Cosimo Angelini

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  • Su Sarà assente l’autore e Achille piè veloce, ovvero di quando i romanzi criticano l’editoria

    Su Sarà assente l’autore e Achille piè veloce, ovvero di quando i romanzi criticano l’editoria

    Cos’hanno in comune Sarà assente l’autore di Giampaolo Simi (Sellerio, 2023) e Achille piè veloce di Stefano Benni (Feltrinelli, 2003)? Tenterò di spiegarvelo nelle prossime righe, concentrandomi su alcuni aspetti che leggerete a breve, più uno che è bene voi sappiate subito: entrambi i libri mi hanno divertito molto.

    Attenzione: nell’articolo potrebbero esserci dei piccoli spoiler su Sarà assente l’autore e Achille piè veloce, consistenti in qualche riferimento sulla trama. Non dovrebbero pregiudicare la lettura dei libri (che sì, vi consiglio di leggere) ma, anche se fosse, io vi ho avvertiti.

    Premessa superflua sui due libri

    Capita a volte di leggere libri non programmati, libri scelti “improvvisando”. Sono libri comprati a caso, nuovi fiammanti nella libreria del paese, o libri devastati da multipli traslochi e venduti in negozietti scalcagnati; tutti libri non necessari nell’immediato. Insomma, libri destinati ad essere incastrati nella sezione della libreria dei libri-in-attesa-di-lettura, proprio sopra al ripiano dei libri-che-non-leggerò-mai-ma-non-posso-buttare. Quando si è fortunati questi libri sono destinati a un ripiano, ma è anche vero che ogni angolo della casa è buono per depositare libri-in-attesa-di-lettura che finiranno, inesorabilmente, per venire degradati a libri-di-cui-disfarsi-senza-passare-dal-via.

    Con Sarà assente l’autore di Giampaolo Simi e Achille piè veloce di Stefano Benni è successo esattamente questo: il primo, l’ho comprato durante una brevissima permanenza in una libreria di paese. Il secondo, invece, l’ho arraffato da una bancarella improvvisata nonostante gli evidenti segni di morsi non umani sulla copertina, sul dorso, nelle pagine interne. Non ricordo perché li ho acquistati né avrebbe senso ricordarlo, anche se va detto che li ho comprati a distanza di anni l’uno dall’altro. Credo sia importante dire che, per quel caso che non esiste o per quelle assurde coincidenze che non hanno senso, li ho letti uno di seguito all’altro.

    E la coincidenza o il caso, che dir si vogliano, sta proprio qui: nello scoprire, dopo poche pagine lette del secondo libro, che i due testi sono affratellati da temi, intrecci, sviluppi. Il tutto legato da una sottile ironia che rende questa coppia di romanzi una dilogia quasi inseparabile.

    Sarà assente l’autore di Giampaolo Simi

    Da autore di libri di ricerca, destinati a una ristrettissima cerchia di studiosi e intellettuali, a ghost-writer di bestseller che spaccano le classifiche il passo è molto breve nel libro di Giampaolo Simi. Sarà assente l’autore parla infatti dell’incontro fortuito tra uno sfortunato autore di estrazione universitaria e il direttore editoriale di Idra Media Group, enorme leviatano editoriale che ha appena perso il suo autore di punta.

    I due protagonisti si salvano a vicenda: l’autore replica i pessimi libri dell’autore defunto salvando il posto di lavoro del direttore editoriale, e quest’ultimo lo ricopre di soldi. Ma questo intreccio è solo una scusa per dire tante cose (che in pochi dicono) sul mondo, sull’editoria, e sullo scrivere.

    C’è un po’ di tutto: il disastro di Trenitalia; la chiusura delle librerie; i festival di letteratura che occupano città e paesi sperduti scordandosi, talvolta, la “letteratura” per rimanere solo “festival”. E, ovviamente, c’è la costante critica alle “abiette logiche di mercato che del resto è ormai dominato da un solo, enorme, orrendo Leviatano, quell’Idra Media Group che, magari lei non lo sa, ma… come una grande cloaca ormai raccoglie qualsiasi deiezione espressiva di questo sfortunatissimo paese”.

    L’autore, tramite le vicende, riesce a criticare con ironia amara tutto ciò che non funziona nell’editoria. Ma, soprattutto, dice ciò che in pochi riescono a dire: lamentarsi dei best-seller di scarsa qualità che si vendono come il pane, e dell’editore che, per interesse economico, li alimenta, è inutile. E non è rivolto a loro questo libro perché, ne sarà conscio l’autore, non sarà questo libro a cambiare le sorti del mercato editoriale.

    La critica più feroce del libro è quella contro coloro che avrebbero le capacità di opporsi, e preferiscono rinchiudersi nella loro sempre più decadente torre d’avorio. Simi, a mio parere, punta il dito contro gli intellettuali e i professori universitari, con tutta la loro cerchia di adepti. Ma anche contro quei lettori “forti” che storcono il naso a sentir parlare di quei best-seller da spiaggia che, seppure in molti casi di scarsa qualità, sono comunque letti.

