazione e dal tono cupi dell’opera di Nick Cave: la valle così rigogliosa, pia, è devastata per alcuni anni da una pioggia continua, un Diluvio Universale a tutti gli effetti, che fa marcire oggetti e, soprattutto, abitanti:

    Tra le donne accalcate sulla veranda si vedeva che era cambiato qualcosa, o meglio, che mancava qualcosa. (…) Qualcosa che era radicato a fondo nei cuori di quelle anime pie, e che prima brillava nei loro occhi, adesso era svanito. Di certo l’effluvio della calma non c’era più, e nemmeno l’aria di sicurezza interiore, la convinzione di appartenere a una cerchia esclusiva; la tranquilla fiducia in un destino celeste non colorava più la loro espressione.
    Il Dio che abitava dentro di loro se n’era andato.
    Al suo posto era comparsa un’aria di rassegnazione, di sconfitta, di vergogna; una mollezza del volto che rispecchiava la mollezza dell’anima.

    Insomma, la soluzione è una sola: non c’è soluzione. La morale, allora? La morale è morta sotto strati di fango. Un mondo in cui anche gli innocenti soffrono, e senza motivo, forse è un mondo che fa schifo. La speranza non è morta, certo; è viva, ma grazie alla nascita della nipote di una prostituta.

    nick cave e l'asina vide l'angelo


    Se il libro vi incuriosisce, vi consiglio l’ottima recensione di Marco Petrelli su ilmanifesto.it.

    Se non vi interessano i libri, forse non siete arrivati fin qua a leggere. Ma, se ci siete arrivati, qui ci sono altre cose che potrebbero interessarti.

     

  • Matteo Marchesini – Atti mancati (Voland, 2013)

    Matteo Marchesini – Atti mancati (Voland, 2013)

    Premessa

    Ho conosciuto Matteo Marchesini a Padova, più di tre anni fa: era stato invitato a tenere una conferenza all’Università, per il corso di Letteratura italiana contemporanea. Una conferenza fulminante, in cui il delectare accompagnava il movere e viceversa, in una tensione continua di riflessioni profonde e risate. Lui, così giovane, ce l’aveva fatta; e dicendo che pochi anni prima era uno di noi, come noi, ci spronava a seguire la nostra strada. Quale? Qualsiasi, avrebbe detto Robert Frost. Ma sicuramente, sì, seguirne una.

    Questa premessa è necessaria perché, a partire da quella conferenza, non ho mai smesso di seguire digitalmente Marchesini; e non ho mai smesso di apprezzarlo. Per questo, se su Atti mancati potrei essere più severo, probabilmente non lo sarò. D’altronde, non sono un critico.

    copertina libro atti mancati marchesini voland

    Critici/scrittori e scrittori/critici

    Posso affermare con relativa tranquillità che tutti i critici letterari hanno trattato, almeno una volta nella loro vita, la questione del romanzo: cos’è, e cosa no? Possiamo dire, poi, che molti scrittori hanno riflettuto sullo stesso tema; ma non tutti.

    Marchesini è critico e scrittore. E poeta (le sue poesie sono ben degne di considerazione). Eppure, anche in questo suo primo romanzo, è il critico che comanda, perché la storia d’amore tradizionale serve solo da supporto alla riflessione sul romanzo (e sul ruolo della critica): la trama, quindi, serve a sostenere delle considerazioni che il critico/scrittore (e non, credo, scrittore/critico) ha elaborato. Per questo, il protagonista Marco, nonché io-narrante, è ovviamente un alter-ego di Marchesini: è allo stesso tempo portavoce delle sue intenzioni e vittima, ahimè, della sua trama.

    Ma tornando al romanzo, che senso può avere nel nuovo secolo? I protagonisti di Marchesini offrono alcune risposte. Il maturo Pagi, scrittore e intellettuale, è stufo: basta romanzi! Dice. Marco ha un parere simile:

    Si gonfia invece a dismisura, fino a una ipertrofia letale, la schiera di coloro che vogliono buttarsi sul carro dei vincitori. E questo carro si chiama romanzo. Ma il romanzo (…) non è più insomma un genere letterario, ma, come ha detto qualcuno, un genere editoriale.

