Può uno scrittore diventare assessore alla cultura, e fare cose buone? E ancora, può un assessore-scrittore fare cose buone, e poi essere defenestrato con disonore dal suo ufficio istituzionale? A leggere Malcomune di Simone Lenzi, parrebbe di sì, in entrambi i casi.
Tra tragedia e commedia, Lenzi si può sicuramente iscrivere in quella particolare categoria di scrittori che riescono a farti ridere mentre il sangue ti ribolle, quelli che dopo essere stati investiti da un treno (l’opinione pubblica, in questo caso), riescono a rialzarsi sospirando: “E comunque, c’avevo ragione io”.
Da quel treno nasce Malcomune. Inclusione, resilienza e una beata minchia negli enti locali. E ora tenterò di spiegare perché a me è piaciuto così tanto.
L’assessore comprese allora che la politica è fatta di passioni tristi, spacciate per passioni buone. In realtà, finalmente lo capiva, si poteva essere disposti a sopportare la scemenza del sistema, la sua paranoia, la cattiveria gratuita e la miseria infinita del dibattito politico a contorno, solo per due motivi: un ego smisurato o il bisogno di uno stipendio.
Partiamo da lontano
2014. Iniziavo a percepire che oltre ai libri letti fino a tarda notte c’era qualcos’altro, c’era la vita, e spasimavo per metterci il naso dentro. Partecipai alla mia prima presentazione, sul libro Mali minori di Simone Lenzi, in dialogo con Fabio Genovesi. Ovviamente, di Simone Lenzi e dei suoi mali minori non m’importava molto. Genovesi, o Fabio (come preferirebbe sentirsi chiamare), era quello che ce la stava facendo: lo scrittore locale che era riuscito, con la sola forza dei suoi libri, ad emergere.
Simone Lenzi, per me, era soltanto uno sconosciuto. Eppure, quella chiacchierata sul libro, seria e insieme divertente, fu il riflesso del libro stesso: il racconto dei drammi adolescenziali che per quanto piccoli ti segnano per sempre, e al contempo delle piccole gioie che fanno lo stesso effetto.

Quel libro è tra i pochi letti in quel periodo di cui ricordo con affetto le risa e la tristezza suscitata. Per questo, non ho mai abbandonato il Lenzi scrittore, anche se ho iniziato a capire il Lenzi uomo soltanto adesso, con Malcomune.
Malcomune, una storia italiana
In Malcomune, Lenzi racconta in breve la sua esperienza come assessore alla cultura del comune di Livorno, sua città di nascita. Ma parla anche dell’essere assessore, del fare politica, della necessità di non dire mai la verità:
Per quanto l’assessore fosse ancora un principiante della politica, una cosa l’aveva capita: mai dire le cose come stanno. E questo non perché, come tutti credono, i politici siano esseri perversi e votati al male, ma perché la verità è l’unica cosa che nessuno sarebbe disposto a perdonare a un politico. Di fatto, fra il politico e il corpo sociale, esiste un patto non scritto ma non per questo meno vincolante, per cui il politico non deve mai dire la verità, perché la verità è quasi sempre insopportabile. E nessuno è in grado di perdonartela.
Dico che racconta in breve, perché avrei voluto che il libro durasse di più, per come scorre la lettura tra i successi e le diavolerie degli uffici istituzionali. In questo, è un libro eccezionalmente importante: racconta da dentro, senza autocensure, senza peli sulla lingua, cosa accade dietro le porte dei comuni italiani. Quelle cose che si sanno, ma non si dicono.
Pur nella brevità, è un libro importante perché non costerà fatica fare un salto, e ipotizzare che tutto l’apparato pubblico funzioni allo stesso modo. Tra i rassegnati e gli speranzosi, amici e nemici, alleati che, da un giorno all’altro, ti evitano come se tu fossi un portatore sano di Covid-19. Eppure, lo Stato resiste. In qualche modo rocambolesco, che non è sempre comprensibile per chi, da fuori, vede un equilibrio precario, comunque lo Stato resiste.

Dall’abiura alla defenestrazione: la Sinistra ghigliottina
Se nella prima parte del libro il racconto si concentra sulla sua vita da assessore in comune, è un fattaccio svelato successivamente che formerà il nucleo del testo.
La questione risale al suo secondo mandato di assessore alla cultura, quando alcuni giornalisti svelano dei tweet di Lenzi che, a detta loro, mostrerebbero una certa dose di transfobia nelle idee dello scrittore. Così inizia la gogna mediatica: è sufficiente un tweet travisato, una spruzzata di analfabetismo funzionale, e un ragionamento certo critico su una questione delicata, che viene interpretato a piacere, e da assessore alla cultura illuminato diventi un appestato.
Attaccato da tutte le parti, nonostante le scuse pubbliche e la volontà di spiegare quei tweet, gli viene suggerito di dimettersi dal suo stesso amico, il sindaco. E lui esegue.
Di casi così ce ne sono tanti, anche se mi pare che la Destra sia meno soggetta a piegarsi alle dimissioni, se non in casi eclatanti (e non sempre). Fatto sta che il Lenzi, in qualche modo, sente l’urgenza di spiegarsi visto che non ha avuto il tempo di farlo da assessore. E lo fa da scrittore, con un’argomentazione divertita e incazzata contro il narcisismo delle sinistre, così intolleranti di fronte ad un pensiero leggermente discordante, critico, da finire per cannibalizzarsi.
A mio avviso, è questo il malcomune di cui parla il titolo: non tanto il funzionamento obliquo delle istituzioni pubbliche, quanto il malfunzionamento storico di una sinistra che, sempre in prima linea a difendere valori assoluti, non riesce a cogliere le cinquanta sfumature di grigio che caratterizzano ogni posizione. O sei bianco, o sei nero, insomma.
A proposito di questo, dopo le sue dimissioni, non sono leggere le parole che usa in un’intervista a Repubblica:
Il sindaco ha avallato la mia lapidazione. Io non sono transfobico, talvolta sembra all’opera una psico-polizia che giudica le intenzioni. Quello che muove un pezzo di sinistra è un narcisismo etico, avere la casacca di buoni e giusti senza interrogarsi se poi lo siamo davvero
Simone Lenzi e l’ostinazione del pensiero contrario
Dopo la prima lettura di Mali minori, ho avuto modo di leggere anche altri libri di Simone Lenzi. Ma è con Malcomune che mi sono reso conto del valore originale dell’autore. Perché, anche se certe affermazioni sono scivolose e imprudenti (vedi il processo contro Il Fatto), anche se alcune sono facilmente fraintendibili e spesso non mi trovo d’accordo, è evidente che dietro c’è un pensiero critico forte e argomentato (a differenza di molte posizioni critiche e contrarie di alcuni esponenti politici, dietro le quali si intravede il vuoto).
E oltre al pensiero, c’è l’ostinazione di chi ancora non si è arreso all’omologazione, al politicamente corretto, al suicidio della critica e del bello, e all’autocritica del “quieto borghese con il gusto della provocazione”. Il tutto, con un’arma formidabile che in pochi ormai sanno maneggiare: l’ironia.

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