    – Voi lo potete umiliare quanto volete, uno come Lo Sospiro. Lo potete anche prendere per il culo, attaccando i romanzi di Crudeli per colpire lui, e dove gli fa più male, cioè sulle copie vendute… perché, in fondo, siete sostanzialmente dei vigliacchi. Ma tutto questo non cambierà il fatto che la letteratura cosiddetta alta, che poi oggi sarebbe rappresentata dai vostri romanzi, dai miei e da quelli dei nostri amici, discepoli o mentori… non parla a nessuno, non tocca i problemi veri di nessuno. Scrivete libri per persone che ne hanno letti già altri diecimila, ma per carità, non sarebbe neanche questo il problema… è che devono essere esattamente gli stessi diecimila che avete letto voi! Ma da quale feroce demone autoreferenziale siete posseduti?

    Tra quei lettori forti penso di rientrarci anche io. Faccio mea culpa, lo fate anche voi?

    Achille pié veloce di Stefano Benni

    Nel libro di Benni il protagonista è invece Ulisse, un giovane scrittore e lettore, pagato poco (e raramente) da una piccola casa editrice di sinistra che sgomita per resistere all’onnipresente gruppo editoriale al cui comando c’è un personaggio chiamato Duce. Anche qui un incontro ben orchestrato innesca la storia: l’amicizia con Achille, un ragazzo disabile e dall’ironia macabra, permette a Ulisse di pubblicare un nuovo romanzo e salvare le sorti di tutti.

    Ma come nell’altro libro, anche qui la trama è una piccola parte del tutto. Achille e Ulisse sono sì gli eroi protagonisti di una storia che ha un inizio e una fine ben definiti, ma tra l’inizio e la fine c’è una società intera: la società italiana. Le agitazioni sindacali per gli ingiusti licenziamenti, l’euforia consumistica da centro commerciale, la concezione della disabilità, l’amore. C’è anche l’editoria fatta di quasi monopoli (ma pure lo sfruttamento del lavoro editoriale da parte di piccoli editori che, spesso, si difendono con lo scudo della “passione”), i poteri forti che controllano tutto e l’economia del “favore”.

    E poi c’è Benni con la sua ironia e le sue invenzioni linguistiche. Solo grazie a lui è possibile vedere autobus come draghi, o notare l’uscita da certi manoscritti in attesa di lettura dei loro autori, in piccolo formato, che sbucano dalle pagine per convincere il giovane lettore editoriale a dargli una possibilità.

    Che sogni terribili – pensò – non passerò mai più una notte insonne a leggere scrittodattili. Io ripeto sempre che scrivere è atto nobile nel migliore dei casi, ingenuo nel peggiore. Tranne poche eccezioni di grafomani arroganti inediti che imitano grafomani arroganti già editi, scrivere non peggiora il mondo. I libri sono firmati parola per parola. I loro pregi e tradimenti sono visibili, la loro libertà o corruzione e inutilità apparirà chiaramente, sulla pagina sterminata dei secoli. Alcuni dureranno, altri scompariranno. Ogni segno su di loro è nobile ruga di tormentata e ripetuta lettura, logorio del breve vento da una pagina all’altra, sbiadire di copertine tra amori e rifiuti, sottolineature, polvere di abbandono. Mentre inalterabili, mai scelti né respinti, mai veramente nostri, i dominanti schermi ci circondano di felicità non abitata, colpiscono ipocritamente, con falsa neutralità e velenosa indifferenza, creano parodie di sentimenti che evaporano nello spazio di una sigla. Hanno soldi, potenza, ma meno idee di una singola pagina. Scrivere nasce dal leggere e al leggere è grato. Scrivere è una delle poche cose rimaste uniche e nostre, dalla firma al romanzo, dal primo tema al testamento.”

    L’ironia e la critica: necessità assenti

    Spero che siano bastati questi brevi accenni ad affiancare, in maniera sensata, due libri per certi aspetti molto distanti. E per incuriosirvi. Per quanto sia evidente, bisogna ribadire che se qualcuno ancor’oggi “critica”, cioè mette in discussione qualcosa, significa che nonostante tutto quel qualcuno ancora osserva, si intromette, e spera in un cambiamento. Maggiore è il valore se lo fa, come nel caso di Sarà assente l’autore di Simi, un autore ormai ben noto, e soprattutto dalle fila di un editore così importante come Sellerio.

    Ma la ripetizione delle stesse critiche, a distanza di vent’anni, non può che rendere ancora più amaro il nostro sorriso. Perché in un mondo completamente diverso, iperconnesso e ipertecnologico, leggendo questi libri si potrebbe dire che non sia cambiato niente. Certo, oggi si fanno videochiamate e gli scrittodattili benniani sono diventati per lo più pdf leggibili online. La tecnologia è cambiata ma tutto il resto pare identico.

    Postilla assolutamente non superflua forse

    Questi libri sono forse per “addetti ai lavori”? Li ho apprezzati così tanto solo perché sono un ex addetto lavoratore editoriale? Questo proprio non riesco a chiarirmelo. Certo, conoscendo i gangli dell’editoria è più semplice apprezzare certe trovate, certe critiche o certi riferimenti decisamente espliciti. Ma tanti sono gli aspetti traslabili alla vita di tutti i giorni, anche di chi non legge e non scrive. Al punto che, probabilmente, mi sto fasciando la testa per niente.