    E alla luce di questo frammento capiamo, come altri hanno fatto notare, che Bernando Pagi è Alfonso Berardinelli (si legga il libro “Non incoraggiate il romanzo. Sulla narrativa italiana”) e che Marco/Matteo lo cita.

    Lo cita, lo accetta, e lo mette in discussione con l’atto stesso di creare il romanzo. Perché?

    Una serie di atti mancati

    Marchesini, nell’atto stesso di scrivere il romanzo, ammette di credere nel romanzo. Nonostante la massa di affabulatori che si buttano sul “carro dei vincitori”, cioè il romanzo, c’è spazio per romanzieri veri. Ma sono le teorie sugli atti mancati, forse, che spiegano la sua riflessione sul romanzo.

    Matteo doveva consegnare due manoscritti a Pagi, uno suo e uno dell’amico Ernesto. Invece consegnò solo il suo, e non quello dell’amico. Questo è l’atto mancato più evidente e pesante dell’opera; se Matteo avesse consegnato entrambi i manoscritti, avrebbe Pagi, con una chiamata ad entrambi, evitato la morte di Ernesto? Non è ovviamente l’atto mancato ad aver causato la morte dell’amico. Ma, forse, l’atto avrebbe potuto evitarla.

    Allo stesso modo, con una traslazione coraggiosa e forse sbagliata, il romanzo potrebbe morire. Se tutti i romanzi fossero monchi (come quelli dei nostri personaggi), l’atto mancato (della scrittura) potrebbe non impedire la morte del romanzo. Ecco la chiave! Matteo (e non, adesso, Marco) scrive per impedire la morte del romanzo. È ben consapevole del fatto che il romanzo potrebbe morire lo stesso, e non è il suo scrivere o non scrivere a causare l’azione delle Parche sul filo della vita del romanzo.

    Eppure, il fiducioso Marchesini scrive anche per evitare di avere i rimorsi, e i rimpianti, del suo protagonista. E forse è proprio questa intenzione che rende la sua scrittura così piacevole nonostante alcune pagine “troppo virtuose” ma pur sempre belle.

    Sì, a volte finire un libro è solo questo: prendere atto.

    Prendere atto dei limiti e delle possibilità, della mancanza di fede e della possibilità di ritrovarla; dei rischi di morte del romanzo, a lungo paventati, e delle capacità salvifica che hanno scrittori come Marchesini, stavolta critico/scrittore, per la penna fine e il Senso che impregna gli spazi bianchi tra le righe.

    La critica

    Sul ruolo della critica, possiamo sorvolare. È un tema molto interessante che potrebbe occupare uno scritto nella sezione Riflessioni a partire da. Ci basti, per il momento, questo frammento:

    Comunque, Jacopetti mi assilla e dice che vuole che ritorni a fare il critico militante. Per lui militante vuol dire che dovrei recensire un autore italiano alla settimana. È pazzo. Non gli passa neanche per la testa che proprio questo non è militante, ammesso che la parola abbia ancora un senso, e che oggi un critico militante non può essere un critico giornaliero, pena la costrizione di dare l’onore delle armi a un sacco di paccottiglia… Sui non-autori bisogna solo stare zitti, a meno che non rappresentino un caso sociale. Allora sì vanno stroncati. Ma ormai io sono troppo stanco… qualcuno però deve pur farlo!

     

    Cosimo Benzi Angelini

  • Beppe e Francesco Tosco – Favola Splatter (Frassinelli, 2018)

    Beppe e Francesco Tosco – Favola Splatter (Frassinelli, 2018)

    Premessa

    Ho comprato Favola splatter per il nome di Beppe Tosco in copertina. L’ho già incontrato, ormai qualche anno fa, con Scemo come tuo padre, e da allora mi sono affezionato alla sua maniera di scrivere, senza censure e senza scrupoli. Il titolo, poi, ha attirato la mia attenzione. La citazione riportata in quarta di copertina, alla fine, mi ha spinto all’acquisto:

    Come sarà Milano fra quindici anni? Più grande, certamente. E più cattiva.

    Una favola splatter per davvero

    Non ci sono dubbi, Beppe e Francesco Tosco si sono divertiti a scrivere questo romanzo, come io mi sono divertito a leggerlo. Perché immaginarsi tutto quel sangue e quella follia, a Milano, è un pensiero paradossale; eppure non così irreale.

