Cosimo Angelini

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  • Quegli occhietti strizzati che non vedrai più

    Quegli occhietti strizzati che non vedrai più

    Sei sceso dal treno, ti hanno dato un passaggio a casa e proprio lì, in quella casa dove sei cresciuto, dove hai preso a testate gli armadi e urlato e pianto, tanti anni fa, in quella casa non trovi chi è sempre stato lì ad aspettarti. Capitava spesso che, tornando, tu trovassi solo lei, placida sulla sua brandina, lei che ti scodinzolava come se ogni volta fosse l’ultima, lei che si strusciava e ti metteva quel muso animale da tutte le parti. Di certo non si aspettava di vederti, e forse neanche si ricordava chi fossi, ma eri qualcuno di buono, e questo a lei bastava.

    Spesso, tornando, ti sei ritrovato solo, a parte quel cane. Così, invece di aspettare il ritorno di nonni, genitori, fratelli, coccolavi un po’ quel cane così felice di vederti, prendevi la macchina e uscivi di nuovo, alla ricerca di quelle bricioline di rapporti lasciate un mese prima o due, rintracciare gli amici mai persi, quelli che la distanza avvicina, non allontana, e ti trovavi spesso al bar di quell’amico che non c’era verso di pagarglielo, il caffè. Ma soprattutto ti trovavi seduto nel retrobottega di quel negozietto così pittoresco, sì, proprio pittoresco, quella bottega sulla via Aurelia con le padelle appese al muro esterno, a salutare i passanti.

    E in quel retrobottega c’era sempre una persona ad aspettarti, sempre la stessa e sempre diversa, un giorno patito della bicicletta e il giorno dopo impazzito per il puntinismo, e quella persona era una certezza, quella bottega una casa a cui tornare. E per te c’era sempre quel bicchiere di vino pronto, che quasi ti commuove il pensiero. E dopo quel bicchiere di vino non potevi andartene, c’era da parlare di come andavano le cose, E Tizio che fine ha fatto? E Caio?, No, lasciamo perdere, sto così bene qui per conto mio, Sempre più palude?, Sempre di più, sempre di più, però qui ci sto bene, qui respiro, almeno un po’, e così continuavano i discorsi, i ricordi del passato, i piccoli dettagli che ogni tanto spuntavano fuori.

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    Poi non potevi mica andartene, sai?, dovevi rimanere e aspettare che chiudesse perché a pranzo si mangiava tutti insieme al ristorante lì accanto, con tre o quattro lavoratori della zona, geometri marmisti ingegneri banchieri, e tavolate così varie non le ho mai viste, e tu nemmeno, e compagnie così felici neanche. Però prima del pranzo c’era l’aperitivo, il bicchierino di pessimo vino del bar accanto all’osteria, e giù di briscola e discorsi su discorsi, e risate, e sigarette girate con la macchinetta che le gira da sola. Quella macchinetta gliel’hai regalata tu, tra l’altro, e lui ne era così felice.

    Lo diceva a tutti, Questa me l’ha regalata lui, guarda che belle sigarette, e in effetti venivano proprio bene, o almeno meglio di quelle che faceva lui, almeno sembravano sigarette perché le sue, girate a mano con le sua gigantesche mani, sembravano grandi cannoni deformati, che lui fumava lo stesso, ridendo e strizzando gli occhietti dal troppo ridere, strizzandoli come solo lui sapeva fare.

    Dopo l’aperitivo ci si sedeva tutti assieme, al ristorante, lo Chef ogni tanto spuntava dalla cucina per farci compagnia, almeno nei giorni migliori, e la cucina funzionava anche grazie alle padelle di quella piccola bottega di altri tempi. E le pareti erano zeppe di quadretti a puntini più o meno grandi, opera sua, ma più di tutto c’era lui, lui che legava e faceva legare, lui che metteva d’accordo vacche e buoi, lui che, comunque andasse, gli volevi bene perché era così, perché era lui, ciclista o puntinista non importava.

