Cosimo Angelini

“Lì non c’è mica loro”, ovvero un invito al Rifugio A. Puliti di Arni di Stazzema

Rifugio Puliti Racconto

Dopo l’ennesimo atto di sabotaggio, seguito a mesi di interferenze e pressioni subite dai gestori del rifugio A. Puliti di Arni, nel comune di Stazzema (Lucca), ho deciso di pubblicare un racconto che covavo da un po’.

Premessa e fatti

Ma cos’è successo, in sintesi? I principali sentieri che portavano al rifugio sono stati interrotti, recintati o privatizzati. Parte della nuova segnaletica che indirizzava verso il rifugio è stata divelta e vandalizzata. Ma non solo. Da mesi i gestori denunciano un pesante clima di intimidazione, che va ben oltre i sabotaggi fisici.

Il racconto, come si scriveva una volta nei romanzi, “è frutto della fantasia dell’autore e ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale”. Ma una domanda sorge spontanea: quale ruolo rimane alla scrittura quando la realtà supera la fantasia?

Grazie ai comportamenti di certi padroncini (non tutti gli abitanti, si intende, ma quelli che si sentono padroni ben oltre le loro fredde mura) hanno ben dimostrato che in alcuni individui sono sufficienti 1000 metri d’altezza scarsi per risentire della carenza d’ossigeno, con conseguente perdita di capacità cognitive.

E non hanno compreso, in maniera davvero incredibile, che ogni loro paletto, ogni minaccia, ogni cartello divelto, insomma ogni loro atto persecutorio non solo aumenta i seguaci del rifugio di due, cinque, cento persone ogni volta. Ma oltre a facilitarne la crescita rapida, fa qualcosa di ben più grave: li rende più ostinati a resistere, a stare, a opporsi all’ingiustizia e all’arroganza

Non sappiamo ancora come evolverà la situazione, ma una cosa è certa: il Puliti resiste, ed è in buona compagnia.

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Il racconto

Abito in un paesino di montagna, mezzo disabitato, e la mia casa è incastrata tra le altre, quasi tutte sfitte e a diversi stadi di abbandono. Ci sono alcune case perfettamente integre, è vero, e anche se sono poche, sono le più evidenti: sono le case in cui abitano gli ultimi abitanti del paese. I giardinetti sono curatissimi, le tende alle finestre sono lavate e stirate ogni mese, forse per ammazzare il tempo, e il colore dei muri sembra sempre freschissimo. Per questo spiccano su tutto il resto, abbandonato e in rovina. Niente si muove di quelle case, ma anche se sembrano morte e immobili, il fumo che esce dal comignolo ricorda che lì dentro c’è qualcuno, e quel qualcuno, mentre tu guardi il comignolo, probabilmente ti sta osservando.

Poi ci sono quelle case a metà, case che non sembrano né abitate né abbandonate. I vasi ancora integri fuori dalla porta e gli infissi ben sigillati fanno sembrare tutto perfettamente in ordine. Ma se ti avvicini fai presto a notare che solo la gramigna occupa quei vasi, il tarlo ha preso casa in quelle finestre, e la serratura della porta d’ingresso è vecchia e arrugginita.

Per la maggioranza però sono case totalmente in malora: il tetto è sfondato, le porte sono assenti, e neanche un frammento di vetro resiste negli incavi delle finestre. Una, in particolare, mi ha sempre colpito, e non è tanto lontana dalla mia. Dalla finestra di quel rudere si intravedono dei fornelletti a gas, posti sopra gli antichi incavi di una cucina in muratura. E resiste, sotto la finestra nel lato opposto della stanza, una vecchia rete di ferro, eterna, e un sottile materasso arrotolato sopra. Come se qualcuno, andando via, l’avesse avvolto con cura, col pensiero di tornare presto, Vado via qualche giorno ma poi torno, pensava. E non è più tornato.

Alcuni abitanti del posto, che tra queste case sono nati e tra le stesse moriranno, mi hanno raccontato con leggerezza che l’ultimo abitante di quella casa, un uomo povero e solo, è morto nel 1979. Faticava a camminare: per questo il letto è nella stanza d’ingresso, una volta cucina e sala da pranzo. E per tutto questo tempo il materasso è rimasto lì, in attesa del ritorno del suo proprietario. Tutto attorno, la casa crolla.

Del tetto rimane integro solo il comignolo, anche se paurosamente pericolante. Il pavimento è mezzo sprofondato, e un vecchio tavolo di marmo ha perso una gamba, inclinandosi e sprofondando per metà al piano di sotto. Le scale che portavano al piano superiore, invece, non si vedono quasi più: annerite dalle piogge e dalle muffe che entrano senza ostacoli, oggi sostengono a malapena il proprio peso.

Ci sarebbero tante altre tipologie di case, alcune neanche più visibili dietro la coltre che la natura gli ha creato attorno, altre talmente isolate che nessun vivente ricorda la loro posizione, e antichi rifugi di pastori sparsi per la montagna. Ma è quella casa distrutta in mezzo al paese, quella col suo materasso arrotolato in attesa di qualcosa o qualcuno, a rappresentare davvero questo paesino. Un paese che dicono di montagna, anche se non ho ancora capito se valga davvero la regola (discriminatoria per eccellenza) che ti insegnavano a scuola: sopra i 600 metri è montagna, sotto i 600 metri è collina. Sarà vero?