    Che sia colpa della dispersione di sostanze psicotrope nell’ambiente oppure di una tendenza umana alla cattiveria, poco importa. Ciò che conta, per i Tosco, è divertire e divertirsi: e lo fanno bene, con una continua ironia intorno alla “Milano che frigge” piena di sangue e contemporaneamente così glamour. Perché esplodono teste e jihadisti in erba uccidono scalmanati ultras (e viceversa), perché autisti di autobus si divertono a investire persone mentre molti coniugi si uccidono a vicenda; e Milano resta glamour. Incattivita, ma glamour.

    E per farvi capire quanto glamour sia questo libro, e quanto splatter, ecco un breve particolare che mi ha spinto a fare l’orecchio alla pagina:

    Giac si ferma e li guarda. Poi alza la mano con la rivoltella e spara diritto in testa all’uomo.

    Un cilindretto di piombo grosso come una pastiglia Valda, ben foderato ai lati di pellicola di rame, premendo contro gli strati solidi dell’osso occipitale li sfonda uno per uno, arriva ai pensieri, e se li porta via. E quelli, strappati dal loro ambito, si sparpagliano e svaniscono come fiocchi di neve sulla stufa.

    Beppe o Francesco?

    Una questione che la critica ufficiale (se esiste ancora) dovrebbe trattare, è però la presenza di due autori. Non è sempre chiaro come si possa scrivere un libro di gruppo, anche quando il gruppo è formato solo da quattro mani.

    Se è relativamente facile immaginare una divisione per capitoli del lavoro di ciascuno, è difficile qui intravedere la mano (e la mente di Francesco): la penna di Beppe è troppo riconoscibile (e per fortuna), per riconoscere nel suo libro la mano di Francesco. Per non parlare della copertina: il nome di Francesco è più piccolo di quello di Beppe, che lo sovrasta e lo mette in secondo piano.

    Tutto questo, fa pensare che il libro (che ho apprezzato molto) l’abbia scritto Beppe; e che quindi il ruolo di Francesco sia del tutto secondario. Ma in che modo? E perché? Io non so rispondere.

    Conclusioni

    Ho cercato di non raccontare troppo il libro, per non svelare la trama davvero originale e soprattutto così divertente (almeno per me). E le questioni autoriali esposte sopra, possono essere benissimo lasciate da parte se il nostro scopo è quello di leggere un buon libro. Io ho problematizzato la presenza di più autori per umile curiosità; una piccola critica criticabile, in senso lato, e nessuna accusa.

    Se vi piace il genere splatter, il non-sense appena sfiorato, e amate/odiate Milano dovreste proprio leggere questo libro.

    Cosimo Benzi Angelini

     

  • Luigi Barzini – Gli italiani. 53 milioni di protagonisti (Arnoldo Mondadori Editore, 1965)

    Luigi Barzini – Gli italiani. 53 milioni di protagonisti (Arnoldo Mondadori Editore, 1965)

    Premessa

    Questa non sarà una critica sull’opera in questione, che già chiamarla opera è un atto eccezionalmente generoso. Non è il libro in sé che mi interessa, né tantomeno il suo autore, se non come bagaglio culturale (di cui potrei però fare a meno); ma questo libro mi è utile per parlare d’altro, e quindi lo sfrutto senza neanche averlo letto tutto.

    Se poi non siete d’accordo sull’interrompere a metà i libri (anche se ho smesso molto prima della metà), vi rispondo dicendo che è un mio diritto. Sono un tifoso dei dieci diritti del lettore di Daniel Pennac, e proprio il terzo è questo: il diritto di non finire il libro. Quindi leggetevi Pennac, che è sempre una lettura divertente.

    Luigi barzini chi?

    Di Luigi Barzini (1908-1984), grande inviato del Corriere della Sera ai tempi del fascismo, basti dire che fu mandato al confino nel 1940, e poco dopo Mussolini in persona trasformò la pena in una diffida. Questo per introdurre il tema della mancata epurazione, di cui si parla troppo poco. In parole povere, con la caduta del fascismo non caddero anche tutti quegli adepti o gerarchi che del fascismo erano le fondamenta, giornalisti in primis.

    L’accenno al fascismo serve per contestualizzare la figura di Barzini, e del suo libro (del 1964); e per definirlo meglio bisognerà aggiungere che è cresciuto e si è formato negli Stati Uniti; per questo il libro è scritto in inglese, per un pubblico americano, e solo successivamente tradotto in italiano.

