Cosimo Angelini

Categoria: Tentativi criticabili di critica

Non è una questione di critica. Non c’è, nei miei scritti, alcun intento di sembrare un critico nel senso tradizionale del termine. Per questo ogni mio tentativo è criticabile. Ed ogni tentativo è mio. Ed è tutto un tentativo. Da qui il nome: tentativi criticabili di critica.

Ovviamente la critica riguarda tutto ciò che è criticabile: principalmente libri, perché sono quelli che mi fanno più compagnia; ma anche film, musica (forse) e sicuramente qualche spettacolo teatrale. Tutto è potenzialmente criticabile, ma può ciascuno di noi criticare tutto?

Non c’è scientificità nei miei commenti e nelle mie riflessioni. Ma tanti giudizi di valore, che la critica spesso evita; comunque, alla fine dà sempre un giudizio. Quindi lo elaboro anche io, dal basso delle mie umili opinioni.

Si accettano critiche, a patto che siano criticabili.

  • Oro puro – Fabio Genovesi (Mondadori, 2023)

    Oro puro – Fabio Genovesi (Mondadori, 2023)

    Quando un tuo compaesano fa qualcosa di bello, non puoi che stampare una sua foto e appenderla in camera tua. Quando un tuo compaesano è l’unico (o quasi) della zona a fare qualcosa di bello, come scrivere Oro puro, dovresti creargli un altarino e celebrarlo ogni volta che puoi. Anche stampare dei santini non sarebbe male.

    Questo è il mio altarino a Fabio Genovesi (ho già spiegato che, su di lui, non posso essere molto oggettivo). E al suo ultimo libro, Oro puro, che si stacca nettamente dalla produzione precedente, dai suoi luoghi cari, dai suoi personaggi così fortemarmini, senza però staccarsi affatto. Perché anche Oro Puro parla di mare e di marinai, anche se il mare stavolta è l’oceano, e parla di giovani e vecchi, di gioie immense e grandi dolori. Perché Oro puro, parlando della scoperta dell’America, parla di vita, parla d’amore.

    Non chiedersi niente, non sapere niente, è così che per un attimo si rischia di essere davvero felici.

    fabio genovesi oro puro mondadori recensione

    Oro puro in breve

    Nuno è figlio di una ex prostituta ebrea di Palos, una donna senza marito che vive scrivendo lettere ai marinai di passaggio. Per questo insegna al figlio a leggere e a scrivere, che nel 1492 non è cosa da poco. Ma a circa 16 anni la madre muore, le persecuzioni contro gli ebrei raggiungono il culmine e Nuno decide di scappare.

    Per una serie di (s)fortunati eventi viene preso a bordo di una massiccia nave, la Santa Maria, che salpa per un’avventura folle, spinta dal sogno di Colombo di tracciare una nuova via per le Indie. La storia generale, poi, la conosciamo. Ma sono i personaggi creati da Fabio Genovesi a incollarci alle pagine, col suo stile divertito e divertente, eppure delicato.

    Oltre al piccolo Nuno, che parte impaurito e torna (tornerà?) uomo, ci sono un marinaio muto, e uno balbuziente. C’è Alonso, un vecchio dal canto così delicato da far venire voglia di andarlo a cercare nella realtà, uno così. E c’è Colombo stesso, dipinto nella sua pomposità di sognatore pazzo, o almeno pazzo di fede.

    Le domande davvero importanti sono così, senza una risposta. Perché siamo nati? Cosa c’è dopo la vita? Cos’è l’amore, cosa la morte? Cosa c’era prima e cosa ci sarà dopo il nostro viaggio sulla Terra? Non lo sappiamo, non lo possiamo sapere. È così, sempre, per tutti. Ma non per l’Ammiraglio Colombo.

    E poi ci sono gli indigeni, sì, perché si sa, Colombo nelle Indie non arriverà mai. Ma arriva nelle Americhe e le trama non poteva essere poi tanto diversa. O forse sì? Non importa. Gli indigeni, dicevo, accolgono gli europei come divinità. E pensano siano arrivati per loro, ma a loro degli indigeni poco importa: vogliono le pregiate spezie, vogliono l’oro.

    fabio genovesi oro puro mondadori recensione

    Fabio Genovesi e l’amore

    Ho letto tutto quello che ha scritto Fabio Genovesi e, non so voi, ma sembra che proprio non riesca a scrivere se non d’amore. Che sia l’amore per una persona, per un paese (cosa è, se non un libro d’amore, Morte dei Marmi?), oppure l’amore per il mare, per la gente, per un ciclista come Pantani. In parte è vero che tutte le storie sono storie d’amore, e tutti i film e tutte le canzoni e tutti i libri, in qualche modo, parlano d’amore.

    Ma lui parla d’amore in un modo particolare, come se il resto non avesse senso o importanza. Va bene il viaggio alla scoperta dell’America, va bene l’avventura, la crescita, ma è di tanti amori che parla tutto il libro. L’amore di un vecchio che non fa altro che parlare della propria amata, ormai morta da tempo. L’amore impossibile, il primo, di un giovane mozzo che è stato anni a pensare che quell’amore non sarebbe mai arrivato.

    Però, è anche l’amore di un uomo per i suoi sogni e per ciò in cui crede, che sia Dio, la Madonna, o i suoi stessi sogni. È l’amore di marinai sempre in mare, lontanissimi dalla terraferma, dalle famiglie, dalle donne amate.

    Ed è, infine, l’amore di uno scrittore, un uomo, Fabio Genovesi, per l’amore in sé, come elemento che muove il mondo e gli uomini, che dà un senso all’esistenza. Perché senza non ci sarebbe motivo di muoversi, di esistere.

    Ancora adesso, nei miei silenzi, io le parlo, e Lei a me. E la gente dice che non ti dovresti mai affezionare troppo alle persone, perché oggi ci sono e domani non ci sono più. Ma non ha senso. Secondo me è meglio amarle tantissimo, perché domani potrebbero non essere lì da amare, e più le ami adesso, più resteranno con te. Se invece non ami qualcuno quanto dovresti e vorresti, l’hai già perso, molto prima che se ne vada.
    Infatti noi non ci siamo persi. Il tempo insieme è stato immenso, un’alba lunga tre anni. E poi il tramonto. Ma come il sole quando sparisce nel mare, Lei è sparita ma io so che c’è. La sento, la vedo, la sua luce è qua.

    Una volta una ragazza mi scrisse una frase che mi sono appuntato su un taccuino. Diceva: “insieme a qualcuno o da soli, o alternando, cambiando, sarà comunque un bel viaggio. La meta è sempre una: l’amore, in qualsiasi forma”. Anche Fabio Genovesi sarebbe d’accordo.

    oro puro fabio genovesi illustrazione
    Illustrazione di Lorenzo Balbo

    Risvolto di copertina

    Palos, Spagna, agosto 1492. Nuno ha sedici anni, ed è un granchio. O almeno, questo è il soprannome che gli ha dato sua madre, morta pochi mesi prima, di cui Nuno conserva un ricordo che è dolore e luce insieme. Pur vivendo sul mare, Nuno non ha mai desiderato solcarlo, e preferisce guardarlo restando aggrappato alla terra, proprio come fanno i granchi. Finchè, per una serie di circostanze tanto sfortunate quanto casuali, deve imbarcarsi su una nave di cui ignora la destinazione.

    Si tratta della Santa Maria, a bordo della quale Cristoforo Colombo scoprirà – per caso e per sbaglio – il Nuovo Mondo. Mentre Nuno si renderà conto, lui che di navigazione non sa nulla, di condividere lo smarrimento coi suoi compagni molto più esperti: tutti spaventati da quell’impresa folle e mai tentata prima.

    Avendo imparato dalla madre a leggere e scrivere, Nuno diventa lo scrivano di Colombo, e trascorrendo ore ad ascoltarlo sente crescere l’entusiasmo per i grandi sogni di questo imprevedibile esploratore visionario. Attraverso lo sguardo di Nuno, percorriamo il viaggio più importante della storia dell’umanità: i giorni infiniti prima di avvistare terra, fino alla scoperta di un mondo nuovo, una nuova umanità, una nuova, diversa possibilità di intendere la vita. In questo Paradiso Terrestre, Nuno imparerà quanta ferocia, quanta avidità possa motivare le scelte degli uomini, ma anche la forza irresistibile dell’amore, che lo travolgerà fino a sconvolgere i suoi giorni e le sue notti.

    In questo romanzo, Fabio Genovesi non solo ci racconta la navigazione di Colombo come mai è stato fatto prima, ma ci cala dentro una grande avventura umana, esistenziale e sentimentale, che si snoda attraverso imprese, amori, crudeltà spaventose e improvvise tenerezze, svelandoci come dietro la scoperta occidentale delle Americhe si nascondano violenze, soprusi e malintesi, ma soprattutto l’insopprimibile, eterno istinto degli uomini a prendere, consumare e distruggere tutto, persino se stessi.

    Fabio Genovesi parla di Oro puro

    Altri approfondimenti

  • Le grandi dimissioni – Francesca Coin (Einaudi, 2023)

    Le grandi dimissioni – Francesca Coin (Einaudi, 2023)

    Negli ultimi mesi ho rifiutato molte offerte di lavoro e delle “interessanti” prospettive. Alcune per motivi legati a retribuzioni degradanti, altre per offerte economiche in linea con lo sfruttamento generale. Ma certe condizioni non ero disposto più ad accettarle, e finora, forse, non sono stato in grado di spiegare il perché. Grazie a Francesca Coin e al suo libro, Le grandi dimissioni, sono riuscito a capirmi di più, a farmi capire meglio (grazie davvero).

    … perché se il mondo della cultura non è un presidio di buone pratiche, il nostro lavoro è inutile.

