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Premessa: certezze oltre ogni ragionevole dubbio
Mi hanno detto che sono troppo convinto di certe cose. Che dovrei ricredermi, mettermi di più in dubbio, mettere in discussione quello in cui credo. Eppure, da mesi ormai mi chiedo come si possa negare la definizione di genocidio per quello che sta avvenendo a Gaza e dintorni. Mi chiedo come si possa, soprattutto, non averne almeno il minimo dubbio. Disonestà, o cecità?
Come insegna Francesca Albanese, prima di parlare della questione palestinese e del genocidio in corso, è necessario condannare l’attacco terrorista di Hamas del 7 ottobre. Non importa se ci si è già espressi milioni di volte sul tema e lo si è già condannato in tutte le lingue del mondo. Bisogna ripetersi.
Per questo anch’io, nel mio piccolo blog provinciale, condanno di nuovo il terribile attacco terrorista di Hamas del 7 ottobre.
Sorvolerò sulla teoria secondo cui Israele fosse a conoscenza del piano di attacco — teorie per giunta molto convincenti, considerata la sproporzione di forze militari e di intelligence tra le parti. E tralascerò lo scoop del New York Times secondo cui l’attacco di Hamas era stato scoperto un anno prima dei fatti, venendo poi liquidato come un mero piano “ispirazionale” dagli ufficiali israeliani. Di queste cose è bene che se ne occupi chi ha gli strumenti per farlo. Chi può scavare, indagare, parlare con le fonti, osservare direttamente i fatti.
Io non posso farlo. Posso però prendere in mano i documenti, quelli pubblici e disponibili a tutti, e ragionarci su. Vorrei capire se a Gaza è avvenuto, e sta avvenendo, un genocidio, oltre ogni ragionevole dubbio.
Cos’è un genocidio
A differenza dell’abitudine quotidiana per cui opinionisti televisivi offrono congetture, ipotesi e definizioni di cose che vanno ben oltre la loro portata, per definire che cos’è un genocidio non è necessario fare salti mortali o voli pindarici. Avviciniamoci al termine con la cautela dovuta a tutto ciò che è grave e importante, e iniziamo a inquadrarlo da lontano. Cosa dice il dizionario?
Secondo la Treccani, il genocidio è la “sistematica distruzione di una popolazione, una stirpe, un’etnia o una comunità religiosa”. E fin qui, nulla da dire. Una definizione generica, che permette di inquadrare il tema della distruzione ma non chiarisce il perché, né ragiona sull’eventuale intenzionalità. Il dizionario aggiunge però un elemento storico fondamentale:
Il termine fu utilizzato per la prima volta dal giurista Raphael Lemkin per designare, in seguito allo sterminio degli Armeni consumato dall’Impero Ottomano nel 1915-16, una situazione nuova e scioccante per l’opinione pubblica; tuttavia, fu solo dopo lo sterminio posto in essere dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale (v. Shoah) e l’istituzione di un tribunale internazionale per punire tali condotte, che la parola iniziò a essere utilizzata nel linguaggio giuridico per indicare un crimine specifico.
Lemkin, un avvocato ebreo-polacco, coniò la parola unendo il greco génos (γένος, stirpe) e il suffisso latino -cidio (derivato dal verbo caedere, uccidere, tagliare a pezzi). È una parola pesante. Così pesante che né la definizione del dizionario, né l’opinione spiccia di qualche commentatore, sono sufficienti a delimitarne i confini. Sarà infatti necessario aspettare il 1948 affinché una Convenzione ONU definisca giuridicamente quando si può parlare di genocidio.
La Convenzione ONU per la Prevenzione e la Repressione del Delitto di Genocidio
Il 9 dicembre del 1948, le Nazioni Unite approvano la “Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide” (entrata in vigore nel 1951). Questo testo è stato fondamentale nell’azione giudiziaria successiva ad atti genocidari: dal genocidio cambogiano sotto la dittatura di Pol Pot (1975-1979), al Ruanda (1994), fino a Srebrenica (1995). La Convenzione è stata firmata da circa 150 stati, Italia e Israele compresi.
La premessa è essenziale: si afferma che “il genocidio in tutte le epoche storiche ha inflitto gravi perdite all’umanità” e si ribadisce che “la cooperazione internazionale è necessaria per liberare l’umanità da un flagello così odioso”. L’articolo 1 chiarifica che il genocidio è un crimine di diritto internazionale che può essere commesso sia in tempo di guerra, sia in tempo di pace.
Di seguito riporto integralmente gli articoli 2, 3 e 4, pilastri del nostro discorso:
Art. 2
Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:
- a) uccisione di membri del gruppo;
- b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
- c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
- d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
- e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.