    Gli italiani: 53 milioni di protagonisti

    Per arrivare al libro (ma ce ne distaccheremo subito), bisogna partire dal titolo: il libro vuole concentrarsi sugli italiani, rendendoli a parole tutti protagonisti, senza tracciare una storia d’Italia. Bravo, in questo, a riconoscere di non essere uno storico; meno bravo, Barzini, a tentare comunque la storia d’Italia e dei suoi costumi. È evidente, nel suo goffo tentativo, l’impronta nazionalista che non è stata affatto scalfita dalla caduta del regime. E forse la gravità non sta nel fatto che ancora negli anni ’60 qualche idea di un presunto “carattere italiano” resistesse, ma che fosse proposta da quegli esponenti del “carattere italico” che mai sono stati messi in discussione dopo il crollo di Mussolini.

    Ecco perché oggi i nazionalismi hanno grande fortuna: semplicemente, non l’hanno mai persa. Eppure, qualcuno poteva considerare Barzini più americano che italiano. Per questo dedica lacrimose pagine agli “illustri stranieri che, in ogni secolo, vi si sentirono moralmente a casa loro” in Italia. E continua con un’affermazione che rompe, già nelle prime pagine, qualsiasi impianto nazionalista, anche se solo per la durata d’un respiro: “essere italiani, in tal senso, non è la conseguenza di una coincidenza geografica ma piuttosto una scelta, una vocazione, un grado di maturità dello spirito.” Questa affermazione, presa con le dovute cautele, e riadattata, può e deve essere valida: la cittadinanza va oltre la coincidenza geografica e ha a che fare con la scelta, la vocazione.

    e quindi?

    Quindi, Barzini e gli eredi non me ne vogliano se ho rivangato il passato, che fatichiamo a ricordare. Se l’ho fatto, è per un discorso diverso dal triste moralismo e dalla predica acre. Se l’ho fatto, è per dire che essere italiani, oggi, vuol dire sentirsi italiani. E chi non lo capisce, probabilmente, ha letto pochi, pochissimi libri.

    Cosimo Benzi Angelini

  • Marco Missiroli – Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli Editore)

    Marco Missiroli – Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli Editore)


    Marco Missiroli è uno scrittore disonesto

    “Atti osceni in luogo privato” di Missiroli mi ha fatto nascere un sospetto sull’onestà dello scrittore. Ora proverò a spiegare il perché, ma se anche non ci riuscissi sappiate che qualcuno (più bravo di me) sarà in grado di argomentare la mia tesi; o di distruggerla, secondo i gusti. Per fare un esempio, Newton non fu il primo uomo nella storia a cui cadde una mela in testa: qualcuno (forse?) prima di lui subì la stessa esperienza, e pensò (forse?) che la caduta della mela fosse causata da qualcosa, una forza (o magia?); comunque, quel qualcuno non era in grado di spiegare il fenomeno. Così Newton, riflettendo sullo stesso problema (cioè la caduta delle mele), formulò la legge di gravità.

    Ma torniamo al libro, e al suo autore. Di cui parlerò come se non avesse vinto lo Strega Giovani nel 2019 (per la gioia del portafogli); come se non avesse frequentato la Scuola Holden (si, perché oggi la scrittura si insegna come la matematica e la storia dell’arte). Parlerò di lui come se questo fosse il suo libro d’esordio, pronto per essere stroncato o acclamato da aspiranti critici o pseudo-intellettuali provincialoidi (sinonimo: “pirla”, come me).

    Una trama del c***o

    Per dirla in breve, l’autore racconta la storia di un giovane e la sua crescita progressiva, particolarmente legata al suo membro/pisello sempre pronto a spingere sulla zip dei pantaloni. Il protagonista è quindi raccontato nel suo farsi, nella sua impazienza di raggiungere la maturità sessuale, nelle sue peripezie sessuali tra quotidiane delusioni e soddisfazioni. Ma non c’è approfondimento psicologico, o meglio: vorrebbe esserci ma quando la situazione diventa delicata ci ritroviamo immancabilmente un protagonista col membro in mano. Cosa che, badate bene, non è sbagliata in assoluto (sarei disonesto pure io, se affermassi una cosa simile): però non è così che funziona.