    Non ne vale la pena

    Se fosse possibile riassumere il libro in una sola frase, il risultato potrebbe essere più o meno questo: non ne vale la pena. Che poi è la stessa frase che ho ripetuto spessissimo, negli ultimi mesi, nel tentativo di spiegare a chi avevo attorno la mia scelta di lasciare il lavoro. Un posto di lavoro dei “sogni”, un tirocinio ottimo, “ben retribuito”, con buone prospettive. Qualcuno ha capito, qualcuno no, ma il succo era proprio questo: non ne valeva più la pena.

    Prima, però, ho lavorato per due anni in una piccola casa editrice in crisi. Purtroppo, anche per l’ambiente pseudo-familiare creatosi (che male si sposa con l’ambiente lavorativo, e Francesca Coin ne parla), il mio lavoro non è stato valorizzato, né economicamente riconosciuto. Per questo ho deciso di aggiungere un master ai lunghi anni di studio, con la speranza di veder cambiare le cose, o di aprirmi a nuove opportunità. E il master, va detto, qualche porta l’ha aperta. Ma il panorama che ci si trova di fronte, dopo un master in editoria, è poco più che desolante: tirocini anche non retribuiti, anni e anni di precariato.

    Giovani incastrati dalla “trappola della passione” che è, come spiega Francesca Coin, “il sintomo di una cultura del lavoro che si serve della passione come esca per estorcere una disponibilità completa”. Una situazione inaccettabile di per sé, ma assurda se si considera che ad approfittarsi di giovani laureati è l’industria del libro.

    Per non parlare del fatto che la capitale dell’editoria è Milano. E Milano, si sa, è ogni anno più cara. Ha senso lavorare otto, nove ore al giorno per poi essere costretti a chiedere aiuto ai genitori, per sopravvivere? Se consideriamo che nell’editoria libraria italiana un tirocinio retribuito 600/700 euro è ben retribuito, vale la pena vivere in una città che ne chiede 600/700 soltanto per una stanza in affitto? Ha senso fare tutta la trafila di tirocini a 700 euro (quando si è molto fortunati), e poi gli apprendistati a 1000 euro, se si è ancor più fortunati, per 3, 4 anni, prima di avere un contratto che permetta un minimo di autonomia? Secondo me, non ne vale la pena.

    Vale la pena di rovinarsi la salute per una paga da fame?
    Vale la pena di subire le angherie di un capo per settecento euro al mese?
    Vale la pena di andare a lavorare per poche centinaia di euro e spenderne altrettante per pagare qualcuno che si prenda cura dei figli?
    Tutte queste problematiche non possono essere ridotte a una bassa retribuzione. Ma una bassa retribuzione non offre una contropartita sufficiente a chi cerca la motivazione per sopportarle.

    Le grandi dimissioni

    Il libro di Francesca Coin ha il pregio, tra gli altri, di fare chiarezza in una situazione che accomuna e affligge più generazioni, insofferenti per un sistema in cui, indipendentemente dal “sangue” versato, dall’impegno, dalla fatica fatta, non è previsto alcun miglioramento.

    È il caso di medici e infermieri, che si sono ritrovati a operare per una sanità pubblica sventrata in favore di imprese private e gettonisti pagati il triplo. È il caso di lavoratori della ristorazione, il cui trattamento è, spesso, paragonabile allo schiavismo, con salari ridicoli (contrapposti ai ricavi dei titolari) e nessuna libertà di disporre del proprio tempo libero.

    È il caso di tanti amici, amiche, lavoratori e lavoratrici culturali. Tutti costretti ad accettare paghe degradanti per fare il “lavoro dei sogni” e seguire le proprie “passioni”. Tutte retoriche, queste, che Francesca Coin illustra e smonta col rigore di una studiosa, e con la delicatezza di chi parla di una materia viva come la vita delle persone. Persone costrette a subire vessazioni per i malumori dei superiori, con ferie non concesse, straordinari non riconosciuti, paghe non adeguate, e la continua minaccia di perdere il posto. Una normalità che molti non riescono più ad accettare.

    Il dialogo impossibile

    Sarebbe bello se gli imprenditori leggessero Le grandi dimissioni. La smetterebbero di dire che i giovani non hanno voglia di lavorare? Che il reddito di cittadinanza ha tolto la voglia di lavorare ai pochi che ce l’avevano? Probabilmente no, perché temo che sappiano già tutto, anche se continuano a fare orecchie da mercante, appunto.

    Non si tratta di abolire il lavoro per cambiare il mondo, si tratta di cercare un modo per sottrarsi a un sistema che ti divora.

    Ed è nell’interesse degli stessi imprenditori avere dipendenti più motivati, più felici. Ma a qualcuno conviene così: non cambiare niente, perché cambiare è faticoso. La situazione attuale è comunque redditizia.

    Ma questa insofferenza è destinata a crescere. Per quanto tempo basterà mischiare le carte in tavola facendo le ennesime promesse, confondendo le persone con progetti folli di ponti e funivie inutili, per distrarre l’attenzione? La gente è stanca, povera e infelice. Quindi, la gente è incazzata. Ma (sembra) verso i responsabili sbagliati.

    Le grandi dimissioni, un libro epocale

    Sono tanti i libri non abbastanza letti, non ascoltati dalle epoche passate. Spero che Le grandi dimissioni non rientri in quella lista, anche se ho paura che verrà letto soltanto da chi è già d’accordo, da chi già sa.

    Avrei voluto parlarne di più, del libro, ma non vorrei togliere a nessuno il piacere della lettura. Anche se, a dirla tutta, tanto piacevole non è. Perché quando ti spiegano i motivi che stanno dietro alle tue insicurezze, alle tue ansie e alle tue insofferenze, tanto felice non puoi esserlo. Soprattutto se le soluzioni possibili non sono affatto a portata di mano.

    Ma è la realtà a non essere piacevole. Possiamo consolarci un po’ col fatto che, nella stessa situazione, siamo in tantissimi, anche se questo non consola molto. Però è consolatorio sapere che c’è qualcuno come Francesca Coin che si prende la responsabilità di spiegare che cosa non va. E, per fortuna, quel qualcosa non siamo noi.

    La risolutezza di chi rifiuta un lavoro che rende cinquecento euro al mese non esprime un privilegio: ci dice che non possiamo permetterci di lasciarci spingere al suicidio da un sistema tossico.

    Comune di Genova, a latere: il lavoro non va retribuito

    Circa sei mesi fa, il Comune di Genova aprì un bando per la ricerca di un volontario per 6 mesi di lavoro, quattro ore al giorno per massimo quattro giorni a settimana, con possibilità di rinnovo. La figura, doveva supportare l’organizzazione di “eventi correlati ai temi migratori presso i musei afferenti l’istituzione Mu.Ma”, cioè il Museo del Mare. Inoltre, era richiesta una “ottima conoscenza della lingua inglese (preferibilmente madrelingua o comunque perfettamente bilingue”. Ovviamente, fu polemica.

    È di questi giorni, invece, la notizia che sempre il Comune di Genova sia alla ricerca di giovani sotto i 35 anni che “desiderino promuoversi di fronte ad un pubblico vario, avendo gratuitamente a disposizione un palcoscenico prestigioso come quello della Sala Verde e antistante terrazza monumentale del Museo di Archeologia Ligure, sito all’interno di Villa Pallavicini di Pegli”. Ovviamente, “non sono previsti compensi” perché, da come risulta evidente dall’avviso pubblico, il lavoro sarebbe pagato in visibilità.

    Scoppia la polemica, e la risposta del sindaco non si fa attendere: “non vedo il motivo della polemica, è ridicolo questo modo di pensare”. E ancora: “questo non è lavoro, è un’opportunità”.

    Dopo aver letto Le grandi dimissioni, sentire certe parole da un sindaco, fa quasi venire nausea. Ma si sa chi è il Sindaco. E questa è Genova, questa è l’Italia. Per quanto ancora, lo sarà?

    P.S: adieu

    Lo so, lo so. Potrei non lavorare più in editoria dopo questo articolo. Potrebbe bastare che lo leggesse una sola persona, più o meno importante, e il mio incerto futuro acquisirebbe una certezza: l’editoria non fa parte del mio futuro.

    Se così fosse, adieu editoria, adieu colleghi. Ci vediamo su teams, al bar, nei gruppi di lettura, nelle librerie. Da questi posti non possono cacciarmi.

    Approfondimenti

  • Il libro del buio – Tahar Ben Jelloun

    Il libro del buio – Tahar Ben Jelloun

    Il racconto di una prigionia disumana, un excursus sui metodi necessari a sopravvivere (o tentare di sopravvivere) in una prigione simile. È questo Il libro del buio, opera basata sulla testimonianza di un ex detenuto della prigione di Tazmamart, prigione segreta con lo scopo di punire, rinchiudere e uccidere traditori della monarchia e detenuti politici. In primo luogo, bisogna decidere se salvaguardare la mente o il corpo: le poche energie che arrivano dall’acqua sporca e dal pane secco che le guardie forniscono vanno centellinate, misurate e distribuite nel migliore dei modi.

    Salvare la mente per salvare il corpo

    Il protagonista decide di impegnarsi per avere salva la ragione. Il corpo, inevitabilmente, si sarebbe deteriorato comunque al buio, in una cella così minuscola che pareva una fossa, una tomba, e senza servizi igienici se non un buco sul pavimento. Per quanto difficile, invece, la mente può essere salvata, e non, come ci si aspetterebbe, ricordando la vita prima, la vita fuori, che è la cosa più pericolosa. Ma dissociandosi da tutto ciò che si è vissuto in precedenza, scacciando i ricordi più felici fino ad eliminarli, se possibile. Da lì parte la salvezza:

    Resistere a ogni costo. Non cedere. Chiudere tutte le porte. Indurirsi. Dimenticare. Svuotare la propria mente del passato. Fare pulizia. Non lasciare nulla nella testa. Non guardarsi più indietro. Imparare a non ricordare più. Come fermare questa macchina? Come fare una selezione nella soffitta dell’infanzia senza perdere completamente la memoria, senza cadere nella follia? Occorre chiudere a chiave le porte anteriori al 10 luglio 1971. Non solo non bisogna più aprirle, ma è imperativo dimenticare quello che nascondono.
    La vita prima di quel giorno fatale non doveva più riguardarmi.