Art. 3
Saranno puniti i seguenti atti:
- a) il genocidio;
- b) l’intesa mirante a commettere genocidio;
- c) l’incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio;
- d) il tentativo di genocidio;
- e) la complicità nel genocidio.
Art. 4
Le persone che commettono il genocidio o uno degli atti elencati nell’articolo III saranno punite, sia che rivestano la qualità di governanti costituzionalmente responsabili o che siano funzionari pubblici o individui privati.
Al termine della Seconda guerra mondiale, alcuni prigionieri appena liberati dal campo di Buchenwald utilizzarono il motto “mai più”(never again). Lo scopo primario della Convenzione è proprio questo: non solo punire, ma prevenire. Eppure, la storia degli ultimi cinquant’anni dimostra che, senza una reale cooperazione internazionale, la prevenzione fallisce.
Siamo, oggi, di fronte a un nuovo genocidio? Leggendo gli articoli, parrebbe di sì. L’articolo 2 specifica che costituisce genocidio ciascuno degli atti elencati (l’uccisione, le lesioni, le condizioni di vita intese a provocare la distruzione). L’articolo 3 estende la punibilità all’incitamento, alla complicità e al mero tentativo.
Il nodo dell’intenzionalità
Il punto fondamentale attorno al quale ruota l’intera difesa di Israele è l’intenzione. Dal punto di vista legale, è necessario compiere un’operazione rigorosa: mettere da parte per un attimo l’emozione per concentrarci sulla logica dei fatti accaduti. Alle persone e ai loro nomi torneremo alla fine.
Ci sarebbe molto da dire sulla storia del conflitto, sull’occupazione illegale e sul sistema di Apartheid a cui è sottoposto il popolo palestinese. Come sottolinea Francesca Albanese:
“L’intento di distruggere va inteso come determinazione a distruggere: quando viene concepita e formulata l’idea distruttrice nei confronti di un gruppo in quanto tale, quali che ne siano i motivi – fosse pure una presunta legittima difesa –, si è in aria di Genocidio”.
La tentazione di elencare i dati brutali delle azioni militari è forte: la carestia indotta, i bambini colpiti dai cecchini, l’uso del fosforo bianco. Ad oggi si contano oltre 70.000 vittime palestinesi successive al 7 ottobre, di cui più del 70% civili. Qualcuno, tuttavia, si aggrappa ancora al dubbio. È utile allora esaminare nel dettaglio le tesi difensive più diffuse nel dibattito pubblico.
Parola alla difesa: ovvero la negazione della verità
Sono molte le argomentazioni che Israele e i suoi esponenti utilizzano nella difesa delle loro azioni militari. È molto interessante, a mio avviso, concentrarci su quelle più diffuse. Mostrano non solo le idee (le poche idee) su cui si arrampicano esponenti dello stato e dell’esercito, ma soprattutto chi sono davvero.
1) Il diritto all’autodifesa
La tesi ufficiale si basa sulla reazione all’attacco del 7 ottobre per eliminare la minaccia. Questa argomentazione crolla su due fronti. Il primo è logico: se ogni palestinese viene descritto come una potenziale minaccia, la logica conseguenza è che vadano eliminati tutti (e questo si chiama genocidio). Il secondo è giuridico: essendo Israele una potenza occupante, il diritto all’autodifesa contro minacce che provengono dall’interno del territorio occupato segue regole totalmente diverse rispetto a un attacco sferrato da uno Stato sovrano esterno.
2) La teoria degli “scudi umani”
Israele motiva i bombardamenti sistematici di case, scuole e ospedali sostenendo che Hamas usi i civili come scudi. Anche se questo fosse vero in alcuni casi, il diritto internazionale impone alla forza attaccante l’obbligo assoluto di proteggere i civili. L’uso di bombe non guidate o a elevato raggio d’azione in aree ad altissima densità abitativa vìola radicalmente il principio di proporzionalità. Inoltre, non spiega i colpi di cecchino sui bambini, né la risposta agghiacciante di quegli esponenti che, davanti alle domande sulle migliaia di neonati uccisi, hanno replicato: «Definisci bambino».
3) L’assenza di “Dolus Specialis” (intento specifico)
La principale linea di difesa legale afferma che lo scopo militare è distruggere Hamas, non la popolazione, evidenziando la mancanza di ordini operativi scritti che impongano lo sterminio. Nel report Anatomy of a Genocide, Francesca Albanese smonta questo assunto: l‘intento non richiede un documento scritto quando si desume chiaramente dalla combinazione tra la retorica pubblica deumanizzante dei vertici politici e militari (l’invocazione biblica di “Amalek” e la distruzione degli Amaleciti) e la condotta sistematica e distruttiva delle truppe sul campo.