    E tornando a casa, adesso, non hai trovato nessuno ad aspettarti. Non un cane, appunto. Di lei rimane solo un’ombra marroncina sul muretto a cui era appoggiata la brandina. E rimane la brandina un po’ sfondata, rimane il ricordo di un cane che, piano piano, se n’è andato. Allora, anche sei sei appena tornato, non hai potuto far altro che uscire di casa, prendere la macchina e andare, non importa dove, comunque andare, e senza volerlo, o senza saperlo, ti sei ritrovato lì, davanti a quella vecchia bottega d’altri tempi, e l’hai trovata chiusa, e non hai pianto soltanto perché stavi parlando al telefono, altrimenti…

    La verità è che hai pianto anche se stavi parlando al telefono, Scusami, devo andare e hai riattaccato nonostante le proteste, hai riattaccato proprio mentre scendeva la prima lacrima, e accostando la macchina alla vetrina hai letto i cartelli “Chiusi per ferie”. In quel momento hai compreso che non c’era più lui ad aspettarti nel retrobottega, perché sotto Natale faceva metà dell’incasso e no, mai avrebbe chiuso sotto Natale, fosse stato vivo.

    Ma il cane non c’è più, lui non c’è più, e ti sembra che questa zolla di terra tra il mare e i monti sia ormai deserta e disabitata nonostante la folla impazzita per i regali di Natale. Gente ovunque eppure sei solo, non puoi più berti quel pessimo vinello prima di mangiare con lui, non puoi più stringere quel cane quando senti che non hai niente e nessuno da stringere, e soprattutto non puoi più vedere quegli occhietti strizzati dal troppo ridere. E la solitudine non è solo una sensazione vaga, ma è proprio questo: non avere un cane, una persona, un bicchiere di vino da cui tornare.

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  • Lorenza Stroppa – Cosa mi dice il mare (BEE, 2022)

    Lorenza Stroppa – Cosa mi dice il mare (BEE, 2022)

    Essere felici a volte è più difficile che lasciarsi andare.

    Cosa mi dice il mare è l’ultimo libro di Lorenza Stroppa, che ho avuto il piacere di conoscere durante uno dei corsi del Master che ho frequentato. Chi mi conosce sa quanto io ci tenga al mare, quanto mi manchi in alcuni periodi. Per questo non potevo evitare di leggere un libro che al mare è così legato. Così l’ho letto, tutto d’un fiato, e sempre di fronte al mare.

    Cosa mi dice il mare parla di difficoltà, traumi, problemi familiari. E lo fa con un occhio sempre rivolto verso il mare, a volte solo sfondo scenico, spesso però protagonista delle vicende.

    In breve, Corinne è madre di un ragazzo particolare con la mania per i numeri, e un giorno decide di scappare di casa. Vuole tornare sui propri passi, andare a ritroso nella sua vita per affrontare problemi mai risolti e mai sopiti. Tra questi, la morte misteriosa della sua più cara amica d’infanzia. Abbandonando casa, però, complica la situazione del figlio che viene mandato dal padre a casa dei nonni materni, praticamente degli sconosciuti con cui Corinne aveva tagliato tutti i ponti.

    In tutto questo, il mare parla sempre. A volte restituendo oggetti, cose, altre volte semplicemente col rumore delle onde. Ma a parlare è anche il silenzio che accompagna per qualche secondo l’entrata in acqua dopo un tuffo da una grande altezza, un silenzio lenitivo e pacifico.

    La bravura di Lorenza Stroppa consiste nell’aver ascoltato il mare molte volte. Per questo dimostra di conoscerlo davvero, il mare, e quindi di saperlo raccontare. Poi, il romanzo racconta vicende così complesse e umane da racchiudere tutto: i problematici rapporti tra genitori e figli, il lutto, l’amore giovanile e quello più maturo. Ma anche il tema della fuga di fronte alla difficoltà di certi ostacoli, e soprattutto l’amicizia.

    La bellezza di questo libro sta nell’incontro tra le vicende della madre con quelle del figlio: casualmente, il passato della madre che ancora la tormenta si scontra e si incrocia con le avventure del figlio nella casa dei nonni materni, nelle zone dove la madre è cresciuta. Tutto si intreccia, complicandosi, fino allo scioglimento definitivo dei nodi più antichi grazie al ritorno alla casa materna.

    Siamo a casa solo dove il cuore è in pace.

    Cosa mi dice il mare è un libro da leggere di fronte al mare, con le onde che si infrangono sugli scogli, o che si adagiano con meno fragore sulle battigie sabbiose. Ma in realtà è anche un libro da leggere quando dal mare si è lontani, qualsiasi stagione sia. Insomma, è il libro perfetto per quando il mare ci manca e non ne sentiamo più la voce da tanto, troppo tempo.

  • Vitaliano Trevisan – Works (Einaudi, 2022) – Recensione

    Vitaliano Trevisan – Works (Einaudi, 2022) – Recensione

    “Dopo trent’anni nello stesso posto sarei anche io un vecchio rimbambito esattamente come loro. Brivido lungo la schiena. No, mi dicevo, perché un giorno inizierò a scrivere; non so ancora quando, né come, ma un giorno inizierò e sarà finita. Per ora scrittore che non scrive, ma comunque scrittore. Un pensiero che mi rincuorava sempre molto.”