    Ma anche nel gruppo si trova, più che in se stessi, la forza di resistere. Nonostante le celle siano singole e minuscole, i detenuti riescono a comunicare, a mantenere unito il gruppo, al punto che ognuno ha assunto un compito diverso. C’è chi tiene il tempo, un uomo che inspiegabilmente riesce a dire sempre l’ora esatta, e così il giorno, il mese, l’anno. C’è chi sa tutto il Corano a memoria, e oltre ad intonare il canto nei funerali riempie i vuoti, i silenzi accecanti del buio con parole note a tutti.

    il libro del buio einaudi tahar ben jelloun

    Il compito del narrare ne Il libro del buio

    Anche il protagonista ha un ruolo. Figlio di un amico del re, una via di mezzo tra buffone e poeta di corte, anche lui ha avuto modo di leggere, di studiare e, come il padre rinnegato, ha appreso molte poesie a memoria, molte storie. Il suo ruolo, nel gruppo di detenuti, è quello del narratore. Un ruolo invocato spesso dagli altri perché le storie, soprattutto quelle che non parlano di te, possono farti viaggiare, possono farti uscire dalla fossa in cui sei rinchiuso e farti diventare, talvolta, anche Marlon Brando.

    Io ne ho bisogno. Sogno di sentire delle parole e di farmele entrare nella testa, di vestirle di immagini, di farle girare come una giostra, di conservarle al caldo, e di ripassare il film quando sto male, quando ho paura di precipitare nella follia. Dài, non essere avaro, racconta, su, inventa se vuoi, ma dammi un po’ della tua immaginazione.
    Non è più per passare il tempo, è per non crepare, sì, ho il presentimento che se non sentirò più le tue storie, deperirò.

    il libro del buio tahar ben jelloun la nave di teseo delfini

    L’esempio della madre

    Eppure, nonostante tutte le tecniche solitarie e di gruppo per sopravvivere alla follia, è un pensiero ricorrente che dà al protagonista la forza di vivere: il pensiero della madre, delle sue fatiche, della sua stoicità di fronte ad un marito assente e disinteressato. È per lei, e grazie a lei, che il prigioniero trova forze che non sa di avere.

    Eri grandiosa. Cacciavi quell’uomo con fermezza. Non cedevi né vacillavi mai. La tua forza di carattere era la tua libertà. La tua volontà di vivere con dignità ti rendeva più bella, più forte.
    O mamma, ti sento triste. Pensa che sono in viaggio, scopro un mondo insondabile, scopro me stesso, imparo, ogni giorno che passa, di che stoffa mi hai fatto. E te ne sono grato.

    Il libro del buio, un libro mai vecchio

    La capacità di Tahar Ben Jelloun di descrivere un simile stato di deprivazione è, al contrario, difficilmente descrivibile. Alcune scene, alcune considerazioni, fanno immaginare di essere noi stessi, i lettori, rinchiusi dentro ad un buco.

    Di prigioni simili ne esistono ancora, e forse non smetteranno mai di esistere. Per questo Il libro del buio, nonostante l’inguaribile mania tutta italiana di modificare a proprio personale gusto i titoli di film e libri, è un libro da leggere, da diffondere, un libro denso su cui non smettere mai di discutere.

    Cette aveuglante absence de lumière tahar ben jelloun

    “Silenzio” di Tahar Ben Jelloun

    Per finire, ecco una poesia in versi liberi contenuta all’interno de Il libro del buio.

    In realtà c’erano diversi tipi di silenzi:
    quello della notte. Ci era necessario;

    quello del compagno che ci lasciava piano;
    quello che osservavamo in segno di lutto;
    quello del sangue che circola lento;
    quello che ci ragguagliava sugli spostamenti degli scorpioni;

    quello delle immagini che ci passavamo e ripassavamo nella mente;
    quello delle guardie che tradiva stanchezza e routine;
    quello dell’ombra dei ricordi bruciati;
    quello del cielo plumbeo di cui non ci perveniva quasi nessun segno;
    quello dell’assenza, l’accecante assenza della vita.

    Il silenzio più duro, più insopportabile, era quello della luce.
    Un silenzio potente e molteplice.
    C’era il silenzio della notte, sempre uguale,
    e poi c’erano i silenzi della luce.
    Una lunga e interminabile assenza.

  • Kallocaina – Karin Boye. L’amore, la felicità e la ragion di Stato (Iperborea, 1993)

    Kallocaina – Karin Boye. L’amore, la felicità e la ragion di Stato (Iperborea, 1993)

    Attenzione: la lettura di Kallocaina di Karin Boye mi è stata suggerita dalla cara Martina di Velleità Letterarie (seguitela sul blog e su Instagram), che ringrazio. Ne parleremo insieme, prima o poi, perché è un libro di cui bisogna parlare.

    Kallocaina e lo Stato Mondiale, la trama in breve

    Leo Kall, chimico, vive in piena devozione del suo stato, lo Stato Universale, uno stato poliziesco organizzato in isolate città produttive in cui ogni persona ha uno specifico ruolo. Durante le sue ricerche inventa un siero che, se iniettato, obbliga a dire la verità. Pensa che il siero possa risolvere gran parte dei problemi dello Stato, scoprendo chi mente e chi ha qualcosa da nascondere, cioè smascherando tutti i soggetti potenzialmente pericolosi per la vita dello Stato.

    Eppure, progressivamente, ogni sua convinzione sulla centralità dello stato si sbriciola, e iniziano a emergere dubbi e questioni che, in un vero cittadino di una simile società, neanche dovrebbero emergere.

    kallocaina karin boye romanzo iperborea recensione critica opinioni citazioni

    ISBN 9788870918915

    Iperborea

    Collana Gli Iperborei

    Autore Karin Boye

    Traduttrice Barbara Alinei

    Pagine 256

    Genere Romanzo

    Rilegatura Brossura

    Formato 10 x 20 cm

    Prezzo 17,50€

    Sulla Kallocaina, il problema della verità

    La Kallocaina è un siero della verità che obbliga, chi interrogato, a dire la verità senza esitazione, senza torture, senza neanche insistere. Qualsiasi verità, anche quelle che implicano, dopo la confessione, la condanna a morte, dopo una piccola iniezione sono pronunciate talvolta con una tranquillità che quasi sconvolge.

    Ma la Kallocaina è soltanto una protagonista collaterale del libro, l’arma, l’oggetto magico che muove le vicende più dello stesso protagonista e voce narrante che l’ha creata. Al centro del romanzo c’è il rapporto tra ciò che si sa, di qualcuno, e ciò che quel qualcuno nasconde, cioè tra la faccia positiva e la faccia negativa.

    Se per faccia positiva si intende quel profilo che, come individui sociali, mostriamo all’esterno e in società, la faccia negativa è il profilo naturale, vero, ed è per questo che un tale spazio dell’indipendenza e dell’autodeterminazione è tenuto nascosto, è privato per evitare problemi col mondo esterno.

    In una società come quella di Kallocaina, in cui fin da piccoli i bambini sono educati a esistere in funzione di una collettività e di uno Stato che protegge dal nemico esterno, un divario troppo ampio tra faccia positiva e faccia negativa è pericolosissimo. Basta un passo falso, un discorso leggermente fraintendibile per far partire denunce, ammonimenti, e quindi per finire limitati in quelle poche libertà che i cittadini dello Stato Universale hanno.

    La cosa più importante è la capacità di abbandonare il proprio punto di vista per abbracciare quello giusto.

    La faccia negativa corrisponde alla verità personale, che solo in casi eccezionali dovrebbe essere mostrata. La Kallocaina forza questa copertura, scoperchiando una verità spesso dimenticata: tutti hanno qualcosa da nascondere. Quindi tutti hanno almeno una colpa.

    kallocaina karin boye romanzo iperborea recensione critica opinioni citazioni
    Prima edizione Iperborea, 1993

    Le verità del protagonista, il chimico Leo Kall

    A narrare le vicende attorno alla Kallocaina è proprio il suo inventore, Leo Kall, un indefesso servitore dello Stato le cui sicurezze iniziano a sgretolarsi dopo i primi esperimenti col siero. No, non è il siero in sé a preoccuparlo, bensì il suo supervisore, Rissen, perché secondo Leo Kall stesso «certe persone, solo con il loro modo di essere, tradiscono talmente la loro concezione della vita, che sono pericolose perfino quando tacciono. Un loro sguardo, un loro gesto possono già essere di per sé veleno e contagio».

    Ed è lo stesso Rissen che, volente o nolente, agisce da untore e instilla il dubbio in Leo Kall, dopo i primi esperimenti, e lo fa cercando forse un alleato, qualcuno che come lui avesse una faccia negativa molto diversa da quella positiva:

    “Lei sembra avere una coscienza insolitamente solida”, disse Rissen seccamente. “Oppure fa soltanto finta di averla? La mia esperienza, al contrario, è che nessun cittadino sopra i quarant’anni ha davvero la coscienza tranquilla. In gioventù forse qualcuno, ma dopo… Del resto lei magari non li ha ancora passati i quarant’anni?”
    “No, non ancora”, risposi con la maggior calma possibile. Per fortuna ero rivolto verso la nuova cavia e potevo evitare di guardare in faccia Rissen.