    Perché spesso seguiamo ciò che ci porta lontano dai nostri desideri? pensò. Ci inchiniamo alla polemica del giorno, di cui capiamo la pochezza, ma a cui tutti si abbeverano. Ci accodiamo al dipanarsi della chiacchiera di cui non ricordiamo più l’inizio, al ciarlare di chi affolla la fotografia ai piedi del sovrano. E tutto intorno, c’è chi lavora, studia e coltiva idee che dureranno mille volte più di un lampo di notorietà in televisione o su un giornale. Ma tutti, spesso, abbiamo preferito quel lampo alla paziente speranza. Solo quando perdiamo queste persone, i custodi dei semi, delle idee, del giardino nascosto delle parole, ci accorgiamo che non li abbiamo ascoltati abbastanza.

    Ma imparare l’arte del guardare oltre le luci, nella penombra, nello spazio quasi invisibile tra due pagine chiuse, questa è la sfida.

    E tu cosa ne pensi? Scrivimi!

  • Io aspetto – Davide Calì, Serge Bloch (Consigli di lettura)

    Io aspetto – Davide Calì, Serge Bloch (Consigli di lettura)

    ISBN 978886745039-8

    Kite Edizioni

    Autore Davide Calì

    Illustratore Serge Bloch

    Pagine 56 pp.

    Anno 2015

    Genere Illustrato

    Rilegatura Cartonato

    Prezzo 15,00€


    La vita raccontata attraverso i suoi appuntamenti, i momenti che la definiscono e le danno significato: l’infanzia e la sua ingenuità, l’amore e la sua passione, la maturità e la sua saggezza. L’attesa come metafora di una quotidianità che aspetta la sua elevazione.
    Una parabola scritta con poche parole e illustrata con semplici tratti sul mistero del tempo che scorre facendoci aspettare che la magia ritorni nella nostra vita.


    Un libro illustrato per grandi e piccini

    Io aspetto è un libro dal formato strambo, un libro di poche parole e con poche illustrazioni essenziali, ma che dice tutto. E lo fa nel migliore dei modi, seguendo quella famosa regola “show, don’t tell” che si tende a dimenticare troppo spesso.

    In una manciata di pagine racconta la vita intera con rara delicatezza: la crescita, l’amore, la fine.

    A chi regalare questo libro?

    A chi ama gli albi illustrati.
    Ai giovani malinconici.
    Agli anziani stanchi.
    A chi ha perso qualcuno.
    A chi dice di non avere mai tempo per leggere.
    A tutti quelli che conosci.


  • Il viaggiatore – Daren Simkin (Consigli di lettura)

    Il viaggiatore – Daren Simkin (Consigli di lettura)

    il viaggiatore daren simkin fazi editore

    ISBN 9788864110561

    Fazi Editore

    Autore Daren Simkin

    Illustratori Daniel e Daren Simkin

    Pagine 48 pp.

    Anno 2009

    Genere Illustrato

    Rilegatura Rilegato

    Prezzo 8,50€


    Gli amici parlavano di tutte le cose meravigliose con le quali avevano passato il proprio tempo: belle foreste, deserti ventosi e oceani scintillanti, lavori, libri, film e musica, hobby, sport, lingue e meraviglie.
    Ma Charlie, che se le era fatte tutte sfuggire, non disse nulla.
    Perché sono qui?, pensava.
    Tutti gli altri hanno utilizzato il proprio tempo.
    Io no.


    Un libro illustrato per giovani adulti

    Il viaggiatore dei fratelli Daren e Daniel Simkin è, a tutti gli effetti, un libro per giovani adolescenti, piccoli adulti, e cioè per tutte quelle persone che hanno tanto tempo di fronte a sé. Non che gli anziani non possano apprezzare un libretto simile, ma è uno di quei libri che andrebbe letti in una età precisa, e cioè in quell’età in cui il tempo, invece di sfruttarlo, lo si butta via.

    il viaggiatore daren simkin fazi editore

    A chi regalare questo libro?

    A chi ama i libri illustrati.
    Ai giovani inquieti.
    Ai perdigiorno.
    A chi dice di non avere mai tempo per leggere.
    A tutti quelli che conosci.

    Quarta di copertina

    il viaggiatore daren simkin fazi editore

  • Quaderno genovese, un diario del 1917 – Eugenio Montale (Consigli di lettura)

    Quaderno genovese, un diario del 1917 – Eugenio Montale (Consigli di lettura)

    quaderno genovese diario eugenio montale genova canneto editore

    ISBN 9791280239020

    il canneto editore

    Autore Eugenio Montale

    Curatrice Laura Barile

    Pagine 208

    Genere Diaristico

    Rilegatura Brossura

    Prezzo 18,00€


    Se nella mia vita non scocca – e presto – una scintilla, io sono un uomo finito.
    Ma quale scintilla?


    Un diario giovanile di un giovane speciale

    Il Quaderno genovese di Eugenio Montale è l’opera perfetta per entrare nella mente e nella gioventù di un poeta ancora da farsi. I suoi incontri, le sue letture, e anche singoli pensieri slegati dal resto che riflettono già la peculiare sensibilità di quello che sarà uno dei più grandi poeti del nostro Novecento.