    Il protagonista rappresenta, per metà, ciò che i ragazzi sono davvero, e per l’altra metà ciò che i ragazzi vorrebbero essere e non sono mai (o quasi). I ragazzi, infatti, pensano realmente alle stesse cose a cui anche il protagonista (di nome Libero…) pensa; ma gli esiti della vita quotidiana non hanno niente a che fare con la vita di Libero. Libero è una costruzione perfettamente coerente e lineare: ciò che vuole, lo ottiene. E ciò che gli sta stretto, lo perde. E il problema non è che sia irreale, o sia poco verosimile: lungi da me dal difendere il realismo della narrazione, ché l’800 è passato. La questione sta nell’eccessiva coerenza del protagonista, che non ha nel cervello tutti quei problemi dell’adolescente né del giovane universitario.

    Libero è una costruzione poco onesta e poco riuscita di un giovane nel pieno delle sue esplosioni ormonali (queste sì giustificate e reali). Insomma, l’autore ha cercato di assemblare ciò che ricorda della sua gioventù distorcendo ciò che la gioventù è (quindi, dando prova di disonestà). E il riconoscimento che un lettore riscontra nei confronti di Libero, è continuamente messo in discussione non solo dalla sua coerenza, ma dalle stesse riflessioni del protagonista (che, a ben 12 oggi, pensa cose del tipo “ansia atavica” o “attività onanistica”, per dirne due soltanto che sono nella stessa pagina).

    Maledetta Scuola Holden

    Un altro punto dolente è lo stile: Missiroli, come tanti altri promettenti giovani della generazione Scuola Holden, non ha uno stile. Cosa che, per uno scrittore, è anche più grave del non saper scrivere. Questo libro di Missiroli potrebbe essere stato scritto da Baricco stesso, o da Davide Longo, o da Giorgio Vasta etc etc. Non me ne vogliano, questi, che sono anche buoni scrittori (come, in parte, l’imputato Missiroli). Ma tra grandi scrittori e buoni scrittori c’è un’abisso, che né la Scuola Holden né altre entità simili colmeranno.

    E per concludere col botto: Missiroli è retorico e pedagogico (nel senso peggiore dei termini). Invece di lasciare al lettore le conclusioni (perchè le conclusioni non spettano solo all’autore), e lasciargli la possibilità di immaginarsi come andranno le vicende in qualche momento culmine del libro, Missiroli dice tutto. Accompagna il lettore con il guinzaglio ad annusare i deretani degli altri cani, indicando (cosa che, sappiamo, non si fa!) ciò che il lettore deve vedere bene: come se, nelle svolte della narrazione, ci fosse una freccia gigante ad indicare di prestare attenzione. Lascia libero il lettore di leggere ciò che i suoi occhi vedono (e non ciò che i suoi occhi, secondo te, dovrebbero vedere), e sarai uno scrittore migliore.

    Quindi, caro Marco, non odiarmi. Che ti serva, questa umile critica (forse sbagliata, forse meno), come spunto di riflessione.

     

    Cosimo Benzi Angelini

  • Fabio Genovesi – Cadrò, sognando di volare (Mondadori)

    Fabio Genovesi – Cadrò, sognando di volare (Mondadori)

    Premessa  

    Fabio Genovesi è di Forte dei Marmi; io sono di Forte dei Marmi; e tutti i suoi libri sanno di Versilia: sanno di salmastro, di Alpi Apuane, di marmo e di ignoranza. Perché “in Versilia c’è abbondanza di rena e d’ignoranza”. Eppure quest’ultima, come nella realtà, è da noi dolce e quasi antica. L’ignoranza dei vecchi che ti bestemmiano contro (che essi siano preti, bagnini o avvocati poco importa), e lo fanno però con l’amore nel cuore. Non ti trattano male per odio, ma per natura. Quella particolare natura, e rude, che rende i protagonisti dei libri di Genovesi (anche se mi verrebbe da dire Fabio, per tutte le volte che si vedeva pescare al pontile del Forte) così veri, insomma, così rassomiglianti alla realtà.

    Ma la questione è un’altra: questa vicinanza con l’autore, con i suoi luoghi (che sono un po’ anche i miei luoghi), non mi permette di essere obiettivo. E se non lo sono mai, perché un giudizio o un tentativo di critica sono necessariamente influenzati da una soggettività, oggi lo sarò ancor meno.