    La solidità di Leo Kall dura quasi quarant’anni, appunto, poi inizia a vacillare. Finché non sarà lui stesso preoccupato di finire sotto gli effetti della sua invenzione.

    Amore e felicità ai tempi della distopia comunitaria

    Forse, non sarebbe bastata la creazione della Kallocaina e le sue conseguenze a smuovere la «coscienza insolitamente solida» di Leo Kall. I primi pensieri divergenti, infatti, provengono dai problemi con la moglie e dalla sua presunta infedeltà.

    In realtà, in quest’opera i matrimoni esistono in quanto necessari allo Stato per sfornare nuovi servitori, e anzi non sono definitivi. Eppure, nonostante Leo Kall sia consapevole dello scopo della sua unione, ha un tarlo che lo perseguita, forse tra i tarli il più umano e pericoloso: la gelosia. Crede che la moglie abbia una relazione col suo supervisore, Rissen, e questo gli fa avere pensieri che un servitore dello Stato non dovrebbe avere.

    Capiamo e approviamo che lo Stato è tutto, il singolo niente (…). Quel che resta è l’istinto di conservazione, e il conseguente bisogno di un sistema militare e poliziesco sempre più sviluppato. Questa è l’essenza dell’esistenza dello Stato. Tutto il resto è marginale.

    Certi tarli, per quanto socialmente marginali, si sa, non si mettono a tacere tanto facilmente. Per questo, solo dopo mesi di dubbi trova il coraggio di parlare alla moglie, oscurando l’occhio e l’orecchio dello Stato presenti in ogni casa, e le chiede direttamente se è stato tradito o meno. La risposta è negativa, ma come può fidarsi? Il tarlo scava, scava e scava, ma c’è un modo per conoscere la assoluta verità: la Kallocaina.

    La moglie, anche sotto l’effetto del siero della verità, non ammette alcun tradimento. Anzi, dice di provare, talvolta, il desiderio di uccidere il marito, perché vede in lui, in parte, la causa della sua infelicità, che è soprattutto mancanza di senso.

    Sai che è invidiabile essere giovani e amare senza speranza, anche se al momento non lo si capisce? Una ragazza giovane crede che ci sia qualcos’altro, una libertà che deve venire con l’amore, un rifugio che troverà nell’uomo che ama, una sorta di calore e di riposo – qualcosa che non esiste. Un amore infelice, che dà quella confortante disperazione di non aver avuto fortuna con la persona amata, ma lasciando la convinzione che altri possano averla avuta, e che esiste, e che non si può avere. Cerca di capire: quando c’è tanta felicità nel mondo e la nostalgia ha un suo scopo, non è così angosciante essere infelici. Non è disperato. Ma un amore così conduce al vuoto.

    Il senso di vivere

    Se tentiamo di mettere assieme il problema della verità con quello della felicità, viene fuori, in qualche modo, un assunto simile a questo: finché credi veramente nella verità che ti propongono, la felicità non è assicurata ma l’infelicità è evitabile. Appena crolla la verità, e quindi il senso, la felicità diventa un miraggio e, la costrizione all’infelicità, porta a un desiderio di morte.

    Così è anche per il primo “volontario” vittima della Kallocaina, un servitore dello Stato tra i più fedeli che, appena iniettata la sostanza, erutta come un vulcano tutte le sue paure, le sue insicurezze, e la percezione di una totale mancanza di senso della sua esistenza:

    Mi piacerebbe morire. Se non si può avere più niente dalla vita, resta sempre quello.

    Ma la stessa incertezza, più avanti, si troverà più volte nelle parole dello stesso Leo Kall, che sente venir meno quella certezza, la fiducia nello Stato, che gli permetteva di vivere in relativa tranquillità nonostante il matrimonio che «anche se corrisposto, era comunque infelice». E ogni pensiero divergente, per quanta cognizione avesse della sua divergenza, era impossibile da scacciare:

    Sapevo che era una maniera falsa e malsana di vedere le cose, e cercavo di convincermene con ogni possibile argomento. Ma quel vuoto che sentivo ingrandirsi come un deserto dentro di me, non aveva altro nome che mancanza di senso.

    Distopia tra Orwell e Huxley

    In conclusione, alcune note generali essenziali: Kallocaina di Karin Boye è stato pubblicato per la prima volta in svedese nel 1940, anche se in Italia è apparso soltanto nel 1993 grazie alla prima edizione di Iperborea. La data di pubblicazione, in questo caso, è importantissima perché i due libri a cui spesso questo viene collegato, sono di molto successivi: 1984 di George Orwell è del 1949, mentre Il mondo nuovo di Aldous Huxley è del 1932.

    Senza girarci attorno, le differenze tra i tre libri sono molteplici, ma ci sono indiscutibili punti di contatto che la critica ha già evidenziato. Kallocaina si pone al centro di questa triade, e solo la lingua in cui è stato scritto spiega la difficoltà che ha avuto per molti decenni a entrare nel nostro paese.

    Un libro che andrebbe letto, consigliato e riproposto. E, se possibile, affiancato ai già citati mostri sacri, letto assieme ad essi, messi magari sullo stesso scaffale, perché nessuno è subalterno all’altro.

    Approfondimento: Kallocaina e Karin Boye

  • La gioia avvenire – Stella Poli (Mondadori, 2023)

    La gioia avvenire – Stella Poli (Mondadori, 2023)

    Ci sono libri di cui non vorrei parlare. Di solito sono gli stessi libri di cui vorrei parlare a tutti, consigliarli, vorrei pure regalarli, in blocco, a tutte le persone care. Sempre, poi, appartengono a quel grande ma non grandissimo gruppo di “libri preferiti”, classifica non numerata in espansione inesorabile e inesorabilmente lenta. La gioia avvenire rientra in questa categoria.

    E c’è entrata più o meno dalla prima pagina, dopo poche righe, anzi, ad esser precisi dalla settima riga, «una cosa raccontata è tracotante: esige, estorce quasi», che dopo averla letta mi sono dovuto fermare, e col lapis in mano ho segnato un piccolo puntino nel bordo bianco accanto alla frase, e per ricordarmi la pagina (che assurdità, era la prima), ho fatto l’orecchio alla pagina, in alto. E sono pochi pochi i libri così, in cui mi sento obbligato a fermare la lettura lì, alla prima pagina, dopo poche righe, alla settima appena, per fare subito un segno a matita e un orecchio alla pagina.

    Di libri così vorrei parlare a tutti per dire quello che hanno lasciato a me, per quello che in me hanno smosso, sperando che smuovano qualcosa anche a chi lo consiglio, a chi lo regalo. Però, allo stesso tempo, non vorrei parlarne proprio perché di certi libri non mi sento in grado di, come forse direbbe l’autrice, capite?, non mi sento all’altezza. Come spiego lo scombussolamento, gli occhi lucidi, la percezione del dolore provato soltanto dalla lettura di un po’ di inchiostro su pagina, e come spiego la cognizione, sì, soprattutto la cognizione di una Voce? Non credo, davvero, di esserne in grado.

    Per questo su certi libri non mi vedrete mai scrivere una recensione, una critica, niente di strutturato insomma. Ciò che posso fare è solo tentare di intessere anch’io, come posso, alla meno peggio, qualcosa attorno al libro, evidenziando certi particolari che di un testo, di una Voce, toccano e fanno vibrare certe corde, di me, spesso immobili.

    In La gioia avvenire tante sono le cose che avrei dovuto dire, come tante (se non tutte) sono le pagine a cui avrei dovuto fare l’orecchio, dopo aver messo un puntino a qualche passaggio significativo, denso. Mi sono dovuto trattenere, come quando al liceo sottolinei le parti più importanti del libro di storia, e ti accorgi che finisci per sottolineare sempre tutto tranne avverbi e congiunzioni. Insomma, questo libro è, per me, un libro importante, e Stella Poli è, per me, un’autrice importante. Per quanto il mio giudizio sia valido solo nelle mie stanzette, nei miei rifugi, sono contento che ci siano, nella mia vita, un nuovo libro importante, una nuova scrittrice importante.

    Per iniziare: La gioia avvenire e un suo fratello libro

    Diciamolo subito: vedo così tante somiglianze di spirito tra La gioia avvenire di Stella Poli e Parla, mia paura di Simona Vinci che, anche se le Voci (e non semplici voci) sono diverse, l’ispirazione, quella sì, è la stessa. Un’ispirazione che non è uno spirito santo che casca dal cielo e ti colpisce, ignaro, mentre passeggi sui monti col tuo cagnetto giubbotto-dotato. No, qui l’ispirazione è lavoro dovuto all’urlo silenzioso di una necessità, necessità di elaborare e digerire un trauma… come se fosse possibile digerirle, certe cose, no, mi correggo: necessità di redenzione, quella di chi non ha detto no ma non ha mai pensato al sì, sì a cosa, poi?

    Era come avessi dato un tacito assenso. (Non sapevo a cosa, questo è il punto, un punto strano da pensare, ora, che sono cresciuta, che faccio l’amore. Eppure non sapevo che facessero, due, in una macchina grande, nella campagna slavata della bassa. Non me l’ero domandata, peccando di confidenza. Di incoscienza, proprio, piena e maledetta.)

    Sento, paragonando i due libri, la stessa pala che scava e scava a cercare un fondo che non c’è e che quindi continua, sempre più in profondità, a scavare, per trovare il punto giusto in cui fissare la messa a terra. E sento la stessa urgenza, che sappiamo essere cosa buona e giusta, nella scrittura, anzi forse l’unica cosa buona e giusta, l’urgenza di raccontare una storia, anche se, l’abbiamo capito, «una cosa raccontata è tracotante: esige, estorce quasi», però «la racconto perché non voglio affezionarmi al mio dolore».