Ecco, Arni è come quella casa in rovina. Ogni rovina però ha sempre il suo rovescio della medaglia, ha sempre un qualcosa da poter essere recuperato. Per questo, Arni è un paese in attesa, o della rovina totale, dell’estinzione, o della sua rinascita.

Tutto qui è in attesa: qualche bel tavolo di marmo attende di essere depredato, se vogliamo pensar male; le spesse mura attendono di essere intonacate, i tetti bucati sono in attesa di essere rifatti da zero, e i materassi attendono di essere sbattuti per bene, appoggiati sul davanzale della finestra, in attesa di accogliere qualche nuovo ospite. E ancora sentieri da ripulire, terrazzamenti da recuperare, vette da raggiungere, e tante altre cose che non è sempre facile trovare a 40 minuti dal mare.

Eppure, appena qualche interessato si affaccia alla porta del paese, o si avvicina all’ingresso di quella stessa casa in rovina, e inizia a interessarsene… appena si iniziano a notare delle intenzioni (poco importa che siano positive), prima ancora che siano visibili il tetto riparato, le scale sostituite completamente e la facciata intonacata di fresco, le erbacce estirpate, le finestre una volta abbandonate e adesso addobbate con tendine di pizzo alle pareti, ecco che dal paese si alza un mormorìo.

All’inizio, è facile confondere questo suono col rumore del vento che spesso fischia su tutta la vallata, stretta e buia. Se chiudono bene le imposte della casina appena resuscitata, i nuovi abitanti non possono percepire che un sottile brusìo. Non possono rendersi conto che quello è il lamento degli abitanti. Per capirne di più bisognerebbe rivestirsi, coprirsi bene che lassù fa freddo, e tornare a camminare tra le case in rovina, per le strade vuote, per percepire il mugugno continuo e persistente che quelle tendine, quell’intonaco fresco, quel tetto rifatto o forse la loro presenza hanno causato.

È talmente forte, a volte, il lamento, e talmente vuoto il paese, che sembra impossibile sia espressione esclusiva degli abitanti vivi e del loro malcontento. Sembra piuttosto che tutti gli abitanti, vivi e morti assieme, compongano questo strano coro. I vivi, affinché nessun vivo si aggiunga alla loro compagnia. I morti, nella speranza non così distante di continuare a vedere i loro luoghi come sono sempre stati.

Ai nuovi abitanti è servito del tempo per percepire le voci di quel mormorare continuo: prima soffio indistinto del vento, poi coro di voci lontane e vicine, a tratti indistinte eppure sempre presenti. Col passare dei mesi il loro udito si è fatto fino, e quando hanno iniziato a capire, a stento credevano alle proprie orecchie.

Era tutto un Ma poverini, Ma come si permettono, La pagheranno cara, Vedrete come andrà, Non dureranno a lungo. E ancora un Questa è casa nostra, Questa è la nostra montagna, Questo è il nostro sentiero, Questo è il nostro Paese, Qui c’è mio, Qui c’è nostro.

E giurano di aver sentito di peggio, parole e fischi e discorsi al limite del ripetibile e che comunque, anche ripensandoci, non hanno voglia di ripetere.

Dopo alcuni mesi, all’incredulità ha preso il posto la rabbia. Ma perché?, si chiedevano. Qualcuno dice che non conta ciò che hanno fatto o non hanno fatto, né ciò che vorrebbero fare. Quel qualcuno sostiene che è la loro presenza a infastidire vivi e morti del paese, è una questione di principio, sostiene, Perché lì non c’è mica loro, e loro non ci devono stare.

Lì non c’è mica loro…

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Sarebbe sbagliato pensare che quel mormorìo sia opera di tutti i paesani. Per esempio, in quel paese abita un signore di mezza età il cui sorriso lascia intendere di non essere mai stato capace di mormorare, o borbottare, neanche contro se stesso. Quel signore che abita in fondo alla via pulisce sempre le strade del paese, in particolare strappa le erbacce ostinate che ogni primavera riappaiono nelle fessure dei marciapiedi. E non solo davanti a casa sua: ripulisce tutta la strada, più volte, avanti e indietro, ed è strano che sia sufficiente un’azione così piccola per far sembrare il paese un po’ meno desolato.

Lui non è il solo paesano buono. Ma è sufficiente un singolo esempio per capire che l’altitudine non manda tutti ai matti, e che persone normali esistono ancora, e preferiscono fare, pulire, piantare nuovi fiori piuttosto che mormorare, mormorare, e mormorare.

Però non è il momento di parlare dei buoni, perché adesso quei nuovi abitanti oltre al mormorìo si sono ritrovati un sentiero bloccato, e non possono più accedere alla propria casa.

Non so se il mormorìo, un giorno, passerà. Penso che in qualche modo appartenga alla valle, che ormai dopo decenni di mormorii quel suono è stato affidato al vento, agli alberi, alle foglie, e che anche con la morte dell’ultimo mormorante qualcosa rimarrà nell’aria, come una corrente fredda che ti rizza i peli delle gambe mentre fai il bagno ad agosto, o come un refolo gelido che ti fa rabbrividire mentre riposi, alla fine di una calda giornata di settembre, davanti al rifugio del paese. Qualcosa rimarrà nell’aria, ma sarà solo quel che è: aria.


Pagine ufficiali del rifugio A. Puliti

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