    I lavori di una vita in Work di Vitaliano Trevisan

    Una vita intera vista in funzione del lavoro, o meglio: i lavori di una vita che raccontano la storia di un uomo, Vitaliano Trevisan, dal desiderio adolescenziale di una bicicletta tutta sua al parziale successo letterario, passando per una miriade di incontri, personaggi, storie.

    È questo Works di Vitaliano Trevisan, uno degli scrittori del Nordest, scomparso agli inizi del 2022. Pubblicato per la prima volta nel 2016 dopo 6 anni di scrittura, è stato ripubblicato a un mese dalla morte dell’autore con l’aggiunta di un racconto inedito “per espresso volere dell’autore”.

    Il libro è un corposo romanzo autobiografico che ripercorre la vita sempre in bilico di Trevisan, passata soprattutto nel suo Nordest, nella provincia vicentina di zone industriali e magazzini decadenti. Pochi i cambi di scena: a parte alcuni viaggi giovanili ad Amsterdam per rifornirsi di droghe, la principale fuga fu in Germania, dove fece il gelataio per una stagione.

    Il Veneto, il Nordest e Trevisan

    Il resto è tutto lì, nel suo Veneto, nella sua periferia diffusa che tanto ha odiato ma che alla fine è sempre stata la sua periferia. Il suo paesaggio, la sua casa. Luogo dove tutto è iniziato e dove tutto, inesorabilmente, si è concluso.

    E quel paesaggio, che è sì sfondo ma sfondo co-protagonista, in questo memoir lascia il ruolo di attore principale ad altro: al lavoro. Anzi, ai lavori. Una sequela di lavori diversi, spesso opposti; lavori d’ufficio o manuali, al chiuso o all’aperto, ben retribuiti (pochi) o in nero e senza garanzie (tanti). Ed è con i lavori che narra la sua vita perché quelli, forse più di ogni altra cosa, l’hanno determinata. L’hanno definita come una vita non ordinaria, una vita volutamente non regolare.

    Aspetti non secondari sono le regolari crisi depressive, cicliche, poi le droghe, l’irrequietezza, e finalmente lo stress per le scadenze con le case editrici. A tutto ciò si aggiungono i problemi familiari e i problemi di coppia, ma non meno importanti sono i problemi con se stesso:

    “[…] e di come mi vergognassi di me stesso e della mia situazione, cioè di avere quasi quarant’anni e non aver compiuto nulla. Scrittura compresa, pensavo seduto su un muletto abbandonato in disparte.”

    Works è il manifesto di una vita e di una generazione intera. Ma è anche testimonianza di uno status quo che non vuol cambiare, immobile allora come oggi. Per questo, il libro è anche una denuncia non in rapporto all’autore, che ha deciso per conto suo l’irregolarità di una vita ai margini, ma in rapporto a quelli che volevano e vogliono garanzie lavorative che non potranno mai avere. Né allora, né oggi.


    Approfondimenti

    Vitaliano Trevisan è uno dei pochi autori italiani nati nel secondo ‘900 che, secondo me, rimarranno. Per questo vi lascio alcuni approfondimenti, tra cui la bella conferenza tenuta per l’uscita della prima edizione di Works nel 2016:


    Ed ecco alcuni link utili per conoscerlo meglio:

    Per concludere, un ringraziamento va a quel professore di Geografia Culturale che me l’ha fatto scoprire un po’ casualmente molti anni fa.

  • Slow posting: l’alternativa sostenibile ai social media

    Slow posting: l’alternativa sostenibile ai social media

    Quanti come me alternano apatia e insofferenza nell’uso dei social? E se lo slow posting fosse la soluzione?

    Ce lo ripetono tutti: in questo campo (l’editoria), come in molti altri, non si può vivere senza social. E se è ammesso non avere dei profili personali, non si può evitare di lavorare con i social. Forse non c’è via d’uscita a questa situazione. Eppure i social non sono il male: è il modo in cui li usiamo che può portare, talvolta, tanta insofferenza.

    Ma una soluzione c’è. Si chiama slow posting e no, non ho inventato niente. In rete si trovano alcune discussioni al riguardo (non tantissime in realtà). In cosa consiste? In quello che vuoi tu, purché sia lento e adatto a te. In un mondo che chiede e produce sempre più contenuti, opinioni e presenza sui social, sono possibili solo due alternative per evitare la pazzia: sparire o rallentare.