    Infine, e non è poco, sento l’urgenza di scavare in quella storia che necessita di essere raccontata, di quei personaggi che senza questa storia scritta, senza questo libro fatto di pagine bianche macchiate qui e là di nero, esisterebbero solo nella mente di chi ha vissuto certe cose, mentre così, accessibili a tutti, esistono per tutti. E se poi i personaggi sono pochi, e potrebbero anche non esistere, quattro o cinque?, quante storie simili, invece, esistono?

    Basterebbe questo, comunque, a convincervi di leggerlo, il libro.

    la gioia avvenire stella poli recensioni novità scrittrice contemporanea mondadori

    Di spazi bianchi, necessità e contemporanei

    Stella Poli in questo libro dimostra di non essere una scrittrice emergente, almeno non nel senso stretto. Una scrittura così matura e precisa non è una scrittura emergente. Con uno stile asciutto, cesellato, essenziale ma molto ricercato (nel senso di una ricerca della parola adeguata) dimostra inoltre di sapere quanto siano importanti le parole, appunto, il tessuto formato dal loro susseguirsi, le frasi, gli spazi bianchi.

    Ecco, una riflessione sui frequenti spazi tra i paragrafi andrebbe fatta. Perché c’è così tanto bianco in queste pagine? Io credo, con non pochi ragionevoli dubbi, che quegli spazi rispondano a una necessità plurima. In primis, alla necessità di chi scrive di far riposare l’animo, e non tanto la mano, perché a scrivere son bravi tutti, anzi no, ma comunque scrivere una storia simile, la testimonianza di un trauma, la sua messa a terra, anche se “soltanto” immaginato, richiede spazio, aria, e lo spazio bianco è l’aria, l’ossigeno necessario a riprendersi dopo aver descritto il lembo sfrangiato e pulsante di una vecchissima ferita.

    Poi, non secondario, quegli spazi sono una necessità per il lettore, per digerire (lui sì) certe verità, certe frasi che come schegge lo infilzano quasi senza che lui se ne accorga, e lo fanno sanguinare, metaforicamente, e lo fanno piangere, talvolta, questo per davvero, eppure sono solo schegge, minuscole, leggere e così pesanti…

    Ma c’è anche un lettore particolare che potrebbe essere costretto a fermarsi più spesso, per lo più una lettrice, purtroppo, che ha vissuto «quasi» la stessa storia, ha ferite aperte della stessa fattezza, e così quegli spazi, quei vuoti non sono solo aree libere in cui rifiatare, ma tanti appigli a cui appendere momentaneamente la lettura, e nella pausa controllare le proprie, di ferite, riflettere alla luce di quelle paroline che precedono il bianco, dopo aver messo un puntino a bordo pagina, segnata con un piccolo orecchio in alto, e poi ricominciare a leggere e magari fermarsi, di nuovo, poco più in là, perché qualcuno il libro l’ha letto in un viaggio in treno (anche se, vi assicuro, lo rileggerà, lo sta già rileggendo con la calma che necessita, dopo aver placato l’urgenza di una fine), ma qualcuno, magari qualcuna, ci metterà settimane, mesi a finirlo.

    Che poi, di nuovo, è quello che potrebbe succedere col libro già citato di Simona Vinci, e se ripeto il paragone è solo perché la Vinci rientra tra le mie autrici contemporanee preferite, adesso proprio lì, sullo stesso scaffale sopra al comodino dove c’è già lo spazio per La gioia avvenire di Stella Poli, altra ormai preferita. E sono pochissime, pochissimi, ve lo assicuro, i contemporanei che stimo, di cui vorrei parlare a tutti e non parlarne proprio, perché accanto a loro due, sullo stesso scaffale, per qualche motivo c’è Torquato Tasso, nessun altro, a buon intenditor.

    (Sofferenza tra parentesi)

    Vorrei anche parlare di dolore, ma mi rendo conto che ha già detto tutto lei, l’autrice, io non ho altro da aggiungere, vostro onore, dovrebbe proprio leggerlo questo libro, sa?, dovrebbe, si fidi di un nessuno. Mi sforzo di aggiungere qualcosa, perché forse qualcosa potrei essere in grado di dirla, ma quando ci si sforza alla fine si fa solo peggio, così non aggiungo niente, tento solo di evidenziare una piccolezza, una frasina:

    (Non serve veramente a un cazzo di niente, soffrire, aveva ragione Pavese.)

    Piccola frasina fra parentesi, eppure lapidaria, urlata in sordina, se forse fosse possibile urlare in sordina, e non si può dire che il libro sia tutto qui, altrimenti non avrebbe poi molto senso leggerlo dopo aver letto questa frase, però tanto del libro e dei suoi protagonisti è lì, in quella frase tra parentesi sospesa tra due spazi bianchi.

    La gioia che verrà, chiudere ed aprire

    Non entrerei nel merito della poesia di Fortini che presta il suo titolo a questo libro, anche se si dovrebbe. Lo lascio fare a voi, per questo ve la lascio in fondo all’articolo, nel caso ci fossero lettori curiosi. Prima, però, un accenno alle note del libro:

    Il titolo del romanzo è il titolo di una poesia di Franco Fortini, che chiude Foglio di via (Einaudi, Torino, 1946) e riapre, in exergo, Poesia ed errore (Feltrinelli, Milano, 1959).

    La gioia avvenire è una poesia che chiude una raccolta e ne riapre un’altra, la successiva. Una poesia che chiude e apre. Come la storia che ne porta il titolo, che chiude idealmente con l’accettazione di una redenzione impossibile e riapre, in conclusione al romanzo stesso, con una risata. Che forse non significa niente, ma per me, in un libro simile, con un simile titolo, significa tutto. La gioia che verrà, la gioia che deve venire, La gioia avvenire.

    La gioia avvenire di Franco Fortini

    Potrebbe essere un fiume grandissimo
    Una cavalcata di scalpiti un tumulto un furore
    Una rabbia strappata uno stelo sbranato
    Un urlo altissimo

    Ma anche una minuscola erba per i ritorni
    Il crollo d’una pigna bruciata nella fiamma
    Una mano che sfiora al passaggio
    O l’indecisione fissando senza vedere


    Qualcosa comunque che non possiamo perdere
    Anche se ogni altra cosa è perduta
    E che perpetuamente celebreremo
    Perché ogni cosa nasce da quella soltanto

    Ma prima di giungervi

    Prima la miseria profonda come la lebbra
    E le maledizioni imbrogliate e la vera morte
    Tu che credi dimenticare vanitoso
    O mascherato di rivoluzione
    La scuola della gioia è piena di pianto e sangue
    Ma anche di eternità
    E dalle bocche sparite dei santi
    Come le siepi del marzo brillano le verità.

  • Il reggimento parte all’alba

    Il reggimento parte all’alba

    Può capitare che, tornando dalle ferie, lavorare ti sia faticoso. Ti siedi alla scrivania, controlli le email un po’ insofferente, e poi inizi a preparare i libri per l’ordine che doveva già essere stato spedito. Devi applicare le immagini all’ultimo uscito, così stacchi la pellicola della striscia adesiva che sta dietro alle immagini, ne posizioni l’angolo in alto a sinistra sul segno stampato appositamente sulla pagina per centrare l’immagine, e poi cerchi di far combaciare anche il margine superiore dell’immagine con una piccola linea stampata che devi assolutamente coprire affinché l’immagine sia dritta. A volte quel lavoro ti rilassa, è vero, ma tornando dalle ferie, da quelle ferie turbolente, fatichi a far combaciare al primo colpo l’immagine con l’angolo e le linee, devi riprovare perché non puoi sbagliare, vorresti essere altrove e con la testa sei da tutt’altra parte ma adesso sei lì, il tuo corpo è lì, in quell’ufficio, ad applicare immagini che devi necessariamente applicare bene. Altrimenti il libro è da scartare.

    Non senti l’editore entrare, iniziare a cercare dei libri da spedire, e non lo vedi neanche quando si avvicina alla tua postazione mentre tu sei concentrato e chino sull’angolo di un’immagine, angolo che tieni premuto con la mano sinistra nella giusta posizione mentre con la destra fai lentamente ruotare l’immagine per spostare in alto il margine superiore fino a fargli nascondere la piccola linea orizzontale. All’improvviso ti saluta: Buongiorno, tu rispondi di soprassalto: Buongiorno, e alzi le mani dal libro in lavorazione come colto sul fatto, in flagranza di reato nell’aver messo forse un’immagine leggermente storta, millimetricamente storta, ma l’immagine è dritta e comunque all’editore non interessa perché ti sta porgendo un libro, L’hai letto questo di Buzzati?, e tu neanche capisci che libro è perché non ha la sovracopertina, non ha neanche la copertina di cartoncino bianco, è come se non fosse neanche un libro, ne ha la forma ma è solo un mucchio di pagine incollate tra loro. Comunque rispondi No, non credo, e allora lui te lo lascia e se ne va. Non dice Dovresti proprio leggerlo, non dice niente, ma è come se sapessi che dovresti proprio leggerlo.

    Sei incuriosito, apri quei fogli con forma di libro e leggi il titolo, Il reggimento parte all’alba, e pensi: Va bene, un libro sulla guerra, interessante. Richiudi il libro, te ne scordi e torni ad applicare immagini per tutta la mattina, perché le ferie sono finite e il rientro non prevede pause di alleggerimento da “ritorno troppo traumatico”, no, anzi, il rientro è il momento di lavoro più intenso perché rientrano tutti, ci sono i lavori arretrati, ci sono i nuovi progetti, e insomma non c’è mai pace. E dopo una giornata trottando a destra e a sinistra, applicando immagini spostando scatole correggendo bozze di autori che no, non pensavi di poter mai leggere inediti, dopo una giornata così sfiancante torni a casa e la prima cosa che fai non è assolutamente aprire quel libro. Te lo sei dimenticato nello zaino, quel libro, e hai solo voglia di farti una doccia, di ritirarti a letto per cercare di riunire il corpo che è lì, in quel letto, alla mente e al cuore che sono altrove, da tutt’altra parte, un po’ sparsi tra la Toscana, la Sardegna, la Liguria, il Veneto, insomma ovunque, e così ti fai una doccia e ti butti a letto senza neanche cenare.