4) Le misure di evacuazione e i “corridoi sicuri”
Israele presenta il lancio di volantini e l’invio di SMS per designare zone come Al-Mawasi come prova di rispetto della vita umana. Le agenzie ONU (UNRWA, OMS) hanno ampiamente documentato che questi ordini di evacuazione, impartiti a persone stremate e prive di vie di fuga reali, configurano uno sfollamento di massa forzato. Le stesse “zone sicure” sono state ripetutamente colpite e private dei mezzi minimi di sussistenza.
5) L’accesso agli aiuti umanitari
La difesa sostiene di facilitare l’ingresso dei camion, incolpando l’ONU o Hamas per i fallimenti logistici. Le ordinanze vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e i report indipendenti sulla carestia imminente (classificazione IPC) smentiscono radicalmente questa versione, dimostrando che i blocchi arbitrari ai valichi hanno deliberatamente ridotto l’assistenza al di sotto della soglia minima di sopravvivenza.
6) La contestazione del bilancio delle vittime
Israele bolla i dati del Ministero della Salute di Gaza come “propaganda di Hamas”. Tuttavia, le organizzazioni internazionali, incluse l’OMS e le agenzie ONU, hanno storicamente sempre ritenuto attendibili queste statistiche, verificate sul campo dalle agenzie umanitarie.
7) L’equiparazione ai “danni collaterali” delle guerre urbane storiche
Si tenta di paragonare la distruzione di Gaza a operazioni storiche come la battaglia di Mosul contro l’ISIS o i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Gli analisti militari e i report di organizzazioni come Airwars evidenziano invece che la densità, la velocità e il volume delle munizioni pesanti sganciate su Gaza non hanno alcun precedente nella storia militare moderna.
8) La tesi della “democrazia sotto attacco”
Israele si presenta come l’unica democrazia liberale del Medio Oriente, sostenendo che uno Stato democratico con un sistema giudiziario indipendente non possa, per sua natura, commettere un genocidio. Il diritto internazionale e la Convenzione del 1948 si applicano universalmente: lo status politico interno non conferisce alcuna immunità legale né cancella le prove materiali delle violazioni.
9) Il quadro geopolitico e la “guerra di sopravvivenza”
Con l’estendersi delle tensioni regionali nello Stretto di Hormuz, l’operazione viene inserita nella narrativa del contrasto al “lungo braccio dell’Iran”. Anche in questo caso, le dinamiche geopolitiche non modificano lo status giuridico della popolazione civile protetta. La presenza di attori parastatali esterni non giustifica l’applicazione di punizioni collettive.
10) L’accusa di pregiudizio strutturale anti-israeliano
Le accuse e i procedimenti presso la CIG e la CPI vengono liquidati da Israele come “strumentalizzazioni politiche” o espressioni di antisemitismo. Screditare l’arbitro è una tecnica retorica classica per evitare di rispondere nel merito. La CIG è composta da 15 giudici indipendenti e le sue decisioni si basano su prove giuridiche rigorose. Associare la critica alle azioni politiche e militari di uno Stato alla discriminazione religiosa è un espediente per bloccare il dibattito.
Screditare l’arbitro è una tecnica retorica classica che evita di rispondere nel merito delle prove depositate.
È la stessa cosa che accade ogni giorno nel dibattito pubblico e nelle chiacchiere da bar: ogni tesi contraria alle azioni illegali e violente di Israele, viene tacciata di antisemitismo. Come se la distruzione di un popolo e il suo confinamento storico in una condizione di Apartheid, avessero qualcosa a che fare con la religione.
A questo punto, mi chiedo: quando verrà additato di essere un antisemita, a causa di questo articolo, gli accusatori ci crederanno davvero all’accusa?
I nomi, le persone: il futuro di vittime e complici
La devastazione di Gaza non fermerà la resistenza di un popolo. Il dolore e il vuoto creato dall’ingiustizia non avranno gli effetti sperati dall’occupante, perché non avrà fine la memoria della perdita.
“La trasmissione di un trauma – soprattutto quando si verifica attraverso una mancata regolazione emotiva – può essere interpretata anche in una prospettiva intergenerazionale o collettiva. Se gli adulti di una società portano con sé esperienze dolorose che hanno lasciato segni profondi, il loro trauma ha il potere di essere tramandato culturalmente alle nuove generazioni. Le cicatrici invisibili degli antenati possono influenzare il modo in cui i giovani percepiscono se stessi e il mondo, perpetuando un ciclo di sofferenza e disconnessione che richiede un lavoro consapevole, e aggiungerei compassionevole, per essere interrotto.”