    Già edito nel 1983, in questa nuova edizione sono state riproposte le appendici della prima edizione, col risvolto di copertina di Gianfranco Contini e uno scritto di Sergio Solmi.

    A chi regalare questo libro?

    A chi ama la poesia.
    A chi ama Montale.
    A chi è incuriosito dalla persona che sta dietro ad un’opera.
    A chi è incuriosito dalla vita di un poeta prima che diventasse tale.

    Quarta di copertina

    “Questo quaderno è dunque testimone dell’intensa, vitalissima formazione di Montale ventenne: le sue letture, dai grandi simbolisti francesi ai minori più recenti, i romanzi russi e le novelle; le musiche che ascoltava, le opere e le operette, il teatro; la sua inquietudine e la sua sete religiosa; le chiacchiere di filosofia e religione con la sorella Marianna e il gesuita padre Trinchero, ma anche di estetica, di paesismo e di simbolismo con Mario Bonzi.”


  • La gioia avvenire – Stella Poli (Mondadori, 2023)

    La gioia avvenire – Stella Poli (Mondadori, 2023)

    Ci sono libri di cui non vorrei parlare. Di solito sono gli stessi libri di cui vorrei parlare a tutti, consigliarli, vorrei pure regalarli, in blocco, a tutte le persone care. Sempre, poi, appartengono a quel grande ma non grandissimo gruppo di “libri preferiti”, classifica non numerata in espansione inesorabile e inesorabilmente lenta. La gioia avvenire rientra in questa categoria.

    E c’è entrata più o meno dalla prima pagina, dopo poche righe, anzi, ad esser precisi dalla settima riga, «una cosa raccontata è tracotante: esige, estorce quasi», che dopo averla letta mi sono dovuto fermare, e col lapis in mano ho segnato un piccolo puntino nel bordo bianco accanto alla frase, e per ricordarmi la pagina (che assurdità, era la prima), ho fatto l’orecchio alla pagina, in alto. E sono pochi pochi i libri così, in cui mi sento obbligato a fermare la lettura lì, alla prima pagina, dopo poche righe, alla settima appena, per fare subito un segno a matita e un orecchio alla pagina.

    Di libri così vorrei parlare a tutti per dire quello che hanno lasciato a me, per quello che in me hanno smosso, sperando che smuovano qualcosa anche a chi lo consiglio, a chi lo regalo. Però, allo stesso tempo, non vorrei parlarne proprio perché di certi libri non mi sento in grado di, come forse direbbe l’autrice, capite?, non mi sento all’altezza. Come spiego lo scombussolamento, gli occhi lucidi, la percezione del dolore provato soltanto dalla lettura di un po’ di inchiostro su pagina, e come spiego la cognizione, sì, soprattutto la cognizione di una Voce? Non credo, davvero, di esserne in grado.

    Per questo su certi libri non mi vedrete mai scrivere una recensione, una critica, niente di strutturato insomma. Ciò che posso fare è solo tentare di intessere anch’io, come posso, alla meno peggio, qualcosa attorno al libro, evidenziando certi particolari che di un testo, di una Voce, toccano e fanno vibrare certe corde, di me, spesso immobili.

    In La gioia avvenire tante sono le cose che avrei dovuto dire, come tante (se non tutte) sono le pagine a cui avrei dovuto fare l’orecchio, dopo aver messo un puntino a qualche passaggio significativo, denso. Mi sono dovuto trattenere, come quando al liceo sottolinei le parti più importanti del libro di storia, e ti accorgi che finisci per sottolineare sempre tutto tranne avverbi e congiunzioni. Insomma, questo libro è, per me, un libro importante, e Stella Poli è, per me, un’autrice importante. Per quanto il mio giudizio sia valido solo nelle mie stanzette, nei miei rifugi, sono contento che ci siano, nella mia vita, un nuovo libro importante, una nuova scrittrice importante.

    Per iniziare: La gioia avvenire e un suo fratello libro

    Diciamolo subito: vedo così tante somiglianze di spirito tra La gioia avvenire di Stella Poli e Parla, mia paura di Simona Vinci che, anche se le Voci (e non semplici voci) sono diverse, l’ispirazione, quella sì, è la stessa. Un’ispirazione che non è uno spirito santo che casca dal cielo e ti colpisce, ignaro, mentre passeggi sui monti col tuo cagnetto giubbotto-dotato. No, qui l’ispirazione è lavoro dovuto all’urlo silenzioso di una necessità, necessità di elaborare e digerire un trauma… come se fosse possibile digerirle, certe cose, no, mi correggo: necessità di redenzione, quella di chi non ha detto no ma non ha mai pensato al sì, sì a cosa, poi?

    Era come avessi dato un tacito assenso. (Non sapevo a cosa, questo è il punto, un punto strano da pensare, ora, che sono cresciuta, che faccio l’amore. Eppure non sapevo che facessero, due, in una macchina grande, nella campagna slavata della bassa. Non me l’ero domandata, peccando di confidenza. Di incoscienza, proprio, piena e maledetta.)