    Non hai sonno, ovviamente non ti basta essere stanco per riuscire a dormire. Prendi il libro che stavi leggendo e ti accorgi che mancano poche pagine, così lo finisci, un libro di cui non sapresti ricordare né il titolo né l’autore né la storia però ti ha tenuto compagnia, insomma non un bel libro ma simpatico, lo finisci e lo metti via. Pensi che probabilmente non lo riaprirai mai più, ma fa parte del gioco. E pensi anche che non ti è ancora venuto sonno, hai letto troppo poco, così prendi il primo libro che ti capita tra le mani aprendo lo zaino, l’unico rimasto perché viaggi leggero, fa caldo, non guardi neanche cosa stai prendendo ma prendi qualcosa che ha la forma di libro, lo senti, e tirandolo fuori ti accorgi che non ha sovracopertina, non ha niente, ha direttamente le pagine da sfogliare. È quel Buzzati, e non hai molta voglia di leggere Buzzati che parla della guerra, ma hai ancora meno voglia di alzarti a controllare la libreria, non hai assolutamente voglia di quel rituale così denso e importante che è la scelta di un libro da iniziare, non ne hai le forze. Così apri quello, e ridi perché non ha neanche le immagini applicate a mano, come dovrebbe, dev’essere proprio un libro monco, fallato, che non si meritava neanche le immagini, e inizi a leggerlo quel Reggimento parte all’alba che non ti invoglia minimamente, e che inizia così: Da alcuni piccoli sintomi, da certe voci che corrono, da certe facce che si incontrano, viene quasi da pensare che il suo reggimento si prepari alla partenza, e magari partirà tra un mese, fra un anno, fra dieci anni, ma già si prepara.

    Pensi che sia intrigante nonostante tutto, nonostante questa storia del reggimento che si prepara anche se non sa quando partirà, è un po’ strano e allora continui a leggere: È una giornata bellissima di primavera, il 9 maggio, un sabato, dinanzi alle case della città uomini donne e bambini si affaccendano intorno alle automobili, caricano valige, pacchi, giocattoli, sci, battelli, sono vestiti per la gita, l’amore, la giovinezza, la speranza, la vita. Anche nei grandi cortili del suo reggimento, chissà dove, batte lo splendido sole ma portaordini vanno e vengono, la tromba dà segnali insoliti che nessuno o quasi conosce, si nota una diffusa irrequietudine, il signor colonnello, il capo di stato maggiore e gli altri ufficiali importanti stanno lavorando nei loro uffici benché sia sabato di primavera e la gente della città si prepari al sollievo alla libertà, alla gioia, perché forse il reggimento deve partire. È il reggimento suo? Non è che lui sia militare di mestiere. Ma tutti senza eccezione nella sua città e anche fuori nelle campagne, valli, rive del mare per quanto è esteso il mondo tutti in certo modo appartengono a un reggimento e i reggimenti sono innumerevoli, nessuno sa quanti sono, e nessuno sa neanche quale sia il suo reggimento, eppure i reggimenti sono accantonati qui intorno, anche nel cuore della città, benché nessuno se ne accorga e ci pensi. Però quando un reggimento parte, chi gli appartiene, pure lui deve partire. Altri dicono invece che si tratta di navi. Ciascuno è iscritto come passeggero di una nave senza sapere dove sia né il nome. E sono navi strane capaci di salpare dal centro di un arido deserto o dalla precipitosa gola di una montagna. Ma reggimento o bastimento è lo stesso, il fatto è che un bel giorno ciascuno di noi deve partire.

    È tutto molto strano eppure ti stuzzica, capisci che non è solo una questione di guerre e di battaglie, ti chiedi che senso ha partire con un reggimento senza esser militari, e ti ripeti che non ha senso che tutti debbano partire, che non ha senso neanche che nessuno sappia quale sia il proprio reggimento, insomma inizi a percepire qualcosa, e ti ricordi ancora oggi l’esatto momento in cui hai capito che non si trattava di guerra, ma di qualcosa molto affine, e se ti sforzi senti di nuovo quella cosa hai percepito in quel momento, perché era un brivido, vero?, un brivido che ti ha preso tutto, non solo la schiena ma anche le dita che tenevano il libro, e le punte dei piedi a contatto col lenzuolo che li copriva.

    E ti ricorderai per sempre che hai capito tutto voltando pagina, sì, c’è voluto ancora poco per capire che non era solo guerra, ma era qualcosa di più, in particolare quando hai letto: L’avviso arriva a tutti, con maggiore o minore anticipo, che talora è di ore, o di giorni, talora è di mesi o addirittura di anni: eccezioni non esistono. Senonché quasi nessuno se ne rende conto. Questo perché nella maggioranza dei casi l’annunzio non consiste in un modulo esplicito come la chiamata alle armi, bensì in piccoli segni che facilmente si possono scambiare per fenomeni casuali del tutto indifferenti. Ma soprattutto perché gli uomini ripugnano selvaggiamente all’idea del loro fatale destino

    Ecco il brivido che ti ha scosso, il corpo che legge fatale destino e trema per una frazione di secondo, i peli che si rizzano e la pelle d’oca che non si calmerà per un po’. Ed ecco che oltre al corpo fremente, la mente e il cuore ti schizzano via dal letto e tornano a quelle ferie così turbolente e strane, così felici e tristi, a quell’ultima cena insieme al tuo amico, a quegli altrove così carichi oggi di ricordi, memorie, parole. Ti chiedi come sia possibile, per quale casuale coincidenza, si possa ricevere come consiglio o ordine di lettura un libro che parla del morire, e non della morte, proprio dopo aver perduto una persona così cara, morta all’improvviso come all’improvviso hai ricevuto quel libro. Tutto all’insaputa dell’editore che quel libro te l’ha consegnato. Ti chiedi perché non parlasse di guerra quel dannato libro, sarebbe stato più semplice, meno doloroso, ti chiedi perché sia morto, ti chiedi perché proprio quel libro e proprio in quel momento, ti chiedi un sacco di perché ma senti che il cuore accelera e devi alzarti dal letto, così ti alzi, vai nel bagnetto senza finestre a sciacquarti la faccia con l’acqua calda che esce a fine agosto dal rubinetto. Ti dici: Adesso va meglio, ma non va meglio, prendi un po’ d’aria sul terrazzo ma sai che tornerai al libro che avevi abbandonato sul letto perché vuoi capire, vuoi continuare a leggere, Magari qualche risposta ce la trovo, ti dici.

    Eppure continui a chiederti il perché di questa coincidenza, anzi di questa orribile coincidenza; e poi valuti la parola “orribile” e pensi: è solo una coincidenza, è solo un caso, un piccolo caso fra i miliardi che ci sono a questo mondo, una cosa che sta succedendo. Ma perché sta succedendo a te? Questo ti chiedi… E mentre ti chiedi questo ringrazi Tabucchi per averti prestato le parole, e ringrazi anche l’editore per averti involontariamente dato il libro giusto al momento opportuno, anche se con non poco dolore, e ringrazi Buzzati per averlo scritto anche se hai soltanto letto le prime pagine. Quindi torni in casa, riprendi il libro e lo leggi tutto in una sera, non senti più la stanchezza e invece di invogliare il sonno quella lettura, quel libro, ti tengono sveglio, ti fanno vibrare corde rotte, corde ferme da qualche settimana.

    Ti leggi tutto il libro, e scopri che è incompiuto perché anche per Buzzati è arrivato il reggimento, e il curatore ti spiega che per lui non è arrivato all’improvviso, c’è voluto del tempo, il tempo giusto per iniziare a scrivere un libro e tanti altri, ma soprattutto uno, quello che tieni in mano, un libro sul morire imminente ma non troppo, imminente perché il libro è incompiuto, ma non troppo perché la struttura c’è, l’essenziale è stato scritto, il senso passa. Buzzati, pensi, ha avuto il tempo di raccontare il morire di alcune persone note o meno, persone reali e fittizie, e chissà di quante altre avrebbe voluto scrivere, ma pensi anche che non importa, che sia andata proprio come doveva andare, un libro simile doveva rimanere incompiuto.

    Hai finito il libro ma continui a sfogliarlo, rileggi quelle pagine a cui hai piegato l’angolo, gli fai sempre l’orecchio per ricordarti i punti salienti, le parti che ti hanno toccato di più, e dopo aver sfogliato alcune pagine ricapiti sulla vicenda di Galileo Tani, quel tale che sapeva d’esser malato, eppure gli andava bene così, aspettava soltanto che arrivasse il reggimento e non faceva nulla per ritardare la chiamata, fargli cambiare rotta. Non sta bene. Da quattro mesi è malato, i medici gli dicono che deve farsi curare, raggi, catabrissara e tutto il resto. L’ordine di marcia, nel suo caso, può essere prorogato sine die. Ma lui non ne ha voglia. Dopotutto, gli conviene? Che bel risultato, per esempio, campare altri quindici anni, trovarsi di nuovo appoggiato alla balaustra guardando ancora più passivamente la strada e di là della strada il lago grigio e freddo coi motoscafi cretini. E dietro le sue spalle la casa vuota. Vuoto il letto della moglie. Così la camera della cara sorella. Così la camera del fratello minore. Così perfino la stanza degli ospiti, chi può infatti invitare, ormai? E la sera in solitudine dinanzi alla televisione. Neppure la donna, che dopo pranzo se ne va perché abita in paese. Salute di ferro. Ottantun anni. Ad majora. Che splendida speculazione. Poco fa è passata una roulotte a stelle e strisce, carica di bambini. Ora si è fermata una camionetta militare. Il sergente ha salutato, poi rispettosamente ha fatto un cenno.