    Perché lo slow posting?

    Dopo alcuni anni da social Media Manager a intermittenza, dopo varie pause più o meno lunghe dai social stessi, ho deciso che sui social devo comunque esserci. E per esserci in maniera proficua l’unica strada che mi veniva proposta era quella della costanza unita all’incessanza: pubblicare spesso, però, non fa per me. Ho sempre pubblicato contenuti in quei momenti in cui sentivo, davvero, di aver qualcosa da dire. Non per forza cose originali (magari), ma comunque qualcosa da buttar fuori. Oppure, quando avevo del materiale che poteva interessare altri oltre a me.

    Col tempo le cose da dire non sono diminuite. Né la voglia di dirle è finita. La questione sta su un altro piano: con tutti questi contenuti, con tutte queste voci, è aumentata in me la voglia di stare in silenzio. Altro che slow posting: sono sparito per qualche tempo dai social. Niente più tramonti, niente panorami.

    Mi sentivo meglio, devo ammetterlo. Non controllavo più le notifiche del telefono, leggevo di più, scrivevo. Poi è arrivata la pandemia: lock-down e reclusione mi hanno fatto scaricare qualsiasi social immaginabile, e sono rimasto nell’ombra a osservare i contenuti altrui. Non ho pubblicato molto, ma osservavo. Il tempo passava; passa senza far niente quando scorri i selfie di qualche amico su Instagram. Eppure continuavo a osservare.

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    Un giorno, durante il Master, mi sono detto che doveva esserci qualche modo sano di vivere i social. Davvero sparire è l’unica opzione? Così mi è venuto in mente lo slow journalism, quel modo lento ma approfondito di fare giornalismo di qualità. Da lì allo slow posting il passo è stato breve. Cercando in rete, poi, ho trovato un sito particolare in cui parlano di ricette, cocktail e viaggi: The Adagio Blog. Nel sito, in lingua inglese ma curato da un finlandese e da una italiana, ho questo articolo che trattava esattamente della mia stessa insofferenza.

    Prometto che quest’anno aprirò bocca solo quando avrò qualcosa di utile e di interessante da dire.

    Dopo aver letto questa frase ho capito che lo slow posting è possibile e che no, non sono solo in questa scelta.

    Cos’è per me lo slow posting, e cosa farò

    Lo slow posting non consiste solo nel rallentare, ma soprattutto nell’andare al proprio passo. Io conosco il mio, e ciò che mi propongo di fare si basa esclusivamente su di me. Se tu sei contento di pubblicare un post al giorno, fallo! Se ti fa stare bene pubblicare selfie, foto del tuo fondo schiena accanto ad una frase filosofica, o se ti rilassa fare dirette che registrano la tua vita, allora fallo! Io non ti giudicherò. Il problema inizia quando non pubblichi per te, ma per gli altri. Pensaci su.

    Dopo aver preso atto che pubblicare tanti contenuti non mi interessa, prendere una decisione è stato abbastanza semplice. Pubblicarne pochi, ma di qualità. Quando? Non importa che siano uno a settimana o due al mese. Ci saranno, e saranno di qualità. Mi concentrerò di più sul blog, come avevo già detto qua, e non farò finta di essere un grafico o un fotografo su Instagram.

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    Non diventerò famoso coi social. Non diventerò un influencer come molti bramano. Cosa ci guadagno, allora? Coerenza. Guadagno coerenza con me stesso, con ciò che sono e con ciò che sento. Vado al mio passo, coerente con me; è questo lo slow posting,


    Non sparirò. Ho troppi libri di cui parlare! E se ti stai chiedendo quale sia il nesso tra me che fumo un sigaro e lo slow posting, ti risponderò solo se me lo chiederai in privato. Il nesso, ti assicuro, c’è.

    Cosa ne pensi di queste riflessioni? Fammelo sapere qui sotto nei commenti, oppure sui social. Parliamone insieme.


    Approfondimenti sulla lentezza

    Vi lascio alcuni link a contenuti interessanti:

    E per concludere, una bella riflessione sulla lentezza:


    P.S: slow posting e Instagram

    Qualcuno avrà notato che mi piacciono i feed ordinati! Già. Credo sia solo una questione di gusti, ma l’ordine del feed di instagram è, per me, sinonimo di eleganza e bellezza. Nessuno mi ricorderà per la mia eleganza, ne sono sicuro… ma perché, slow posting a parte, non tentare di creare un ordine anche sul mio profilo personale?