    Sento, paragonando i due libri, la stessa pala che scava e scava a cercare un fondo che non c’è e che quindi continua, sempre più in profondità, a scavare, per trovare il punto giusto in cui fissare la messa a terra. E sento la stessa urgenza, che sappiamo essere cosa buona e giusta, nella scrittura, anzi forse l’unica cosa buona e giusta, l’urgenza di raccontare una storia, anche se, l’abbiamo capito, «una cosa raccontata è tracotante: esige, estorce quasi», però «la racconto perché non voglio affezionarmi al mio dolore».

    Infine, e non è poco, sento l’urgenza di scavare in quella storia che necessita di essere raccontata, di quei personaggi che senza questa storia scritta, senza questo libro fatto di pagine bianche macchiate qui e là di nero, esisterebbero solo nella mente di chi ha vissuto certe cose, mentre così, accessibili a tutti, esistono per tutti. E se poi i personaggi sono pochi, e potrebbero anche non esistere, quattro o cinque?, quante storie simili, invece, esistono?

    Basterebbe questo, comunque, a convincervi di leggerlo, il libro.

    la gioia avvenire stella poli recensioni novità scrittrice contemporanea mondadori

    Di spazi bianchi, necessità e contemporanei

    Stella Poli in questo libro dimostra di non essere una scrittrice emergente, almeno non nel senso stretto. Una scrittura così matura e precisa non è una scrittura emergente. Con uno stile asciutto, cesellato, essenziale ma molto ricercato (nel senso di una ricerca della parola adeguata) dimostra inoltre di sapere quanto siano importanti le parole, appunto, il tessuto formato dal loro susseguirsi, le frasi, gli spazi bianchi.

    Ecco, una riflessione sui frequenti spazi tra i paragrafi andrebbe fatta. Perché c’è così tanto bianco in queste pagine? Io credo, con non pochi ragionevoli dubbi, che quegli spazi rispondano a una necessità plurima. In primis, alla necessità di chi scrive di far riposare l’animo, e non tanto la mano, perché a scrivere son bravi tutti, anzi no, ma comunque scrivere una storia simile, la testimonianza di un trauma, la sua messa a terra, anche se “soltanto” immaginato, richiede spazio, aria, e lo spazio bianco è l’aria, l’ossigeno necessario a riprendersi dopo aver descritto il lembo sfrangiato e pulsante di una vecchissima ferita.

    Poi, non secondario, quegli spazi sono una necessità per il lettore, per digerire (lui sì) certe verità, certe frasi che come schegge lo infilzano quasi senza che lui se ne accorga, e lo fanno sanguinare, metaforicamente, e lo fanno piangere, talvolta, questo per davvero, eppure sono solo schegge, minuscole, leggere e così pesanti…

    Ma c’è anche un lettore particolare che potrebbe essere costretto a fermarsi più spesso, per lo più una lettrice, purtroppo, che ha vissuto «quasi» la stessa storia, ha ferite aperte della stessa fattezza, e così quegli spazi, quei vuoti non sono solo aree libere in cui rifiatare, ma tanti appigli a cui appendere momentaneamente la lettura, e nella pausa controllare le proprie, di ferite, riflettere alla luce di quelle paroline che precedono il bianco, dopo aver messo un puntino a bordo pagina, segnata con un piccolo orecchio in alto, e poi ricominciare a leggere e magari fermarsi, di nuovo, poco più in là, perché qualcuno il libro l’ha letto in un viaggio in treno (anche se, vi assicuro, lo rileggerà, lo sta già rileggendo con la calma che necessita, dopo aver placato l’urgenza di una fine), ma qualcuno, magari qualcuna, ci metterà settimane, mesi a finirlo.

    Che poi, di nuovo, è quello che potrebbe succedere col libro già citato di Simona Vinci, e se ripeto il paragone è solo perché la Vinci rientra tra le mie autrici contemporanee preferite, adesso proprio lì, sullo stesso scaffale sopra al comodino dove c’è già lo spazio per La gioia avvenire di Stella Poli, altra ormai preferita. E sono pochissime, pochissimi, ve lo assicuro, i contemporanei che stimo, di cui vorrei parlare a tutti e non parlarne proprio, perché accanto a loro due, sullo stesso scaffale, per qualche motivo c’è Torquato Tasso, nessun altro, a buon intenditor.

    (Sofferenza tra parentesi)

    Vorrei anche parlare di dolore, ma mi rendo conto che ha già detto tutto lei, l’autrice, io non ho altro da aggiungere, vostro onore, dovrebbe proprio leggerlo questo libro, sa?, dovrebbe, si fidi di un nessuno. Mi sforzo di aggiungere qualcosa, perché forse qualcosa potrei essere in grado di dirla, ma quando ci si sforza alla fine si fa solo peggio, così non aggiungo niente, tento solo di evidenziare una piccolezza, una frasina:

    (Non serve veramente a un cazzo di niente, soffrire, aveva ragione Pavese.)

    Piccola frasina fra parentesi, eppure lapidaria, urlata in sordina, se forse fosse possibile urlare in sordina, e non si può dire che il libro sia tutto qui, altrimenti non avrebbe poi molto senso leggerlo dopo aver letto questa frase, però tanto del libro e dei suoi protagonisti è lì, in quella frase tra parentesi sospesa tra due spazi bianchi.