    Pantani, uno sfigato e un prete dal passato focoso

    La trama del libro è semplice, e non ve la dirò. Leggetevelo, oppure leggetevi qualche recensione (che più di recensire un libro, certi testi narrano la trama con orpelli barocchi e vomitevoli bellissimo emozionante indimenticabile).

    La bravura dell’autore sta, in questo libro, nella capacità di intrecciare con armonia l’invenzione alla realtà, la storia dei personaggi strambi e inventati (lo sfigatello di nome Fabio, il prete missionario che ha fatto l’amore con chissà quante donne, la bambina che finge di essere una gallina etc. etc.) con quella dell’eroe mitico ma reale (cioè Pantani, il Pirata). E tra la storia di Fabio e quella di Pantani sussiste un mondo intero di corrispondenze: l’amore mancato, la tragedia, le cadute che però sono ricompensate da vittorie, da sogni realizzati.

    La differenza, tra i due, è una sola: Pantani muore quando forse, Fabio, inizia a vivere davvero.

    Bravo, Fabio. E grazie

    Ma c’è una cosa, forse evidente e banale che però non mi si scolla dalla mente. Tutta l’opera di Fabio (che non riesco più a chiamarlo per cognome) è una grande lezione di scrittura. Non basta saper scrivere bene, né avere la capacità di inventare storie avvincenti. A volte basta amare ciò di cui si scrive, per essere grandi scrittori. Così Fabio, quando scrive dei suoi luoghi (e dei miei, come il bar La Gazzella) e dei suoi eroi (come Pantani, che ho imparato ad amare troppo tardi), ecco quando scrive di ciò che ama lui è un grande scrittore.

    E io lo dico: oggi Fabio Genovesi è un grande scrittore. E sono sicuro che non serva esser cresciuti al Forte per poterlo dire. Quindi grazie per parlare del mio paese a tutta l’Italia, e grazie di farlo con quello stile così limpido ma caratteristico che ti distingue, e fa dire a noi lettori “eccolo! È Fabio. Eccolo. Mi è mancato”.

     

    Cosimo Benzi Angelini

     

  • Douglas Coupland – Dio odia il Giappone (Isbn Edizioni)

    Capita di comprare libri ad un prezzo irrisorio, perché scarti di magazzino o avanzi di case editrici fallite. Libri scaduti insomma. È proprio questo il caso di Dio odia il Giappone, che nella prima pagina viene definito come un “romanzo per immagini folgorante e comico, radicale e profetico”; una definizione, lo vedremo, per lo più azzeccata.

    Leggere questo libro mi ha divertito, e credo ci sia poco altro da dire. Soffermandomi spesso su pesanti tomi di letteratura e per necessità e per masochismo, qualche volta sento il bisogno di staccare dalla routine di studio e riflessione, per dedicarmi a letture più leggere. Letture che facciano vivere storie belle e folli, vite fuori dalla (mia) normalità. E questo libro, forse, è arrivato al momento giusto. Dopo essere scaduto, e svenduto come qualsiasi vestito fuori moda, mi è precipitato addosso. Ed io ringrazio.

    Hiro Tanaka è un giovane giapponese la cui età aumenta, ma non matura mai. Il suo hobby, o meglio il suo “segno particolare”, consiste nello scaraventarsi contro le vetrine per attirare l’attenzione, o per sentirsi vivo. Per fortuna, la sua mole non è sufficiente a rompere le vetrine. Ma non è questo il punto… una follia simile non desta stupore se a farla è il nostro caro Hiro. E tanto meno stupisce la sua scelta di dedicarsi completamente alla moda per fare colpo, spendendo tutti i soldi che ha nelle marche più blasonate. E ancor meno stupiscono le lettere, che compongono capitoli a sé stanti, dedicate al suo “clone”; un clone che secondo lui assorbirà la sua anima qualche decennio dopo la sua morte. Non ci si può stupire di niente, in questo libro; perché, altrimenti, ci si dovrebbe stupire di tutto: come di quando Hiro, vestito da coniglio su una pista da sci in Canada, viene investito da uno slittino pieno di bambini. Si rompe due caviglie, nell’urto; e viene da ridere e piangere insieme, perché ‘guarda che sfigato questo Hiro’ ma anche ‘poveraccio, però se lo merita’.