    Per chi non lo sapesse, per feed si intende il profilo di qualsiasi persona, azienda o brand presente su Instagram. Questo profilo è formato, su qualsiasi dispositivo, da una disposizione fissa di fotografie. Questa disposizione prevede, su qualsiasi dispositivo, tre fotografie per ogni riga.

    Si parla di feed ordinato quando un feed ha una logica sequenziale dietro alle pubblicazioni. Le fotografie sono organizzate in tre alla volta e possono essere collegate da linee, colori o addirittura possono essere parti integranti di una fotografia più grande.
    Ecco che lo slow posting un po’ si scontra con la pubblicazione di foto organizzare e pensate di tre in tre. Amen! Continuerò a farlo ogni tanto, perché mi piace, finché mi va, anche se è ovviamente più faticoso di pubblicare casualmente e senza un ordine preciso fotografie più o meno decenti.. Anche questo, in qualche modo, è andare al mio passo!

  • Luigi Barzini – Gli italiani. 53 milioni di protagonisti (Arnoldo Mondadori Editore, 1965)

    Luigi Barzini – Gli italiani. 53 milioni di protagonisti (Arnoldo Mondadori Editore, 1965)

    Premessa

    Questa non sarà una critica sull’opera in questione, che già chiamarla opera è un atto eccezionalmente generoso. Non è il libro in sé che mi interessa, né tantomeno il suo autore, se non come bagaglio culturale (di cui potrei però fare a meno); ma questo libro mi è utile per parlare d’altro, e quindi lo sfrutto senza neanche averlo letto tutto.

    Se poi non siete d’accordo sull’interrompere a metà i libri (anche se ho smesso molto prima della metà), vi rispondo dicendo che è un mio diritto. Sono un tifoso dei dieci diritti del lettore di Daniel Pennac, e proprio il terzo è questo: il diritto di non finire il libro. Quindi leggetevi Pennac, che è sempre una lettura divertente.

    Luigi barzini chi?

    Di Luigi Barzini (1908-1984), grande inviato del Corriere della Sera ai tempi del fascismo, basti dire che fu mandato al confino nel 1940, e poco dopo Mussolini in persona trasformò la pena in una diffida. Questo per introdurre il tema della mancata epurazione, di cui si parla troppo poco. In parole povere, con la caduta del fascismo non caddero anche tutti quegli adepti o gerarchi che del fascismo erano le fondamenta, giornalisti in primis.

    L’accenno al fascismo serve per contestualizzare la figura di Barzini, e del suo libro (del 1964); e per definirlo meglio bisognerà aggiungere che è cresciuto e si è formato negli Stati Uniti; per questo il libro è scritto in inglese, per un pubblico americano, e solo successivamente tradotto in italiano.

    Gli italiani: 53 milioni di protagonisti

    Per arrivare al libro (ma ce ne distaccheremo subito), bisogna partire dal titolo: il libro vuole concentrarsi sugli italiani, rendendoli a parole tutti protagonisti, senza tracciare una storia d’Italia. Bravo, in questo, a riconoscere di non essere uno storico; meno bravo, Barzini, a tentare comunque la storia d’Italia e dei suoi costumi. È evidente, nel suo goffo tentativo, l’impronta nazionalista che non è stata affatto scalfita dalla caduta del regime. E forse la gravità non sta nel fatto che ancora negli anni ’60 qualche idea di un presunto “carattere italiano” resistesse, ma che fosse proposta da quegli esponenti del “carattere italico” che mai sono stati messi in discussione dopo il crollo di Mussolini.

    Ecco perché oggi i nazionalismi hanno grande fortuna: semplicemente, non l’hanno mai persa. Eppure, qualcuno poteva considerare Barzini più americano che italiano. Per questo dedica lacrimose pagine agli “illustri stranieri che, in ogni secolo, vi si sentirono moralmente a casa loro” in Italia. E continua con un’affermazione che rompe, già nelle prime pagine, qualsiasi impianto nazionalista, anche se solo per la durata d’un respiro: “essere italiani, in tal senso, non è la conseguenza di una coincidenza geografica ma piuttosto una scelta, una vocazione, un grado di maturità dello spirito.” Questa affermazione, presa con le dovute cautele, e riadattata, può e deve essere valida: la cittadinanza va oltre la coincidenza geografica e ha a che fare con la scelta, la vocazione.

    e quindi?