    La gioia che verrà, chiudere ed aprire

    Non entrerei nel merito della poesia di Fortini che presta il suo titolo a questo libro, anche se si dovrebbe. Lo lascio fare a voi, per questo ve la lascio in fondo all’articolo, nel caso ci fossero lettori curiosi. Prima, però, un accenno alle note del libro:

    Il titolo del romanzo è il titolo di una poesia di Franco Fortini, che chiude Foglio di via (Einaudi, Torino, 1946) e riapre, in exergo, Poesia ed errore (Feltrinelli, Milano, 1959).

    La gioia avvenire è una poesia che chiude una raccolta e ne riapre un’altra, la successiva. Una poesia che chiude e apre. Come la storia che ne porta il titolo, che chiude idealmente con l’accettazione di una redenzione impossibile e riapre, in conclusione al romanzo stesso, con una risata. Che forse non significa niente, ma per me, in un libro simile, con un simile titolo, significa tutto. La gioia che verrà, la gioia che deve venire, La gioia avvenire.

    La gioia avvenire di Franco Fortini

    Potrebbe essere un fiume grandissimo
    Una cavalcata di scalpiti un tumulto un furore
    Una rabbia strappata uno stelo sbranato
    Un urlo altissimo

    Ma anche una minuscola erba per i ritorni
    Il crollo d’una pigna bruciata nella fiamma
    Una mano che sfiora al passaggio
    O l’indecisione fissando senza vedere


    Qualcosa comunque che non possiamo perdere
    Anche se ogni altra cosa è perduta
    E che perpetuamente celebreremo
    Perché ogni cosa nasce da quella soltanto

    Ma prima di giungervi

    Prima la miseria profonda come la lebbra
    E le maledizioni imbrogliate e la vera morte
    Tu che credi dimenticare vanitoso
    O mascherato di rivoluzione
    La scuola della gioia è piena di pianto e sangue
    Ma anche di eternità
    E dalle bocche sparite dei santi
    Come le siepi del marzo brillano le verità.

  • Manuale di (dis)educazione dei grandi – Giuseppe Sofo (Consigli di lettura)

    Manuale di (dis)educazione dei grandi – Giuseppe Sofo (Consigli di lettura)

    manuale di diseducazione dei grandi giuseppe sofo libro albo illustrato recensione

    ISBN 9783949042027

    RAUM Italic Edizioni

    Autore Giuseppe Sofo

    Illustratrice Eleonora Marton

    Pagine 44

    Genere Albo illustrato

    Rilegatura Cartonato

    Formato 16,7 cm x 21,5 cm

    Prezzo 15,00€


    Qualsiasi gioco non sia esplicitamente vietato è permesso.
    E qualsiasi gioco esplicitamente vietato è più bello di ogni gioco permesso.


    Un libro per far ridere i grandi (e forse svegliarli)

    Questo strambo Manuale di (dis)educazione dei grandi di Giuseppe Sofo è un divertente albo per adulti. Una raccolta di regole, suggerimenti e consigli per mantenere vivo il bambino che in molti di noi è morente. O, chissà, per resuscitare quelli già andati.

    E quando arriverete alle ultime pagine del libro potrete passare dalla teoria alla pratica, ma non faccio spoiler. Credo vi divertirete!

    manuale di diseducazione dei grandi giuseppe sofo libro albo illustrato recensione

    A chi regalare questo libro?

    A chi sta passando un periodaccio, e non trova molti motivi per sorridere.
    A chi non sorride molto.
    A chi non sorride mai.
    A chi usa sempre calzini bucati (all’interno del libro una soluzione geniale).

    manuale di diseducazione dei grandi giuseppe sofo libro albo illustrato recensione

    Quarta di copertina

    “E se per una volta fossero le bambine e i bambini a educare gli adulti? Con questi consigli illustrati e altri da inventare potrete finalmente (dis)educare i grandi, aiutandoli a riscoprire la bellezza di essere bambini dentro.”


  • Insieme – Luke Adam Hawker (Consigli di lettura)

    Insieme – Luke Adam Hawker (Consigli di lettura)

    consigli di lettura recensione insieme luke adam hawker albo illustrato

    ISBN 9788867533152

    Guido Tommasi Editore

    Collana Fuori collana

    Autore Luke Adam Hawker

    Pagine 64

    Genere Albo illustrato

    Rilegatura Cartonato

    Formato 18,9 x 24,6 cm

    Prezzo 18,00€


    Nel rallentare, ci siamo risvegliati… e ci siamo resi conto delle cose che contano.


    Un libro sul covid che non parla di covid

    Insieme di Luke Adam Hawker non fa riferimento a nessuna pandemia, a nessun virus, eppure il libro parla di questo. Ed è bello quando un libro dice qualcosa senza dirla, tra le righe o tra i disegni, come qua, dove un mondo piatto abitato da persone piatte è sconvolto da una tempesta che sembra durare in eterno.

    Però, un giorno, la tempesta finisce, il mondo rinasce, e qualcosa, molto anzi, è cambiato.

    recensione insieme luke adam hawker guido tommasi editore

    A chi regalare questo libro?