— Francesca Albanese, Quando il mondo dorme (Rizzoli, 2025).
Il 14 luglio del 2025, il Cardinale Zuppi ha letto pubblicamente i nomi e le età dei bambini uccisi a partire dal 7 ottobre. Ha iniziato con i bambini israeliani uccisi da Hamas, per poi passare ai bambini palestinesi. Ha letto per ore. I numeri — all’epoca 12.211 palestinesi e 16 israeliani — non bastano a raccontare le vite spezzate.
Quasi un anno dopo, il 5 giugno 2026, un “sudario” di 27 metri composto dall’elenco di 18.457 nomi di bambini morti ha tentato nuovamente di rimettere al centro della discussione la realtà della Striscia. Tra le grandi distrazioni dell’opinione pubblica, dalle crisi nello Stretto di Hormuz fino alle competizioni sportive dei Mondiali di Calcio, il massacro continua. Uccidere oltre 18.000 bambini non può essere un danno collaterale. Diventa una conseguenza prevedibile, tollerata, e quindi voluta: pura intenzione. Se questo non è Genocidio, allora cos’è?

Chi non ha agito per prevenire questo esito, compresi i governi occidentali che continuano a garantire la vendita di armi e supporto diplomatico, è complice. Chi non agisce per interrompere il massacro in corso, è complice.
“Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”, cantava Fabrizio De André. In un modo o nell’altro, lo siamo tutti.
Fonti
Fonti Giuridiche e Documenti Internazionali
- Convenzione ONU del 1948 – UN Treaty Collection – Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide;
- Corte Internazionale di Giustizia (CIG): Per seguire gli atti, le memorie e le ordinanze vincolanti (inclusa quella di marzo 2024 sulla carestia) relative al caso Sudafrica contro Israele – ICJ – Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide in the Gaza Strip;
- Report “Anatomy of a Genocide” (Francesca Albanese): Il documento ufficiale presentato a marzo 2024 al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, su cui poggia l’analisi dell’intenzionalità – UN Ohchr – Anatomy of a Genocide – Report of the Special Rapporteur;
Report Umanitari e Agenzie ONU
- UNRWA (Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi): Per i report quotidiani e i dati sulla situazione dei civili, lo sfollamento di massa e le condizioni dei campi di evacuazione – UNRWA – Gaza Situation Reports
- Classificazione IPC (Inicatore della Sicurezza Alimentare): Per i dati tecnici ufficiali e i report scientifici che hanno certificato il rischio di carestia imminente a Gaza – IPC – Integrated Food Security Phase Classification: Gaza Strip
- Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO): Per i dati sull’impatto sanitario, la distruzione degli ospedali e la validazione epidemiologica dei tassi di mortalità – WHO – Occupied Palestinian Territory Situation
Archivi di Dati Militari e Tracciamento Indipendente
- Airwars: L’organizzazione indipendente di monitoraggio citata nel testo per il calcolo comparativo della densità, velocità e volume delle munizioni pesanti sganciate – Airwars – Civilian Casualties in Gaza
- Euro-Med Human Rights Monitor: Utile per il tracciamento dei dati specifici sui civili, i dispersi e i dettagli relativi all’impatto sui minori – Euro-Med Monitor – Gaza Strip
Libri e Riferimenti Editoriali
- Francesca Albanese, Quando il mondo dorme. Storie di famiglie, di terre e di un futuro negato, Rizzoli, 2025.
- Raphael Lemkin, Axis Rule in Occupied Europe, 1944 (il testo storico della Carnegie Endowment for International Peace in cui è stato coniato per la prima volta il termine “genocidio”).
- Ilan Pappé, Illegittimo. Storia dei territori occupati da Israele, Fazi Editore, 2024 (un’analisi dettagliata basata sui documenti d’archivio che ricostruisce l’apparato politico, giuridico e militare della colonizzazione dal 1967 a oggi).
- Eyal Weizman, Architettura dell’occupazione. Spazio politico e controllo territoriale in Cisgiordania, Nuovi Equilibri, 2009 (un testo fondamentale per comprendere come l’urbanistica, le colonie sulle colline, le strade separate e i checkpoint siano stati progettati come una vera e propria infrastruttura militare di controllo e frammentazione del territorio).
- Ilan Pappé, La prigione più grande del mondo. Storia dei territori occupati, Fazi Editore, 2022 (un saggio che dimostra la natura sistematica e burocratica della gestione dei territori palestinesi, analizzando la strategia israeliana di lungo periodo per il controllo della terra).

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