    Quindi, Barzini e gli eredi non me ne vogliano se ho rivangato il passato, che fatichiamo a ricordare. Se l’ho fatto, è per un discorso diverso dal triste moralismo e dalla predica acre. Se l’ho fatto, è per dire che essere italiani, oggi, vuol dire sentirsi italiani. E chi non lo capisce, probabilmente, ha letto pochi, pochissimi libri.

    Cosimo Benzi Angelini

  • Cronache genovesi – 10/03/2020

    Cronache genovesi – 10/03/2020

    Chissà se il virus salirà fino al quarto piano. In Via di Prè, dove abito, arriva tutto. E lo smog, a differenza di altre città, si sente raramente. Al suo posto, odori di cibi etnici mischiati al salmastro pungente dei giorni ventosi. Eppure, salirà anche il virus? Qui, un virus simile è la cosa migliore che ti possa capitare; tra drogati, prostitute e spacciatori può accaderti di tutto. In qualsiasi momento. Ma a questo non ci penso mai.

    Lo spacciatore delle 8 di mattina ha capito che non deve offrirmi niente, non compro (o non da lui?). Quello di mezzogiorno mi fa sempre complimenti su come vesto, anche quando indosso solo un jeans e qualche vecchio maglione. La sera la situazione è più critica perché arriva presto l’ora degli acquisti: allora vedi relitti d’uomini trafficare con le monetine per la dose serale. E poi vedi qualche rissa, che gli spacciatori riescono a sedare in fretta: la pace è amica degli affari. Il vicolo poi si fa deserto nella notte. Rimangono le urla degli ubriachi o di chi non c’è proprio riuscito a elemosinare gli ultimi spiccioli per un “panino”.

    Il virus, in questa via, non esiste. Anzi c’è, ma è di tutt’altro genere: è più una peste, che ha corroso lo Stato (che passa, ogni tanto, per guardare a testa bassa ed andarsene). Lo Stato non c’è, perché guarda e passa e non si cura; sguardo basso a osservare le punte lucide degli stivali, mentre calpestano siringhe usate che non vedono. Così come non vedono le prostitute, che stanno sedute negli ingressi dei loro bugigattoli nelle traverse di questa via; e se camminando ti capitasse di guardare queste minuscole traverse, vedresti una selva di gambe spuntare dai muri della città. Dove esiste un altro posto simile? E perché dovrei andarmene, da una città così?


    Forse dovrei tornare da dove sono venuto. Chiudermi tra quattro mura robuste, circondato da siepi e muretti che delimitano minuscoli territori di minuscole persone. C’è il richiamo, lo ammetto; la strada battuta è proprio dietro di me, ma qual è la strada che verrà? Intravedo una via possibile, ma non riesco a capire cosa ci sia in fondo. Un bivio? Un virus? Un burrone?

    Camminando tra i vicoli di Genova mi accorgo che il virus non esiste. La gente non esce di casa e le mascherine iniziano a vedersi, ma il virus siamo noi. Sarebbe così bello poter credere ad una punizione divina: noi, maledetti umani, ce lo siamo meritato! Sarebbe così bello.

    A volte, quando posso, mi rifugio ad Oregina. Un quartiere popolare sulle prime alture di Genova, una vista emozionante della città e del mare che sembra non finire mai. Eppure è un quartiere popolare, a tratti povero. Poveri, vero, ma con terrazzino vista infinito: ecco che da quassù, vedo tutto. Ed è evidente che, virus o non virus, questa città rimarrà uguale a prima. Con qualche ferita in più e con qualche persona in meno. Ma la vista, da quassù, rimarrà la stessa.



    Cosimo Benzi Angelini

  • Guillaume Musso – La vita segreta degli scrittori

    Guillaume Musso – La vita segreta degli scrittori

    Di libri che parlano di libri, della scrittura e degli scrittori, ce ne sono tanti. Non per questo si devono bocciare in partenza; essendo però la tradizione così ampia, non è poi difficile smontarli uno ad uno. Ma, calmiamoci. Prima di stroncare o promuovere un libro bisogna averlo letto. Poi, dopo aver abbozzato qualche prima impressione a caldo, si deve riflettere sul libro appena letto. Questo, almeno, se il libro si è riusciti a finirlo.

    Il romanzo di Musso è un libro decente. E come si dice nel libro stesso, un giudizio simile può avvicinarsi sia alla stroncatura sia all’elogio. In questo caso, credo che il giudizio sia letteralmente “decente”: né molto bello, né molto brutto. Insomma, non il miglior libro dell’anno, ma lungi dall’essere il peggiore. E tutto questo, perché?