    Hai riletto questo brano varie volte, e non puoi negare di aver pianto alla scena del Tani solo, in casa, davanti alla televisione, e alla sua decisione quasi volontaria di lasciarsi andare, di abbandonarsi al reggimento. Poi hai paragonato quel morire a quello del tuo amico, Pier, e hai pianto anche pensando alla chiamata improvvisa che ha ricevuto il tuo amico dal suo, di reggimento, quel Pier che vendeva tegami e regalava sorrisi – e bicchieri di vino – sì, proprio quello che all’improvviso è morto senza dare spiegazioni a nessuno. Hai pianto ancora un po’ leggendo il morire di tutti quei personaggi di Buzzati, e in un momento di lucidità hai pensato che non si può raccontare il morire se non durante il morire stesso.

    Dopo le ultime lacrime ti sei di nuovo sciacquato la faccia, gli occhi un po’ gonfi, e ti sei accorto che le lacrime hanno reso il verde dei tuoi occhi, quel verde che nessuno nota mai perché è sempre troppo scuro e quasi marrone, insomma quel verde è diventato più vivo, brillante, così ti vedi gli occhi gonfi ma luccicanti, e sorridi leggermente. Torni a letto, giri il cuscino dalla parte non bagnata dalle lacrime, e chiudi gli occhi. Pensi a quel tuo amico che avrà sicuramente bestemmiato al ricevere la chiamata così, all’improvviso, proprio il giorno dopo aver passato una serata insieme a te e agli altri, una serata così divertente, come sempre, un rito in cui qualcosa era andato storto ma nonostante questo era andato tutto bene, tutto quasi come sempre. Pensi che quella cosa andata storta, quella campana che non aveva suonato, poteva essere un segnale della fine imminente, dell’arrivo di un reggimento, del morire di qualcuno, ma ti dici anche che ormai è successo, inutile pensarci troppo.

    Però continui a pensarci, e pensi alle bestemmie, alle urla di rabbia di chi non può accettare di esser stato così felice e poi, poco dopo, di non essere più, le urla di qualcuno a cui, di colpo, gli veniva tolto tutto. E pensando a questo un po’ piangi e un po’ ridi, non capisci e fidati, non capisco neanche io, però questo è quello che è successo. Un po’ hai pianto, un po’ hai riso, ancora, e poi ti sei addormentato, anche tu all’improvviso, come morto.

  • Daniel Pennac – Loro siamo noi (Marotta&Cafiero, 2021)

    Daniel Pennac – Loro siamo noi (Marotta&Cafiero, 2021)

    Daniel Pennac è tornato in Italia grazie ai piccoli giganti della Marotta&Cafiero editoriLoro siamo noi non è sicuramente l’opera per cui Pennac verrà ricordato, ma è comunque una presa di posizione di un autore ormai classico su un tema caro (spero) a tutti noi; una virgola, forse, nel mare d’inchiostro versato oggigiorno, ma una virgola di valore.

    Un pamphlet ‘necessario’ di Daniel Pennac sui migranti

    Le parole di Pennac sono solo una piccola parte (non di certo trascurabile) di questo piccolo volume (pubblicato in due edizioni con copertine diverse). Il libello è un pamphlet in cui parole e immagini si incontrano e si sostengono a vicenda: è infatti arricchito dalle fotografie del fotoreporter Roberto Salomone, testimone oculare dei drammi di Lesbo e delle rotte migratorie del Mediterraneo. Ma anche il progetto grafico – che evidenzia parole chiave e fotografie giocando sui toni del grigio e del nero in contrasto col bianco della carta – oltre al classico taglio di un angolo, rendono il libretto un libro bello, pesante e non superfluo a tutto tondo.

    Non serve citare tutto il libro per capire la posizione di Pennac. Ecco, ad esempio, l’explicit:

    Tutte queste persone, però, le abbiamo accolte. Facendo ragionare il nostro istinto di conservazione, spiegandogli, per esempio, che l’altro può diventare a sua volta un francese.
    E sono loro, tutti questi profughi del XX secolo, ritenuti ogni volta troppo numerosi, a fare insieme a noi la Francia di oggi.
    Come i profughi di oggi faranno, insieme a noi, la Francia di domani.

    Altre due perle che impreziosiscono l’opera sono la prefazione di Sophie Beau, cofondatrice di SOS Méditerranée e attivista umanitaria, e la traduzione di Yasmina Mélaouah, “la voce italiana di Malaussène e dei romanzi dell’autore francese“.

    Sulla necessarietà

    Non ho scritto a caso quel “necessario”, nel titoletto precedente. Si sa, le opinioni sono discordanti sulla necessarietà dei libri. Da un lato c’è chi afferma che tutti i libri sono necessari, mentre dall’altro c’è chi estremizza in maniera opposta dicendo che sono pochi i libri davvero necessari. Io (che non sono nessuno), sono per stare in medias res: sono consapevole dell’importanza di tanti libri non essenziali, anche come mezzi di collegamento con libri o argomenti più importanti (ad esempio questo di Nick Cave); ma sono anche d’accordo sull’inutilità dei libri di Bruno Vespa (non me ne voglia, ha fatto cose peggiori).

    Detto questo, perché quest’opera particolare di Daniel Pennac è necessaria? A mio avviso, lo è in quanto la sua voce – così amata, così ironica seppur seria, così ascoltata – ha molta più forza e pervasività di quanto abbiano centinaia e migliaia di altre voci sbraitanti sui social e in televisione.  Ed è una voce forte, un’opinione ferma e precisa senza gli arzigogoli di alcuni pensatori (arzigogoli talvolta necessari, si intende); e senza la prepotenza di alcuni opinionisti che, sapendo di aver ragione, sentono una certa superiorità – almeno questa non nostalgica – scorrergli dentro.

    In conclusione, il libro va acquistato (e costa pure poco), va regalato a natale, va prestato.

    Perchè loro siamo noi, i noi di ieri e di domani. E Pennac lo sa.


    Di questo nuovo libri di Daniel Pennac ne parlano anche le bravissime libraie della Libreria Biblion:


    Per comprare il libro di Daniel Pennac clicca qui.

    Per saperne di più sulla Marotta&Cafiero clicca qui.

  • Nick Cave – E l’asina vide l’angelo (SUR, 2020)

    Nick Cave – E l’asina vide l’angelo (SUR, 2020)

    Una nuova edizione del romanzo d’esordio di Nick Cave, con la nuova traduzione di Francesca Pe’, offre il libro a nuovi lettori, nuovi punti di vista e nuove riflessioni. Ne vorrei proporre una anch’io, perché il Nick Cave narratore merita, senza dubbio, un riconoscimento più ampio e capillare.

    La trama schizofrenica di un libro allucinato

    Un unico gemello è sopravvissuto al parto di un’alcolizzata, accoppiatasi con un vagabondo dal sangue “sporco”. Il bambino è Euchrid Eucrow. È il protagonista a tratti angelico, a tratti demoniaco, di una storia perturbante ambientata in una valle a tratti florida, a tratti marcia. Euchrid è un ragazzo muto cresciuto tra rovi e sterco, lontano dalla città “civile” Ukulore, che di civile ha molto poco.

    Ukulore è gestita da una setta religiosa alla continua ricerca di mali da estirpare; una società basata su un profeta atipico, sulla diffidenza e sull’ipocrisia. Ed è proprio su quest’ultimo aspetto che si innesta la parallela vicenda di Beth, figlia di una prostituta linciata dalla popolazione (ma gli abitanti non lo sanno) che, con la sua apparizione “divina” diventa simbolo della rinascita della valle, un dono del cielo.

    Una trama convulsa, strutturalmente divisa tra il passato episodico (rievocato da Euchrid) e il presente: Euchrid sta affondando nelle fangose sabbie mobili della palude, e nella discesa – discesa agli inferi, o salita in cielo? – racconta le vicende che lo hanno portato al presente del racconto. Un percorso che accompagna il lettore dalla nascita di Euchrid alla sua morte, raccontata in parte da lui stesso.

    Vita e morte, rinascite e morti plurime (“Se ci fosse una spina per ogni volta che sono morto oggi (…) il mondo sarebbe una sola grande distesa di rovi”) attraversano il romanzo: la città rinasce grazie alla morte violenta della prostituta – che dà vita ad una bambina assunta come miracolo divino; e poi, con la morte di questa ormai ragazza – e la conseguente distruzione di qualsivoglia speranza – è la nascita di un invisibile neonato, suo e di “Dio”, a dare di nuovo speranza ai fanatici cittadini.

    Nick Cave e la narrazione schizofrenica

    Come già accennato, il gravoso compito di narrare è diviso tra un tradizionale narratore onnisciente, e il protagonista stesso, in segmenti tra loro ben distinti. Anche se, un dubbio sulla presunta esteriorità del primo narratore, arriva nelle pagine finali del libro: la narrazione si fa più concitata e sezioni narrate in terza persona, evidenziate col corsivo, si intersecano all’io-narrante del protagonista che continua a sprofondare. Ad un certo punto, però, il primo narratore si “confonde”:

    Ad alcuni bastò un’occhiata al cielo per cogliere la minaccia in arrivo. Abbassarono subito lo sguardo e la loro furia si riaccese all’istante, perché la pioggia l’avevo portata io, l’avevo portata io; perché, dopotutto, la pioggia l’aveva portata LUI.