    Si merita tutto, Hiro, di ciò che accade. Forse non si merita i genitori che, dietro ad una parvenza di normalità, entrano in una setta di sciroccati antisistema antitutto. Ma anche questo, forse, non importa. Ciò che davvero conta è che pure Hiro, nonostante tutto, forse riuscirà a cambiare. E se ciò accade non è per la morale fatta da qualche bravo autore travestito da narratore intradiegetico onnisciente, no. Hiro crescerà, prima o poi, solo grazie ad un ultimo lancio contro una vetrina.

    Leggete il libro e divertitevi. Nonostante le brutte immagini (ahimè, qualche critico dovrà spiegarmele), vi divertirete.

     

    Cosimo Benzi Angelini

  • “Misery”. Di William Goldman da Stephen King

    “Misery”. Di William Goldman da Stephen King

     

    Si discute spesso della torre d’avorio degli intellettuali, in cui si recludono per prendere le distanze dalla cultura bassa, “sporca”, per immergersi nell’aulico valore della letteratura e della poesia “alta”. Una cosa, a prima vista, orrenda; ma stavolta vorrei spezzare una lancia in loro favore, e rinchiudermi con essi nella torre che non mi merito. Ma su questo tornerò dopo.

    (Foto di Alice Pavesi)

    Il 16 novembre ho visto lo spettacolo teatrale “Misery”, e sono rimasto impressionato da tre cose: dalla bellezza dello spettacolo in generale, dalla bravura degli interpreti (Arianna Scommegna, Filippo Dini e Carlo Orlando) e dalla “stupidità del pubblico” (BOOM). Sulle prime due, c’è poco da dire: nello spazio ristretto del Teatro Duse, studenti dell’Accademia Ligustica di Belle Arti mi dicono che la scelta di una scenografia rotante è quasi obbligata. Se così fosse, cambia poco: la scenografia della casa, dalla prospettiva deformata e perturbante, è semplice ma curata. L’uso delle luci per rendere il passare del tempo è intelligente. E gli attori, nonostante la difficoltà di certi personaggi, sono interpreti per cui vale il prezzo del biglietto; di qualsiasi biglietto. Lo spettacolo, insomma, è stato (a mio avviso) un successo.

    Però, il pubblico… Per ovvie ragioni un giornalista, o un critico, non potrebbe scrivere un’affermazione come quella che io ho osato scrivere poco sopra: “stupidità del pubblico”. Pena, probabilmente, la perdita del posto e della simpatia degli “innumerevoli” (ironia) lettori. Ma io non sono né un giornalista né un critico, quindi posso dire ciò che voglio, se non infrango la legge. Posso dire, quindi, che il pubblico di ieri era per la maggioranza stupido: come si può ridere sguaiatamente nelle scene in cui la protagonista pazza, l’infermiera Annie Wilkes, perde il senno urlando e strepitando rivolta verso il pubblico? Io vedevo la tragedia di uno scrittore, recluso da una sconosciuta folle e impossibilitato a scappare; e non ridevo. Qualcuno, evidentemente, vedeva una persona che si atteggiava da pazza; è ovvio che nella piazza di una capitale una scena simile farebbe ridere. Ma non a teatro, e non per uno spettacolo di questo genere..

    Io non ridevo. O meglio, non ridevo spesso come molti altri. In alcune sezioni, con un clima meno teso e l’apparente complicità tra carcerato e carceriere, la risata non era solo spontanea, ma richiesta dalle circostanze: affinché lo spavento e il coinvolgimento sia massimo, gli interpreti ci portano su un’altalena che oscilla tra la paura, all’ironia (ma sempre dolceamara, sempre contenuta vista la situazione).

    Il pubblico, però, rideva. Durante la cena “romantica” tra i due protagonisti, c’è sul tavolo un cartone di vino rosso. Tra il pubblico, qualcuno, dice: “ma è Tavernello!”; per poi esplodere in una sonora rista. Questo, intendo, è il pubblico stupido. E mi fa venir voglia di rinchiudermi con gli intellettuali in una torre; anche come cameriere, visto che non sono un intellettuale. O come fochista, che lassù tra le nuvole farà freddo.

    https://teatronazionalegenova.it/spettacolo/misery/

     

    Cosimo Benzi Angelini