    La trama è interessante. Una particolare isola immaginaria della Francia, che potrebbe esistere davvero, è scossa da un omicidio; sull’isola abita un grande scrittore che da vent’anni non scrive né rilascia dichiarazioni, e un aspirante autore accetta un lavoro nella libreria del paese con l’intenzione di conoscere l’autore, il suo idolo, per avere un giudizio sul proprio manoscritto. Questo è l’inizio dell’intreccio, che poi si complica (il che è positivo, perché da apparentemente banale si dota di qualche spunto di originalità). I personaggi principali sono ben abbozzati: Nathan Fawles, vincitore del premio pulitzer che vive una vita isolata in una casa “da scrittori”, è ciò che molti aspiranti scrittori vorrebbero diventare. Per questo il giovane Raphael Bataille, manoscritto alla mano, vuole conoscere il suo idolo; vuole diventare come lui, nonostante le sue stranezze e i misteri che lo avvolgono. Perché nonostante le nefandezze di cui un autore si può macchiare, i libri restano puliti; o almeno, secondo alcuni personaggi.

    Tralasciando gli altri personaggi (tra oscuri librai e una giornalista folle che rinsavisce), c’è qualcosa che non va nel libro. Sembra che l’intenzione di parlare della scrittura sia una motivazione forzosa del romanzo; cioè la trama del romanzo e la riflessione sul romanzo, che il libro propone, potrebbero essere scisse. Cosa rimane delle innumerevoli citazioni colte a tema scrittura, alla fine della lettura? Rimane un epilogo in cui un autore si traveste da autore-narratore Altro per spiegare le motivazioni del proprio libro (come se fosse scritto da un omonimo), e le sue riflessioni ultime sulla scrittura. È un romanzo attraversato da riflessioni sulla scrittura; ripeto, attraversato. Certe riflessioni attraversano il romanzo e passano oltre, quindi esso potrebbe esistere anche senza certe riflessioni. E forse, trasformandosi in un thriller puro, poteva essere classificato come “ottimo thriller”. O forse no. Ma analizzando ciò che è, senza considerare l’infinito mondo dell’immaginabile, qualcosa a me stona.

    Se anche riuscissi a far passare le infiltrazioni riflessive, non riesco ad accettare le numerose strizzatine d’occhio rivolte al lettore. Si dice pure nel libro: “è vero, il lettore è importante. Si scrive per lui, siamo d’accordo, ma cercare di piacergli è il miglior modo per far sì che non ti legga”. Musso, in questo libro, propone l’idea che non si debba scrivere per piacere al lettore; eppure, nella pratica, fa quasi sempre l’opposto. Dico quasi, perché solitamente non muoiono certi protagonisti e per fortuna, in questo libro qualcuno muore. Ma in generale, certe “strizzatine” percorrono tutto il libro e sì, lo fanno apparire meno bello di quello che, forse, è.

    In conclusione: il libro è piacevole, con tanti “ma”.

  • Che la tua morte sia per noi lieve

    Che la tua morte sia per noi lieve

    Ci si scorda del tempo che scorre; ci si scorda della casualità della nostra nascita; ci si scorda dell’imminenza della nostra morte.

    Ieri sono volato, in macchina, verso la mia vecchia casa, e dura, e lieve: Padova. Tre ore di viaggio, sfrecciando tra camion traballanti e utilitarie guidate da vecchi rincoglioniti. Quando mio padre ha saputo della partenza, ha detto “prendi la mia macchina; che almeno il viaggio sia piacevole”. E lo è stato, in effetti. Sedili comodi, posizione favorevole ai viaggi lunghi e le canzoni delle mie playlist. Soprattutto la velocità, però, mi coccolava. Superare sconosciuti senza che la macchina facesse alcuno sforzo, mi tranquillizzava. E non una vibrazione, non un’indecisione del motore. Sfrecciavo in pace, con la calma (seppur ad alta velocità), che precede la tempesta; refolo che anticipa uragano. Il tempo scorreva nello stesso modo di sempre, ma era comunque più veloce di me, che lo inseguivo invano.

    Arrivo nel piazzale della chiesa e trovo un accumulo di persone tristi, ritte in piedi, intente a scambiarsi saluti di circostanza. L’attesa del feretro è peggiore, quasi, dell’attesa della morte. I vivi aspettano un corpo morto, come aspettano per tutta la vita che il loro corpo, vivo, si faccia morto. E si celebra il cadavere, o le polveri rimaste, per chi è ancora vivo. Si celebra per la famiglia, per gli amici più stretti, ma non ci sarà alcuna resurrezione passati i tre giorni tradizionali. Si vive con la consapevolezza che la vita ha da finire; si vive celebrando e ricordando i morti. E ci si scorda troppo, troppo spesso dei vivi. E si piange, e piango, il morto, ma forse è verso chi rimane che il nostro dolore si rivolge. Forse, oltre al vuoto lasciato dalla perdita, è il vuoto lasciato nelle persone più vicine al defunto che ci fa soffrire. Il tutto è una somma di vuoti, un’infinita somma di vuoti causata da una vitale scia di morte.