    A chi ha sofferto la reclusione e, dopo il lock-down, è rinato.
    A chi non è mai uscito del tutto dal lock-down.
    A chi non ha notato la differenza tra la vita normale e la vita in lock-down.

    copertina insieme luke adam hawker guido tommasi editore

    Quarta di copertina

    “Una tempesta epocale porta un enorme e improvviso cambiamento. Seguiamo un uomo e il suo cane attraverso l’incertezza che si insinua nelle loro vite. Attraverso i loro occhi, vediamo le difficoltà di separarsi, l’altalena delle emozioni che ci hanno coinvolto e la presa di coscienza del fatto che, unendoci, possiamo attraversare momenti difficili con nuove prospettive, speranza e apprezzamento di cosa conta davvero nella vita.”


  • Slow posting: l’alternativa sostenibile ai social media

    Slow posting: l’alternativa sostenibile ai social media

    Quanti come me alternano apatia e insofferenza nell’uso dei social? E se lo slow posting fosse la soluzione?

    Ce lo ripetono tutti: in questo campo (l’editoria), come in molti altri, non si può vivere senza social. E se è ammesso non avere dei profili personali, non si può evitare di lavorare con i social. Forse non c’è via d’uscita a questa situazione. Eppure i social non sono il male: è il modo in cui li usiamo che può portare, talvolta, tanta insofferenza.

    Ma una soluzione c’è. Si chiama slow posting e no, non ho inventato niente. In rete si trovano alcune discussioni al riguardo (non tantissime in realtà). In cosa consiste? In quello che vuoi tu, purché sia lento e adatto a te. In un mondo che chiede e produce sempre più contenuti, opinioni e presenza sui social, sono possibili solo due alternative per evitare la pazzia: sparire o rallentare.

    Perché lo slow posting?

    Dopo alcuni anni da social Media Manager a intermittenza, dopo varie pause più o meno lunghe dai social stessi, ho deciso che sui social devo comunque esserci. E per esserci in maniera proficua l’unica strada che mi veniva proposta era quella della costanza unita all’incessanza: pubblicare spesso, però, non fa per me. Ho sempre pubblicato contenuti in quei momenti in cui sentivo, davvero, di aver qualcosa da dire. Non per forza cose originali (magari), ma comunque qualcosa da buttar fuori. Oppure, quando avevo del materiale che poteva interessare altri oltre a me.

    Col tempo le cose da dire non sono diminuite. Né la voglia di dirle è finita. La questione sta su un altro piano: con tutti questi contenuti, con tutte queste voci, è aumentata in me la voglia di stare in silenzio. Altro che slow posting: sono sparito per qualche tempo dai social. Niente più tramonti, niente panorami.

    Mi sentivo meglio, devo ammetterlo. Non controllavo più le notifiche del telefono, leggevo di più, scrivevo. Poi è arrivata la pandemia: lock-down e reclusione mi hanno fatto scaricare qualsiasi social immaginabile, e sono rimasto nell’ombra a osservare i contenuti altrui. Non ho pubblicato molto, ma osservavo. Il tempo passava; passa senza far niente quando scorri i selfie di qualche amico su Instagram. Eppure continuavo a osservare.

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    Un giorno, durante il Master, mi sono detto che doveva esserci qualche modo sano di vivere i social. Davvero sparire è l’unica opzione? Così mi è venuto in mente lo slow journalism, quel modo lento ma approfondito di fare giornalismo di qualità. Da lì allo slow posting il passo è stato breve. Cercando in rete, poi, ho trovato un sito particolare in cui parlano di ricette, cocktail e viaggi: The Adagio Blog. Nel sito, in lingua inglese ma curato da un finlandese e da una italiana, ho questo articolo che trattava esattamente della mia stessa insofferenza.

    Prometto che quest’anno aprirò bocca solo quando avrò qualcosa di utile e di interessante da dire.

    Dopo aver letto questa frase ho capito che lo slow posting è possibile e che no, non sono solo in questa scelta.

    Cos’è per me lo slow posting, e cosa farò

    Lo slow posting non consiste solo nel rallentare, ma soprattutto nell’andare al proprio passo. Io conosco il mio, e ciò che mi propongo di fare si basa esclusivamente su di me. Se tu sei contento di pubblicare un post al giorno, fallo! Se ti fa stare bene pubblicare selfie, foto del tuo fondo schiena accanto ad una frase filosofica, o se ti rilassa fare dirette che registrano la tua vita, allora fallo! Io non ti giudicherò. Il problema inizia quando non pubblichi per te, ma per gli altri. Pensaci su.

    Dopo aver preso atto che pubblicare tanti contenuti non mi interessa, prendere una decisione è stato abbastanza semplice. Pubblicarne pochi, ma di qualità. Quando? Non importa che siano uno a settimana o due al mese. Ci saranno, e saranno di qualità. Mi concentrerò di più sul blog, come avevo già detto qua, e non farò finta di essere un grafico o un fotografo su Instagram.

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    Non diventerò famoso coi social. Non diventerò un influencer come molti bramano. Cosa ci guadagno, allora? Coerenza. Guadagno coerenza con me stesso, con ciò che sono e con ciò che sento. Vado al mio passo, coerente con me; è questo lo slow posting,


    Non sparirò. Ho troppi libri di cui parlare! E se ti stai chiedendo quale sia il nesso tra me che fumo un sigaro e lo slow posting, ti risponderò solo se me lo chiederai in privato. Il nesso, ti assicuro, c’è.