    La schizofrenia della storia aiuta l’autore a far passare questa confusione come strutturale e necessaria alla storia stessa. È forse troppo affermare che il narratore esterno non sia mai esistito? Che, forse, sia sempre stata una diversa voce del folle protagonista? Una tesi simile trova, in questo estratto, un argomento a favore. Ed è confermata altrove, in piccoli punti sparsi per il romanzo, in cui si trova il protagonista sul punto di rivelare la natura delle voci che gli rimbombano nella testa; e mai riesce a rivelarle (bloccato dalle voci stesse?). Tra le tante voci, una può essere quella che imita il narratore tradizionale.nick cave scrivere

    L’alternanza serrata è introdotta da una pagina, in un certo senso, modernista: l’io-narrante si rivolge direttamente ai lettori, iniziando a dubitare della bontà di questi “spettatori silenziosi e sinistri”:

    Non posso fare a meno di pensare che state aspettando qualcosa. (…)
    Siete degli informatori? Delle spie? Avete fornito informazioni preziose ai miei nemici? (…) Ci sono io e ci sono loro, ma che mi dite di voi? Che mi dite di voi, mio ambiguo terzo incomodo? Cosa ci fate voi qui?

    Ma questa forma di meta-narrazione, che consiste nel rompere la “quarta parete”, è solo una delle caratteristiche del libro. E si inserisce in un filone ben preciso che attraversa tutte le arti: da Diderot a Fowles, da Pirandello a Brecht, fino ai nostri giorni con Tolo tolo di Checco Zalone. Ambiti molto diversi, livelli e gradi lontanissimi tra loro che usano la stessa “tecnica”.

    Tono e senso

    Difficile riassumere tutti i significati che Nick Cave ha incastrato tra le righe. Alcuni, però, non si possono evitare: il profondo odio per le chiese come istituzioni contrapposto alla pura fede delle “donne pie”; la certezza della sofferenza e della violenza terrena contrapposta all’impossibilità di coglierne il senso profondo.

    Infine, ciò che anima la riflessione dell’autore è ciò che assilla l’essere umano: l’opposizione tra Bene e Male. Eppure, questa opposizione si complica nella vita terrena perché, a volte, non si capisce cosa sia il Bene e cosa il Male. Se Euchrid, nella sua follia, crede di dover compiere una missione (uccidere Beth) affidatagli da Gesù stesso, lui tenterà di ucciderla pensando di agire nel Bene. Eppure, gli abitanti considerano Euchrid il Male in persona, da uccidere come la prostituta.

    Forse sono proprio i valligiani la chiave di questo conflitto secolare tra le due forze. Pii perché fortemente credenti e disposti a tutto pur di soddisfare il volere di Dio, sono allo stesso tempo dei folli fanatici che uccidono una prostituta secondo loro “colpevole” di aver attirato le ire divine su quella valle. Non c’è il Bene, né il Male: convivono sempre, senza che mai uno possa annientare l’altro.

    Un simile senso, allora, è evocato anche dall’ambientazione e dal tono cupi dell’opera di Nick Cave: la valle così rigogliosa, pia, è devastata per alcuni anni da una pioggia continua, un Diluvio Universale a tutti gli effetti, che fa marcire oggetti e, soprattutto, abitanti:

    Tra le donne accalcate sulla veranda si vedeva che era cambiato qualcosa, o meglio, che mancava qualcosa. (…) Qualcosa che era radicato a fondo nei cuori di quelle anime pie, e che prima brillava nei loro occhi, adesso era svanito. Di certo l’effluvio della calma non c’era più, e nemmeno l’aria di sicurezza interiore, la convinzione di appartenere a una cerchia esclusiva; la tranquilla fiducia in un destino celeste non colorava più la loro espressione.
    Il Dio che abitava dentro di loro se n’era andato.
    Al suo posto era comparsa un’aria di rassegnazione, di sconfitta, di vergogna; una mollezza del volto che rispecchiava la mollezza dell’anima.

    Insomma, la soluzione è una sola: non c’è soluzione. La morale, allora? La morale è morta sotto strati di fango. Un mondo in cui anche gli innocenti soffrono, e senza motivo, forse è un mondo che fa schifo. La speranza non è morta, certo; è viva, ma grazie alla nascita della nipote di una prostituta.

    nick cave e l'asina vide l'angelo


    Se il libro vi incuriosisce, vi consiglio l’ottima recensione di Marco Petrelli su ilmanifesto.it.

    Se non vi interessano i libri, forse non siete arrivati fin qua a leggere. Ma, se ci siete arrivati, qui ci sono altre cose che potrebbero interessarti.

     

  • Federico Maria Sardelli – L’affare Vivaldi (Sellerio, 2015)

    Federico Maria Sardelli – L’affare Vivaldi (Sellerio, 2015)

    Lacune musicali, e altre ignoranze

    Si può apprezzare un’opera che induce il lettore a ricordare una musica oggi celebre, che per la sua (cioè mia) ignoranza non ha mai ascoltato? Si può apprezzare un libro che ripercorre la storia delle peripezie dei testi di Vivaldi, senza conoscere Vivaldi?

    La risposta è sì. Non solo si riesce ad apprezzare il libro, la parola scritta, che ci è più familiare delle note sui pentagrammi. In alcuni casi, si rischia quasi di innamorarsi di certi spartiti senza averli mai visti, né sentiti. È raro, ma accade. E, questa volta, è successo.

    Sardelli, tra Vivaldi e «ilVernacoliere»

    Come possono convivere Vivaldi e «ilVernacoliere» nella stessa riga? Lo so, sembra strano; ma la causa di tutto è Sardelli. E Sardelli stesso è tutto: citando Wikipedia, Sardelli è “direttore d’orchestra, compositore, disegnatore, pittore e flautista italiano” ma anche “pittore, incisore e autore satirico”. Eppure non basta: tra i più grandi studiosi di Vivaldi, è pure un romanziere e un portentoso poeta satirico (chi non ha mai letto le sue Proesie, beh, non è mio amico).

    Questo inciso biografico, prima di parlare del libro, è essenziale. Sardelli è un’artista, ha il talento e la passione dell’autore. Eppure, ha anche la mente dello studioso, le capacità analitiche di pochi. E L’affare Vivaldi è il risultato di questo intreccio di genio innato e talento coltivato.

    Tra romanzo storico e “supercazzole”

    L’opera, L’affare Vivaldi (che con quel titolo richiama l’edizione Sellerio de L’affaire Moro – con non poche tangenze anche per l’immagine di copertina) è una ricostruzione ottimamente documentata delle peripezie vissute dagli scritti musicali di Vivaldi, perduti per secoli e poi ritrovati, smembrati in varie collezioni. La realtà storica attraversa il romanzo grazie al’intrusione di documenti d’archivio, e l’interesse per la verità è affermato anche nella sezione finale, “Note sulle fonti”.

    vivaldi sardelli

    Certo, si tratta di un romanzo che, per quanto indefinibile, si sa cosa non è; e non è uno saggio storico. A maggior ragione nella penna di Sardelli, che vibrante per la vena satirica sempre calda, ogni tanto si lascia trasportare fino a descrivere situazioni poco reali (eppure è lui stesso a dire “molto spesso accade che la verità dei fatti superi la fantasia”). Oppure si diverte con giochi inventati di sana pianta, come l’uso che fa Francesco Vivaldi della “supercazzola”:

    «Dovete sapere che quando mio fratello Vienna brumbrum tesoro col tampesio diecimila zecchini ma sottocoda, capito?»
    «Non ho capito bene, parlate più forte» fece Artabano tutto eccitato da quel poco che aveva orecchiato.
    «Sssssssst! Ma siete pazzo? Volete farlo sapere a tutti? È roba che scotta. Venite più vicino, porgete l’orecchio» e facendo imbuto con le mani verso l’orecchio porcino del Tosi lo sospinse verso la riva e gli sussurrò ancora più piano il gran segreto:
    «Costuprasti il tesoro quondam imperatore ma nascosti col fischio ottantamila forse anche sedici come di notte però, capito?»
    «Sì, d’accordo, però non ho capito bene chi avreb…»
    «Ma allora non capite proprio un cazzo!» fece Francesco a voce alta e con una spinta volò Arbatano in acqua.

    Il tono di questo frammento non confonda i lettori. Questa è una delle punte dell’eclettica penna di Sardelli, ma non la più importante; e non credo ce ne sia una più importante dell’altra, nel complesso.

    Vivaldi attraverso i secoli

    La narrazione alterna capitoli ambientati a partire dagli ultimi mesi di vita del compositore – che però non compare mai – a capitoli più recenti, novecenteschi. Così le biblioteche che ospitano i testi di Vivaldi sopportano a lungo smembramenti, divisioni per motivi di eredità, donazioni poco gradite e vendite poco legali; poi arriva il fascismo.

    E anche il fascismo, tangente ma incisivo, finisce per sfiorare i discorsi musicali. I due studiosi che sono riusciti a mettere insieme la produzione di Vivaldi, Luigi Torri e Alberto Gentili, “sono i veri eroi di questa vicenda”. E se Torri ha avuto la fortuna amara di morire nel 1932, Gentili ha dovuto sopportare l’allontanamento dall’Università di Torino, a causa delle leggi razziali, in quanto ebreo.

    Ciò che conta, del testo, è l’amore dell’autore per la materia trattata. Amore che, unito alla profonda conoscenza di tutto ciò che ha anche solo minimamente a che fare con quella materia, rendono insieme L’affare Vivaldi un libro da avere, da leggere più volte, e da tenere come manuale di scrittura creativa: scrivi ciò che sai, scrivi di ciò che ami, e forse potresti partorire qualcosa di buono.

    Cosimo Benzi Angelini

    P.S. per l’autore: anche prima delle note finali ho ascoltato In memoria æterna. Sono senza parole. Ma forse una mi rimane: grazie.