    Ed ecco la bara. Ed ecco il sermone, le lacrime, le condoglianze. Poi arriva il coro dei compagni di squadra; vedo i miei compagni stringersi, abbracciarsi, e incitarsi come quando si facevano le mischie, nelle partite; mischia di cui lui, basso e massiccio, con “poco fiato per correre ma tanto per fare polemica”, era l’anima. Ricordo tutta la fatica, tutte le botte, tutte le uscite. Basta quel coro e un anno intero di esperienze, quasi dimenticate, riaffiora dall’oblio maledetto del tempo. Usciamo dalla chiesa e bestemmio. Dovrei credere nella sua esistenza, per offenderlo davvero, ma è solo uno sfogo, adesso. I ricordi si accavallano, il pensiero logico non esiste più. Solo le lacrime, e le domande, accompagnano le bestemmie e gli abbracci dati dopo anni di vuoto. Lacrime, bestemmie e abbracci. Pippo è morto. Viva Pippo.

     

    “Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.

    Preferisco considerare persino la possibilità che l’essere abbia una sua ragione.”

    Wislawa Zsymborska

     

    C.B.A.

  • Rifugio I

    Rifugio I

    C’era un casetta di legno, arroccata sui monti poco lontani dal mio mare. Era il rifugio estivo di qualche anziano pastore che lassù, su quell’Appennino vista mare, ci è andato per tutta la vita. Ammetto di non averlo mai conosciuto, se non grazie alle storie altrui. Storie a me riferite da persone che, a loro volta, le avevano sentite da altri. Ma questo è il cantuccio a me fatto, e la storia non può essere che mia. Così non parlerò di quell’ultimo pastore, ma della stanzetta riparata che ha lasciato ai posteri: viaggiatori e turisti, principalmente. Ma non solo.

    La casa è molto vissuta, fatta di legno robusto ma usurato. C’è un’unica stanza, con un misero materasso, qualche scaffale con vecchie agende e alcuni libri. Solo una finestra permette alla luce di entrare, ma è sufficiente. Aprendo le imposte, si vede il mare. Forse è strano essere in montagna, a quasi 1000 metri di altezza, ed avere il mare proprio di fronte. Ma è questa stranezza a rendere la visione sublime. Anche se potresti uscire e metterti semplicemente a guardare il panorama sdraiato sull’erba, resti fisso alla finestra che incornicia il mare, il mio mare, come se fosse un quadro. E non vorresti più staccarti.

    Ci sono stato solo una volta, la casetta, eppure la ricordo come se l’avessi appena visitata. Il trucco è pensarci fino allo sfinimento, e scriverci sopra qualche appunto, qualche racconto. E magari raccontarla a quelle poche persone che vorresti portarci. La memoria si fortifica rivisitando le immagini scritte, e così è come se quel posto lo visitassi ogni giorno. Ci sono stato solo una volta, fisicamente, ma nella mia testa la visito ogni giorno. Ed ogni volta è diverso perché cambia il tempo in base all’umore del momento, e cambia la compagnia, e cambiano i particolari. Ultimamente piove sempre, e visito da solo la stanzetta, resa umida e tetra dalla vita reale.

    A volte mi immagino di affacciarmi alla finestra, e di sentirmi come il “viandante sul mare di nebbia”, perché non si riesce a vedere niente. Non l’erba; non la pianura che separa le spiagge dalle prime pendici dei monti; non il mare. E forse è un po’ come la vita, perché in alcuni momenti non riesci a vedere un futuro, una direzione, un viso amichevole. Ma poi la nebbia sparisce, torna il sole e ricominci a cogliere il senso di ciò che fai e la consapevolezza di chi sei. E spesso passa anche il sole, arriva la tempesta ma non per questo la vita fa così schifo come sembra. C’è sempre un posto in cui rifugiarsi, una persona da contattare, una canzone da ascoltare. E se questo non bastasse, forse avete bisogno di un bicchiere di Scotch per dormire meglio, proprio come quello che sto per bere io.

     

    C.B.A