    Cosa ne pensi di queste riflessioni? Fammelo sapere qui sotto nei commenti, oppure sui social. Parliamone insieme.


    Approfondimenti sulla lentezza

    Vi lascio alcuni link a contenuti interessanti:

    E per concludere, una bella riflessione sulla lentezza:


    P.S: slow posting e Instagram

    Qualcuno avrà notato che mi piacciono i feed ordinati! Già. Credo sia solo una questione di gusti, ma l’ordine del feed di instagram è, per me, sinonimo di eleganza e bellezza. Nessuno mi ricorderà per la mia eleganza, ne sono sicuro… ma perché, slow posting a parte, non tentare di creare un ordine anche sul mio profilo personale?

    Per chi non lo sapesse, per feed si intende il profilo di qualsiasi persona, azienda o brand presente su Instagram. Questo profilo è formato, su qualsiasi dispositivo, da una disposizione fissa di fotografie. Questa disposizione prevede, su qualsiasi dispositivo, tre fotografie per ogni riga.

    Si parla di feed ordinato quando un feed ha una logica sequenziale dietro alle pubblicazioni. Le fotografie sono organizzate in tre alla volta e possono essere collegate da linee, colori o addirittura possono essere parti integranti di una fotografia più grande.
    Ecco che lo slow posting un po’ si scontra con la pubblicazione di foto organizzare e pensate di tre in tre. Amen! Continuerò a farlo ogni tanto, perché mi piace, finché mi va, anche se è ovviamente più faticoso di pubblicare casualmente e senza un ordine preciso fotografie più o meno decenti.. Anche questo, in qualche modo, è andare al mio passo!

  • Fabio Genovesi – Cadrò, sognando di volare (Mondadori)

    Fabio Genovesi – Cadrò, sognando di volare (Mondadori)

    Premessa  

    Fabio Genovesi è di Forte dei Marmi; io sono di Forte dei Marmi; e tutti i suoi libri sanno di Versilia: sanno di salmastro, di Alpi Apuane, di marmo e di ignoranza. Perché “in Versilia c’è abbondanza di rena e d’ignoranza”. Eppure quest’ultima, come nella realtà, è da noi dolce e quasi antica. L’ignoranza dei vecchi che ti bestemmiano contro (che essi siano preti, bagnini o avvocati poco importa), e lo fanno però con l’amore nel cuore. Non ti trattano male per odio, ma per natura. Quella particolare natura, e rude, che rende i protagonisti dei libri di Genovesi (anche se mi verrebbe da dire Fabio, per tutte le volte che si vedeva pescare al pontile del Forte) così veri, insomma, così rassomiglianti alla realtà.

    Ma la questione è un’altra: questa vicinanza con l’autore, con i suoi luoghi (che sono un po’ anche i miei luoghi), non mi permette di essere obiettivo. E se non lo sono mai, perché un giudizio o un tentativo di critica sono necessariamente influenzati da una soggettività, oggi lo sarò ancor meno.

    Pantani, uno sfigato e un prete dal passato focoso

    La trama del libro è semplice, e non ve la dirò. Leggetevelo, oppure leggetevi qualche recensione (che più di recensire un libro, certi testi narrano la trama con orpelli barocchi e vomitevoli bellissimo emozionante indimenticabile).

    La bravura dell’autore sta, in questo libro, nella capacità di intrecciare con armonia l’invenzione alla realtà, la storia dei personaggi strambi e inventati (lo sfigatello di nome Fabio, il prete missionario che ha fatto l’amore con chissà quante donne, la bambina che finge di essere una gallina etc. etc.) con quella dell’eroe mitico ma reale (cioè Pantani, il Pirata). E tra la storia di Fabio e quella di Pantani sussiste un mondo intero di corrispondenze: l’amore mancato, la tragedia, le cadute che però sono ricompensate da vittorie, da sogni realizzati.

    La differenza, tra i due, è una sola: Pantani muore quando forse, Fabio, inizia a vivere davvero.

    Bravo, Fabio. E grazie

    Ma c’è una cosa, forse evidente e banale che però non mi si scolla dalla mente. Tutta l’opera di Fabio (che non riesco più a chiamarlo per cognome) è una grande lezione di scrittura. Non basta saper scrivere bene, né avere la capacità di inventare storie avvincenti. A volte basta amare ciò di cui si scrive, per essere grandi scrittori. Così Fabio, quando scrive dei suoi luoghi (e dei miei, come il bar La Gazzella) e dei suoi eroi (come Pantani, che ho imparato ad amare troppo tardi), ecco quando scrive di ciò che ama lui è un grande scrittore.

    E io lo dico: oggi Fabio Genovesi è un grande scrittore. E sono sicuro che non serva esser cresciuti al Forte per poterlo dire. Quindi grazie per parlare del mio paese a tutta l’Italia, e grazie di farlo con quello stile così limpido ma caratteristico che ti distingue, e fa dire a noi lettori “eccolo! È Fabio. Eccolo. Mi è mancato”.

     

    Cosimo Benzi Angelini